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:: Il ricercato, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2015

il-ricercato-674x1024Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma in fondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
E Karen Delfuenso è davvero nei guai quando Reacher la incontra all’inizio di Il ricercato (A Wanted Man, 2012) diciassettesimo romanzo della serie di Jack Reacher, scritto da Lee Child, pubblicato in Italia da Longanesi e sempre tradotto dall’ instancabile sua traduttrice ufficiale, la milanese Adria Tissoni. Anche se non così nei guai come le apparenze farebbero pensare, ma certo l’aiuto di Reacher le fa comodo e caso vuole che proprio lui si trovi sul ciglio della strada a fare l’autostop, una notte in una desolata contea del Nebraska, quando sfreccia e si ferma l’auto su cui anche Karen è a bordo.
Assieme a lei altri due uomini, tutti con indosso un’ anonima camicia di denim. Reacher ormai disperava di trovare un passaggio, e il naso rotto mal curato certo non aiuta, quando sale a bordo deciso ad arrivare in Virginia. In un primo tempo scambia i tre per colleghi in viaggio di lavoro ma qualcosa non torna. Il comportamento della donna soprattutto lo mette sul chi vive e quando lei riesce a comunicare utilizzando ingegnosamente il solo sbattere delle palpebre, Reacher capisce che è stata rapita e che i due uomini a bordo sono armati.
Vari posti di blocco gli danno la conferma che i due uomini sono ricercati dalla polizia. Ma non solo: FBI, CIA, Dipartimento di stato, tutte le forze disponibili sono impegnate in una caccia all’uomo senza esclusioni di colpi, perché c’è in ballo qualcosa di grosso. E quando Reacher durante una sosta in una stazione di servizio riesce a comunicare con l’FBI dandogli almeno le sue coordinate, l’indagine di Julia Sorenson, che indaga sulla morte di un uomo in una stazione di pompaggio, obbiettivo sensibile perché via per le falde acquifere della zona, prende la giusta direzione.
Un romanzo on the road dunque per Jack Reacher, pieno di sorprese, e repentini cambi di prospettiva. Un lungo inseguimento per le interminabili ‘highways’ americane, o meglio un viaggio nel paesaggio americano stesso, fatto di stazioni di servizio sperdute nel più assoluto nulla, motel, drive il tutto visto dagli occhi di un inglese ormai americano a tutti gli effetti.
E poi c’è Jack Reacher, eroe solitario ma dal cuore d’oro, con il suo fascino sgualcito, e stropicciato come le camicie da poco prezzo che indossa, pronto a riprendere la sua strada senza meta, finita un’avventura, che non ostante passino gli anni non perde il suo smalto.
Non ci si annoia poi leggendo i romanzi di Lee Child, questo è certo, l’azione non manca, come le false piste, gli improvvisi colpi di scena, le persone che non sono quello che sembrano e nascondono la loro vera identità cambiando pelle come i serpenti fanno alla muta. Solo Reacher resta sempre quello che è, punto fermo in storie sempre diverse che ormai si adeguano ai tempi proiettando lo spettro del terrorismo, del pericolo nascosto in casa propria.
Ah, dimenticavo: sapete dire un’ intera frase senza dire la lettera “a”? Il trucco c’è ma non sarò certo io a svelarvelo, lascio fare a Reacher.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Adria Tissoni Laureata presso la Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, Adria Tissoni si è inizialmente dedicata alla traduzione di testi medico-scientifici e all’insegnamento della lingua inglese a livello universitario.
Ormai da molti anni traduce narrativa contemporanea, in particolare thriller medici e d’azione, spaziando talvolta anche in altri generi quale quello storico. Tra gli autori da lei tradotti figurano James McBride, Tracy Letts, Lee Child, Tess Gerritsen e Mo Hayder.
Nata a Milano nel 1962, vive tra la sua città natale e le Dolomiti.

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: La caduta, Michael Connelly, (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 dicembre 2014
la caduta

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Che il mondo diventasse pure digitale, ma Bosch non ne voleva sapere. Aveva imparato a cavarsela con il cellulare e il computer portatile. Ascoltava la musica su un iPod e di tanto in tanto leggeva il giornale sull’ iPad di sua figlia. Ma quando si trattava di mettere assieme il fascicolo di un omicidio continuava a essere, e lo sarebbe sempre stato, un uomo che si affidava ai raccoglitori di plastica e ai documenti di carta. Un animale preistorico. E pazienza se il dipartimento ricorreva all’archiviazione digitale e nella nuova sede della polizia non c’era più spazio per gli scaffali nei quali infilare i pesanti falconi blu. Bosch era uno che credeva nella tradizione, soprattutto perché era convinto che i sistemi tradizionali facilitassero la cattura di un assassino.

