Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015
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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

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:: Fratello Kemal, Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2014) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2015
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Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.

Gli scrittori non dovrebbero mai morire.
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).
E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:

La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, distributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.

Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.

Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.

Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle mani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assumerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

Approfondimento: per saperne di più leggete questo interessante post

Jakob Arjouni a quattordici anni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone. Dopo la maturità, migra a Montpellier; mentre cerca di diventare scrittore, vende costumi da bagno e noccioline, finché Diogenes, eccellente editore tedesco, non decide di puntare su questo diciannovenne acqua e sapone. Jakob viene consacrato ‘enfant prodige’ dalla stampa: Happy birthday, turco! va in classifica e Doris Dörrie ne ricava un film di cassetta. Simpatico e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller.
I romanzi di Arjouni vengono tradotti in tutte le lingue; anche in uk e negli usa si fa a gara con i complimenti. Fratello Kemal è il quinto della serie di Kemal Kayankaya e l’ultimo libro di Jakob Arjouni, portato via a quarantanove anni da una morte prematura: ci lascia in quest’ultimo romanzo il suo senso della giustizia lontano da convenzioni e moralismi, la sua passione per la bellezza fuori da ogni retorica, il suo sguardo lucido e divertito sulla realtà. Memorabili il gioco delle parti alla Fiera del libro di Francoforte e il finale di gioiosa aspettativa della vita che verrà.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

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:: La scatola nera, Michael Connelly, (Piemme, 2015) a cura di Laura M.

16 luglio 2015
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Ci sono personaggi strabordanti, eccessivi, che non si accontentano del ruolo di protagonista, ma pervadono tutte le pagine di un romanzo attirando su di sé, e solo di sé, le luci dei riflettori.
Così è per Harry Bosch, (forse non c’è neanche bisogno di dirlo) personaggio seriale nato dalla penna del romanziere americano Michael Connelly.
Di Bosch sappiamo tutto, o quasi tutto. Il suo autore ci parla della sua vita privata (sofferta, complicata, fuori dagli schemi) come della sua vita professionale, con luci e ombre di una carriera che sta volgendo alla fine, con tutta la malinconia che questo comporta.
Presto Bosch andrà in pensione, o morirà a pochi passi dal raggiungerla (con Bosch tutto è possibile) e forse subentrerà sua figlia, con tutto l’onere e l’onore di una eredità così impegnativa. Già sappiamo di che pasta è fatta, già sappiamo di chi seguirà le orme.
Ma non ancora.
Dopo La caduta, pubblicato l’anno scorso, sempre con Piemme è appena uscito in libreria il sedicesimo volume della serie di Harry Bosch, (venticinquesimo romanzo in assoluto) La scatola nera, (The Black Box, 2012), tradotto questa volta dal duo affiatto di traduttori composto da Giuliana Traverso e Stefano Tettamanti.
Ed è un buon romanzo, per nulla appesantito dai difetti della serialità, capace di accontentare i vecchi fan che hanno seguito Connelly dall’inizio, come me. Che sono invecchiati con lui, in questi anni difficili.
Perchè Harry Bosch con la sua testardaggine, che rasenta la cocciutezza, la sua onestà fuori moda, il suo fascino stropicciato alla Clint Eastwood, il suo caratteraccio, se vogliamo, che non gli farà mai far carriera, ha saputo negli anni cambiare, addolcire alcuni tratti (specie nel rapporto con la figlia), rendere più spigolosi altri, ma non ha assunto una dimensione monolitica e statica. Come le persone, come i suoi lettori. La sua amerazza, la sua voglia di giustizia, il suo lottare contro un sistema se non corrotto, complice, è la stessa nostra, almeno del nostro noi stessi ideale, come vorremmo essere.
E Harry Bosch ha il coraggio di essere così, senza compromessi, senza debolezze. Arivando a rischiare di perdere tutto, fin anche la vita, per un ideale, per una corenza che difende senza cedimenti.
Ma non è un illuso, un perdente.
Lui vince, sempre.
Un po’ per fortuna, un po’ per quel guizzo in più fatto di intuito, coraggio e perchè no, sensibilità.
Ne La scatola nera, Harry si trova ad indagare su un caso irrisolto di vent’anni prima. Un omicidio avvenuto a Los Angeles nel 1992, al tempo dei disordini scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, un suo vecchio caso. In quella confuisone, la giovane reporter danese Anneke Jespersen venne trovata uccisa con un colpo di pistola fra gli occhi, come in un’ esecuzione, proprio dal tenente Bosch.
Il caso fu archiviato e solo vent’anni dopo Bosch può riprenderlo in mano, pensando che la reporter fosse stata uccisa perchè voleva fotografare qualcosa, accaduto durante i disordini. Ma indagando, scopre che c’è dell’altro, qualcosa che forse può gettare una nuova luce sul delitto. Qualcosa che lo tocca molto da vicino, anche lui segnato dall’esperienza della guerra, (in Vietnam, lui, in Irak, la giovane reporter).
Contro il volere dei suoi superiori, che vorrebbero desistesse dalle indagini, Bosch continua, e noi che lo conosciamo non possiamo dubitare che non sappia scoprire la verità e risolvere il caso.
Alla prossima Harry.

