“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.
“Conversiamo e guardiamo dal finestrino un paesaggio a volte coperto da una bassa vegetazione a volte completamente spoglio ma sempre dai colori intensi. Giallo, ocra e bianco sotto l’azzurro di un cielo senza nuvole”.
Queste sono parole ed impressioni di Mauro Buffa che ha intrapreso un viaggio singolare (ma in compagnia) con l’obbiettivo di raggiungere il cuore dell’Australia. Ha attraversato così il Nullarbor Plain (uno dei più vasti deserti australiani) a bordo dell’Indian Pacific, il treno che va dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico percorrendo la seconda ferrovia più lunga del mondo dopo la Transiberiana. E’ approdato nelle grandi città dove ha incontrato emigranti di ieri e giovani lavoratori di oggi in cerca di un’alternativa alla crisi europea. Ha fatto tappa in cittadine anonime dove si comprende il concetto di “no culture land”. E infine è arrivato nel red centre del continente a Uluru, il luogo simbolo sacro agli aborigeni. Una volta a Melbourne ha fatto un bilancio su quanto visto e vissuto: città costiere modernissime e con alta qualità della vita, territori interni isolati e desolati, il triste declino del popolo aborigeno.
A Sydney, Mauro si è reso conto che:
“L’Australia è una terra che dalla sua prima colonizzazione ha accolto gente da tutto il mondo. Nei quartieri periferici di Sydney le nazionalità, la cui prima lingua non è l’inglese, sono parecchie decine. I nuovi immigrati oggi provengono principalmente dai vicini paesi asiatici e passeggiando proprio dietro al Wesley College in King Street, la via che delimita la zona universitaria, lo si nota dai negozi e dalle facce dei passanti”.
Una vecchia questione è se L’Australia sia in Asia o in Occidente:
“Niente fusione o melting pot all’americana, ma piuttosto un salad bowl, un’insalata dove gli elementi, pur se bene mescolati, mantengono la loro individualità”.
L’autore si è chiesto poi se
“Negli ultimi anni il modo di sentire il viaggio è cambiato. La tentazione di raccontare se stessi attraverso i social network è forte. Come lo è comunicare via Skype. Condividere immagini ed emozioni può essere generosità o snobismo, superficialità o racconto in presa diretta. L’esperienza esclusiva e intima del viaggio ne esce impoverita, ma è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che fa sentire ognuno come un inviato speciale nel mondo”.
Infine, uno speranzoso Epilogo:
“L’Australia mi suscita sentimenti contrastanti soprattutto sotto l’aspetto umano. E’ la terra sottratta agli aborigeni, ma anche il nuovo mondo per uomini affrancati dalle catene e immigrati in cerca di fortuna. E’ un grande esperimento sociale e forse la speranza che genti di lingua, razza e cultura diverse possano convivere in pace. Se ha funzionato in Australia, magari funzionerà anche in Europa”.
“Sotto il cielo dell’Australia” (Ediciclo) è un volumetto accattivante che possiede misura, equilibrio ed un pizzico di verve (soprattutto quando racconta la disavventura di essere punto da un ragno, fortunatamente innocuo), lo consiglio vivamente perché tralascia cliché e altre convenzioni geografiche per farci esplorare una Regione della Terra ancora oggi per noi misteriosa, affascinante ed immensa.
Mauro Buffa è nato e vive a Trento. Ha lavorato come giornalista e ha scritto reportage di viaggio. Ha compiuto viaggi in bicicletta attraverso l’Europa. Dirige un istituto culturale. Con Ediciclo ha pubblicato “Sulla Transiberiana. Sette fusi orari, 9200 km, sul treno leggendario da Mosca al mar del Giappone (2010)” e “Sulla Transmongolica. Oltre 9000 km in treno da Mosca a Pechino sulle orme di Gengis Khan (2012).” Nel 2015 è uscito “Usa coast to coast. Da New York a San Francisco in Greyhound attraverso quindici stati, quattro fusi orari e un uragano“.
Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo”.
“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.