E’ uscito un nuovo Connelly, e da buona connelliana doc non me lo sono lasciata scappare. Sì, certo Connelly non scrive più come all’inizio, sono finiti i tempi d’oro de Il Poeta, e bla bla. Ma chi se ne stropiccia il pizzo, questa è una storia con Hieronymus “Harry” Bosch per cui concedetemi un po’ di mood nostalgico e mettete un buon disco di jazz, rigorosamente in vinile, nel giradischi.
La caduta, (The Drop, 2011), quindicesimo police procedural edito in Italia della serie Bosch e 24esimo thriller in assoluto di Michael Connelly, come sempre esce per Piemme,(forse con un po’ di ritardo, sveglia siamo nel 2014) tradotto da Mariagiulia Castagnone. Mancano ancora all’appello The Black Box del 2012 e The Burning Room del 2014, sempre con il detective Bosch come protagonista, ma confidiamo di vederli tradotti il prossimo anno.
La caduta, già il titolo dovrebbe metterci sulla giusta strada, è un romanzo piuttosto melanconico e doloroso, più si avvicina alla pensione e più Bosch affronta con una patina di scoraggiata disperazione in più i giochi di potere all’interno del dipartimento, i tradimenti degli amici e colleghi, i lati oscuri delle donne di cui si innamora.
E questo suo essere eroe non ostante tutto, è certo una delle cose che ci piace di più di questo personaggio, un eroe certo a modo suo (pensate solo a come aggira leggi e regolamenti nella scena della perquisizione, per rincorrere la giustizia e la verità). Ma naturalmente sta invecchiando, la vista (per sparare) non è più quella di un tempo, anche l’intuito un po’ lo abbandona, non si accorge nella visione di un filmato di sorveglianza qualcosa che invece salta subito agli occhi di sua figlia, e diventa pure un po’ vendicativo con il collega Chu, che beh si il suo comportamento può essere visto come un tradimento e forse pure pregiudicare l’indagine, ma la sua reazione sa tanto di ritorsione.
Poi va beh, Bosch è Bosch.
Ma passiamo alle indagini: Bosch è ritornato all’ Unità Casi Irrisolti con il collega David Chu, e si trova ad indagare sulla morte di una diciannovenne dell’Ohio, Lily Price, giunta vent’anni prima a Los Angeles per studiare. Ma c’ è un particolare inspiegabile con cui devono fare i conti. Sulla ragazza viene riscontrata una goccia di sangue e dall’analisi del dna risalgono a un tale Clayton Pell, che rientra nel profilo dell’assassino (maniaco sessuale, trascorsi in prigione, etc…), se non fosse che all’epoca dei fatti aveva solo 8 anni. Come ci è arrivato il suo sangue sul corpo della ragazza? Chi è il vero assassino?
Mentre Bosch si interroga su tutto ciò un nuovo spinoso caso, affibiato direttamente dal capo della polizia gli piove addosso con tutte le sue odiose implicazioni. Il figlio del consigliere comunale Irvin Irving, ex vice capo della polizia, e nemico storico di Bosch, viene trovato morto sul marciapiede antistante il Chateau Marmont, uno degli alberghi più famosi di Hollywood. (Da uno dei suoi bungalow fu portato via il cadavere di Jim Belushi il 5 marzo del 1982). Suicidio o omicidio? E poi perché Irving, con tutti i loro trascorsi, vuole che proprio Bosch sia incaricato delle indagini? Possibile che si fidi solo di lui in tutto il dipartimento della Polizia di Los Angeles?
Come vedete gli interrogativi non sono pochi e Connelly non spreca tempo a farci scoprire le risposte con piccoli colpi di scena (il più inaspettato quando Bosch e Chu bussano alla porta del padre di un sospettato) posizionati al punto giusto. E oltre alle indagini, Bosch trova il tempo di innamorarsi, forse della donna sbagliata, di fare il padre, Maddy è senz’altro il personaggio che riserverà più sorprese. (Me la immagino subentrare al padre come poliziotta, magari aiutata da un pensionato Bosch ancora arzillo). Chiudo questa recensione accennando alla serie tv dedicata a Bosch, che dovrebbe uscire nel 2015 con Titus Welliver come protagonista, già sono stati fatti i pilot, e segnalandovi una curiosità, ricordate Connelly giocare a poker nella serie Castle?, beh Maddy naturalmente guarda questo telefilm, lo scoprirete nelle pagine. Buona lettura.

