Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016
Copertina Ben pastor

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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tom Clancy’s Full Force and Effect, Mark Greaney, (Putnam’s Sons, 2014) a cura di Stefano Di Marino

21 dicembre 2015

tomDa solo vale 5 Segretissimi, nel senso che le quasi 700 pagine raccolgono in realtà quattro o cinque storie che potrebbero stare in piedi da sole e invece sono unite da un solo filo conduttore: in questo caso un piano dei nordcoreani per lo sfruttamento minerario di una regione da adibire poi alla costruzione di missili intercontinentali. Dal Vietnam si passa all’Europa, al Messico , a una missione di infiltrazione in Corea con vari personaggi occupati in missioni differenti che si collegano. Un’altra ottima prova di Greaney che sa gestire azione, detection e fantapolitica con buon equilibrio. Di certo la sequenza migliore è l’attentato a Jack Ryan senoir. Devo dire che questi nuovi mi appassionano molto di più degli originali.

Mark Greaney. The Gray Man, il thriller con cui ha debuttato è diventato un bestseller nazionale, ed è stato nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Il seguito, On Target, è stato anche nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Ballistic, il terzo della serie ha ricevuto recensioni entusiastiche tra cui quella del New York Times. I libri di Mark sono pubblicati in varie lingue e sono disponibili in ebook e audiolibri anche. Mark ha una laurea in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche. Nelle sue ricerche per i soggetti di Gray Man e dei romanzi di Tom Clancy ha viaggiato in decine di paesi, ha visitato il Pentagono e molte agenzie di intelligence di Washington, ed è stato addestrato all’uso delle armi da fuoco insieme a militari e forze dell’ordine, alla medicina sul campo di battaglia, e  alle tecniche di combattimento ravvicinato. Mark vive a Memphis, Tennessee.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Lontano, Jean-Christophe Grangé (Albin Michel, 2015)

14 novembre 2015

grangéNon è facile scrivere questa recensione. Più che per una difficoltà oggettiva, (il libro è lungo quasi 800 pagine, è di per sè complesso, e l’ho letto in lingua originale, per cui alcune parti è molto probabile che non le abbia comprese perfettamente), non è facile perchè Lontano di Jean-Christophe Grangé l’ho finito di leggere ieri poche ore prima che la televisone mi comunicasse i fatti terroristici di cui Parigi è stata vittima. Mi dispiace funestare questa recensione con questa premessa ma è giusto che sappiate lo spirito con cui la scrivo. La televisione parla di guerra, altri morti, altra sofferenza e parlare di libri è la mia forma di resistenza. Ho ricevuto Lontano dall’editore francese Albin Michel, non è ancora uscito in Italia, penso uscirà sempre per Garzanti la prossima primavera, probabilmente in questo momento stesso c’è un traduttore al lavoro su queste pagine. Lontano è un thriller che prevede un seguito, non tutte le parti saranno chiarite, ci sarà una seconda parte che uscirà presumibilmente in Francia questa primavera. In tutto qualcosa come 1600 pagine, l’opera più ambiziosa e complessa di Grangé. Non sono un recensore imparziale, da I fiumi di porpora ho seguito questo autore anomalo con grande interesse. Amo il suo stile, il suo toccare temi seri inserendoli in trame ricche di suspense, colpi di scena e un tocco di fantascienza, e fantapolitica, con uno sguardo al sociale frutto del suo passato di giornalista. Lui sì che ha molto viaggiato e visto molte parti del mondo, anche difficili, terreni di guerra, di scontri economici. Grangé è uno che sa, e è uno che sa scrivere le cose in modo che la gente abbia voglia di leggerle. Pensiamo all’ Africa, ai danni del colonialismo, al razzismo, alle lotte finanziarie per l’accaparramento delle materie prime. Materie da studiarsi all’università direte voi. Nei suoi romanzi invece chiunque può confrontarsi con queste tematiche anche se l’autore continua a sostenere che scrive romanzi di evasione, per intrattenere i suoi lettori non educarli. Lontano resta un thriller non è un saggio socioeconomico, ha soluzioni narrative atte a creare suspense, inserisce rivelazioni drammatiche, cambi di prosepettiva e derive scientifiche che appunto potremmo definire fantascienza. Pensiamo all’eugenica di I fiumi di porpora, o agli studi sul cervello e sulla memoria de L’impero dei lupi. Un fondo di verità scientifica su una struttura narrativa fatta di pura fiction. Questo è lo stile di Grangé. Lontano ha per protagonista un clan familiare, i Morvan. E lo sviluppo dei personaggi del partriarca Gregoire e dei figli Erwan, Loic e Gaelle è il punto di forza del romanzo, la parte dove si vede l’autore ha profuso più cure. Gregoire Morvan è un uomo di Stato, un uomo che conosce i retroscena di una Repubblica piena di luci e di ombre. Un uomo che ha sempre svolto il lavoro sporco per una sua idea di onestà e coerenza. Erwan il maggiore è quello che più gli somiglia ma ha altre idee, fa parte di un’ altra generazione. Loic e Gaelle sono i due figli più fragili, più tormentati, più problematici con le loro storie di droga lui e prostituzione lei. Una famiglia insomma problematica, che sì rappresenta i buoni ma non è priva di ombre, soprattutto Gregoire Morvan. La storia prende il via partendo da un’ indagine. Un giovane pilota viene ucciso per un apparente caso di nonnismo durante un’ esercitazione in Bretagna, nei dintorni di Brest, paese d’origine della famiglia Morvan. Erwan è certo che ci sia invece in azione un serial killer, misteriosamente legato a un’altro serial killer di cui si occupò suo padre quanrant’anni prima, l’Homme-clou. Padre e figlio dovranno allearsi per fare luce su questa faccenda che unirà Francia e Africa, pratiche tribali, e strani esperimenti medici. Un colpo di scena finale ci accompagnerà verso la seconda parte, in cui forse, avremo tutte le risposte. Forse. Avviso che ci sono alcune parti molto crude e cruente. Non per tutti.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: The Cartel, Don Winslow (Knopf, 2015), a cura di Stefano Di Marino