Michael Connelly, una delle più grandi star del thriller americano, Michael Connelly raggiunge sempre il primo posto nelle classifiche con ogni suo nuovo romanzo. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal primo romanzo pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. In seguito ha fatto la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di moltissimi suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Con Il poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. In anni più recenti Connelly ha ideato un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che svolge la sua attività nel sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, è stato anche ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature, a Roma. La scatola nera è il sedicesimo thriller che ha per protagonista Harry Bosch.

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:: Il ricercato, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2015

il-ricercato-674x1024Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma in fondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
E Karen Delfuenso è davvero nei guai quando Reacher la incontra all’inizio di Il ricercato (A Wanted Man, 2012) diciassettesimo romanzo della serie di Jack Reacher, scritto da Lee Child, pubblicato in Italia da Longanesi e sempre tradotto dall’ instancabile sua traduttrice ufficiale, la milanese Adria Tissoni. Anche se non così nei guai come le apparenze farebbero pensare, ma certo l’aiuto di Reacher le fa comodo e caso vuole che proprio lui si trovi sul ciglio della strada a fare l’autostop, una notte in una desolata contea del Nebraska, quando sfreccia e si ferma l’auto su cui anche Karen è a bordo.
Assieme a lei altri due uomini, tutti con indosso un’ anonima camicia di denim. Reacher ormai disperava di trovare un passaggio, e il naso rotto mal curato certo non aiuta, quando sale a bordo deciso ad arrivare in Virginia. In un primo tempo scambia i tre per colleghi in viaggio di lavoro ma qualcosa non torna. Il comportamento della donna soprattutto lo mette sul chi vive e quando lei riesce a comunicare utilizzando ingegnosamente il solo sbattere delle palpebre, Reacher capisce che è stata rapita e che i due uomini a bordo sono armati.
Vari posti di blocco gli danno la conferma che i due uomini sono ricercati dalla polizia. Ma non solo: FBI, CIA, Dipartimento di stato, tutte le forze disponibili sono impegnate in una caccia all’uomo senza esclusioni di colpi, perché c’è in ballo qualcosa di grosso. E quando Reacher durante una sosta in una stazione di servizio riesce a comunicare con l’FBI dandogli almeno le sue coordinate, l’indagine di Julia Sorenson, che indaga sulla morte di un uomo in una stazione di pompaggio, obbiettivo sensibile perché via per le falde acquifere della zona, prende la giusta direzione.
Un romanzo on the road dunque per Jack Reacher, pieno di sorprese, e repentini cambi di prospettiva. Un lungo inseguimento per le interminabili ‘highways’ americane, o meglio un viaggio nel paesaggio americano stesso, fatto di stazioni di servizio sperdute nel più assoluto nulla, motel, drive il tutto visto dagli occhi di un inglese ormai americano a tutti gli effetti.
E poi c’è Jack Reacher, eroe solitario ma dal cuore d’oro, con il suo fascino sgualcito, e stropicciato come le camicie da poco prezzo che indossa, pronto a riprendere la sua strada senza meta, finita un’avventura, che non ostante passino gli anni non perde il suo smalto.
Non ci si annoia poi leggendo i romanzi di Lee Child, questo è certo, l’azione non manca, come le false piste, gli improvvisi colpi di scena, le persone che non sono quello che sembrano e nascondono la loro vera identità cambiando pelle come i serpenti fanno alla muta. Solo Reacher resta sempre quello che è, punto fermo in storie sempre diverse che ormai si adeguano ai tempi proiettando lo spettro del terrorismo, del pericolo nascosto in casa propria.
Ah, dimenticavo: sapete dire un’ intera frase senza dire la lettera “a”? Il trucco c’è ma non sarò certo io a svelarvelo, lascio fare a Reacher.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Adria Tissoni Laureata presso la Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, Adria Tissoni si è inizialmente dedicata alla traduzione di testi medico-scientifici e all’insegnamento della lingua inglese a livello universitario.
Ormai da molti anni traduce narrativa contemporanea, in particolare thriller medici e d’azione, spaziando talvolta anche in altri generi quale quello storico. Tra gli autori da lei tradotti figurano James McBride, Tracy Letts, Lee Child, Tess Gerritsen e Mo Hayder.
Nata a Milano nel 1962, vive tra la sua città natale e le Dolomiti.