Michael Connelly Negli Stati Uniti è una star, tanto che il «New York Times» gli tributa sempre il massimo degli onori, con il primo posto in classifica per ogni suo nuovo thriller. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal suo primo libro, La memoria del topo, in cui fa la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti dei suoi romanzi, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Da Debito di sangue è stato tratto il film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Con Il Poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. Avvocato di difesa e La lista invece ruotano intorno a un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che nel film The Lincoln Lawyer ha il volto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, nel 2010 Connelly è stato ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature che si tiene a Roma.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La verità non basta, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2014

la-verità-non-bastaLa vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Che dire non ostante gli anni passino e le avventure si succedano ad avventure, il personaggio non perde di smalto né l’autore denota segni di affaticamento e questa è senz’altro una cosa singolare e un’ottima notizia per tutti i lettori che negli anni hanno seguito le avventure dell’ultimo eroe americano, Jack Reacher (non so voi ma io più che in Tom Cruise, lo vedrei bene interpretato da Max Martini, quello di The Unit).
Forse leggendo le avventure precedenti, molti lettori si sono chiesti cosa era potuto succedere per spingere un uomo come Reacher a lasciare l’esercito in un congedo forzato, e a dire il vero abbandonare tutto, per vagabondare tra autobus e autostop, in giro per l’America cacciandosi inevitabilmente in guai più grandi di lui, ma dai quali sempre elegantemente, (beh a volte non proprio elegantemente) si tira fuori. Innanzitutto il suo istinto investigativo, il suo addestramento militare, il suo senso di giustizia non sono scemati col tempo, ma qualcosa successe, qualcosa di grave che in un certo senso lo deluse, e forse uccise parte dei suoi ideali, senz’altro la certezza che le leggi militari non sempre coincidono perfettamente con la giustizia. E per Reacher giustizia e libertà sono valori insindacabili, più forti del senso di appartenenza a un corpo o a una comunità.
Nel marzo del 1997, nel cuore profondo del sud degli Stati Uniti, una sperduta cittadina del Mississippi di nome Carter Crossing, accanto a una ferrovia e a una base militare,  il nostro eroe si trovò tra i piedi un senatore degli Stati Uniti d’America e una scelta. Nessuno di noi dubita che fece la scelta giusta, per lo meno l’unica possibile, per salvare parte dei suoi ideali, parte di cosa l’esercito significava per lui, dando un calcio a compromessi, carriera, e insabbiamenti.
Perché è in realtà un insabbiamento quello che i suoi superiori vogliono da lui, quando lo spediscono sotto copertura a Carter Crossing ad indagare, o meglio a nascondere le prove di un delitto. Infatti la prima cosa che gli chiedono e di distruggere prove, (la targa di un’auto polverizzata da un treno in corsa) cosa che in un certo senso lo mette subito sul chi vive. Non è lì per trovare la verità, ma per parare il culo a qualcuno, qualcuno della base militare, probabilmente. O forse no, o forse tutte le prove, (si scopriranno altre morti, un po’ di qualche mese prima un po’ fresche fresche intorno al perimetro della base) portano dritto dritto verso una sua nuova conoscenza, Elisabeth Deveraux, sceriffo della sperduta cittadina, ex marine, e donna affascinante con la quale vive una breve relazione.
A parte la parte puramente investigativa, se vogliamo gialla, resta uno spaccato dell’America fine anni 90, pre 11 settembre, pre Obama, un America rurale, attraversata nella notte da treni ad alta velocità, fatta di cittadine intorno alle basi militari con i suoi spacci, i suoi ristoranti dove si serve cheesburger e torte di pesche oltre a litri di caffè, i suoi pub, con la sua povertà, i suoi cantieri abbandonati, i suoi boschi, le sue truppe di mercenari improvvisati, fatta di giovani che vedono nell’arruolarsi nell’esercito o nei marine, l’unica forma di riscatto, se non di mera sussistenza, di pregiudizi razziali, di faide scatenate da futili motivi (e Reacher se ne troverà proprio in mezzo a una).
Insomma è sempre un piacere leggere Lee Child, sempre un piacere ritrovare Jack Reacher al suo posto di eroe fuori dagli schemi, per alcuni versi eccezionale, per altri specchio di una normalità o per lo meno quotidianità con l’etica e la coscienza che dovrebbe essere di tutti. Che sia un inglese a parlarci così dell’America è singolare, ma forse chi meglio di un osservatore esterno può vedere cose che ad un americano potrebbero sfuggire, nascoste sullo sfondo monotono della realtà. Segnalo solo una manciata di refusi, non invasiva, ma senz’altro evitabile.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

