Edizioni NPE mette insieme due suoi long-seller di sempre, con La grande storia del rock e del metal a fumetti, di Enzo Rizzi, in versione riveduta, corretta e aggiornata.
Nelle pagine di questa graphic novel che unisce due mondi amatissimi ma a volte visti come antitetici, i fumetti e la musica, il demone Heavy Bone guida i lettori a scoprire la storia di oltre 100 tra star singole e gruppi musicali, a partire da quando incominciò tutto, ottant’anni fa in un incrocio tra le rive del Missisippi. Nelle pagine riemergono brani cult e aneddoti intriganti di chi ha fatto la storia della cosiddetta musica del Diavolo, che ha unito generazioni, culture diverse, Paesi lontani, facendo da colonna sonora alla vita delle persone per decenni.
Storia del Rock a fumetti e Storia del Metal a fumetti sono stati campioni di vendita ad ogni fiera per le Edizioni NPE, anche da parte di chi non aveva mai letto un fumetto in vita sua.
Sfogliando le pagine si trovano tantissime icone di due correnti capaci davvero di cambiare le vite, da Elvis Presley e Jimi Hendrix a Bruce Springsteen, dai Beatles ai Red Hot Chili Peppers, dai Pink Floyd ai Queen, dai Black Sabbath agli Iron Maiden e ai Metallica, dai The Doors ai Dire Straits. Ogni artista o band viene analizzato in due pagine ricche di aneddoti insoliti e bizzarri caratterizzanti la carriera di ogni singola leggenda musicale.
Questa nuova edizione presenta una nuova impaginazione e veste grafica, e ha sedici nuove schede, e cioè quelle di Lacuna Coil, Testament, Korn, Sepultura, Strana Officina, Vanadium, Saxon, Kansas, Green Day, Oasis, Ozzy Osbourne, Accept, Mott the Hoople, King Crimson, Yes, Tool. Inoltre, sono state ridisegnate le biografie di Kiss, Alice Cooper, Death SS e Iron Maiden.
Tutti i contenuti sono aggiornati al 2020, con un totale di 122 profili, dentro cui ogni fan troverà quello o quelli a cui è più affezionato, ma anche nuovi spunti di ascolto e di scoperta, con artisti magari che non si conoscono e di cui sarà bello leggere la storia e sentire la musica.
:: L’ossessione di Wulf Dorn (Corbaccio 2021) a cura di Giulietta Iannone – spoiler free
5 giugno 2021
A dieci anni dall’uscita de La psichiatra, e per chi conosce tutta la serie dei libri di Wulf Dorn dopo Phobia, torna il personaggio di Mark Behrendt: ex psichiatra sospeso dalla professione, provato dalla morte della compagna Tanja, recluso in un condominio fatiscente, e sobrio da circa un anno dopo un lungo periodo di buio alcolismo.
Insomma una vita in pezzi, combattuto tra la tentazione di cercare e uccidere l’assassino della sua compagna (che gli appare ancora in sogni inquietanti e dai risvolti horror) e quella di porre fine alla sua vita per trovare la pace.
Proprio quando, arrivato al limite, sta per usare la sua Glock contro di sé, la telefonata di un’amica, Doreen, gli salva letteralmente la vita e gli ricorda di un appuntamento a cena dalla donna anche lei ex alcolista. Dopo alcuni scambi di battute e una dolorosa confessione della donna sul suo doloroso passato qualcuno suona alla porta.
Da questo momento in poi sarà l’inizio di un incubo ancora più oscuro di quanto già non sia la vita di Mark Behrendt: entrambi vengono drogati e la donna rapita proprio dall’assassino di Tanja che dà a Mark uno stretto lasso di tempo per trovare qualcuno senza dare altre indicazioni. Se non esegue il compito, Doreen morirà.
E così da questo momento inizia una vertiginosa lotta contro il tempo per scoprire come fare a liberare la donna.
Non dirò altro della trama per non svelare intrecci e colpi di scena e soprattutto perché come al solito Wulf Dorn ci conduce nei meandri più oscuri della mente umana e alla radice stessa dei meccanismi che generano la paura e l’ossessione e sarebbe sleale anticipare troppo.
