(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.
Chi pronuncia queste parole – che tagliano come lame di coltello tra le dita – è un giovane avventuriero, un umile commediante che si trova al cospetto di una contessa per vedere alleviata la propria misera condizione. Ma in pochi istanti, il tempo di risolvere il problema di un triangolo peccaminoso, con armamentario teatrale improvvisato, tutta la sua vita prende un sentiero inaspettato e fatale. Il ragazzo comincia a recitare davanti al Principe geloso della contessa mentre il Cavaliere importuno rimane nascosto per non destare equivoci o scandali. L’attore si fa dio, anzi deus ex machina cambiando le carte in tavola della contessa amata. L’epilogo di questo atto unico è sorprendente. Il commediante che prima strisciava per ottenere un cencio di considerazione, adesso detta le sue condizioni, però la contessa lo trattiene ad un passo dalla voragine della megalomania:
“Pensa davvero di recitare col favore del mondo e aver sempre energie rinnovate? Com’è ingenuo! Crede forse che io non debba guadagnarmi il favore qui, ogni giorno, sfoggiare un sorriso, essere astuta, vivace e bella e dire parole alle quali io son la prima a non credere? Forse la prossima è già lì davanti alla porta, nuove parole l’aspettano e si aggirerà splendente nelle mie stanze quando il sipario sarà sceso su di me, dimenticata. Noi tutti recitiamo nel grande spettacolo del mondo, passiamo con le nostre maschere variopinte, ridiamo, diciamo bugie e a malapena sappiamo se ci siamo riusciti – la mia parte è sfaccettata e difficile: io recito l’amore, e non è neanche del tutto credibile. Ma spesso si recita meglio ad avere una routine e nessuna passione”.
Il protagonista – dunque – muove dalle soglie di una timidezza remissiva alla piena conquista del proprio ruolo. Con i dovuti limiti della sua illuminazione, imposti da una contessa che conosce la sua parte nel mondo.
“Il presente lavoro – scrive Claudia Ciardi che lo ha tradotto e curato – calato in un’epoca aristocratica di merletti e inchini rococò, su cui aleggia il demone di Shakespeare, riflette problematiche contemporanee al suo autore. Il senso di precarietà e oppressione dell’artista, bandito dal potere, abbandonato a un infausto destino quando il regnante di turno gli volta le spalle”.
Eppure chi recita diviene anche un elemento rivelatore come pochi altri. Forse questo il messaggio più incandescente di Zweig che non ha vissuto i decenni odierni dell’estremo apparire, dell’esibirsi, dell’ostentare contro ogni rimostranza dell’essere. Zweig si è tolto la vita in pieno dramma di guerre e apocalisse umana, ma questo libro ci consegna un ritratto limpido della metaformosi che può riguardare non solo bruchi e farfalle, l’arte dei commedianti, il pensiero bipolare, ma anche i Kafka e gli Ulisse di ogni epoca, capaci di mettersi o togliersi una maschera con gli stracci e i trucchi della Verità.
Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco (Vienna 1881 – Petrópolis, Rio de Janeiro, 1942). Ebreo, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi (1940) in Brasile, dove morì suicida. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici (Drei Meister: Balzac, Dickens, Dostojewsky, 1920; Der Kampf mit dem Dämon: Hölderlin, Kleist, Nietzsche, 1925; ecc.). L’origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell’atmosfera d’intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate (Marie Antoinette, 1932; Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, 1935; Magellan, 1938; Balzac, 1946), sia le sue seducenti opere narrative (Amok, 1922; Verwirrung der Gefühle, 1927; Schachnovelle, 1942), o quelle di rievocazione storico-autobiografica (Die Welt von Gestern, 1941). Della sua produzione teatrale è notevole Jeremias (1917), dramma corale e fortemente antibellicista che risente dell’influenza dell’amicizia con R. Rolland.
Claudia Ciardi è nata il 6 ottobre 1981 a Pisa, dove si è laureata in lettere classiche. È autrice di un’opera letteraria dedicata ai Pisan Cantos di Ezra Pound e ha firmato diversi contributi ospitati da periodici a stampa e portali di internet con i quali collabora. Da alcuni anni, nella propria ricerca intellettuale e artistica, si dedica ad approfondire il rapporto tra mito antico e letteratura contemporanea, con particolare attenzione al ventennio segnato dalle due guerre mondiali e all’esperienza della Repubblica di Weimar, tenendo lezioni pubbliche su questi argomenti.
Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via Del Vento Edizioni”.
(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.
“Se quel piccolo commissario dalla testa grossa avesse conosciuto meglio Maigret, si sarebbe accorto del cambiamento che si era prodotto nel celebre collega durante gli ultimi minuti. Fino a qualche momento prima era un omone tarchiato, dall’aria un po’ svagata, che fumava senza convinzione la pipa guardandosi intorno con espressione annoiata. Ora appariva più concentrato. Perfino il passo era più pesante, e i gesti più lenti. Lucas, per esempio, che conosceva il suo capo meglio di chiunque altro, si sarebbe subito rallegrato del cambiamento” – “Le vacanze di Maigret”
Oramai è assodato: siamo nel vivo del dibattito sul Liberalismo e soprattutto sul suo inarrestabile declino. Si sprecano fiumi di inchiostro negli ultimi tempi, complice una crisi sottocutanea che ci si augura non sfoci in un virus di maleficio trasversale e incontrovertibile. Già, ma cos’è davvero questa icona concettuale che ci trasciniamo sulle spalle come mantello che non riesce più a proteggere? Innanzitutto, esiste davvero una distinzione tra liberalismo e liberismo? Il liberismo è una dottrina e una politica economica che considera come condizione ottimale di funzionamento del sistema economico quella risultante dalla libera iniziativa dei singoli individui, che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno imposto dall’interferenza dello Stato. Quest’ultimo infatti deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente. In particolare, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi. Esso difende cioè l’economia di mercato che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione e perciò garanzia di rispetto e di tutela delle libertà politiche e dei diritti individuali.
“Se l’Africano, Faaduma e altri migranti del centro d’accoglienza avevano notato dalla mia voce, dal mio sguardo, dalla mia apprensione che ero “amorato” di Sahra, fuguriamoci l’interessata. La quale però aveva incassato i miei timidi tentativi di corteggiamento senza lasciar mai trapelare alcuna reazione, se non il sorriso gentile che riservava a tutti. Chissà cosa provava realmente nei miei confronti, come mi giudicava, se le piacevo almeno un po’. A parole non le avevo mai rivelato i miei sentimenti, ma con gli occhi sì, e gli occhi parlano una lingua universale, che lei comprendeva meglio di me”.
“La guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.
“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.
Francesco Saverio Nitti è al centro di questo ciclo di letture; spunti per osservare il passato con la lente del presente. Egli è stato uomo di Stato, Pensatore della libertà e della democrazia. Un uomo che, con l’esilio a Parigi e con la prigionia nell’ultima parte della guerra a opera dei tedeschi, ci ha detto che la libertà non si difende solo con la penna ma anche e soprattutto con l’esempio, con la testimonianza e quando è necessario anche con il sacrificio. Sue queste suggestive parole che denunciano il fascismo come un ritorno alla barbarie, al Medioevo:
Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:
Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.
“Virtù è dunque parola assai poco consona a un’epoca in cui il sacro dovere che tutti siamo invitati a rispettare è quello dell’autorealizzazione.
