:: La pipa di Maigret e altri racconti, Georges Simenon, (Adelphi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2014
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Tre racconti compongono la raccolta La pipa di Maigret e altri racconti di Georges Simenon: La pipa di Maigret, La testimonianza del chierichetto e Maigret e l’ispettore Scorbutico.
Tradotti da Marina Di Leo, e pubblicati da Adelphi, nella collana dedicata al celebre commissario al n° 466 e curata da Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono parte dei ventotto racconti che lo scrittore belga ha scritto negli anni con protagonista il celeberrimo commissario Maigret, (oltre ai settanticinque romanzi).
Non è certo mia intenzione volere stabilire se siano migliori i racconti o i romanzi, quello che è certo è che molti spunti degli uni hanno contaminato gli altri, cosa del tutto naturale, se pensiamo alla mole di pagine scritte. Pensiamo solo a come inizia il racconto La pipa di Maigret, (titolo originale La pipe de Maigret), scritto nel giugno del 1945, alcuni anni dopo il romanzo Un’ ombra su Maigret (titolo originale Cecile est mort), finito nell’ottobre del 1942.
Stesso spunto narrativo per entrambi, una denuncia per aver trovato mobili spostati in casa, segno evidente della presenza nella notte di uno sconosciuto. Un fatto reale, quasi scontato, che crea subito la giusta atmosfera di ansia e insicurezza. Simenon è maestro nel creare con pochi tratti quella particolare tensione psicologica che porta il lettore a provare un senso di compartecipazione e tensione. Stesso meccanismo infallibile che è sempre presente in varie sfumature in tutti i suoi racconti e romanzi.
Ne La pipa di Maigret, (pubblicato per la prima volta nel volume Maigret se fâche (1947), edito da Presses de la Cité) un altro pretesto che Simenon usa con divertita e bonaria ironia e la scomparsa della pipa preferita del commissariato, oggetto quasi iconico che definisce irrevocabilmente il personaggio. Ricostruendo a ritroso la sua mattina al Quai des Orfèvres, riporta alla memoria la denuncia di una vedova, la signora Leroy che con il figlio gli aveva raccontatati una strana e poco rilevante storia di effrazioni notturne. Poi il figlio della vedova scompare e l’indagine prende forma fino a risalire ad un’ inattesa soluzione. Maigret ritroverà la sua pipa? Non c’è manco da chiederselo, dopo tutto l’acume del commissario è infallibile e non scopre solo eclatanti delitti, ma molto spesso si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni.
Il secondo racconto La testimonianza del chierichetto (titolo originale, Le témoignage de l’enfant de chœur) scritto nel 1946 e pubblicato per la prima volta un anno dopo nella raccolta Maigret et l’inspecteur malchanceux, da Presses de la Cité, è forse uno dei suoi più belli, certamente il più commosso, specie quando Simenon si avvicina all’infanzia. Per alcuni versi autobiografico, anche Simenon da bambino fece il chierichetto, come probabilmente la maggior parte dei ragazzini cattolici belgi, racchiude un mistero che sarebbe piaciuto a Hitchcock un delitto di cui solo il bambino è testimone per aver visto il cadavere (e forse l’assassino) e a cui nessuno sembra credere, tranne naturalmente il nostro commissario, più sensibile alla verità chiusa nelle persone che agli apparenti fatti oggettivi. Un altro racconto della provincia, umida, grigia, per alcuni versi triste, ma tratteggiata con un affetto scevro di sentimentalismi o ostentazione. Come sempre è l’essenziale che interessa a Simenon, più scarno di un André Héléna, ma non certo meno efficace.
Terzo e ultimo racconto della raccolta, Maigret e l’ispettore Scorbutico (titolo originale Maigret et l’inspecteur malgracieux) scritto in Canada nel maggio 1946 e pubblicato per la prima volta nel 1947 presso le edizioni Presses de la Cité, (primo della omonima già citata raccolta che comprendeva anche altri tre racconti: Le client le plus obstiné du monde, On ne tue pas les pauvres types e Le témoignage de l’enfant de chœur). Qui troviamo, in una Parigi sotto la pioggia, un apparente suicidio e come sempre il tema della discrepanza tra apparenza e realtà, e grande attenzione psicologica per l’ispettore Lognon, uno dei tanti umiliati e offesi della vita, a cui Maigret con ruvida generosità regala, senza farsene accorgere, il merito non suo di aver risolto il caso.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, (Feltrinelli, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 luglio 2014
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Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.