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

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:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: La caduta, Michael Connelly, (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 dicembre 2014
la caduta

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Che il mondo diventasse pure digitale, ma Bosch non ne voleva sapere. Aveva imparato a cavarsela con il cellulare e il computer portatile. Ascoltava la musica su un iPod e di tanto in tanto leggeva il giornale sull’ iPad di sua figlia. Ma quando si trattava di mettere assieme il fascicolo di un omicidio continuava a essere, e lo sarebbe sempre stato, un uomo che si affidava ai raccoglitori di plastica e ai documenti di carta. Un animale preistorico. E pazienza se il dipartimento ricorreva all’archiviazione digitale e nella nuova sede della polizia non c’era più spazio per gli scaffali nei quali infilare i pesanti falconi blu. Bosch era uno che credeva nella tradizione, soprattutto perché era convinto che i sistemi tradizionali facilitassero la cattura di un assassino.

E’ uscito un nuovo Connelly, e da buona connelliana doc non me lo sono lasciata scappare. Sì, certo Connelly non scrive più come all’inizio, sono finiti i tempi d’oro de Il Poeta, e bla bla. Ma chi se ne stropiccia il pizzo, questa è una storia con Hieronymus “Harry” Bosch per cui concedetemi un po’ di mood nostalgico e mettete un buon disco di jazz, rigorosamente in vinile, nel giradischi.
La caduta, (The Drop, 2011), quindicesimo police procedural edito in Italia della serie Bosch e 24esimo thriller in assoluto di Michael Connelly, come sempre esce per Piemme,(forse con un po’ di ritardo, sveglia siamo nel 2014) tradotto da Mariagiulia Castagnone. Mancano ancora all’appello The Black Box del 2012 e The Burning Room del 2014, sempre con il detective Bosch come protagonista, ma confidiamo di vederli tradotti il prossimo anno.
La caduta, già il titolo dovrebbe metterci sulla giusta strada, è un romanzo piuttosto melanconico e doloroso, più si avvicina alla pensione e più Bosch affronta con una patina di scoraggiata disperazione in più i giochi di potere all’interno del dipartimento, i tradimenti degli amici e colleghi, i lati oscuri delle donne di cui si innamora.
E questo suo essere eroe non ostante tutto, è certo una delle cose che ci piace di più di questo personaggio, un eroe certo a modo suo (pensate solo a come aggira leggi e regolamenti nella scena della perquisizione, per rincorrere la giustizia e la verità). Ma naturalmente sta invecchiando, la vista (per sparare) non è più quella di un tempo, anche l’intuito un po’ lo abbandona, non si accorge nella visione di un filmato di sorveglianza qualcosa che invece salta subito agli occhi di sua figlia, e diventa pure un po’ vendicativo con il collega Chu, che beh si il suo comportamento può essere visto come un tradimento e forse pure pregiudicare l’indagine, ma la sua reazione sa tanto di ritorsione.
Poi va beh, Bosch è Bosch.