L’ossessione è appunto il titolo italiano del romanzo, tradotto da Alessandra Petrelli ed edito da Corbaccio, storico editore italiano di Dorn. Se vogliamo questo romanzo annoda molti fili, e dà compimento a cose lasciate in sospeso nei precedenti romanzi. Lasciando tuttavia aperte alcune porticine per un eventuale seguito.
Ma il mondo narrativo di Dorn è fatto così personaggi ricorrenti, scenari abituali e fintamente rassicuranti, un universo insomma coeso e coerente che dà la sensazione di leggere un unico romanzo in tante puntate, sebbene ogni libro naturalmente sia perfettamente autonomo e autoconclusivo.
Questa volta i temi principali che Dorn analizza sono la vendetta e la colpa, costruendo una storia labirintica e vagamente onirica, con una spruzzatina di horror come ci ha abituati negli anni.
Un buon thriller insomma, ben congegnato, con un colpo di scena più incisivo di tutti gli altri che ribalta davvero la situazione (e che non avevo affatto intuito). E non era facile trovare nuove strade narrative e un finale spiazzante altrettanto di impatto come per La psichiatra.
Naturalmente sono passati dieci anni, il pubblico dei lettori è anche più smaliziato e stiamo uscendo a fatica da una pandemia, molte circostanze sono oggettivamente cambiate dal 2010, ma Dorn resta il migliore in circolazione quando si tratta di sondare gli abissi della mente umana che portano alla perdizione, meccanismo che non tocca solo i villain della situazione ma anche i personaggi positivi per cui facciamo il tifo. Buona lettura!
Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivo. http://www.wulfdorn.net
Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Valentina dell’ufficio stampa Corbaccio.
:: Premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca 2021: i semifinalisti
4 giugno 2021
Annunciati i 16 semifinalisti
della XII edizione del Premio NebbiaGialla
per la letteratura noir e poliziesca 2021
Elisabetta Cametti – Muori per me – Piemme
Roberto Cimpanelli – La pazienza del diavolo – Marsilio
Dario Ferrari – La quarta Versione di Giuda – Mondadori
Vito Franchini – Predatore di anime – Giunti
Luisa Gasbarri – Il male degli angeli – Baldini Castoldi
Gabriella Genisi – I quattro cantoni – Sonzogno
Leonardo Gori – Il ragazzo inglese – Tea
Emilio Martini – Il caso Mariuz – Corbaccio
Bruno Morchio – Voci nel silenzio – Garzanti
Paolo Nelli – Il terzo giorno – La Nave di Teseo
Giorgio Nisini – Il tempo umano – Harper Collins
Paolo Nori – Che dispiacere – Salani
Rosa Teruzzi – La memoria del lago – Sonzogno
Linda Tugnoli – Le colpe degli altri – Edizioni Nord
Fausto Vitaliano – La mezzaluna di sabbia – Bompiani
Maurizio Zottarelli – Confini – Morellini
A fine giugno sapremo i nomi dei 4 finalisti, la premiazione si terrà sabato 18 settembre 2021 a Suzzara (MN).
:: IL SEME DELLA SPERANZA di Emiliano Reali, prefazione di Alessandro Cecchi Paone
4 giugno 2021
Si tratta infatti di testi che liberano la fantasia di giovani e adulti senza li-mite alcuno. Irrompono miti, creature fantastiche, archetipi, mostri e spiriti benefici. Ma c’è qualcosa di più, come dimostra proprio questo testo. Al fondo della struttura fantastica anche di questo racconto, soggiace non solo l’eterna disputa fra bene e male. Ma qualcosa anche di più specifico e attuale. Il rischio cioè di un collasso del nostro mondo per ragioni ambientali, a causa della mancata applicazione delle direttive dello sviluppo sostenibile.
