Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di La macchina dei corpi di Warren Ellis (Longanesi, 2013)

31 luglio 2013

macchinaStrano romanzo La macchina dei corpi (Gun Machine, 2013) di Warren Ellis, mi sono trovata durante la lettura a cambiare opinione diverse volte.
Da un lato la trama è di quelle interessanti, con un incipit di sicuro effetto. Ci troviamo infatti catapultati nella New York violenta e feroce che abbiamo imparato a conoscere in tanti film e telefilm polizieschi, alle prese con una chiamata al 911, centralino emergenze del NYPD. Mrs Stegman abitante in un fatiscente condominio in Pearl Street segnala che un tizio completamente nudo, in evidente stato di alterazione, staziona davanti alla porta del suo appartamento imbracciando un potente fucile.
Normale amministrazione a New York, dove se si avesse la opportunità di ascoltare la radio di qualsiasi auto di pattuglia se ne sentirebbero di cose strane, tanto da chiedersi perché ci sia ancora gente sana di mente che abbia voglia di viverci in quella città.
Dall’altro il protagonista, il detective John Tallow, non è di quelli carismatici o particolarmente affascinanti: troppo magro, quasi macilento, introverso, senza amici, senza una donna, vive solo in una casa sommersa da libri, dischi e dvd, che invadono anche la sua auto; in un ufficio è tollerato più che rispettato, spacca naso e faccia ad un barbone con una certa nonchalance, anche se si preoccupa che non gli diano fuoco.
I lati pro comunque sono diversi, innanzitutto i dialoghi taglienti tra il protagonista e i ragazzi della scientifica, estremi e borderline, tanto quanto lui se non di più. L’estrema precisione quando parla di armi, storia dei nativi americani, procedure di polizia del dipartimento di polizia di New York, ricca di particolari che sfuggono solo ad una lettura superficiale, e teniamo a mente che Warren Ellis è britannico, quindi la sua ricostruzione di New York e della vita americana è ancora più apprezzabile.
Manca il pathos di un thriller, questo sì, la caccia al serial killer schizofrenico chiamato il “cacciatore” è più un pretesto che la struttura portante dell’azione.
Originale e visionario invece il punto di vista di quest’ultimo e qui emerge tutta la professionalità e il mestiere di Warren Ellis sceneggiatore di comics di punta della Marvel, e autore di un thriller a fumetti da cui trassero il film RED, con Bruce Willis e Helen Mirren, oltre che di un pregevole romanzo di esordio come l’irriverente e sfrenato Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot.
Le scene in cui il cacciatore cammina per New York e due distorti piani temporali si sovrappongono facendo alternare come miraggi chimici le colline e le foreste dell’antica Mannahatta ai grattacieli e alle strade trafficate dell’odierna Manhattan sembrano uscite infatti più da un fumetto che da un romanzo poliziesco e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo libro.
Tornando alla trama John Tallow e il suo compagno di pattuglia James Rosato rispondono a quella fatidica chiamata del 911. Il tizio nudo, armato e incazzato spiega urlando di non aver gradito l’ingiunzione di sfratto che avvisava della vendita del condominio a una società immobiliare, invitandolo a trovare un’altra sistemazione con ben tre generosi mesi d’anticipo e mentre i due si qualificano come poliziotti a Rosato cede un ginocchio. È un attimo e il suo cervello viene spalmato sul muro da un colpo di fucile.
A John Tallow non resta che uccidere il pazzo e rimanere a guardare mentre i medici raschiano dalla parete il cervello del suo partner. Poi un poliziotto gli segnala un’anomalia. Nel suo giro di controllo degli appartamenti, per accertarsi che non ci siano feriti, si è imbattuto in un appartamento con un foro di fucile nel muro, apparentemente disabitato. Ma la cosa più insolita è la porta blindata che non cede ai tentativi di scasso. Tallow ordina di prendere un ariete e quello che scoprono all’interno dell’appartamento segnerà l’inizio dell’indagine più difficile e pericolosa della sua vita.

