Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Il silenzio che resta di Giuliano Pasini (Piemme, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

19 febbraio 2026

Elena Dal Pozzo è stata, tempo addietro, una brava giornalista del Corriere della Sera, con una folgorante carriera in arrivo. Poi è nato Mattia e la donna ha deciso di occuparsi solo della famiglia. All’inizio del romanzo la troviamo nello studio di una nota dottoressa che la sta sottoponendo a una seduta d’ipnoterapia. Questo perché un anno prima, nel 2017, Mattia è sparito, lasciando Elena nello sconforto. Per cercare di distrarsi, adesso lavora in un’emittente locale che il suo nuovo compagno ha creato appositamente per lei. Quando il dolore si fa insopportabile, Elena ricorre a un mix di farmaci e di alcolici che, di certo, non l’aiuta. A peggiorare le cose, nel giorno del primo anniversario della scomparsa di Mattia, si perdono le tracce di un altro bambino. Stesso nome, stessa età (sei anni) e stesso luogo, a Treviso lungo il fiume Sile. Il caso viene seguito da due persone che la donna conosce bene: il borioso questore Sernagiotto e il vice questore Santo Mixielutzi. Il primo non ha mai perdonato la giornalista per alcuni articoli scritti in passato. L’altro, un sardo tutto d’un pezzo, è soprannominato la Sfinge, perché sembra non lasciar trasparire alcuna emozione. La sparizione del secondo bambino rischia di far crollare il castello accusatorio che aveva portato all’arresto di un colpevole. Le nuove indagini faranno venire a galla alcune scioccanti verità che riguardano tutti i protagonisti della vicenda.

Il silenzio che resta potrebbe, in parte, spiazzare i lettori di Giuliano Pasini. Questo è un vero e proprio thriller psicologico, che si discosta un po’ dai romanzi precedenti. In realtà, l’autore è sempre stato molto attento alla caratterizzazione interiore dei personaggi e lo dimostra ancora di più nel suo ultimo lavoro. Le figure che emergono maggiormente sono due, entrambe segnate da dolorose vicende personali. Elena è una donna fragile, con un padre assente e una madre che non l’ha mai sostenuta. Attanagliata dal senso di colpa per aver perso di vista il figlio, giusto il tempo che sparisse, trova conforto solo nelle lunghe telefonate con la misteriosa amica Giulia, che vive in Grecia. Insieme alla dottoressa che l’ha in cura, sta cercando di attraversare le cinque fasi del lutto, che sono anche le parti in cui è suddiviso il romanzo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’altra figura centrale è quella di Santo Mixielutzi, già presente, anche se non come protagonista, in alcune opere precedenti. Legato alla sua terra da un rapporto di amore e odio, il vice questore reca sulle spalle un tragico evento del passato, legato all’ex compagna Dora. Per tale motivo comprende il dolore di Elena e si avvicina sempre di più a lei, fin quasi a superare i limiti imposti dalle circostanze. Al romanzo fa da sfondo Treviso (con una breve “parentesi” veneziana), città che l’autore conosce molto bene. Lo stesso Pasini ha raccontato che l’idea di questo lavoro gli è balenata in testa dieci anni fa e che non l’ha mai abbandonato, pur scrivendo altro nel frattempo. Noi lettori dobbiamo ringraziarlo per la sua testardaggine nell’aver voluto portare alla luce la storia di Elena e per averla narrata in modo così intenso e profondo.

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4kUdnzR se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: L’impronta del lupo di Jo Nesbø (Einaudi 2026) a cura di Valerio Calzolaio

18 febbraio 2026

Minneapolis. Settembre 2022 (e ottobre 2016). Lo scrittore norvegese Holger Rudi arriva a Minneapolis dall’aeroporto di Oslo per fare ricerche su un caso di omicidi avvenuto lì sei anni prima. Il suo romanzo di true crime è già a buon punto, si è dato otto giorni di lavoro sul campo fra quartieri, edifici, strade e locali dei fatti accertati. Del resto, la metropoli statunitense è piena di immigrati, famiglie e accenti norvegesi, c’era già stato, si trova a suo agio. Il romanziere intende cercare di capire meglio come e perché l’accaduto è accaduto, di entrare un poco nella testa dell’assassino e di altre persone coinvolte, di narrare da tassidermista, di individuare forse l’umano nel disumano. La scena torna così indietro nel tempo, al 2016 (alla vigilia del convegno annuale Nra, la lobby dei produttori d’armi): da una parte il colpevole racconta in prima persona il tentativo di uccidere un mercante d’armi legato alle gang, mirando a distanza con la carabina M24 da un palazzo dove è conosciuto come Tomas, poi la fuga e il suo piano da adattare, visto che Marco Dante (grasso e scemo, che veste italiano, mangia italiano e parla con un finto accento italiano) è stato colpito ma non ucciso, ora resta in coma all’ospedale; dall’altra seguiamo i detective che indagano, in particolare l’agente investigativo della Omicidi Bob One-Night Oz (anche lui con bisavoli norvegesi, cacciati da fame e tempi grami), rabbioso dopo che Alice lo ha lasciato (insieme per dodici fedeli anni), collezionista di donne-da-una-notte e gran bevitore (formalmente così estromesso dal caso), brava persona, chiacchierone, basso e bruttino, occhi azzurri e capelli rossi, testardo più che geniale, insistente più che affascinante, sulla scia della “tosta” bartender Liza, capelli neri e frangetta, sfacciata aria sicura di sé nonostante la leggera zoppia.
L’ottimo talentuoso fortunato Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, agente di borsa, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), padre cresciuto a Brooklyn, da circa trent’anni è famoso nel mondo soprattutto per gli ottimi lunghi tredici noir (1997 – 2022) della serie Harry Hole (da tempo siamo tutti tragici holeomani), ma scrive spesso altre interessanti narrazioni di genere (quando non ha da suonare o arrampicarsi). Quest’ultimo godibile romanzo è ambientato a Minneapolis (la città dei noti omicidi contemporanei, George Floyd nel 2020 e ora quelli provocati dall’Ice), a inizio 2026 ecosistema umano complessivamente meno violento di altri, con popolazione molto eterogenea dal punto di vista etnico (ben spiegata). Del resto, probabilmente non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di ispirare buone storie noir e crime, o gialle. Le peculiarità stilistiche restano efficaci: la narrazione alterna una terza persona varia al passato (Bob più spesso) a una prima persona al presente (più rara e breve, lo scrittore nel 2022 e l’assassino nel 2016). Frequenti i riferimenti alle presidenze Usa di Obama e Trump in quel decennio; oltre che al Sindaco e agli amministratori pubblici di Minneapolis. Nesbø non è certo di centrodestra, apprezza Piketty, si documenta, mira comunque all’intrattenimento e ritiene saggiamente che “la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi”. Utili riflessioni sull’ideazione, su pregi e difetti, richiami e rischi, colori e rumori dei centri commerciali, a partire dal Southdale Mall. Come altre volte, la gestione dei diabetici gioca un certo ruolo. Whisky a gogo. Bob Dylan e Prince sono nativi del Minnesota, considerati di Minneapolis, lo scrittore ben lo sa. Oz guadagna un punto con la playlist del cellulare (versione di Emmylou Harris di Tougher Than The Rest, a volume basso).