È in uscita una nuova edizione del fantasy per ragazzi “Il seme della speranza” Scatole Parlanti editore, con la prefazione di Alessandro Cecchi Paone, ci sono dei progetti con le scuole (avvenuti e futuri) e verrà realizzato l’audio libro per l’Unione ciechi e ipovedenti. Buona lettura!
Eres vive in un universo dove la dicotomia tra il rispetto per la natura e per l’individuo da un lato e l’arroganza e il delirio d’onnipotenza dall’altro portano allo scontro Il Mondo degli Spiriti e delle Divinità e il Pianeta Terra. Ma nulla è incorruttibile e i due mondi finiscono per influenzarsi a vicenda, arrivando a corrompere anche Spyria, la Divina Generatrice, e lo stesso Eres. L’unica possibilità di salvezza è rappresentata da un magico talismano: il Seme della Speranza. Tra incantesimi e invocazioni, pozzi di petrolio e violenza, si dipanerà il contrasto che ogni giorno l’uomo vive nel proprio essere: abbando-nare la speranza e i propri sogni per omologarsi a ciò che la società gli impone o lottare per far germogliare quello che c’è di buono in ognuno di noi. Già adottato da alcune scuole medie e da alcuni istituti superiori, Il seme della speranza è un fantasy moderno, per ragazzi e adulti, che analizza gli aspetti più candidi dell’animo umano mettendoli in con-trapposizione con la bramosia di potere e di denaro.
Emiliano Reali scrive per il cinema e collabora con la pagina Cultura de “Il Mattino”, con “Il Riformista” e cura una rubrica di libri su “HuffPost Italia”. Nel 2004 pubblica il suo romanzo d’esordio Ordinary (Serarcangeli), dive-nuto nel 2008 uno spettacolo teatrale patrocinato dal Comune di Roma, ripubblicato nel 2013 per Ded’A come prima opera che utilizza la realtà aumentata e nel 2014 in versione a fumetti con il titolo Ordinary graphic novel. Per Edigiò pubblica due favole illustrate, Il cristallo del cuore (2008) e La reggia di luce (2009), utilizzate come testi nelle scuole elementari. Nel 2011 pubblica la prima edizione di Il seme della speranza (Diamond), testo adottato nelle scuole medie e superiori. Nel 2012 pubblica Sul ciglio del di-rupo (Ded’A), con prefazione del principe Jonathan Doria Pamphilj, opera che ha ottenuto per la sua valenza sociale il patrocinio di Roma Capitale e pubblicata anche in doppia lingua italiano/inglese per il mercato ame-ricano col titolo On the edge (DeBooks, 2014) e presentata tra gli altri alla New York University e all’Ambasciata Italiana di Washington. È autore del cortometraggio Santallegria (MKM, 2011) con protagoniste Serena Grandi e Monica Scattini.
Abbiamo intervistato Emiliano: qui.
Anime nere. Due destini nella Roma Nazista, Anna Foa e Lucetta Scaraffia (Marsilio 2021) A cura di Viviana Filippini
3 giugno 2021
Elena Hoehn e Celeste Di Porto. Una nata in Slesia, l’altra in Italia. Entrambe presenti a Roma durante la Seconda guerra mondiale. I loro destini si incrociarono perché tutte e due le donne furono accusate di essere delle collaborazioniste dei tedeschi. In particolare la giovane Celeste Di Porto, bellissima e spregiudicata amante di un fascista, dopo lo scoppio della bomba di via Rasella nel marzo del 1944 cominciò ad aiutare i tedeschi trovare gli ebrei che abitavano o si nascondevano nel ghetto, alcuni dei quali (compreso il pugile Lazzaro Anticoli soprannominato “Bucefalo”) finirono poi nelle Fosse Ardeatine. Questo suo agire