Ma passiamo alle indagini: Bosch è ritornato all’ Unità Casi Irrisolti con il collega David Chu, e si trova ad indagare sulla morte di una diciannovenne dell’Ohio, Lily Price, giunta vent’anni prima a Los Angeles per studiare. Ma c’ è un particolare inspiegabile con cui devono fare i conti. Sulla ragazza viene riscontrata una goccia di sangue e dall’analisi del dna risalgono a un tale Clayton Pell, che rientra nel profilo dell’assassino (maniaco sessuale, trascorsi in prigione, etc…), se non fosse che all’epoca dei fatti aveva solo 8 anni. Come ci è arrivato il suo sangue sul corpo della ragazza? Chi è il vero assassino?
Mentre Bosch si interroga su tutto ciò un nuovo spinoso caso, affibiato direttamente dal capo della polizia gli piove addosso con tutte le sue odiose implicazioni. Il figlio del consigliere comunale Irvin Irving, ex vice capo della polizia, e nemico storico di Bosch, viene trovato morto sul marciapiede antistante il Chateau Marmont, uno degli alberghi più famosi di Hollywood. (Da uno dei suoi bungalow fu portato via il cadavere di Jim Belushi il 5 marzo del 1982). Suicidio o omicidio? E poi perché Irving, con tutti i loro trascorsi, vuole che proprio Bosch sia incaricato delle indagini? Possibile che si fidi solo di lui in tutto il dipartimento della Polizia di Los Angeles?
Come vedete gli interrogativi non sono pochi e Connelly non spreca tempo a farci scoprire le risposte con piccoli colpi di scena (il più inaspettato quando Bosch e Chu bussano alla porta del padre di un sospettato) posizionati al punto giusto. E oltre alle indagini, Bosch trova il tempo di innamorarsi, forse della donna sbagliata, di fare il padre, Maddy è senz’altro il personaggio che riserverà più sorprese. (Me la immagino subentrare al padre come poliziotta, magari aiutata da un pensionato Bosch ancora arzillo). Chiudo questa recensione accennando alla serie tv dedicata a Bosch, che dovrebbe uscire nel 2015 con Titus Welliver come protagonista, già sono stati fatti i pilot, e segnalandovi una curiosità, ricordate Connelly giocare a poker nella serie Castle?, beh Maddy naturalmente guarda questo telefilm, lo scoprirete nelle pagine. Buona lettura.

Michael Connelly Negli Stati Uniti è una star, tanto che il «New York Times» gli tributa sempre il massimo degli onori, con il primo posto in classifica per ogni suo nuovo thriller. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal suo primo libro, La memoria del topo, in cui fa la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti dei suoi romanzi, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Da Debito di sangue è stato tratto il film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Con Il Poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. Avvocato di difesa e La lista invece ruotano intorno a un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che nel film The Lincoln Lawyer ha il volto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, nel 2010 Connelly è stato ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature che si tiene a Roma.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La verità non basta, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2014