Jo Nesbø è uno dei piú grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete, L’uomo di neve, Il coltello e Luna rossa. Presso Einaudi ha pubblicato anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve, Sole di mezzanotte (da cui l’omonimo film con Alessandro Borghi), Il fratello,La famiglia, la raccolta di racconti Gelosia, l’horror La casa delle tenebre e L’impronta del lupo (2026). Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete, L’uomo di neve, Il coltello, Il fratello, Gelosia e La casa delle tenebre.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/46Jljhq se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Nel segno di Kafka di Alessandro Bruni (Fratelli Frilli Editori, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

14 febbraio 2026

Una studentessa italiana scompare misteriosamente a Praga e i suoi genitori decidono di affidarne le ricerche all’avvocato bolognese Andrea Domani Battaglia. Da qui prende avvio il nuovo romanzo di Alessandro Bruni, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Sonia Merumici sta ultimando la propria tesi di laurea su Kafka quando, da un giorno all’altro, smette di comunicare con la sua famiglia. I genitori, un’agiata coppia bolognese, si recano a Praga, dove apprendono che la Polizia locale segue la pista del suicidio, perché una ragazza è stata vista gettarsi nella Moldava. Tornati in Italia, i Merumici si rivolgono all’avvocato Domani Battaglia. Sulle prime, il legale è restio ad accettare l’incarico, ma poi si lascia convincere, attratto anche dalla cospicua offerta economica. Arrivato nella capitale ceca dopo un lungo viaggio in treno, perché non ama volare, l’avvocato prende contatto con le autorità del posto, che si dimostrano poco collaborative. Decide, così, di agire per conto proprio, imbattendosi in personaggi singolari, come Michelle, ragazza francese coinquilina di Sonia e come Pavel, simpatico taxista tuttofare. Domani Battaglia viene coinvolto in una particolare caccia al tesoro per le vie di Praga, tramite alcune pagine della tesi di laurea che scova nei luoghi più impensati.
Nel segno di Kafka è un romanzo che si può definire atipico e colto. Atipico perché attraversa vari generi letterari. Colto perché sono davvero tante le citazioni di opere letterarie che troviamo al suo interno. Quanto al protagonista, è un uomo che ha da poco perso la moglie, con la quale, tra l’altro, si era recato in viaggio proprio a Praga. Ha una figlia di nove anni, Camilla, molto sveglia per la sua età e che viene accudita da una zia. Domani Battaglia cerca di mantenere uno stretto legame con la sua bambina, come dimostrano anche le chiamate che cerca di farle quotidianamente mentre si trova all’estero. L’avvocato ha, inoltre, problemi ad addormentarsi ed è preda di stranissimi sogni che finiscono spesso per trasformarsi in spaventosi incubi. Alcuni di questi lo aiuteranno, in un certo modo, a trovare la soluzione del mistero. Non si può non parlare della presenza incombente e costante di Franz Kafka, della sua vita e delle sue opere. Sonia è ossessionata da questa figura, al punto da dubitare se concludere o meno la propria tesi. La stessa Praga, gelida e coperta di neve, è piena di luoghi che rimandano a uno dei suoi cittadini più illustri. Nelle pagine del romanzo i lettori troveranno anche una sorta di sfida a decifrare i messaggi che giungono al protagonista. Buona caccia al tesoro a tutti, allora.

Alessandro Bruni, nato a Bologna nel 1972, di professione avvocato civilista, già autore dei romanzi Ulisse aveva una figlia (2015); Killing Rock Revolution (2017), La prossima estate – Un requiem per il noir (2019) (Persiani Editore) che compongono una sorta di trilogia dell’equivoco secondo il registro della tragedia, della commedia itinerante e della spy story complottista. Nel 2020 pubblica il romanzo breve We Were Grunge (Persiani Editore) opera sul confine dell’auto-fiction dedicata all’epopea dei musicisti di Seattle e partecipa all’antologia di racconti E poi ci troveremo come le star (Morellini Editore), dedicata e ambientata in alcuni bar italiani. Nel 2021 pubblica il romanzo L’errante (Round Robin Editrice), un noir sociale che affronta le tematiche dello scontro ideologico fra Occidente e Islam.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4aPWKSp se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Compagni segreti di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.

Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale  culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.

La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.

Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.

La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.

Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.

Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.

In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: acquisto personale.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/3LZILA8 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Il veleno sei tu di Frédéric Dard (Rizzoli 2026) a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2026

Il veleno sei tu (C’est toi le venin, 1957) di Frederic Dard, edito in Italia da Rizzoli, nella collana Nero Rizzoli, e tradotto da Elena Cappellini, è un breve noir claustrofobico prettamente psicologico che si inserisce nella produzione del noir francese anni ’50 con alcune sue caratteristiche peculiari che lo differenziano dai noir dei vari Simenon, e Pierre Boileau e Thomas Narcejac, o se vogliamo anche dagli autori più letterari dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus di cui subisce in un certo senso gli influssi.

Diciamo subito che Dard è un autore a sé. Famoso in Italia forse più per la serie di San Antonio, è anche autore di pregevoli noir “seri”, nel senso di non umoristici, pur tuttavia non privi, di ironia, sarcasmo, paradosso, anche se amaro o perlomeno malinconico. La Rizzoli li sta riscoprendo e ce e sono davvero tanti per una bella e ricca collana.

Il veleno sei tu ha per protagonista, e voce narrante del romanzo, Victor Menda, un giovanotto di belle speranze, affascinante, ex speaker radiofonico, povero in canna, che ha perso tutto nei casinò della Costa Azzurra. Si sa nei noir francesi quando si vuole andare a caccia di fortuna si va in Costa Azzurra. Sole, mare, auto americane, ereditiere, insomma il paradiso dell’avventuriero.

Il nostro buon Victor, comunque, non è proprio un delinquente, ha le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue tensioni morali, e se la deve vedere con due terribili sorelle, o meglio una di certo terribile è, ma non voglio anticiparvi troppo della trama, per non togliervi il piacere della lettura, che pur vivendo il romanzo di tensioni sotterranee, ambiguità, erotismo represso, ha anche un significativo colpo di scena finale nell’ultimo capitolo che vi sconsiglio tassativamente di leggere subito. Non fatelo, andate con ordine. E vedrete che non ve ne pentirete.

Dunque, il romanzo inizia con Victor, che avendo perso tutto, medita di buttarsi in acqua, di suicidarsi. Cambia idea e gli succede un fatto curioso, che innescherà il motore della storia. Un’auto guidata da una affascinante e misteriosa donna, di cui non vede bene il volto, si accosta a lui e lo invita a salire a bordo. Gli si offre senza spiegazioni, preamboli, frasi di corteggiamento. Puro sesso. Poi lo scarica e se ne va, senza spiegazioni. Turbato e un po’ offeso prende la targa e risale al proprietario dell’auto.

Si reca nell’abitazione di costui, una bella villa sulla Costa Azzurra e scopre che è abitata da due enigmatiche sorelle: Eve e Helene Lecain. Non è che abbia scelta, è senza un soldo, non ha prospettive, quando gli offrono ospitalità lui accetta e mal gliene incoglie. Da questo momento in poi succede di tutto.

Eve la più giovane è invalida, è seduta su una sedia rotelle e la sorella l’accudisce. A Victor piace più Helene, più matura, seria, ottima padrona di casa, e soprattutto vuole scoprire chi fosse la misteriosa donna dell’incontro. C’è anche una vecchia governante ma anche lei non sa guidare, quindi la candidata ideale è Helene, ma lui non la riconosce, non è sicuro.

Non volendovi spiegare troppo della trama mi fermo qui, ma si regge su una specie di indagine, ci sarà anche un morto, non vi dico chi, e tanta tensione psicologica, insomma gli ingredienti del noir filtrati dal gusto di Dard che ne fa più un dramma introspettivo che un noir classico. Lo stile è asciutto, sobrio, riflette ossessioni e turbamenti, gelosie e desideri, e lascia il lettore a domandarsi anche lui chi sarà mai la donna misteriosa. C’è, c’è una spiegazione a tutto, c’è un finale non consolatorio, ma catartico.

Ah dimenticavo c’è anche un noir cinematografico francese tratto dal libro: Nella notte cade il velo (Toi… le venin), film franco-italiano per la precisione del 1959 diretto e interpretato da Robert Hossein, amico di vecchia data di Dard che ben rispecchia lo spirito del libro. Con anche una bellissima Marina Vlady e sua sorella anche nella vita Odile Versois.

Buona lettura, e buona visione se riuscirete anche avedere il film.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/3Mu5Xqj se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!          

:: Un divorzio perfetto di Jeneva Rose (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 gennaio 2026

Un divorzio perfetto riprende la storia dodici anni dopo gli eventi de Il matrimonio perfetto e lo fa, trascinando subito il lettore dentro un universo narrativo torbido, manipolatorio, costruito su relazioni avvelenate e verità piegate a uso personale. Nessuna redenzione né consolazione. Qui impera l’ambiguità morale, labile territorio in cui  nessuno è davvero innocente.

Sarah Morgan torna in scena più sottile e consapevole. Non è più soltanto la brillante avvocata che aveva difeso il marito Adam dall’accusa di omicidio, pagata poi con una condanna capitale e una verità mai del tutto chiarita. Ora è una donna che ha ricostruito la propria immagine pubblica, con una nuova famiglia, una fondazione filantropica e un matrimonio destinato a implodere. Il tradimento di Bob, secondo marito e apparente uomo qualunque, agisce da detonatore emotivo e narrativo, aprendo una frattura che si allarga fino a inglobare il passato. Il divorzio diventa così il perfetto pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando sotto i riflettori il caso Kelly Summers e trascinando Sarah in una spirale mediatica e giudiziaria.