ambiguo la portò ad essere guardata con sospetto da tutti e a venire soprannominata la “Pantera Nera”. Elena Hoehn polacca, residente in Italia perché sposata con un italiano (il loro matrimonio celebrato con rito civile ebbe vita breve) finì nel ciclone della giustizia con l’accusa di aver nascosto Giovanni Frignani (suo amante), l’ufficiale dei Carabinieri che arrestò Mussolini e che poi fu inserito nella lista di coloro che persero la vita nelle Ardeatine. Due figure femminili da subito ambigue, dai destini separati fino a quando Celeste e Elena si incontrarono nel carcere delle Mantellate, dove nacque un rapporto che le portò a diventare amiche e ad avvicinarsi a Chiara Lubich e al nascente Movimento dei Focolari. Leggendo il libro di Anna Foa e Lucetta Scaraffia si ha la netta sensazione che la maggior parte della narrazione sia incentrata sulla figura della Hoehn e, effettivamente, è molto dettagliata la parte del saggio nella quale sono raccolte tante testimonianze attorno alla donna e alla sue relazioni, utili per comprendere quanto fosse fondata l’accusa di spionaggio per aver dato riparo al carabiniere ricercato per aver arrestato Mussolini dopo la sua rimozione. Elena e Celeste, due donne diverse tra loro, ma con relazioni e intrecci di vita che portarono i loro destini ad incrociarsi e a influenzarsi, tanto è vero che fu proprio durante la detenzione che la Di Porto si convertì al cattolicesimo (madrina al suo battesimo fu la Hoehn) evidenziando la volontà di prendere i voti, anche se poi il passo completo non lo fece. Messe alle strette dall’evidenza dei fatti Elena e Celeste cercarono di dare una svolta decisiva rivolta al cambiamento totale per quanto riguarda le loro esistenze. Dalla lettura del saggio sembra proprio che la Hoehn ebbe un ruolo fondamentale nella conversione della Di Porto. Resta sempre un dubbio e qualche domanda: le due donne cambiarono veramente, o nel loro io più profondo rimasero sempre quelle persecutrici che con il loro agire portarono la fine nella vita di molte persone nel marzo del 1944? Certo è che quello che le due autrici riescono a compiere nel loro libro ricostruendo le vite della Hoehn e della Di Porto è dare voce a storie umane per troppo tempo nascoste e rimaste sconosciute. Grazie alla Anna Foa e a Lucetta Scaraffia in “Anime nere. Due destini nella Roma Nazista” il lettore di oggi riesce a conoscere un nuovo frammento degli eventi bellici in Italia e le vite di due donne tra loro diverse, ma forse simili, che con il loro agire influenzarono il corso e gli eventi della Storia.
Anna Foa (Torino, 1944) ha insegnato Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Autrice di numerosi volumi sulla storia degli ebrei in Europa e in Italia, recentemente ha pubblicato Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43 (2016) e La famiglia F. (2018).
Lucetta Scaraffia (Torino, 1948), storica e giornalista, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è stata editorialista dell’«Osservatore Romano», di cui ha fondato e diretto dal 2012 al 2019 il mensile «Donne Chiesa Mondo». Con Marsilio ha pubblicato Dall’ultimo banco. La Chiesa, le donne, il sinodo (2016), Tra terra e cielo. Vita di Francesca Cabrini (2017), Storia della liberazione sessuale (2019) e il giallo La donna cardinale (2020)
Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.