Warren Ellis, inglese, è autore di romanzi, di fumetti e graphic novel, fra i quali RED, da cui è stato tratto l’omonimo film con Bruce Willis e Helen Mirren, e Iron Man: Extremis (Marvel Comics), che ha ispirato il film Iron Man 3. Negli Stati Uniti, da La macchina dei corpi sarà tratta una serie televisiva. www.warrenellis.com

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013

Ellroy

In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 luglio 2013

karimVincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara,  questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Arab Jazz, già dal titolo (lo dice espressamente in una pagina fintamente citazionista) un omaggio neanche tanto velato a White Jazz di James Ellroy, potremmo definirlo un poliziesco esistenzialista, contaminato da sprazzi vividi e caldi di colore locale, multietnici suoni di un’ umanità variopinta e caratterizzata da usanze, culture, credi religiosi contrapposti e spesso stridenti. Arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, mille volti di un quartiere parigino dove convivono varie comunità che quasi si ignorano tra loro, chiuse nelle loro enclavi etniche, familiari, sociali e che fa da sfondo a una storia amara e crudele, che come ogni poliziesco inizia con un delitto.
Laura, giovane hostess dell’Air France, viene ritrovata cadavere nel suo appartamento, legata al balcone, lasciata a dissanguare dopo innumerevoli coltellate inferte con efferata violenza. La tavola apparecchiata per due, il coltello conficcato in un trancio di maiale. Una messinscena grottesca, apparentemente legata a qualche fanatismo religioso, di impurità e punizione.
Ad avvisare la polizia una telefonata anonima, ma anche Ahmed, il vicino del piano di sotto, vede piovere delle gocce di sangue sul suo balcone e alzando la testa vede i piedi della ragazza. Una ragazza che forse lo amava, ma lui questo amore non è mai riuscito a ricambiare chiuso nella sua depressione cronica e senza speranza. Per lei, solo un rituale che paradossalmente lo pone in una posizione delicata. Ha le chiavi di casa della ragazza, perché si era offerto di innaffiare le sue orchidee durante le sue lunghe trasferte. Solo lui era abbastanza ossessivo e fanatico per dare la giusta acqua a fiori così bizzarri e incontentabili.
La portinaia lo sa, e non mancherà di dirlo alla polizia, facendo di Ahmed il primo sospettato. Ma i due poliziotti incaricati dell’indagine fanno presto, vedendolo, a capire che lui non centra niente. Il suo sguardo è troppo dolce, fragile, la sua casa piena di romanzi polizieschi comprati un tanto al chilo da Paul, il librario armeno, che per lui ha sempre qualche raro volume da aggiungere ai suoi acquisti, non è la casa di un assassino. Jean il poliziotto bretone, figlio di comunisti e Rachel la rossa poliziotta ebrea lo capiscono subito, per istinto, per esperienza.
Ma Ahmed, sa che quei due strani poliziotti, non verranno mai a capo di quella storia, deve indagare lui, deve scoprire lui chi ha ucciso Laura, non può certo cambiare il passato, vivere quell’ amore ormai irraggiungibile, ma può scoprire la verità. Glielo deve.
Ecco un accenno di trama, una breve traccia che ci porta nel cuore di questo romanzo, scritto al presente, in un susseguirsi di accelerazioni e cambi di prospettiva. Punti focali Ahmed, Rachel e Jean, in un’ alternanza di vie di fuga narrate da un narratore partecipe che analizza fatti e pensieri dei personaggi, e ci porta nel loro mondo, nel segreto labirinto che è la loro anima.
Vagamente joyciano il dormiveglia solitario di Rachel, mentre immagina di consumare un infuocato amplesso con Tony Leung, a questo servono i divi cinematografici considera quasi in un’ epifania catartica. Vagamente proustiano l’attaccamento di Jean verso il cibo, la bistecca sognata e condivisa con Rachel, le patatine ai gamberetti prese al ristorante cinese. Miské crea con eleganza uno stile insolitamente raffinato per un polar, letterariamente denso e per alcuni versi anche d’avanguardia. Una lettura interessante. Forse non per tutti, ma personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Karim Miskè è nato nel 1964 ad Abidjan da padre mauritano e madre francese. Cresciuto a Parigi, si è trasferito a Dakar per gli studi in giornalismo. È da più di vent’anni regista di documentari che vengno trasmessi su Arte, France 2 e Canal+. A partire dal 2010 pubblica numerosi articoli sul tema del razzismo e tiene un blog sul sito de «les inrockuptibles». Arab Jazz è il suo primo romanzo. Nel 2012 ha vinto il Grand prix de littérature policière.

:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di Innocenti di Cristina Fallarás (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2013

innocentiNoir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Innanzitutto la struttura narrativa stessa rende questo romanzo di non immediata comprensione. Si è parlato di stile destrutturato della trama e vorrei aggiungere, non so quanto coscientemente voluto dall’autrice o più che altro frutto del suo particolare modo di scrivere, (proprio per scelta di vocaboli e per costruzione delle frasi, e qui sicuramente centra anche il lavoro del traduttore), che tra l’altro ho apprezzato in maniera netta, più ancora se vogliamo di trama e personaggi.
Quando si scrive un romanzo poliziesco, con un detective implicato in un’indagine per quanto difficile e complessa, la chiarezza è forse un elemento essenziale, per sostenere anche una certa suspense e attesa di scoprire chi ha commesso il crimine, le sue motivazioni, e come questi fatti hanno influito sui personaggi principali o secondari direttamente o indirettamente collegati. L’autrice sembra prediligere una strada alternativa, labirintica, affascinante certo ma per alcuni tratti difficoltosa, fatta di una doppia indagine (svolta da un killer e dalla investigatrice privata), di pensieri e ricordi improvvisi a volte non nettamente comprensibili, che soprattutto non seguono sempre un ordine logico o cronologico, di suggestioni, di riflessioni, che a volte si interrompono come vicoli ciechi non portando ad alcuna conclusione. E il consiglio che la protagonista si da calma, Victoria, perché questa storia è appena iniziata. Vedrai che ogni parola pian piano acquisterà un senso, sembra un consiglio dato al lettore.
Le informazioni fondamentali sono immerse nel flusso narrativo in modo inatteso, e certo è divertente scoprirle ma a volte tocca tornare indietro e rileggere alcune pagine per capire quale fatto è occorso per portare le indagini in quella direzione o anche solo i fatti a quella svolta.
Faccio un esempio. All’inizio del romanzo la protagonista principale, l’investigatrice privata Victoria González si trova improvvisamente su una scena del crimine su invito della polizia; scopriremo solo che da tempo collabora con il commissario Toni Estella, con il quale ebbe una relazione clandestina. In un capitolo successivo il suo assistente Jesus accenna che qualcuno ha dato una somma (30.000 euro, lo sapremo a pagina 84) per portare avanti questa indagine, (sapremo solo molto dopo chi è stato) trovare due bambine scomparse, Andrea e Josefa Rebollo Sanchez de Andrade, e sospetta che sia stata la polizia stessa a dare questi soldi brancolando nel buio e quasi vergognandosi di chiedere aiuto a un investigatore privato per giunta donna e incinta.
Il tutto lo si ricostruisce, da schegge, frammenti, accenni, aggiungendo anche le informazioni legate appunto al killer Genaro che si occuperà del caso pagato dalla madre naturale delle due bambine, la rossa, facendone poi una vendetta personale. Due filoni narrativi paralleli che bisogna intrecciare e mediare per seguire la trama. Ecco, l’autrice non sceglie una narrazione piana, immediata, opta invece per una narrazione frammentata, ambigua, che se vogliamo è nello stesso tempo il suo punto di forza e di debolezza.
Per quanto riguarda i temi trattati, come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga, di per sé forti e disturbanti, temi che avrebbero di per sé potuto assumere una connotazione di denuncia, di analisi sociologica appunto da noir sociale, invece spiazzano, toccando vertici di disagio nella descrizione semiseria dei modi per uccidere piccoli animali, pratica con cui la protagonista sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione. Capitoletti che ad essere sincera io, per gusto personale, avrei evitato e che apparentemente non arricchiscono o spiegano alcunché. Ma è un noir, infondo queste coloriture sadiche e patologiche, possono avere una funzione, e lungi da valutazioni moralistiche o educative, forse possono in realtà, paradossalmente per contrasto, stigmatizzare comportamenti che molto probabilmente l’autrice fortemente deplora, tanto da inserirli nel suo romanzo. Sarebbe interessante chiedere se è vero a Cristina Fallarás.
Oltre alla scrittura davvero particolare, che ripeto è davvero il punto di forza di questo romanzo, è la città di Barcellona a emergere stagliata tra cielo e mare, diversa dalla solare e conosciuta città turistica, ricca di storia, arte e bellezza. Le pagine più belle sono dedicate a questa città, con le sue contraddizioni, i suoi locali dark, i suoi caseggiati formicaio abitazioni dei poveri e i vicoli malfamati, abitati da una folla multietnica e vitale a cui si aggiungono agli immigrati, drogati, spacciatori, musicisti, punk, motociclisti, prostitute, travestiti, barboni in compagnia dei loro cani, e poi i castagni rachitici, le palme da datteri, i platani di giardini che hanno l’ambizione di essere signorili, ma che finiscono col diventare solo un’ ostentazione esotica, o le zone dormitorio per operai non industrializzate che si trovano appena fuori città, sopra l’autostrada, in direzione della zona più grigia dell’area metropolitana. Barcellona: metropoli in miniatura, tegame per uno stufato di turisti senza patè.
In Spagna un romanzo di notevole successo, vincitore di numerosi premi tra cui l’El Hammett, per il romanzo poliziesco spagnolo dato nel corso del festival Semana Negra de Gijón, da non confondere con lo statunitense Hammett Prize. Molto particolare, ma da leggere sicuramente se amate il noir.