L’ambientazione resta quella tipica del domestic thriller americano: case borghesi, uffici legali, stazioni di polizia, tribunali e periferie rassicuranti solo in superficie. È un mondo ordinato, fatto di prati curati e sorrisi di circostanza, dove il male non irrompe dall’esterno ma cresce silenzioso tra le mura domestiche. Jeneva Rose gioca con questa familiarità, la usa come maschera dietro cui far scorrere vendette sottili, ricatti e strategie a lungo termine. Ogni spazio diventa funzionale al controllo, alla sorveglianza, al sospetto.

La trama intreccia tre principali misteri:  la riapertura dell’omicidio Kelly Summers, la scomparsa di Stacy, amante occasionale di Bob, e la morte sospetta di un poliziotto legato alle vecchie indagini. I piani temporali e i punti di vista si alternano con ritmo serrato, mantenendo costante la tensione. L’indagine questa volta risulta più solida e credibile, rispetto al primo romanzo, grazie alla presenza dello sceriffo Hudson e della vice Olson, figure non eroiche ma animate da un autentico desiderio di verità. Anche loro, tuttavia, si muovono dentro una rete di menzogne più grande di quanto si possa immaginare.

Il cuore del romanzo resta Sarah Morgan, magnetico e disturbante personaggio. Fredda, calcolatrice, brillante, incarna una forma di intelligenza predatoria capace di anticipare ogni mossa altrui. La sua fondazione benefica, i gesti pubblici di compassione, persino il ruolo di madre diventano strumenti narrativi, parti di una messinscena più ampia. Attorno a lei ruotano uomini convinti di avere il controllo e destinati a soccombere: Adam prima, Bob poi, entrambi incapaci di comprendere fino in fondo la mente con cui hanno avuto a che fare.

Bob Miller è un antagonista meschino e arrogante, convinto di poter usare informazioni e minacce come leve di potere. La sua progressiva caduta ha qualcosa di grottesco e inevitabile, resa ancora più inquietante dal modo in cui la manipolazione si insinua nei dettagli quotidiani: un localizzatore sull’auto, messaggi ambigui, prove lasciate nel posto giusto al momento giusto. Ogni azione sembra casuale, mentre segue una implacabile logica.

Il ritmo cresce man mano con i colpi di scena che si susseguono con maggiore intensità. Alcuni risultano prevedibili per lettori usi al genere, ma funzionano grazie alla coerenza  e alla progressiva costruzione della tensione. La costante sensazione è quella di assistere a una partita a scacchi giocata su più tavoli, dove ogni pedina crede di poter agire liberamente .

Non tutti i personaggi risultano empatici, anzi. Quasi nessuno lo è davvero. Questa scelta, però, appare deliberata: Il divorzio perfetto non chiede identificazione, pretende attenzione. È un thriller che mette a disagio, solleva scomode domande sul potere della narrazione, sulla giustizia e sull’immagine pubblica. Chi racconta la storia vince, anche quando la verità resta sepolta.

Il finale, cinico e spettacolare, chiude il cerchio lasciando una scia di inquietudine e una porta socchiusa su possibili sviluppi futuri. Sarah Morgan ne esce intatta, forse persino rafforzata, simbolo di un mondo dove l’intelligenza senza scrupoli può riscrivere la realtà. Un thriller oscuro, divertente nella sua ferocia, capace di superare il primo capitolo della serie e confermare Jeneva Rose come abile tessitrice di inganni narrativi. Un libro che intrattiene, disturba e costringe a guardarsi le spalle… soprattutto se si crede di conoscere chi si ha accanto.

Jeneva Rose è un’autrice bestseller del «New York Times» e di «usa Today». I suoi thriller sono stati tradotti in più di trenta lingue e opzionati per diventare film e serie TV. Con la Newton Compton ha pubblicato La vacanza perfetta, Un matrimonio perfetto, La casa dei cadaveri e Un divorzio perfetto. Vive nel Wisconsin con suo marito, Drew, e i suoi testardi bulldog inglesi, Winston e Phyllis. Per saperne di più: jenevarose.com

:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

24 novembre 2025

A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso.  Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado  di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: A mani nude di Marina Visentin (Laurana Editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

26 ottobre 2025

Sono quasi arrivata a casa, nessuno mi aspetta e va bene così. Le otto sono passate da poco e il cielo sembra in fiamme, come se laggiù, sopra i tetti, si fosse aperta una fornace incandescente, rosso vivo. E tutt’intorno un blu profondo che mette quasi paura.
In bilico sul buio, in attesa della notte, la città respira piano. Aspetta la fine dell’inverno.
Io mi godo il vento. È come uno schiaffo in faccia l’aria fredda, ma il rosso del cielo mi tiene compagnia. Come un abbraccio che scalda. Nonostante tutto.

A un anno dall’uscita di Aurora, Marina Visentin torna al noir, questa volta investigativo, con A mani nude. Stesso editore, Laurana, stessa collana, Calibro 9, stessa città: Milano.

Un piacevole ritorno allo stile particolare con cui l’autrice interpreta il noir e trasforma Milano in uno scenario vivido e dolente, coi suoi Navigli, il Cimitero Monumentale, le vie borghesi, i palazzi eleganti, i bar-tabacchi di periferia, i cortili, le case di ringhiera. In questi luoghi scorre e si dipana una storia che intreccia presente e passato: il passato degli anni Settanta, quelli della lotta armata e degli anni di Piombo, che ultimamente sembra vivere una riscoperta dopo anni di oblio.

Protagonista è il vicequestore Giulia Ferro, donna con un passato ingombrante: una madre dedita all’eroina, un padre militante. Carattere difficile, tanto quanto competente e brava nel suo lavoro.

