Il plot di questo libro ci parla di un nostos singolare: il ritorno a casa della dea di Morgantina, di un mitologico capolavoro sganciato dal castone di terra, costretto in mani furtive, peregrino per le botteghe d’oltralpe e d’oltreoceano.
Dopo aver vagato per il mondo, la statua – dal 2011, nel Museo archeologico di Aidone- incanta di nuovo la Sicilia. Attraverso le vicende del protagonista Alfeo Rosso, prende corpo la parabola della dea di pietra. Il lettore si ritrova così catapultato nel tempo di Ducezio da Mineo e del suo sogno di dominio e libertà, duemilacinquecento anni prima. E la narrazione si trasforma in fiaba, un favola triste ma anche destinata a sovvertire i limiti e lacci del Tempo.
“Una mattina di primavera sotto i portici dell’agorà (Ninfodoro)incontrò l’amore. Le chiese il nome, si chiamava Castalia, come la figlia del dio fiume; i primi raggi del sole erano gradevoli e nello zéfiro svolazzava la chioma d’oro della fanciulla, scapricciata, col sorriso dolce sulle labbra e tanta luce negli occhi. Si guardarono intensamente, si abbracciarono con passione, si baciarono a lungo”.
Erano felici Ninfodoro e Castalia. Ma una febbre letale s’impadronì del corpo di Castalia e, pian piano, si spense la luce dei suoi occhi. Il suo amato Ninfodoro vorticò nel precipizio, della mente e del corpo. Fu in una di quelle nottate nelle quali l’assillo fa male e graffia il cervello, le voglie sono trafitte e uccise dagli abissi del cuore, che un tarlo s’insinuò, come un chiodo fisso, nella sua testa: una statua per Castalia, perenne ricordo di un amore bello e fugace. Non perse tempo e si mise subito all’opera.
“Allora, se Castalia non tornerà più, voglio fare per lei il monumento più bello del mondo, dev’essere la prova della bellezza del nostro amore!”.
Nella valle di Morgantina echeggiavano gli schiocchi delle mazzuole, il picchettio delle martelline di Demetrios, Kalistos e Philippos accompagnati dalla poesia di Alexandros. La statua doveva essere alta come dieci palmi di mano e ancora più. La testa doveva essere di marmo e così i piedi e le mani.
Gli abiti dovevano aderire bene al corpo, quasi fossero bagnati, la figura poteva essere ammirata da ogni parte. La scultura assunse così le sembianze della madreterra che – abbandonato l’Olimpo, arrabbiata con Zeus e tutti i numi – si fa donna calata sull’ecumène per trovare la Kore. La dea di Morgantina divenne e resta il simbolo di un amore immortale, carico di quel magnetismo che allontana ogni bizzarro schiaffo della sorte.
E incarna anche quel bisogno di ‘leggenda personale’ insito nel cuore di ogni essere umano. Forse per questo ne siamo così affascinati,oggi più di ieri, e smuoviamo mari e monti per andare a vedere se davvero quei panneggi, quelle pieghe, quel corpo di moderna eternità, sono in grado ancora di intrecciare l’anima. Un libro dallo stile sostenuto, posto ad un livello superiore di narrazione, lingua, immaginazione. Volutamente aulico, per affondare le incertezze che circondano i misteri, gli enigmi, i rebus della Sicilia, una terra attraversata da quadrati bianchi e neri come un cruciverba.
Emilio Sarli (Padula, http://www.emiliosarli.it) è avvocato, componente del Centro Studi e Ricerche Pietro Laveglia del Vallo di Diano e presidente del Caffè Letterario Il Meridiano. Segue tematiche giuridiche, storiche e ambientali, ha collaborato con riviste di diritto e ha pubblicato opere di narrativa e saggisitica.
Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Alberto Bonfirraro della casa editrice “Bonfirraro”.
“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).
L’Africa è abitata, ma è inabitabile.
Delirante litteram
“Suite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.
“Ebbe il privilegio del viaggio in paradiso. Il 15 agosto 1698, giorno dell’Assunzione, la veggente sta recitando le litanie lauretane, quando fra le 19 e le 20, accompagnata da 4 angeli con il volto da bambini, le viene a far visita la Madonna che la inviata a seguirla: “Figlia mia, oggi voglio mostrarti delle cose che non hai mai visto e ti riempiranno di grande felicità”.
“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.
“Lotto per la libertà perché senza di essa non sono nessuno, perché ho dovuto riconquistarla dopo una lunga e dura lotta. Per me la libertà è la cosa più preziosa, qualcosa che non si può alienare. Ho gettato tutta la mia giovinezza sul fuoco della lotta per la sua conquista, e se a me, socialista, mi dovessero offrire le più radicali riforme sociali al prezzo della libertà, rifiuterei, perché la libertà non può essere merce di scambio”.
“… Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo”.
Il volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Questo libro raccoglie contributi e ragionamenti di un esperto di relazioni internazionali, Giancarlo Elia Valori, il quale a proposito della Brexit – che nel libro è una opzione non ancora convalidata dal voto – scrive:
