:: MAMMA, CUCINO DA SOLO! Preparare dolci deliziosi in autonomia secondo il metodo Montessori di Katia Casprini e Roberta Guidotti (RED Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone
2 giugno 2021
Ci sono tanti manuali di cucina dedicati agli adulti, ma questo Mamma, cucino da solo! è forse il primo che leggo dedicato esclusivamente ai bambini, dai 3 anni in su. Katia Casprini e Roberta Guidotti, seguendo il metodo Montesori, hanno infatti scritto un libro la cui particolarità è seguire passo passo i più piccoli (anche quelli che non sanno ancora leggere, basta sapere contare fino a 5), attraverso immagini e disegni intuitivi e divertenti, nella preparazione di alcuni dolci facilissimi da fare e buonissimi da gustare (anche belli da un punto di vista estetico). Dolci che gli daranno la soddisfazione e l’automia di potere dire “li ho fatti da solo” tanto importante per potere crescere. Certo la supervisione di un adulto è indispensabile ma seguendo le istruzioni il bambino potrà davvero scegliere gli ingredienti, misurarli, e impastarli, tutto senza bisogno della bilancia, basta un vasetto di yogurth o un cucchiaio da minestra. Oltre ad avvicinarli al cibo in modo equlibrato questa attività aumenterà sia il controllo dei movimenti che la capacità di concentrazione. Seguendo il metodo Montessori infatti cucinare da soli genera numerosi effetti benefici sui bambini e tutto sotto forma di gioco. La cottura poi, sia al forno o sui fornelli, spetta sempre agli adulti! Simpatiche etichette serviranno per riconoscere gli ingredienti. Dai pancakes golosi, alla soffice torta allo yogurt, dai muffin al cioccolato alla simpaticissima torta zebra, non avranno che bizzarrirsi nella scelta del dolce, e potranno per esempio preparare il loro dolce di compleanno da dividere con gli amici. Davvero tanti sono gli utilizzi di queste sfiziose ricette dalla colazione alla mattina, ai dessert di fine pasto. Forse sporcheranno un po’ la cucina ma volete mettere il contributo anche da un punto di vista educativo. Ogni ricetta poi può essere personalizzata con fantasia una volta che saranno pratici. E poi soprattutto, buon divertimento e buon appetito!
Katia Casprini e Roberta Guidotti sono due graphic designer che vivono e lavorano in Toscana, appassionate da sempre di attività manuali e creative. Hanno coniugato la loro esperienza professionale con quella di mamme ideando un percorso visivo che fa tesoro dei momenti di gioco passati in cucina con i propri bambini.
Source: libro inviato dall’editore.
:: Il segreto di Lazzaro di Letizia Vicidomini (Homo Scrivens 2021) a cura di Federica Belleri
2 giugno 2021
Lazzaro torna dall’Argentina nella sua amata Puglia. Torna dopo molti anni e respira profondamente i profumi e gli odori di tutto ciò che gli è mancato. Torna osservando il cielo e guardando le nuvole, come ha sempre fatto. Torna per farsi avvolgere dai ricordi, non sempre positivi e lasciarsi scaraventare a terra.Ha bisogno di ristabilire un ordine che non ha mai considerato. Ha necessità di mantenere una promessa e di una giustizia che sente nella pancia. E poi c’è la casa dei suoi genitori da riaprire e la sorella da stringere forte a sé. E i nipoti da conoscere …Perché se n’è andato? Cosa lo ha spinto a fuggire?Letizia Vicidomini scrive una storia intensa, emozionante, nostalgica. Ci parla di rapporti famigliari, di assurde violenze e di orrori da tacere. Di vuoti affettivi da riempire, attraverso sofferenze e incertezze. Ci racconta di una terra rigogliosa e complicata, dove la buona tavola si contrappone alle imprese di loschi personaggi. Dove i legami sono indissolubili ma spesso ingestibili.Bellissimo libro, empatico e ricco. Bellissima lettura, che cattura e coinvolge. Ve lo consiglio. Appendice compresa.
Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma è cittadina onoraria di Napoli che raggiunge da vent’anni per lavoro e che è diventata scenario privilegiato delle sue storie. E’ speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice per passione e voce pubblicitaria. La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo Nella memoria del cuore edito da Akkuaria, così come Angel, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, Il segreto di Lazzaro, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni. Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica La poltrona di seta rossa, saga familiare che ripercorre cento anni di storia italiana e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa con successo al genere noir con Nero. Diario di una ballerina. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio Garfagnana in giallo 2015. La “trilogia dei colori” si completa con Notte in bianco (2017). Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali Una mano sul volto e Diversamente amici, curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), Napoli in cento parole e Napoli a tavola in cento parole (Perrone Editore), Free Zone (Echos).
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.
:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone
1 giugno 2021
Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Già hai partecipato sul nostro blog a una puntata di Interviste imperfette, con domande anche dei lettori. Questa si può dire è la prima nostra intervista diretta, grazie a Barbara che me l’ha proposta. Parleremo più che altro di Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe che pubblichi con Fratelli Frilli, che sta avendo un ottimo successo, come molti titoli Frilli sempre tra i primi posti delle classifiche noir e crime. Dunque continua la serie Martinengo, come ti trovi nella serialità, ti è congeniale ritornare sempre sullo stesso personaggio?