Il caso su cui indaga parte dal ritrovamento di due corpi: un ex terrorista rosso, Chicco Luini, con una fedina penale lunga e accidentata, annegato nei Navigli dopo essere stato pestato da tre ragazzi, di cui uno minorenne; e un appartenente alla Milano bene, Guido Andrea Del Corno, apparentemente morto suicida, impiccato nel Cimitero Monumentale, accanto al mausoleo di famiglia.

Due casi nati già chiusi, anche se il ritrovamento dei corpi avviene a un giorno di distanza l’uno dall’altro. Le vittime appartengono alla stessa generazione, ma sembrano provenire da mondi opposti. Tuttavia, qualcosa non torna: indagando, grazie soprattutto alle informazioni fornite spontaneamente da Vitalo, un amico del padre anche lui ex-militante, Giulia scopre un improbabile e torbido legame tra i due, che la conduce a un vecchio rapimento degli anni Settanta, che costò la vita al rapito, quando i militanti della lotta armata usavano i sequestri — come altri crimini — per finanziare la loro causa rivoluzionaria.

Marina Visentin scrive con precisione e sensibilità, sa unire i fili che legano il passato al presente, caratterizzando ogni personaggio con il suo bagaglio di sofferenza, difetti e pregi, senza calcare la mano sulla nostalgia. Delicato il legame tra la protagonista e il padre, a cui non smette di volere bene nonostante le sue scelte e i suoi errori, aprendo una strada verso la riconciliazione in un tenerissimo finale.

Ma è l’indagine l’ossatura portante della storia: l’interrogatorio dei testimoni, la ricerca degli indizi, i rapporti spesso conflittuali tra i colleghi della procura. L’autrice rende molto bene questa parte, con scrupolo e attenzione ai dettagli. Non è tanto la ricerca di un solo colpevole il punto centrale, quanto il capire cosa successe veramente: come si concatenarono gli eventi che portarono a tante altre vittime collaterali, quale fu la scintilla, come se il male si propagasse a onde e lasciasse dietro di sé una scia di morte.

Il passato non è idealizzato. Giulia è una poliziotta, una servitrice dello Stato — sebbene il termine sia desueto — e ha scelto una parte della barricata, nonostante le scelte del padre. Questo conflitto è una delle parti meglio descritte, con sensibilità e pudore.

A mani nude conferma Marina Visentin come una delle voci più solide e consapevoli del noir italiano contemporaneo. È un romanzo che unisce rigore investigativo e introspezione emotiva, storia collettiva e ferite private, in una scrittura elegante e mai compiaciuta. Non cerca il colpo di scena, ma la verità nascosta nelle pieghe della memoria.

Un noir intimo e civile, nel solco del noir civile di De Cataldo, ma con una delicatezza tutta femminile, attenta ai sentimenti, in cui il passato continua a bussare alle porte del presente e in cui la giustizia — come la vita — si compie solo a mani nude.

Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con numerose testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e costume (Filosofia Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007; Raffasofia, Libreria Pienogiorno, 2021), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021; Gli occhi della notte, Sem, 2023; Aurora, Laurana Editore, 2024).

Source: libro inviato dalla casa editrice Laurana che ringraziamo, assieme all’autrice.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4oss3aB se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: I delitti della Bella di notte di Anthony Horovitz (Rizzoli, 2022) a cura di Patrizia Debicke