16 ottobre 2015

51vc-6vtUzLSeicento pagine per raccontare un grande affresco che segue e completa Il potere del cane e ci restituisce un Winslow che da tempo non vedevamo. Una storia complessa, documentata ma anche drammatizzata, umanissima e feroce sul narcotraffico in Messico. Non solo la lotta tra Arthur Keller, poliziotto americano, e Adàn Barrera, re del cartello di Sinaloa, ma anche la vita a Juárez, a Città del Messico, nelle giungle del Pèten, nei vicoli di Nueva Laredo sino a una breve ma incisiva parentesi europea, giusto per dimostrare che il traffico di coca è un fil rouge che unisce differenti e quasi inconciliabili realtà. Traditori, donne appassionate, coraggiose, giornalisti in cerca di redenzione, politicanti, bambini killer. Se anche alcuni incisi possono sembrare fuorvianti, tutto fa parte di un grande arazzo dove, alla fine, tutto tiene, ogni tassello va al suo posto. Lo stile poi è limpido, rapido eppure evocativo di atmosfere e ambienti tra i più disparati. Val la pena leggerlo questo libro non solo per seguire la storia (che è interessantissima e in qualche modo rimanda a Sicario di Villeneuve), ma anche per capire i meccanismi narrativi, la disciplina richiesta all’autore per padroneggiare una materia così complessa e ricca di sfumature. Senza eccessi anche quando i fatti raccontati sono di una crudeltà fuori dal comune, la narrazione procede rapida, priva di sottolineature inutili perché la materia è già altamente drammatica. Un piacere per chi legge e una lezione per chi vuol scrivere.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker.

Source: libro del recensore.

:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
punto di non ritorno

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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

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:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015
la-sirena

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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

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:: Fratello Kemal, Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2014) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2015
agguato all'incrocio

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Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.

Gli scrittori non dovrebbero mai morire.
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).
E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:

La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, distributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.

Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.

Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.

Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle mani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assumerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

Approfondimento: per saperne di più leggete questo interessante post

Jakob Arjouni a quattordici anni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone. Dopo la maturità, migra a Montpellier; mentre cerca di diventare scrittore, vende costumi da bagno e noccioline, finché Diogenes, eccellente editore tedesco, non decide di puntare su questo diciannovenne acqua e sapone. Jakob viene consacrato ‘enfant prodige’ dalla stampa: Happy birthday, turco! va in classifica e Doris Dörrie ne ricava un film di cassetta. Simpatico e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller.
I romanzi di Arjouni vengono tradotti in tutte le lingue; anche in uk e negli usa si fa a gara con i complimenti. Fratello Kemal è il quinto della serie di Kemal Kayankaya e l’ultimo libro di Jakob Arjouni, portato via a quarantanove anni da una morte prematura: ci lascia in quest’ultimo romanzo il suo senso della giustizia lontano da convenzioni e moralismi, la sua passione per la bellezza fuori da ogni retorica, il suo sguardo lucido e divertito sulla realtà. Memorabili il gioco delle parti alla Fiera del libro di Francoforte e il finale di gioiosa aspettativa della vita che verrà.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

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:: La scatola nera, Michael Connelly, (Piemme, 2015) a cura di Laura M.