Glasgow, primi anni Ottanta. Un venerdì sera. Al Royal Infirmary, in Cathedral Street, è una serata tranquilla, se non fosse per un barbone alcolizzato ricoverato in fin di vita che vuole a tutti i costi parlare con Jack Laidlaw.
Fortuna, si fa per dire, vuole che un informatore di Eddie Devlin del “Glasgow Herald” colga i suoi rantoli e avvisi il giornalista, che per senso del dovere telefona a casa a Laidlaw. Ora se vi trovaste alla fine di un matrimonio alla deriva, seduti in soggiorno a chiacchierare con gli amici di vostra moglie fingendo di trovarli interessanti, non cogliereste qualsiasi occasione a braccia aperte per fuggire via? Così fa Laidlaw quando riceve la telefonata e si precipita al Royal Infirmary.
Qui trova Eck Adamson ormai morente, ma disperatamente intenzionato a fare capire di essere stato vittima di un avvelenamento, perché il vino che aveva bevuto non era vino. Quest’ultima frase almeno è l’unica che Laidlaw capisce chiaramente. E quando tra gli effetti di Adamson trova un biglietto con un indirizzo di Pollockshields, i nomi Lynsey Farren e Paddy Collins, le parole “The Crib” e il numero 9464946 in penna a sfera nera, è l’inizio per lui di un’ ossessione.
Eck Adamson come previsto muore avvelenato dal paraquat, un diserbante che qualcuno gli aveva aggiunto nel vino, e a chi vuoi che importi, a chi vuoi che importi scoprire l’assassino, quando per giunta solo Laidlaw crede che sia un delitto? Per lui ogni vita è degna di rispetto, e ogni morte merita un’ indagine.
Poi per giunta anche Paddy Collins, una figura di spicco della malavita di Glasgow, sta morendo in un altro ospedale, il Victoria, accoltellato da qualche sconosciuto, probabilmente per un regolamento di conti tra bande rivali. Ma che ci faceva il suo nome nel pezzo di carta appartenuto a Eck Adamson? Questo proprio non se lo sa spiegare, e così inizia a indagare, accompagnato da un Brian Harkness sempre più scettico, che vede il collega già in crisi coniugale, pure intenzionato a dare un calcio a quel che resta della sua carriera.
Le indagini lo portano sulle tracce di uno studente universitario, tale Tony Veitch, improvvisamente scomparso. Ma non è il solo a cercarlo, anche alcuni delinquenti, tra cui Mickey Ballater giunto appositamente da Birmingham per mettere su un affare che vedeva coinvolto pure Paddy Collins e una prostituta. Il cerchio si chiude, tutto torna. E Laidlaw come al solito, lottando contro tutti, avrà la sua verità. Perché dopo tutto c’è sempre una verità, basta a aver voglia di cercarla.
Il caso Tony Veitch (The Papers of Tony Veitch, 1983) di William McIlvanney, edito da Feltrinelli e tradotto da Alfredo Colitto, giunge in libreria dopo Come cerchi nell’acqua a continuare la trilogia di Laidlaw, che si concluderà con Strange Loyalties. Un noir bellissimo, in cui le luci sono puntate sulla Glasgow di trent’anni fa, su i suoi pub, controllati dalla malavita, le sue strade, i suoi parchi, i suoi palazzi.
Personaggi perfettamente caratterizzati con i loro odi, le loro fobie, pure i minori, quelli che appaiono per poche scene per poi scomparire tornare a rivivere solo nelle parole di altri personaggi.
Come lo stesso Tony Veitch che mai consoceremo, ma che colma di sé tutto il romanzo, diventando a tratti simpatico, poi commovente, poi dolorosamente colpevole solo per ingenuità e troppo idealismo.
Come Eck Adamson, della cui morte sembra dolersi solo Laidlaw, per poi scoprire che aveva anche una sorella.
Come Paddy Collins, l’accoltellato in stato “comico”.
Poi ci sono gli altri: la prostituta italiana che parla male inglese e si trova coinvolta in un “affare” in cui non vorrebbe partecipare, la lady innamorata dei bassifondi, che cerca nel pericolo quello che le manca nella sua vita da privilegiata, e i vari delinquenti di piccolo e grande cabotaggio come lo scassinatore Macey, informatore della polizia e sempre terrorizzato dalla paura di venire scoperto, Dave McMaster, Hook Hawkins, John Rhodes, Cam Colvin e naturalmente il malinconico e violento Mickey Ballater, a cui McIlvanney regalerà una degna uscita di scena.
Oh, sia chiaro recensire William McIlvanney è un po’ come scalare una vetrata insaponata a mani nude, ma pur sempre un privilegio. Adoro come scrive, perché McIlvanney scrive in modo meraviglioso, pur se ci metto un po’ a capire le sue trame. Perché lui arriva alle cose non per le vie più facili. Ti presenta personaggi quasi a tradimento, e ci metti un po’ a capire chi sono, cosa fanno, qual è il loro ruolo nell’economia del romanzo. Non ti permette di distrarti, ti colpisce subito sotto la cintura dandoti la sensazione di non essere tanto sveglio. E ben pochi scrittori possono permettersi questo pur continuando a farti pensare che quello che stai leggendo sia davvero bella roba. Ma McIlvanney è unico, oltre che il primo scozzese ad aver inventato il Tartan noir. Prima di lui nessuno, quindi può permettersi ciò che vuole, pure scrivere un noir sporcato di poesia.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: Come cerchi nell’acqua (2013; Ue, 2014) e Il caso Tony Veitch (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Morte all’Acropoli – Le indagini di Apollofane, Andrea Maggi (Garzanti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2014