Francesco Saverio Nitti è al centro di questo ciclo di letture; spunti per osservare il passato con la lente del presente. Egli è stato uomo di Stato, Pensatore della libertà e della democrazia. Un uomo che, con l’esilio a Parigi e con la prigionia nell’ultima parte della guerra a opera dei tedeschi, ci ha detto che la libertà non si difende solo con la penna ma anche e soprattutto con l’esempio, con la testimonianza e quando è necessario anche con il sacrificio. Sue queste suggestive parole che denunciano il fascismo come un ritorno alla barbarie, al Medioevo:
Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:
Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.
“Virtù è dunque parola assai poco consona a un’epoca in cui il sacro dovere che tutti siamo invitati a rispettare è quello dell’autorealizzazione.
Leonardo da Vinci è l’emblema perpetuo dell’umana evoluzione. Questo libro – corredato di immagini eloquenti – spiega perché. Innanzitutto, in lui riscontriamo una straordinaria combinazione di scienza ottica ed immaginazione artistica: egli costruiva la sua arte su un’impalcatura scientifica. Basta osservare il suo Uomo vitruviano. Per fare di questo disegno un lavoro scientifico informativo, sarebbe stato sufficiente tratteggiare una figura d’uomo semplificata. Invece Leonardo tracciò linee delicate e si produsse in un’accurata ombreggiatura, realizzando, anche se non sarebbe stato necessario, un corpo di notevole bellezza. Con il suo sguardo intenso e insieme profondo, e i riccioli che tanto amava riprodurre, l’Uomo vitruviano è un capolavoro in cui si intrecciano l’umano e il divino. L’eccezionale capacità di far dialogare teoria ed esperienza ha fatto di lui il primo fondamentale alfiere di un metodo di ricerca che combinando curiosità maniacale, volontà di sperimentare e di mettere in discussione i dogmi con la capacità di discernere modelli nelle varie discipline, ha portato la conoscenza umana a compiere progressi ciclopici. Un altro esempio del suo essere pioniere? Per definire la forma degli oggetti Leonardo confidava sul chiaroscuro piuttosto che sui contorni perché aveva avuto un’intuizione profonda: non esistono, in natura, oggetti con un contorno marcato o un confine preciso. Un tratto poi caratteristico di una grande mente è la disponibilità a cambiare idea. In lui questo tratto era ben visibile. Alle prese con i suoi studi sulla terra e l’acqua, nei primi anni del XVI secolo si imbattè in fatti che lo indussero a riconsiderare la sua fiducia nell’analogia microcosmo-macrocosmo. Era un genio al meglio della sua potenza e noi abbiamo la fortuna di assistere a questa sua evoluzione nelle pagine del Codice Leicester. Il volume di Isaacson ci parla non solo del “creatore”, ma anche delle leggendarie“creature” del Grande Maestro toscano. Leonardo cominciò a lavorare alla Gioconda nel 1503 quando tornò a Firenze dopo essere stato al servizio di Cesare Borgia. Ma non l’aveva terminata quando si trasferì nuovamente a Milano nel 1506. L’avrebbe portata anche in Francia, ultima tappa della sua vita, aggiungendo minuscole pennellate e sottili strati di colore per tutto il 1517. Nel suo studio sarebbe stata quando morì. In questo sconvolgente dipinto, il paesaggio dell’anima di lei e quello dell’anima della natura sono intrecciati. Scrisse Kenneth Clark di quest’opera:
La lezione di questo libro è che non vi può essere alcun compromesso tra la libertà e i diritti “sociali” degli individui. La libertà è un a priori etico e antropologico, un valore non negoziabile. E’ il fondamento stesso della “Grande Società”, che equivale alla “società aperta” di Popper, in quanto sostenuta dal mercato e dalla competizione. L’alternativa alla “pianificazione” è la “sovranità della legge” (rule of law). Come perviene a questa conclusione Friedrich A. von Hayek? Lo studioso – che è stato per definizione l’antagonista più illustre di Keynes – non era devoto del laissez faire; egli credeva in uno schema o impalcatura per un sistema di libera impresa. Schema che è compatibile con standard di salario minimo, standard di assistenza sanitaria, un minimo di assicurazione sociale. Ed anche compatibile con certi tipi di investimenti statali. Ma il punto è che l’individuo deve conoscere in anticipo esattamente come le regole funzioneranno. Egli non può pianificare i suoi affari, il suo futuro, persino le sue vicende familiari, se il “dinamismo” di una autorità pianificatrice centrale sta sospeso sopra la sua testa.