16 luglio 2015
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Ci sono personaggi strabordanti, eccessivi, che non si accontentano del ruolo di protagonista, ma pervadono tutte le pagine di un romanzo attirando su di sé, e solo di sé, le luci dei riflettori.
Così è per Harry Bosch, (forse non c’è neanche bisogno di dirlo) personaggio seriale nato dalla penna del romanziere americano Michael Connelly.
Di Bosch sappiamo tutto, o quasi tutto. Il suo autore ci parla della sua vita privata (sofferta, complicata, fuori dagli schemi) come della sua vita professionale, con luci e ombre di una carriera che sta volgendo alla fine, con tutta la malinconia che questo comporta.
Presto Bosch andrà in pensione, o morirà a pochi passi dal raggiungerla (con Bosch tutto è possibile) e forse subentrerà sua figlia, con tutto l’onere e l’onore di una eredità così impegnativa. Già sappiamo di che pasta è fatta, già sappiamo di chi seguirà le orme.
Ma non ancora.
Dopo La caduta, pubblicato l’anno scorso, sempre con Piemme è appena uscito in libreria il sedicesimo volume della serie di Harry Bosch, (venticinquesimo romanzo in assoluto) La scatola nera, (The Black Box, 2012), tradotto questa volta dal duo affiatto di traduttori composto da Giuliana Traverso e Stefano Tettamanti.
Ed è un buon romanzo, per nulla appesantito dai difetti della serialità, capace di accontentare i vecchi fan che hanno seguito Connelly dall’inizio, come me. Che sono invecchiati con lui, in questi anni difficili.
Perchè Harry Bosch con la sua testardaggine, che rasenta la cocciutezza, la sua onestà fuori moda, il suo fascino stropicciato alla Clint Eastwood, il suo caratteraccio, se vogliamo, che non gli farà mai far carriera, ha saputo negli anni cambiare, addolcire alcuni tratti (specie nel rapporto con la figlia), rendere più spigolosi altri, ma non ha assunto una dimensione monolitica e statica. Come le persone, come i suoi lettori. La sua amerazza, la sua voglia di giustizia, il suo lottare contro un sistema se non corrotto, complice, è la stessa nostra, almeno del nostro noi stessi ideale, come vorremmo essere.
E Harry Bosch ha il coraggio di essere così, senza compromessi, senza debolezze. Arivando a rischiare di perdere tutto, fin anche la vita, per un ideale, per una corenza che difende senza cedimenti.
Ma non è un illuso, un perdente.
Lui vince, sempre.
Un po’ per fortuna, un po’ per quel guizzo in più fatto di intuito, coraggio e perchè no, sensibilità.
Ne La scatola nera, Harry si trova ad indagare su un caso irrisolto di vent’anni prima. Un omicidio avvenuto a Los Angeles nel 1992, al tempo dei disordini scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, un suo vecchio caso. In quella confuisone, la giovane reporter danese Anneke Jespersen venne trovata uccisa con un colpo di pistola fra gli occhi, come in un’ esecuzione, proprio dal tenente Bosch.
Il caso fu archiviato e solo vent’anni dopo Bosch può riprenderlo in mano, pensando che la reporter fosse stata uccisa perchè voleva fotografare qualcosa, accaduto durante i disordini. Ma indagando, scopre che c’è dell’altro, qualcosa che forse può gettare una nuova luce sul delitto. Qualcosa che lo tocca molto da vicino, anche lui segnato dall’esperienza della guerra, (in Vietnam, lui, in Irak, la giovane reporter).
Contro il volere dei suoi superiori, che vorrebbero desistesse dalle indagini, Bosch continua, e noi che lo conosciamo non possiamo dubitare che non sappia scoprire la verità e risolvere il caso.
Alla prossima Harry.

Michael Connelly, una delle più grandi star del thriller americano, Michael Connelly raggiunge sempre il primo posto nelle classifiche con ogni suo nuovo romanzo. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal primo romanzo pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. In seguito ha fatto la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di moltissimi suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Con Il poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. In anni più recenti Connelly ha ideato un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che svolge la sua attività nel sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, è stato anche ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature, a Roma. La scatola nera è il sedicesimo thriller che ha per protagonista Harry Bosch.

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