indexPer gli amanti della Grecia classica, cultori del bello scrivere, cadenzato da digressioni colte, periodi ampi e ariosi, termini greci che pian piano diventano familiari, abituali, parte della nostra cultura e del nostro patrimonio di conoscenze, Garzanti ha appena pubblicato, dopo le fatiche del torneo Ioscrittore, Morte all’Acropoli Le indagini di Apollofane del pordenonese Andrea Maggi.
Un thriller storico, di impianto classico per stile e linguaggio, ambientato nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, non l’Atene dell’Età dell’Oro di Pericle, ma l’Atene sulla via della decadenza, del tramonto della polis, della sconfitta militare, della crisi politica, della corruzione capace di minare le fondamenta della più antica democrazia della storia. Un periodo storico insomma di crisi e conflitto, che ben si presta ad aggiungere un tocco di drammaticità in più a una storia appunto che parla di furti, omicidi, innocenti ingiustamente accusati, padri che per salvare il buon nome della famiglia coprono i reati dei figli scapestrati mettendo a repentaglio il destino di Atene.
Laureato in Lettere a Trieste con una tesi sul poeta Giacomo Noventa, Andrea Maggi, (è insegnante, ha come vocazione trasmettere sapere ed educare), deve aver pensato, cosa c’è di meglio del genere giallo, per dare sfogo a una passione quella della storia antica, e trasmettere questo amore ai giovani o a coloro che appunto si avvicinano alla lettura sempre titubanti, preoccupati di annoiarsi. E in questo libro tempo per annoiarsi non ce n’è, tutti gli strumenti classici che rendono piacevole la suspense sono usati con competenza e divertita ironia: c’è l’indagine, seguita dal brillante Apollofane, un mercante che per una promessa si trova a diventare investigatore e improvvisarsi logografo, un omicidio di un addestratore di galli, un processo tenuto alla presenza dell’Arconte Re, la scomparsa dell’oro custodito nel Tesoro dell’Acropoli, una bellissima e indipendente filosofa di nome Filossene, una madre che a tutti i costi vuole trovare al figlio una moglie onesta e parsimoniosa, uno schiavo fedele al suo padrone ed esperto nella lotta, e un asino Mida, proprio come l’antico re che trasformava in oro tutto quello che toccava, che si trasforma in un più che efficiente… cane da guardia.
La ricostruzione storica è più che fedele, capace di far rivivere l’atmosfera del tempo, la folla dei mercati, dell’Agorà, il chiasso assordante delle bische tra le urla di incitamento degli scommettitori, e i guaiti dei cani da combattimento, le raffinatezze dei simposi, i templi con i loro sacrifici in cambio delle predizioni degli dei. In più appunto c’è la componente gialla con l’indagine vera è propria, la ricerca di indizi, l’interrogazione dei testimoni, le intuizioni, la scoperta dell’assassino, e del piano che il delitto nascondeva. Buona lettura.

