:: Recensione di Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni

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Io vedo i morti. A ogni angolo di strada, a ogni finestra, io vedo i morti. Li vedo per come sono morti di morte violenta, con i corpi straziati dalle ferite, col sangue che scorre, con le ossa che sporgono dalla carne martoriata. Vedo i suicidi, gli assassinati, i travolti dalle carrozze, gli affogati in mare. Li vedo, e li sento ripetere ossessivamente l’ultimo ottuso pensiero della loro vita spezzata. Li vedo, finchè non si dissolvono nell’aria per trovare una pace che non so se esista, e in che luogo. E ne sento il dolore immenso di abbandonare l’ amore, per sempre.   

Napoli 1931, IX° anno in cifre romane secondo il calendario fascista. Dicembre, il Natale è nell’aria fredda, battuta dal vento, spruzzata di pioggia sottile che si insinua nei cappotti eleganti e bordati di pelliccia dei ricchi che si affaccendano in cerca di doni preziosi e tra gli stracci dei mendicanti, degli scugnizzi, dei pescatori attaccati alle loro reti consunte dalle quali gli viene solo lo stretto necessario per non morire di fame, se sono fortunati. Il contrasto drammatico tra povertà e ricchezza spezza la favola fascista che il regime impone con alti proclami ma non ostante tutto nell’aria c’è qualcosa di speciale fatto di tradizioni e memoria. Saranno le luci, gli addobbi, la strada di San Gregorio Armeno, che si trasforma in occasione del Natale in una processione di presepi, di statuine, di alacri artigiani all’opera a intagliare, dipingere, cesellare volti vivi e partecipi. Per non parlare delle bancarelle con ogni ben di Dio, di mercanti improvvisati, di venditori abituali e gli zampognari con le loro cornamuse a suonare i canti tradizionali della novena. L’attesa, i suoni i profumi, i preparativi per la cena di Natale, l’occasione che radunerà la famiglia intorno a un presepe vuoi antico e prezioso vuoi intarsiato nel legno da mani ruvide e piene di calli e graffi. Il Natale è un’emozione e nel lontano 1931, quando i fratelli de Filippo si apprestavano a debuttare con il celeberrimo Natale in casa Cupiello, un efferato fatto di sangue rovina l’atmosfera festosa e carica di speranza. In un elegante e luminoso appartamento del lungomare di Mergellina, nel quartiere Chiaia, un importante ufficiale della milizia portuaria Emanuele Garofalo viene ucciso a coltellate assieme alla moglie Costanza. Una famiglia per bene, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, un tassello importante nella gerarchia fascista tanto da far rientrare il doppio delitto nella schiera dei delitti eccellenti. Lasciano una bambina di pochi anni, Benedetta, ormai orfana e con solo come unico riferimento una zia suora. Al commissario  Luigi Alfredo Ricciardi  della squadra mobile di Napoli e al brigadiere Raffaele Maione l’ingrato compito di trovare il colpevole o i colpevoli secondo i rilevamenti del medico legale Modo che evidenzia che i tagli del coltello per angolazione e profondità sono stati fatti da due mani differenti. Anche “il fatto” non sembra fare troppa luce sui delitti: Guanti e cappello dice la signora Costanza, Io non devo niente, proprio niente dice Emanuele Garofalo. Poche parole, senza echi, senza implicazioni particolari. Subito i sospetti vengono quasi pilotati verso Antonio Lomunno, antico superiore del Garofalo ora caduto in disgrazia a causa di un’ infamante accusa di corruzione a seguito della quale ha trascorso mesi in carcere, ha perso la moglie suicida, è stato espulso dall’arma e ora vive in una catapecchia con i figli in uno dei vicoli più poveri e disperati della città. Ma i superiori e la morale fascista con ordini diretti da Roma vogliono una soluzione del caso senza clamore, possibilmente non implicando l’arma. Così i Boccia, famiglia di pescatori taglieggiati dal defunto appaiono il capro espiatorio ideale ma Ricciardi non è il tipo da mettere in carcere qualcuno tanto per chiudere un caso, vuole la verità e a sbloccarne nella sua mente la risoluzione basteranno un Gesù bambino caduto dalle mani della tata Rosa e un capitone sfuggito durante il mercato del pesce lungo la strada di Santa Brigida. Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi sotto le mentite spoglie del poliziesco storico, è un romanzo che racchiude un’anima e che commuove nel profondo tanto che è difficile staccarsi dalla lettura e una volta terminato chiuderne definitivamente le pagine. Ci sia affeziona ai personaggi, quasi come a degli amici cari che si vuole rincontrare al più presto e anche i personaggi meno simpatici racchiudono in sé una vividezza e una peculiarità da renderli facilmente distinguibili durante la narrazione, penso al personaggio di Livia o quella del vicequestore Garzo. Il commissario Ricciardi su tutti attira a sé le simpatie del lettore pur nella sua complessità e nell’ amarezza con cui affronta la vita. Vederlo conteso da due donne, una diversissima dall’altra, quando lui stesso è il primo a chiedersi se vuole davvero che l’amore entri nella sua vita, è una delle contraddizioni che costituiscono il suo personaggio, dolorosamente in bilico su un abisso di disperazione e infelicità, proprio per quel “fatto” oscuro e vissuto come una dannazione che lo rende così diverso dal resto delle persone. In questa indagine poi è soprattutto il personaggio di Maione ad emergere per umanità e delicatezza nel suo dibattersi tra vendetta e perdono aiutato dalla dolcezza e onestà di sua moglie il cui sguardo azzurro vigila con materna tenerezza come la Madonna di un presepe. Con poesia de Giovanni ci trasporta in un mondo vitale e pieno di delicati chiari scuri che danno il sapore della vita che scorre, quasi a ricordarci che dopo tutto sono i sentimenti l’unica cosa importante del resto se ne può fare benissimo a meno.

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