Strano romanzo La macchina dei corpi (Gun Machine, 2013) di Warren Ellis, mi sono trovata durante la lettura a cambiare opinione diverse volte.
Da un lato la trama è di quelle interessanti, con un incipit di sicuro effetto. Ci troviamo infatti catapultati nella New York violenta e feroce che abbiamo imparato a conoscere in tanti film e telefilm polizieschi, alle prese con una chiamata al 911, centralino emergenze del NYPD. Mrs Stegman abitante in un fatiscente condominio in Pearl Street segnala che un tizio completamente nudo, in evidente stato di alterazione, staziona davanti alla porta del suo appartamento imbracciando un potente fucile.
Normale amministrazione a New York, dove se si avesse la opportunità di ascoltare la radio di qualsiasi auto di pattuglia se ne sentirebbero di cose strane, tanto da chiedersi perché ci sia ancora gente sana di mente che abbia voglia di viverci in quella città.
Dall’altro il protagonista, il detective John Tallow, non è di quelli carismatici o particolarmente affascinanti: troppo magro, quasi macilento, introverso, senza amici, senza una donna, vive solo in una casa sommersa da libri, dischi e dvd, che invadono anche la sua auto; in un ufficio è tollerato più che rispettato, spacca naso e faccia ad un barbone con una certa nonchalance, anche se si preoccupa che non gli diano fuoco.
I lati pro comunque sono diversi, innanzitutto i dialoghi taglienti tra il protagonista e i ragazzi della scientifica, estremi e borderline, tanto quanto lui se non di più. L’estrema precisione quando parla di armi, storia dei nativi americani, procedure di polizia del dipartimento di polizia di New York, ricca di particolari che sfuggono solo ad una lettura superficiale, e teniamo a mente che Warren Ellis è britannico, quindi la sua ricostruzione di New York e della vita americana è ancora più apprezzabile.
Manca il pathos di un thriller, questo sì, la caccia al serial killer schizofrenico chiamato il “cacciatore” è più un pretesto che la struttura portante dell’azione.
Originale e visionario invece il punto di vista di quest’ultimo e qui emerge tutta la professionalità e il mestiere di Warren Ellis sceneggiatore di comics di punta della Marvel, e autore di un thriller a fumetti da cui trassero il film RED, con Bruce Willis e Helen Mirren, oltre che di un pregevole romanzo di esordio come l’irriverente e sfrenato Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot.
Le scene in cui il cacciatore cammina per New York e due distorti piani temporali si sovrappongono facendo alternare come miraggi chimici le colline e le foreste dell’antica Mannahatta ai grattacieli e alle strade trafficate dell’odierna Manhattan sembrano uscite infatti più da un fumetto che da un romanzo poliziesco e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo libro.
Tornando alla trama John Tallow e il suo compagno di pattuglia James Rosato rispondono a quella fatidica chiamata del 911. Il tizio nudo, armato e incazzato spiega urlando di non aver gradito l’ingiunzione di sfratto che avvisava della vendita del condominio a una società immobiliare, invitandolo a trovare un’altra sistemazione con ben tre generosi mesi d’anticipo e mentre i due si qualificano come poliziotti a Rosato cede un ginocchio. È un attimo e il suo cervello viene spalmato sul muro da un colpo di fucile.
A John Tallow non resta che uccidere il pazzo e rimanere a guardare mentre i medici raschiano dalla parete il cervello del suo partner. Poi un poliziotto gli segnala un’anomalia. Nel suo giro di controllo degli appartamenti, per accertarsi che non ci siano feriti, si è imbattuto in un appartamento con un foro di fucile nel muro, apparentemente disabitato. Ma la cosa più insolita è la porta blindata che non cede ai tentativi di scasso. Tallow ordina di prendere un ariete e quello che scoprono all’interno dell’appartamento segnerà l’inizio dell’indagine più difficile e pericolosa della sua vita.
Warren Ellis, inglese, è autore di romanzi, di fumetti e graphic novel, fra i quali RED, da cui è stato tratto l’omonimo film con Bruce Willis e Helen Mirren, e Iron Man: Extremis (Marvel Comics), che ha ispirato il film Iron Man 3. Negli Stati Uniti, da La macchina dei corpi sarà tratta una serie televisiva. www.warrenellis.com

Vincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara, questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Ancora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Noir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Chi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Come la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Paura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Quel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
Non è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.
L’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.
