17 ottobre 2025

Dopo aver risolto il mistero che circondava la morte dello scrittore Alan Conway, Susan Ryeland, giovane editor londinese dalla mente acuta e dalla memoria infallibile, decide di concedersi una pausa. Abbandona la caotica agitazione della città, le nebbie di Londra, la pressione costante dei libri e degli autori, per cercare un rifugio in cui reinventarsi.
La sua scelta di vita cadrà su Creta, dove aprirà un piccolo hotel insieme al fidanzato Andreas. L’isola, con la sua calda luce e i dorati tramonti e il ritmo lento e pacato della vita mediterranea, sembrano offrire una promessa di serenità. Ma, per Susan, l’incanto è solo effimero: il lavoro nell’hotel è estenuante, il rapporto di coppia rischia di guastarsi  e la monotonia, tanto diversa dal suo frenetico mondo editoriale, le pesa con un velo di malinconia.
Questa fragile tranquillità verrà  tuttavia infranta dall’arrivo dei Treherne, una coppia inglese giunta sull’isola con un unico obiettivo: ritrovare la  figlia scomparsa. La ragazza,  Cecily, ha lasciato dietro di sé solo criptici indizi, disseminati  tra le pagine di “Atticus Pünd e il nuovo caso”, il romanzo postumo di Conway, ispirato a un omicidio avvenuto otto anni prima proprio nell’hotel cretese della famiglia Treherne.
Susan Reyland , che ha conosciuto e curato l’opera dello scrittore, appare come l’unica possibile custode della verità  o per lo meno l’unica persona in grado di interpretare quei segnali nascosti, e l’onere di decifrarli la riporterà, inevitabilmente, al suo antico ruolo di investigatrice.
Anthony Horowitz conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità di costruire trame complesse e avvincenti. L‘ingegnosa  struttura del romanzo  si svilupperà infatti su due livelli, sovrapposti come scatole cinesi. Al primo piano avremo la Susan reale, che indaga tra gli hotel e la campagna inglese, interrogando testimoni, raccogliendo documenti e interpretando segni; al secondo, invece il mondo letterario di Atticus Pünd, detective dalla precisione quasi maniacale e dal fascino d’altri tempi, immerso nello stesso mistero ma trasposto e filtrato attraverso la penna di Conway.
Il gioco a incastro è molto raffinato: personaggi e indizi si rispecchiano, le situazioni reali e quelle inventate si intrecciano, e il lettore sarà costretto  a immergersi in  due misteri paralleli, ciascuno con la propria tensione, i propri colpi di scena e le proprie rivelazioni.
Il fascino del romanzo sta anche nella capacità di bilanciare la complessità della trama con una facile lettura. Horowitz non tradisce mai il lettore: tutti i plausibili indizi necessari ci sono ma talmente evanescenti e  inafferrabili da sorprendere e intrigare fino all’ultima pagina. Come in un Cluedo letterario all’Agatha Christie: ogni dettaglio, ogni gesto, ogni parola può diventare la chiave per risolvere l’enigma.
L’autore infatti si ispira chiaramente alla tradizione dell’Età dell’Oro del giallo britannico, con atmosfere eleganti, indagini meticolose e colpi di scena calibrati, ma lo fa con un respiro moderno, integrando la psicologia dei personaggi a tensione narrativa e a riflessioni sulla natura umana.
In questo secondo volume della serie, Horowitz introduce anche Daniel Hawthorne, ex detective e alter ego collaborativo dell’autore stesso. Il loro rapporto, fatto di contrasti, sarcasmo e complementarietà, aggiunge profondità e leggerezza al racconto. In “La sentenza è morte”, i due si trovano ad affrontare l’omicidio di Richard Pryce, avvocato divorzista dalla mente acuta e dai rapporti complessi, la cui morte efferata apre una rete di sospetti, alibi e segreti che si intrecciano con la scomparsa di Cecily e con altri misteri collaterali. La narrazione procede così tra intrecci, depistaggi e ingannevoli sospetti, sempre sostenuta da una scrittura precisa, elegante e calibrata. Il maggior pregio dell’opera sta  proprio nel modo in cui Horowitz fonde tradizione e innovazione. La suspense cresce in maniera costante, i colpi di scena arrivano nei momenti giusti, i personaggi sono delineati con cura e credibilità. Susan Ryeland emerge come protagonista forte e determinata, capace di leggere tra le righe della realtà e della finzione. Hawthorne, con le sue imperfezioni e la sua saggezza pratica, compensa e arricchisce la vicenda, creando un duo indissolubile pronto a istradare il lettore attraverso un labirinto di enigmi.
Le ambientazioni, dalla assolata atmosfera cretese alle verdeggianti  campagne inglesi, dai quartieri alti di Londra a librerie storiche come la celebre Daunt Books di Marylebone, sono descritte con cura, trasportando il lettore in luoghi reali e riconoscibili, ma sempre sospesi tra realtà e finzione. La capacità di Horowitz di evocare contesti vividi e atmosfere precise rende ogni scena tangibile, quasi cinematografica.
In sintesi: un giallo corposo, raffinato, avvincente e sorprendente, un’opera che rende omaggio ai grandi classici, ma con voce originale e contemporanea.

Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito, noto per la serie bestseller di Alex Rider. Sceneggiatore per la televisione, ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. I delitti della bella di notte (Rizzoli 2021) è il secondo volume di una  serie.

:: 81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2025) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2025

Instant Karma’s gonna get you/ Gonna knock you right on the head/ You better get yourself together/ Pretty soon you’re gonna be dead.

John Lennon

81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni, pubblicato da Edizioni Spartaco, è un romanzo che non passerà inosservato, e non certo per le 456 pagine, o perché l’autore ci ha abituato ad opere provocatorie, surreali, buffe, satiriche e nello stesso tempo tragiche come sono i nostri tempi. Forse con questo romanzo l’autore ha spostato un altro po’ l’asticella consegnandoci un romanzo visionario, provocatorio e incapace di lasciare indifferenti.

Al netto delle provocazioni e dell’eccesso – che non è mai fine a sè stesso -, un ritratto generazionale post Woodstock lisergico e contemplativo, pazzo e visionario, tenero e nostalgico. Un romanzo che davvero ci porta a fare un viaggio, in un mondo imperfetto, tragico, ma tuttavia meraviglioso, e lo fa con una forza immaginifica che si nutre tanto della storia quanto dell’utopia, tanto della cultura pop quanto del pensiero politico radicale.

Non aspettatevi una lettura facile, i personaggi sono tanti, complessi con diramazioni e legami tra loro, le strade narrative impervie, la ricostruzione storica degli anni ’80 alternativa, ma ne vale la pena. Vale la pena immergersi in questa ricostruzione lisergica dove la droga, più del petrolio, finanzia guerre, destabilizza i giovani, propaga il caos. La teoria è affascinante e nello stesso tempo agghiacciante e ci conduce a Mark Chapman: inventore dell’Iik, una cannabis geneticamente modificata (che tanto richiama al Fentanyl), prigioniero a Teheran, omicida di Lennon.

Cospirazioni, operazioni coperte, agenti della CIA, rivoluzionari, militanti, guru, teppisti, malavitosi, telepati, l’affresco è composito, la fantasia a Mazzoni non manca, ma pure con l’inquietudine che quello che dice non sono fesserie, le sue ricostruzioni, sebbene romanzate, hanno un fondo di verità, sono ricostruzioni sensate, anche coerenti per quanto pazzesche, estreme, incredibili.

E questa inquietudine alimenta la nostra curiosità di lettori, e ci sgomenta, pur facendoci anche sorridere, piangere o allarmare. E qui torniamo al titolo, quell’8 dicembre del 1980, in cui davanti al Dakota Building Lennon fu ucciso. Non da un pazzo, non un gesto isolato di un esagitato, ma qualcosa di ancora più inquietante, e oscuro, che Mazzoni costruisce ribaltando responsabilità, e non dico altro per non togliervi il piacere della lettura, ma davvero quello fu un punto di svolta, e Lennon era una spina nel fianco per troppe persone, il suo pacifismo, la sua anarchia, il suo talento visionario che entrava nel cuore di tanti giovani.