Cristina Fallarás (Zaragoza, 1968), giornalista e scrittrice, vive a Barcellona. Ha lavorato per numerosi giornali, radio e tv, tra cui “El Mundo”, “El Periódico de Catalunya”, “ADN”, Cadena Ser, RNE, Antena 3 Televisión e Cuatro Televisión, e gestisce il sito web letterario Sigueleyendo. In Spagna, Innocenti è stato accolto con grande favore da pubblico e critica e ha vinto numerosi premi, tra i quali il Premio Internacional de Novela Negra L’H Confidencial nel 2011. Inoltre, nel 2012, Cristina è stata la prima donna ad aver mai ottenuto il premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo.

:: Recensione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2013

lee childChi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.

:: Recensione di La ragazza dei cocktail di James M. Cain (Isbn, 2013) a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni

14 Maggio 2013

9788876384417gCome la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Vi avvicinereste al testo con il cinismo del lettore smaliziato che ha assistito a troppe operazioni di “ripescaggio”, o vi dedichereste alla lettura, grati all’editore per la grande opportunità?
Ok, in certi casi l’eventualità è piuttosto remota; sopratutto se l’autore in questione è morto da trentacinque anni (trentasei, a voler essere pignoli), e ancora di più se ha scritto una ventina di romanzi hardboiled considerati -e non a torto- essenziali per gli sviluppi successivi del genere poliziesco, del noir, del pulp e di tutte le loro impalpabili varianti postmoderne.
Se poi l’autore ha fornito soggetti a film indimenticabili e -giustamente- indimenticati come La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Ossessione ecc., l’eventualità si fa veramente remota.
Remota, certo, ma non nulla.
E così capita di approdare in libreria e trovarsi di fronte un inedito di James M. Cain. Proposto da Isbn. E siccome non si vuole fare la figura dei cretini, si procede al contrario, cominciando a informarsi sulla storia del testo: Com’è che un romanzo come La ragazza dei cocktail salta fuori solo nel 2012?
E si scopre, (merito della postfazione di Charles Ardai, consultata di straforo per non attirarsi le ire del libraio) che in effetti si tratta di un romanzo incompiuto. Che nella corrispondenza tra l’ottantatreenne James M. Cain e il suo agente dell’epoca ci sono vari accenni al manoscritto de La ragazza dei cocktail. Che poco prima di morire l’autore ne ha parlato con un intervistatore. E che la versione data alle stampe è frutto di un minuzioso lavoro di editing condotto dallo stesso Charles Ardai che firma la postfazione.
Charles Ardai; uno che, vi sembra di ricordare, è scrittore (anche se non l’avete letto), e fondatore di “Hard Case Crime” (http://www.hardcasecrime.com/), casa editrice che ha fatto dell’hardobiled (“dai capolavori perduti del noir ai romanzi dei migliori autori contemporanei”; il tutto in edizioni tascabili, super economiche e corredate da copertine originali dall’irresistibile sapore vintage) una vera e propria ragione di vita.
Insomma, date le premesse, il finale è scontato: vi portate a casa il libro di Cain, staccate il telefono, posticipate tutte le scadenze, vi date malati e cominciate la lettura.
E i sospetti iniziali (quei pochi residui) si dissipano presto, anzi, subito, fin dalle prime righe:
“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.