“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.
È Natale, e la fine dell’anno. Tempo di bilanci come quelli che fa in questo libro lo scrittore Andrea Camilleri. Rivolgendosi alla nipotina, il papà del commissario Montalbano traccia una parabola della propria esistenza, senza recriminazioni o troppi rimorsi.
Nella Presentazione di questo agile opuscoletto – affidata ad Osvaldo Terranova (Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana) – sono racchiuse le linee guida per comprendere l’analisi e l’indagine critica svolte da Vanni Spada, “un volto non associabile ad alcun egoismo, interesse privato di partito o di corrente”. Oggetto della sua dissetarzione, l’attuale crisi economica ed etica che caldeggia riflessioni sulle antinomie tra legalità ed illegalità. Inoltre, il libretto sprona i giovani desiderosi di armonie sociali. I temi sono molti, tutti di scottante attualità: “reati nei rapporti con la pubblica amministrazione”; “delitti informatici e trattamento illecito di dati”; “delitti di criminalità organizzata”; ” reati di concussione e corruzione” etc.. L’autore si premura di far conoscere, anche in modo dettagliato, i settori economici in cui opera la criminalità: pizzerie, alberghi, ristoranti, commercio ed altro. Emerge la consepevolezza di una coesistenza di economia legale ed illegale, laddove è oltremodo auspicabile una prevalenza della legalità sull’illegalità, ma su basi democratiche per un rinnovamento morale, economico e culturale del tessuto sociale. Scendendo nei particolari, si esaminano i vari reati come quelli cosiddetti “spia”: l’autoriciclaggio, le false fatturazioni, i reati ambientali, l’estorsione e l’usura. Una realtà affiora in superficie: l’economia criminale presidia di norma attività semplici come mercati economici in cui è richiesta una bassa tecnologia e compretenze esecutive. Insomma, tutto quello che sfugge ai radar degli organi di controllo, e che si mimetizza acutamente nell’economia sana. Il metodo violento però non tarda ad materializzarsi. Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, è ormai noto che bar e pizzerie sono un’ottima base per accumulare denaro di origine illegale. I bar sono punti di ritrovo. Niente che abbia a che fare con la scoperta dell’acqua calda, però l’autore giustamente fa notare come “ gruppi criminali puntano ad ottenere dei vantaggi di sistema”. Quello che ne viene fuori è un girone infernale alimentato dalla corruzione e dalle regole di potere. Importante sottolineare che il crimine in economia è molto presente al Sud del nostro Paese. Il libro è prezioso anche per questo voler offrire su un vassoio di decreti, articoli e commi, la fotografia, o forse è meglio dire radiografia, delle nostre piaghe sociali, quelle che ci trasciniamo strutturalmente da decenni, e quelle dovute alla contingente marea recessiva.