Mazzoni scrive un romanzo che è insieme un’inchiesta paranoica, un manifesto underground, un viaggio psicotropo nella psiche collettiva. Ogni pagina vibra di riferimenti pop: dischi, fanzine, canzoni, visioni, deliri, complotti, sogni infranti. La narrativa si fonde con il delirio percettivo: il ritmo accelera come un vinile graffiato, la realtà si scompone in frames da videoclip post-moderno.

E allora si torna lì, al cuore della questione: dopo Woodstock, la rivoluzione non è fallita. È stata neutralizzata, assorbita, corrotta. Gli ideali di pace e amore si sono dissolti in una polvere bianca, e gli anni Ottanta – con la loro estetica sgargiante e la loro oscurità sistemica – sono diventati il teatro perfetto per questa deriva.

Un romanzo necessario, scomodo, che farà discutere, ripeto. Ma soprattutto un romanzo vivo, come lo sono le idee che prova a raccontare. Per chi ha amato Lennon, per chi ha creduto in qualcosa di diverso, per chi ancora oggi si chiede: e se fosse andata diversamente?    

Illustrazione di copertina di Giancarlo Covino

Lorenzo Mazzoni, nato a Ferrara nel 1974, ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a e Hurghada. Scrittore e reporter, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui per Edizioni Spartaco, Quando le chitarre facevano l’amore(2015), con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award, Il muggito di Sarajevo (2017) e 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini (2025). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Collabora con Il Fatto Quotidiano.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/3KlYPei se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: Come uccidono gli Eredi di Jessica Goodman (TimeCrime 2025) a cura di Patrizia Debicke

4 ottobre 2025

Leggere “Come uccidono gli eredi” significa penetrare in un universo dorato e soffocante, dove il privilegio si veste di seta e gioielli ma odora di corruzione e paura. La prima sensazione che si prova è claustrofobia: giovani vite che “devono” apparire perfette, intrappolate in copioni imposti dalle famiglie e dalla società, e che invece sono soltanto pedine in una recita feroce.
E sarà proprio questa inquietudine tra libertà negata e bisogno di apparire che rappresenta il cuore del romanzo.
Il fulcro narrativo è il Club degli Eredi di New York, un esclusivo circolo che non si limita a garantire lusso e protezione, ma rappresenta una vera e propria consacrazione sociale. Entrarvi significa avere un futuro spianato, un lasciapassare per i piani più alti del potere economico e politico. È il regno dei “prescelti”, ragazzi che hanno respirato sin dalla nascita solo l’aria rarefatta delle élite, educati a non sbagliare ma anche a coprirsi sempre l’un l’altro pur di mantenere intatta la facciata.
I protagonisti riflettono le diverse sfaccettature di questo sistema. Bernie Kaplan è forse il personaggio più immediatamente empatico e la sua voce mette in evidenza la gabbia dorata in cui tutti si muovono. Dietro l’apparente sicurezza si nasconde il peso delle aspettative, il continuo timore che la verità possa emergere.
Isobel Rothcroft, regina di stile e perfezione, incarna l’ossessione per l’immagine, simbolo di una femminilità costruita a misura di copertina.
Skyler Hawkins, forse il più fragile, porta dentro di sé la contraddizione tra desiderio di ribellione e necessità di appartenere.
Ma la vera anomalia è Tori Tasso, l’outsider, sempre la migliore nei risultati scolastici, ma proveniente dal Queens. Lei è l’intrusa, la scheggia impazzita pronta a incrinare la simmetria del gruppo. La sua presenza non è solo un enigma narrativo, come ha fatto a ottenere un invito? ma rappresenta anche il confronto tra il mondo dei privilegiati e chi, come lei, conosce altre strade, altre possibilità di vita.
L’ambientazione è cruciale. Siamo nella Manhattan dei superattici e dei gala, un microcosmo che affonda le radici nell’eredità WASP, quel sistema di potere nato dai primi padri pellegrini e ancora oggi capace di imporre all’America regole invisibili. L’autrice non si limita a raccontare un delitto in un contesto mondano: porta in scena la sopravvivenza di un modello sociale che identifica la ricchezza come segno di predestinazione, il denaro come moderna grazia divina. La piramide sociale deve restare intatta e, per difenderla, ogni mezzo è valido: segreti, bugie, omissioni, silenzi compiacenti.
Il Ballo degli Eredi, a conclusione di un percorso scolastico superiore, è l’apice simbolico di questo meccanismo. Un’esclusiva festa scintillante, promessa di successo e visibilità, ma che può trasformarsi in un baratro. Dietro i sorrisi, gli abiti da haute couture e le coppe di champagne, serpeggiano rivalità, invidie e paure. Quando la tragedia sconvolgerà tutti, con una morte improvvisa, non sarà solo l’elaborato evento mondano a crollare: l’intero castello di apparenze verrà messo in discussione, rivelando la brutalità nascosta dietro quel patinato splendore.
Jessica Goodman costruisce la trama alternando i punti di vista dei protagonisti e crea un romanzo corale su due piani: la settimana prima del ballo e ciò che avverrà dopo la tragedia. Questo doppio binario narrativo accresce la tensione e la curiosità del lettore di scoprire come i pezzi possano andare a incastrarsi. Il delitto, se verrà riconosciuto come tale, diventerà non solo un enigma da risolvere, ma e soprattutto lo specchio di una società che si autodivora pur di mantenere il proprio potere.
Il vero motore del romanzo, infatti, non sarà l’indagine in sé, ma la critica sociale che vibra in ogni pagina. Gli Eredi sono ragazzi sacrificati al dio denaro, costretti a perpetuare un patto mai scelto, in una catena in grado di annientare ogni differenza e pensiero critico. Burattini scintillanti mossi da famiglie e istituzioni che temono il crollo del sistema più di qualsiasi scandalo.
“Come uccidono gli eredi” più che un romanzo di consumo è un pericoloso viaggio nei salotti dorati di New York, dove il lusso non è altro che una maschera. È il racconto di come quell’élite riesca a proteggere se stessa con spietata ferocia, fino a spingersi oltre il limite. Ed è soprattutto la storia di ciò che si è disposti a sacrificare: la verità, la coscienza e perfino la vita, pur di non scivolare fuori dalla piramide sociale.
Un romanzo incalzante, che parte in sordina ma accelera fino a un travolgente finale, dove i colpi di scena si susseguono senza tregua.
Jessica Goodman dimostra ancora una volta di saper trasformare un contesto scintillante in una intrigante trappola narrativa: perché in fondo, in quel mondo ovattato e crudele, il vero pericolo non è scoprire che ci sia un assassino, ma domandarsi quanti altri terribili segreti siano ancora sepolti sotto i tappeti dell’élite. Traduzione a cura di Emanuela Foglia.