Vi trovate rituffati nel solito universo di James Cain; certo, l’incipit non è esattamente di quelli classici: la traduzione non è d’epoca e si vede, e, nostalgia a parte (ma è lecito, poi, essere nostalgici di costruzioni traballanti e scelte stilistiche spesso discutibili?), si vede anche che Rossari (autore di un paio di romanzi tutti suoi e traduttore, tra gli altri, di Twain, Bennett, Beniof, Thompson, Everett, Sinclair, Stein, Portis e Fry) è un vero professionista; sì, perché, pur dichiarando che “tradurre uno scrittore semplice è difficile”, riesce a “svecchiare” (termine che racchiude in se’, e anzi occulta, tutto il rischio dell’operazione, qui perfettamente riuscita) i polverosi modi dell’harboiled in traduzione,  rapportandosi “criticamente” con i classici e correggendo alcune storture traduttive, ma senza tradirne lo spirito e senza rinunciare a una sintassi vagamente demodé e al lessico d’epoca (da segnalare, su tutto, i meravigliosi dialoghi).
Confortati dall’avvio, ci si tuffa nel romanzo.
Hyattsville, Maryland, anni ’60. La giovane e avvenente Joan Medford ha appena perso il marito (in circostanze piuttosto misteriose, o almeno così la pensa l’agente Church, uno dei due detective incaricati di indagare sul caso) e se la passa così male da essere costretta ad affidare il figlio neonato Tad alle cure dell’insopportabile Ethel (sorella del defunto Ron Medford) e cercarsi un lavoro. Vedova di un alcolizzato, per ironia della sorte si ritrova a servire cocktail in un bar, il “Garden of Roses”. Qui, conosce Earl K. White, attempato ma facoltoso spasimante al quale, dopo lunghe riflessioni, decide di concedere la mano: Earl non sarà il massimo ma sembra gentile; e poi bisogna pensare a Tad…
Ed è a questo punto che la situazione precipita: la protagonista si ritrova nuovamente al centro di un’indagine per omicidio, e stavolta l’agente Church pare pronto a tutto per inchiodarla…
Se da un punto di vista tematico La ragazza dei cocktail può sembrare un romanzo tipico (vi si ritrova l’intero campionario dei topoi cari all’autore de La morte paga doppio, dalla donna fatale all’uomo in balia del suo fascino, dalla morte incombente al senso di ambiguità morale che è alla base della reazione ambivalente -voyeurismo e riprovazione- manifestata dal pubblico d’epoca), è nelle scelte narrative che l’opera rivela tutta la sua originalità: non è la prima volta che Cain pone al centro della narrazione un personaggio femminile (Mildred Pierce), e tutt’altro che inedito è l’uso della prima persona (Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Serenata ecc.). Ma è la prima volta che le due circostanze convivono. Sì, perché ne La ragazza dei cocktail, è proprio Joan a raccontarsi, e anzi ad affidare la sua vita ad un nastro, nel tentativo di fugare anche gli ultimi sospetti di colpevolezza. Ma la sua operazione è fallimentare; non convince, o non del tutto.
Il ruolo delle donne nei romanzi di Cain è ben noto; e poi Joan Medford non è né Chambers né Huff: se questi sono essenzialmente (anti)eroi attinti alla fonte esistenzialista, uomini incatenati a una sorte tragica (avente per agente la femme fatale di turno), la “ragazza dei cocktail” è un personaggio libero che, dopo aver agito (non si sa bene in che modo, visto che mancano i testimoni) secondo arbitrio, fa di tutto per presentarsi come vittima del “caso” (il che è di per sé sospetto). Come tutti i lettori dei “vecchi” noir sanno, caso e destino sono due entità opposte: il primo è incidentale, il secondo è necessario. Non c’è spazio per il caso nel noir; e poi qui la quantità di circostanze presentate come “accidentali” è tale da minare alla base la credibilità dell’intera testimonianza.
E così, grazie a un “semplice” stratagemma narrativo, Cain riesce a instillare il dubbio nel lettore, trasformando un romanzo “tipico” in una geniale, inattesa e coinvolgente costruzione sul tema dell’attendibilità.
Dimenticavo: nel caso foste ancora lì a chiedervi chi sia il Tom menzionato nell’incipit… be’, non vi resta che leggere il romanzo. Traduzione di Marco Rossari.