Andrea Maggi è un giovane professore di lettere appassionato di storia. Morte all’Acropoli è il suo primo romanzo.

:: Il mistero della cripta sepolta, Mark Pryor, (TimeCrime, 2014)

1 luglio 2014

TimeCrime_IlMisteroDellaCriptaSepoltaDopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Se ne Il libraio di Parigi si scavava nel passato sulle tracce di cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra, ne Il mistero della cripta sepolta tutto torna ai giorni nostri, con sullo sfondo una delle minacce più ricorrenti di questi anni, ovvero il terrorismo islamico. Minaccia che porta in campo Tom Green, amico di Marston e agente della CIA. Ma andiamo con ordine perché la storia è più complessa di quanto sembri.
Tutto ha inizio con la morte del figlio di un senatore degli Stati Uniti, ucciso in compagnia di una ragazza pachistana con legami non si sa quanto stretti con Mohamed al Zakiri, presunto estremista islamico giunto a Parigi non si sa bene per far cosa. I due vengono freddati da alcuni colpi pistola, una notte di luna, nel cimitero di Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison. Ad ucciderli, lo Sacarabeo, un killer che lascia al suo passaggio piccoli scarabei di vetro.
Per il senatore, Norris Holmes, è sicuramente al Zakiri, e grazie alla sua influenza infatti arriva la cavalleria: CIA, antiterrorismo, comunicati stampa di caccia all’uomo, estromissione dalle indagini dei pur solerti poliziotti francesi. Per Marston invece il terrorismo non centra per niente, anzi il killer imprendibile, che attraverso cunicoli sotterranei (le antiche catacombe sotto Parigi) si muove come un fantasma da un cimitero all’altro, ha un piano ben preciso ben diverso dal dominio del mondo. A lui interessano le ossa di alcune ballerine del Mouline Rouge, tra cui Jane Avril, che faceva furore ai tempi di ToulouseLautrec. Perché? Si chiede Marston. Che se ne fa delle loro ossa? E perché per perseguire questa sua ossessione, uccide senza pietà chiunque si trovi sul suo cammino? (Sparando anche contro di lui e ferendo gravemente Tom).
Penso che un’idea della storia ve la siete fatta, dunque tutto il romanzo è una doppia caccia all’uomo in una Parigi estiva, vista da un americano che infondo la ama. Strade, caffè, ristoranti, luoghi turistici e quartieri più degradati, tutto scorre come scenario tra le pagine, caratterizzate da scrittura sincopata e suspense. La bella Claudia, giornalista intraprendente, darà una mano a trovare nuove piste (e sul finale farà qualcosa di o oltremodo stupido o dannatamente coraggioso); Tom dovrà vedersela con il suo attaccamento al bere per fugare i suoi fantasmi personali; Garcia, il poliziotto francese amico di Marston, darà anche lui una mano e chi non centra niente finirà per rimetterci le penne.
Un po’ di ironia, un personaggio eroe infondo simpatico in aggiunta. Una storia da seguire insomma. Forse solo il titolo può trarre in inganno. No, non è un thriller esoterico, alla Dan Brown per intenderci. Niente monaci assassini, libri maledetti, congiure di sette segrete, anche se la follia del serial killer può essere condotta in un certo qual modo a qualcosa di trascendente (già lo scarabeo dovrebbe condurvi nella giusta direzione). In America è già uscito il terzo episodio, The Blood Promise, prossimamente nelle nostre librerie. Buona lettura.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra, e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D. A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con il suo romanzo d’esordio, Il libraio di Parigi, (Timecrime, 2013). Il mistero della cripta sepolta è il secondo romanzo che vede protagonista Hugo Marston e sarà seguito da The Blood Promise.