Jessica Goodman è una caporedattrice di Cosmopolitan. Loro volevano essere noi è il suo debutto come autrice, seguito da They’ll Never Catch Us – Non ci prenderanno, ora pubblicato nella stessa collana. Dal suo romanzo d’esordio, HBO Max sta adattando una serie tv che vedrà protagoniste Sydney Sweeney, star di Euphoria, e la cantautrice Halsey al suo primo lavoro come attrice. Come uccidono gli Eredi è il suo nuovo thriller young adult a essere pubblicato nella stessa collana.

:: L’enigma Kaminski di Paolo Roversi (Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 luglio 2025

Milano, ancora euforica per il successo dell’Expo, si prepara alla consueta vivace esplosione di  luci natalizie. Ma l’8 dicembre, una cupa ombra cala sulla città: Giovanni Ferri, noto e rispettato antiquario di Brera, viene ritrovato senza vita in un confessionale del Duomo, al termine della messa dell’Immacolata. A un primo sguardo, parrebbe un infarto. Ma Luca Botero, il commissario insofferente anzi allergico alla tecnologia e con uno spirito d’osservazione degno di un moderno Sherlock Holmes, ritiene invece che sia stato ucciso.

Quando l’autopsia conferma in pieno i suoi sospetti, l’indagine decolla. Molti, forse troppi, avevano un motivo per desiderare la morte di Ferri. E qualcosa di ancora più oscuro avanza minacciosamente : risorto dal passato torna a riaffacciarsi l’incubo peggiore del commissario — Jacek Kaminski.
Il criminale spietato che anni prima aveva quasi ucciso il commissario è tornato, e questa volta lo sfida apertamente.

Stavolta Botero dovrà mettere in gioco tutto: intuizione, coraggio, e forse anche la propria vita. Perché affrontare Kaminski sarà per lui come  affrontare anche i suoi fantasmi. E non è detto che i cervellotici enigmi disseminati lungo il cammino non di rivelino  l’ennesima trappola.

Con L’enigma Kaminski, terzo capitolo della serie con protagonista il commissario più analogico del noir contemporaneo, Paolo Roversi colpisce ancora nel segno. Il ritmo narrativo sempre serrato, la tensione costante e la trama si rivela densa di colpi di scena. Nulla è mai come sembra tanto che  il lettore si sente in prima linea, costretto a indagare accanto a Botero, condividendone limiti e intuizioni, dubbi e folgorazioni.

Come nei precedenti romanzi, Milano è più di uno sfondo: è una presenza viva, quasi tangibile, palpitante, nervosa, apparentemente  già pronta per il Natale ma attraversata da inquietudini sotterranee. Tuttavia, la caccia all’uomo porta Botero e la sua squadra anche fuori città: da Bologna alla Versilia, e persino fino a Macugnaga. Ogni diverso luogo diventa tessera di un puzzle complesso e affascinante.

Il passato si fa largo con prepotenza, e con questo  la resa dei conti tanto attesa tra Botero e il suo nemico di sempre. Kaminski è la sua nemesi perfetta, capace di metterlo a dura prova sia sul piano investigativo che su quello personale. In un duello mentale all’ultimo respiro, in una partita senza esclusione di colpi.

Il commissario, fedele al suo Borsalino e al trench d’ordinanza molto americaneggiante, resta sempre  coerente con la sua tecnofobia e il suo sguardo disincantato sulla realtà, chiuso in sé  come un campo da biliardo all’italiana,  anche se stavolta, Roversi apre qualche spiraglio sul suo mondo interiore, rendendolo più vicino al lettore, più umano.

Intorno a lui, la squadra Alfa, i “confinati” della Cortina di Ferro, l’ex caserma militare trasformata in base operativa. Al suo fianco il fedele cane  meticcio Duca e l’amico Domenico, memoria storica e unica medicina alla ormai cronica insonnia che accompagna ogni indagine di Botero.

La scrittura  di Roversi è rapida, diretta, quasi cinematografica. Fatta di : piani sequenza, zoomate, cambi di ritmo che mantengono costantemente l’attenzione al top. I dialoghi sono vivaci, i personaggi ben calibrati. E poi c’è Milano, sempre lei, a respirare contemporaneamente alla narrazione, a vibrare sotto la tensione crescente del racconto.

Gli enigmi lanciati da Kaminski saranno solo l’inizio di una vorticosa spirale che travolgerà Botero e i suoi. Il finale sarà da batticuore, con alla fine un colpo di scena che spalanca le porte a un nuovo capitolo. Perché, a volte, non è riconoscere il nemico la parte più difficile, mentre lo è il capire dove  e come attaccherà  la prossima volta.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta ecc. ecc.