Era il 28 novembre del 1981, quando, in un fazzoletto di terra africana, la Madonna apparve ad alcune ragazze invitandole a pregare per la salvezza del mondo. Perché scelse di manifestarsi in questo paese martoriato? Nel 1980 Kibeho era una tipica cittadina della regione di Gikongoro, dove continuavano vivissime le influenze dei riti tribali. La prima apparizione ebbe come protagonista Alphonsine Mumureke, alunna di 16 anni, pia e mite. Sabato 28 novembre 1981 si trovava nel refettorio quando, mentre serviva a tavola le compagne, sentì una voce che la chiamava: “Figlia mia”. Sebbene intimorita, rispose: “Eccomi”, inginocchiandosi e facendo il segno della croce. Improvvisamente si ritrovò in un altro luogo pieno di luce e gradualmente vide uscire da una nuvola la figura di una donna bellissima, vestita di bianco con un velo candido che le cingeva la testa, mentre le mani erano giunte sul petto. Fattasi coraggio, Alphonsine chiese: “Chi sei?”. Ella rispose: “Sono la Madre del Verbo, ma tu cosa pensi della religione?”. “Io amo Dio e sua Madre che ci ha dato il Figlio che ci ha salvati”, replicò. “Se è così – continuò la bella Signora – vengo a rassicurarti perché ho ascoltato le tue preghiere. Vorrei però che le tue compagne avessero più fede, perché non credono abbastanza”. E la ragazza: “Madre del Salvatore, se veramente sei tu che vieni a dirci che nella nostra scuola la fede è poca, vuol dire che vieni ad aiutarci. Sono proprio contenta che tu sia apparsa a me”.
Fino a poco tempo fa, era semplice definire le aziende più famose. Exxon vende petrolio, McDonald’s serve hamburger, Walmart è un posto dove si comprano cose. Ma la situazione è cambiata con Amazon, Google… Dove iniziano e dove finiscono queste aziende? Un tempo, Amazon si accontentava di essere the everything store, ma ora produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. Le aziende tecnologiche più ambiziose – Facebook, Microsoft e Apple – si contendono il ruolo di nostro “assistente personale”; vogliono svegliarci al mattino, guidarci durante la giornata con il loro software di intelligenza artificiale e restare sempre al nostro fianco. Insomma, le big tech stanno facendo a pezzi i principi che proteggono l’individuo. Offrono dispositivi e siti web che annientano la privacy. Qual è il loro obiettivo? Alterare l’evoluzione umana, rendendoci tutti un po’ cyborg. Il libro parla delle idee che spingono queste aziende e della necessità di contrastarle. Google ha trasformato la liberazione del cervello in un’impresa ingegneristica. L’idea di fondo è che se la filosofia non è riuscita ad emancipare la mente, potrebbe farlo la teconologia procedendo a tutta velocità e modificando in modo significativo pratiche umane consolidate da tempo. Cosa non va in tutto questo? Il problema è che i media non solo dipendono dalle imprese della Silicon Valley, ma anche dai loro valori: il giornalismo ha cominciato a venerare i dati, e ne è stato corrotto. I media hanno bisogno di dare al pubblico quello che vuole, in un circo che sfrutta tendenze inconsce e pregiudizi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che le inquietanti dimensioni raggiunte da Amazon, Facebook e Google sono una minaccia all’autonomia degli individui. Internet è straordinario, ma non dobbiamo comportarci come se esistesse al di fuori della storia o fosse immune alle nostre strutture morali, soprattutto quando in gioco ci sono il destino dell’individualità e il benessere della democrazia. Questo libro è un formidabile j’accuse che evoca altri moniti, altri avvertimenti. E’ affascinante il riferimento al saggio del 1914 di Karl Kraus, “In questa grande epoca”, divenuto assalto frontale alla mendacia del giornalismo in un’epoca che ancora doveva conoscere drammi, tragedie e abominio. Allora ci si scagliava contro l’egemonia giornalistica, anche allora erano di scena un timore, un inganno, e una scarsità di sicurezza per eventi imprevedibili. I big tech di oggi sono lo spauracchio del giornalismo per Karl Kraus. Forse non c’è da aver paura, in fondo l’evoluzione umana porta con sé effetti collaterali che generano prima terrore e poi abitudine, ma una cosa è certa: non sottovalutiamo questi segnali stradali, non aggrappiamoci troppo al carro del vincitore, camminiamo tra le meraviglie di un palazzo incantato e ammiriamo le sue bellezze preziose tenendo sempre d’occhio il cucchiaio con l’olio che non deve cadere. Lo afferma Paulo Coelho ne “L’alchimista”. Lo consiglia Foer davanti al dominio di monopoli pericolosi e dannosi.
