la-verità-non-bastaLa vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Che dire non ostante gli anni passino e le avventure si succedano ad avventure, il personaggio non perde di smalto né l’autore denota segni di affaticamento e questa è senz’altro una cosa singolare e un’ottima notizia per tutti i lettori che negli anni hanno seguito le avventure dell’ultimo eroe americano, Jack Reacher (non so voi ma io più che in Tom Cruise, lo vedrei bene interpretato da Max Martini, quello di The Unit).
Forse leggendo le avventure precedenti, molti lettori si sono chiesti cosa era potuto succedere per spingere un uomo come Reacher a lasciare l’esercito in un congedo forzato, e a dire il vero abbandonare tutto, per vagabondare tra autobus e autostop, in giro per l’America cacciandosi inevitabilmente in guai più grandi di lui, ma dai quali sempre elegantemente, (beh a volte non proprio elegantemente) si tira fuori. Innanzitutto il suo istinto investigativo, il suo addestramento militare, il suo senso di giustizia non sono scemati col tempo, ma qualcosa successe, qualcosa di grave che in un certo senso lo deluse, e forse uccise parte dei suoi ideali, senz’altro la certezza che le leggi militari non sempre coincidono perfettamente con la giustizia. E per Reacher giustizia e libertà sono valori insindacabili, più forti del senso di appartenenza a un corpo o a una comunità.
Nel marzo del 1997, nel cuore profondo del sud degli Stati Uniti, una sperduta cittadina del Mississippi di nome Carter Crossing, accanto a una ferrovia e a una base militare,  il nostro eroe si trovò tra i piedi un senatore degli Stati Uniti d’America e una scelta. Nessuno di noi dubita che fece la scelta giusta, per lo meno l’unica possibile, per salvare parte dei suoi ideali, parte di cosa l’esercito significava per lui, dando un calcio a compromessi, carriera, e insabbiamenti.
Perché è in realtà un insabbiamento quello che i suoi superiori vogliono da lui, quando lo spediscono sotto copertura a Carter Crossing ad indagare, o meglio a nascondere le prove di un delitto. Infatti la prima cosa che gli chiedono e di distruggere prove, (la targa di un’auto polverizzata da un treno in corsa) cosa che in un certo senso lo mette subito sul chi vive. Non è lì per trovare la verità, ma per parare il culo a qualcuno, qualcuno della base militare, probabilmente. O forse no, o forse tutte le prove, (si scopriranno altre morti, un po’ di qualche mese prima un po’ fresche fresche intorno al perimetro della base) portano dritto dritto verso una sua nuova conoscenza, Elisabeth Deveraux, sceriffo della sperduta cittadina, ex marine, e donna affascinante con la quale vive una breve relazione.
A parte la parte puramente investigativa, se vogliamo gialla, resta uno spaccato dell’America fine anni 90, pre 11 settembre, pre Obama, un America rurale, attraversata nella notte da treni ad alta velocità, fatta di cittadine intorno alle basi militari con i suoi spacci, i suoi ristoranti dove si serve cheesburger e torte di pesche oltre a litri di caffè, i suoi pub, con la sua povertà, i suoi cantieri abbandonati, i suoi boschi, le sue truppe di mercenari improvvisati, fatta di giovani che vedono nell’arruolarsi nell’esercito o nei marine, l’unica forma di riscatto, se non di mera sussistenza, di pregiudizi razziali, di faide scatenate da futili motivi (e Reacher se ne troverà proprio in mezzo a una).
Insomma è sempre un piacere leggere Lee Child, sempre un piacere ritrovare Jack Reacher al suo posto di eroe fuori dagli schemi, per alcuni versi eccezionale, per altri specchio di una normalità o per lo meno quotidianità con l’etica e la coscienza che dovrebbe essere di tutti. Che sia un inglese a parlarci così dell’America è singolare, ma forse chi meglio di un osservatore esterno può vedere cose che ad un americano potrebbero sfuggire, nascoste sullo sfondo monotono della realtà. Segnalo solo una manciata di refusi, non invasiva, ma senz’altro evitabile.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