James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volteLa morte paga doppio Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.

:: Recensione di Paura nella notte, di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 Maggio 2013

hansenPaura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Piaga sociale che l’autore descrive con asprezza e precisione in tutto il suo potenziale destabilizzante di incertezza sociale e desolazione, non ignorando tuttavia coloro che si adoperarono per migliorare le condizioni di vita della popolazione, (è infatti descritto per esempio il picnic organizzato dal reverendo Luther Prentice e il suo tentativo di mettere pace e di offrire un pasto a gente che difficilmente mette d’accordo il pranzo con la cena).
Questa volta l’investigatore assicurativo della Pinnacle Assicurazioni Dave Brandstetter e il suo compagno Cecil Harris si trovano a indagare sulla morte di un camionista, Paul Myers, morto in uno strano incidente, apparentemente andando fuori strada una notte a una curva del Torcido Canyon, (in realtà qualcuno ha messo un congegno esplosivo sotto il camion provocandone l’esplosione). Compito di Brandstetter è scoprire se la moglie Angela Myers è in qualche modo implicata in questa morte, essendo la beneficiaria di una cospicua assicurazione di centomila dollari sulla vita del marito, o se l’assicurato ha mentito, trasportando per esempio carichi pericolosi, condizioni che permetterebbero all’Assicurazione di non versare l’importo stabilito.
Per la polizia non c’è nemmeno bisogno di indagare, il tenente Salazar, della squadra omicidi, è convinto che l’unico ad avere una ragione per volere il camionista morto è un certo Silencio Ruiz, un teppista di strada, che Paul contribuì a far condannare testimoniando per una rapina e che in Tribunale gridò al mondo la sua intenzione di vendicarsi una volta uscito di prigione. Ma Brandstetter non è affatto convinto. Di persone con un movente ce n’è più d’una, come per esempio Bruce Kilgore amante della Myers, o una misteriosa “Duchessa” implicata sicuramente in un traffico illegale di rifiuti tossici. E perché De Witt Gifford, bizzarro ed eccentrico vecchietto, proprietario di una specie di castello con tanto di torrette, ha pagato la cauzione e l’avvocato di Silencio Ruiz? Brandstetter nella sua ricerca della verità dovrà fare i conti con tutte queste piste e alla fine si troverà a considerare che la natura umana è piuttosto prevedibile e mossa non sempre solo dalla sete di denaro.
Ecco in breve la trama di Paura nella notte, romanzo che conferma le abilità narrative di Hansen, capace di tratteggiare efficaci affreschi sociali, colorire la narrazione con dialoghi pieni di spirito e di intelligenza, parlare d’amore con tenerezza e sensibilità, anche solo descrivendo una carezza, come quella che Brandstetter da a Cecil. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, nessuna esibizione sopra le righe che possa cadere nel grottesco anche quando da vita al personaggio di De Witt Gifford, e sarebbe bastato veramente poco a trasformarlo in una caricatura o in una macchietta.
Hansen ha una pacatezza e un senso della misura che gli consentono, con naturalezza ed eleganza, di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi con pochi tratti, quasi in uno schizzo narrativo, che se si osserva con attenzione ha nell’essenzialità la sua dote maggiore. La trama investigativa è come al solito robusta e unisce sprazzi di slancio ambientalista ad una calibrata esposizione dei fatti.
I problemi sociali della periferia di Los Angeles –  disoccupazione, povertà, violenza, crimine più o meno organizzato- emergono sullo sfondo come riflesso di una società malata e ingiusta e proprio il senso di giustizia tormenta il protagonista. E’ più giusto scoprire la verità o essere mossi dalla compassione e dalla generosità?
Traduzione di Franco Salvatorelli. Illustrazione di copertina di Onze.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2013

Hannah-Non è come pensiNon è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.

Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.