:: La pipa di Maigret e altri racconti, Georges Simenon, (Adelphi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2014
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Tre racconti compongono la raccolta La pipa di Maigret e altri racconti di Georges Simenon: La pipa di Maigret, La testimonianza del chierichetto e Maigret e l’ispettore Scorbutico.
Tradotti da Marina Di Leo, e pubblicati da Adelphi, nella collana dedicata al celebre commissario al n° 466 e curata da Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono parte dei ventotto racconti che lo scrittore belga ha scritto negli anni con protagonista il celeberrimo commissario Maigret, (oltre ai settanticinque romanzi).
Non è certo mia intenzione volere stabilire se siano migliori i racconti o i romanzi, quello che è certo è che molti spunti degli uni hanno contaminato gli altri, cosa del tutto naturale, se pensiamo alla mole di pagine scritte. Pensiamo solo a come inizia il racconto La pipa di Maigret, (titolo originale La pipe de Maigret), scritto nel giugno del 1945, alcuni anni dopo il romanzo Un’ ombra su Maigret (titolo originale Cecile est mort), finito nell’ottobre del 1942.
Stesso spunto narrativo per entrambi, una denuncia per aver trovato mobili spostati in casa, segno evidente della presenza nella notte di uno sconosciuto. Un fatto reale, quasi scontato, che crea subito la giusta atmosfera di ansia e insicurezza. Simenon è maestro nel creare con pochi tratti quella particolare tensione psicologica che porta il lettore a provare un senso di compartecipazione e tensione. Stesso meccanismo infallibile che è sempre presente in varie sfumature in tutti i suoi racconti e romanzi.
Ne La pipa di Maigret, (pubblicato per la prima volta nel volume Maigret se fâche (1947), edito da Presses de la Cité) un altro pretesto che Simenon usa con divertita e bonaria ironia e la scomparsa della pipa preferita del commissariato, oggetto quasi iconico che definisce irrevocabilmente il personaggio. Ricostruendo a ritroso la sua mattina al Quai des Orfèvres, riporta alla memoria la denuncia di una vedova, la signora Leroy che con il figlio gli aveva raccontatati una strana e poco rilevante storia di effrazioni notturne. Poi il figlio della vedova scompare e l’indagine prende forma fino a risalire ad un’ inattesa soluzione. Maigret ritroverà la sua pipa? Non c’è manco da chiederselo, dopo tutto l’acume del commissario è infallibile e non scopre solo eclatanti delitti, ma molto spesso si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni.
Il secondo racconto La testimonianza del chierichetto (titolo originale, Le témoignage de l’enfant de chœur) scritto nel 1946 e pubblicato per la prima volta un anno dopo nella raccolta Maigret et l’inspecteur malchanceux, da Presses de la Cité, è forse uno dei suoi più belli, certamente il più commosso, specie quando Simenon si avvicina all’infanzia. Per alcuni versi autobiografico, anche Simenon da bambino fece il chierichetto, come probabilmente la maggior parte dei ragazzini cattolici belgi, racchiude un mistero che sarebbe piaciuto a Hitchcock un delitto di cui solo il bambino è testimone per aver visto il cadavere (e forse l’assassino) e a cui nessuno sembra credere, tranne naturalmente il nostro commissario, più sensibile alla verità chiusa nelle persone che agli apparenti fatti oggettivi. Un altro racconto della provincia, umida, grigia, per alcuni versi triste, ma tratteggiata con un affetto scevro di sentimentalismi o ostentazione. Come sempre è l’essenziale che interessa a Simenon, più scarno di un André Héléna, ma non certo meno efficace.
Terzo e ultimo racconto della raccolta, Maigret e l’ispettore Scorbutico (titolo originale Maigret et l’inspecteur malgracieux) scritto in Canada nel maggio 1946 e pubblicato per la prima volta nel 1947 presso le edizioni Presses de la Cité, (primo della omonima già citata raccolta che comprendeva anche altri tre racconti: Le client le plus obstiné du monde, On ne tue pas les pauvres types e Le témoignage de l’enfant de chœur). Qui troviamo, in una Parigi sotto la pioggia, un apparente suicidio e come sempre il tema della discrepanza tra apparenza e realtà, e grande attenzione psicologica per l’ispettore Lognon, uno dei tanti umiliati e offesi della vita, a cui Maigret con ruvida generosità regala, senza farsene accorgere, il merito non suo di aver risolto il caso.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

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