:: Recensione di Il libraio di Parigi di Mark Pryor (Time Crime, 2013)

15 aprile 2013
il libraio di parigi

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Il libraio di Parigi (The Bookseller, 2012) esordio del texano Mark Pryor, edito da Time Crime e tradotto da Tommaso Tocci, è una piacevole sorpresa che sono certa apprezzerete quanto ho apprezzato io. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima, uscirà in libreria il 18 aprile, e so per certo che l’intervista che farò all’autore è la prima che concede all’estero, per cui mi sento un po’ come quei talent scout che scovano bei libri, quasi per caso.
Già leggendo la trama avevo capito che era uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere: innanzitutto è ambientato a Parigi, una Parigi un po’ deformata dalla fantasia dell’autore, che si premura di dirci delle libertà che si è preso riguardo alla Storia e alla geografia dei luoghi, una Parigi vista con gli occhi di uno straniero, il protagonista è un americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, ma pur sempre una città ricca di atmosfera, di caffè tipici, di ristoranti galleggianti sulla Senna, di bouquiniste con le loro bancarelle di libri preziosi.
Poi una sottotrama del libro ci riporta alla Seconda Guerra Mondiale, alla caccia data ai Nazisti e ai collaborazionisti nella Francia del dopoguerra. Il protagonista, Hugo Marston, una sorta di Cary Grant con gli stivali da cowboy, seppure smaccatamente americano, è decisamente simpatico, onesto, coraggioso, un po’ sbruffone ma mai quanto l’amico Tom Green, agente della Cia obeso e sboccato, sempre tentato di risolvere le cose piuttosto radicalmente, che l’aiuterà nell’indagine.
Poi siamo a Parigi, volete che non ci sia una storia d’amore con una bella parigina? E soprattutto come tutti i bibliofili più accaniti non potevo non essere affascinata del fatto che si parli di libri, di prime edizioni che possono valere 500.000 Euro trovate quasi per caso e comprate per cifre irrisorie dai bouquiniste, un’ istituzione a Parigi con tanto di sindacato e tradizioni, di libri che contengono segreti terribili rimasti sepolti per decenni, per cui si è disposti a tutto pur di ritrovarli, anche a rivolgersi senza volerlo a chi non è quello che sembra, a chi non ha remore di uccidere pur ti ottenere quello che vuole.
Tutto ha inizio una giornata di inverno nei pressi di una bancarella di libri a Pont Neuf. Hugo Marston capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti, e suo malgrado in vacanza, vaga lungo la Senna in cerca di un libro da regalare alla sua ex moglie Christine, che da poco l’ha lasciato, e  che forse vuole riconquistare. Arrivato alla bancarella del suo amico Max, un anziano bouquiniste un po’ bizzarro che conosce da anni, scova due libri interessanti: Une saison en enfer di Rimbaud con tanto di dedica a Paul Verlaine, e un Agatha Christie prima edizione. Sfoglia casualmente un Della guerra di Carl von Clausewitz, ma Max si affretta a metterlo via, dicendo che quello non è in vendita. Poi sotto i suoi occhi Max viene rapito.
Non ostante la sua testimonianza la polizia non è intenzionata a dare l’avvio all’inchiesta per la dichiarazione di alcuni che asseriscono che Max sia andato via di sua spontanea volontà. Hugo certo non ha intenzione di rimanere con le mani in mano e inizia una sua personale indagine alla ricerca del suo amico. Scoprirà di lui cose strane, che si chiama Max Koche, che la Cia ha un dossier su di lui, e che collaborò con Serge e Beate Klarsfeld, famigerati cacciatori di nazisti.
Sempre ostacolato dalla polizia, e dallo stesso ambasciatore Taylor che gli intima di non mettersi in mezzo in una storia di competenza dei francesi, troverà come alleati l’amico Tom, agente della Cia venuto a Parigi e stanco di essere stato messo a passare carte dopo una vita sul campo e la giornalista Claudia Roux, con la quale vivrà una storia d’amore e si scoprirà essere la figlia di un conte legato alla sparizione di Max. Quando altri bouquiniste vengono rapiti e ritrovati morti nella Senna, la polizia finalmente decide di intervenire e le indagini passano a Garcia, un poliziotto francese che sospetta del marcio all’interno della polizia. Quello che scopriranno grazie all’intuito di Hugo, e che di certo non vi anticipo, è un piano diabolico che spero nessun delinquente prenderà mai in seria considerazione.
A maggio in America uscirà la prossima avventura di Hugo Marston dal titolo The Crypt Thief e quello che posso ancora dirvi è che mi è venuta una voglia pazzesca di visitare Parigi. Buona lettura.

Mark Pryor è nato in Inghilterra, e lavora come assistente del procuratore distrettuale ad Austin in Texas. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Fanucci.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2013

ultima voltaL’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.