È a suo modo confortante come indossare una vecchia giacca alla quale ci si è affezionati in maniera particolare, la serialità permette di sviluppare un personaggio a tutto tondo, indagarne le pieghe intime e osservarne i lati inediti. L’approfondimento di un personaggio attraverso una serie di libri quindi crea una multidimensionalità dell’individuo che un simbolo libro difficilmente eguaglia. È altresì vero che entrare in questa sorta di comfort zone presenta anche i difetti della routine, con il rischio che l’autore stesso si stufi del personaggio con le ovvie ripercussioni sulla qualità dei suoi libri. Non saprei dire in quante storie si ritroverà ancora Giorgio Martinengo ma sento che ha ancora delle cose da dire.
E a proposito di regionalità, la Frilli ne fa un punto di merito delle sue collane poliziesche. Il tuo Piemonte quanto influisce nella stesura dei tuoi romanzi. Usare forme dialettali, parlare di luoghi che conosci sebbene traslati dall’immaginazione, ti viene spontaneo, o è frutto di ricerca, di studio?
La piemontesità influisce in maniera preponderante nei miei romanzi, è la lente attraverso la quale osservo il mondo e lo interpreto. L’uso del dialetto, premettendo che il piemontese scritto è abbastanza ostico, mi viene spontaneo in quando il mio rapporto con questa lingua è quello di un uomo bilingue. Pavese stesso aveva costruito il suo linguaggio commistionando un italiano alto con il piemontese quindi non posso certo parlare di operazione inedita. Alla stessa maniera, ricerca e studio sono sempre presenti vista la natura complessa del Piemonte come realtà culturale.
Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe è un romanzo per certi versi più tradizionalista rispetto ad altre tue opere più sperimentali. Come ti poni di fronte alle aspettative dei lettori? Pensi che da te si aspettino un certo tipo di narrativa?
Ho sempre cercato di proporre sempre libri diversi ai miei lettori. Non credo che ci sia un solo mio romanzo che ricordi uno precedente e proprio per il rispetto che ho verso il lettore che non voglio presentargli qualcosa di solito. Panni Sporchi rimane comunque narrativa di genere ed è inevitabile ritrovare una parte delle dinamiche e della trama che ripercorrono topoi noti. Si può scrivere una storia con trama semplice e con spunto classico, tutti i gialli infine tendono a essere così, la differenza la fa la scrittura, il come si racconta, con che occhio si guarda a tutto questo. Mi piace pensare che chi segue la mia produzione narrativa voglia sempre trovare la mia voce qualunque sia la storia che propongo senza essere ripetitivo.
Non eccedi con il turpiloquio, i tuoi gialli hanno venature noir ma sempre nei canoni della correttezza, dell’educazione. Credi che queste tue caratteristiche, che fanno parte di te, della tua personalità, siano apprezzate?
Spero di sì. Un certo rigore sabaudo emerge sempre nei miei personaggi anche se questo non deve voler dire ingessarsi nella maniera. Il turpiloquio come le scene di sesso sono ingredienti delicati, spezie che se non vengono attentamente dosate possono rovinare l’intero piatto, usando una metafora culinaria. A volte sono espedienti facili e ritengo sia un attimo scadere nella facile via dell’effettaccio. Non mi pongo autocensure, si può dire qualsiasi cosa in narrativa ma rimane il come a fare la differenza.
Come ti trovi nel mondo letterario italiano? Hai amici scrittori? Partecipi a premi, presentazioni, festival, manifestazioni regionali, sempre nel rispetto delle disposizioni anti Covid?
È un mondo difficile, parafrasando Renato Carotone. Sono sempre stato molto critico verso il modello, lo stile dello scrittore come viene venduto nel nostro paese. Percepisco l’ambiente come un piccolo pollaio affollato di galli ma questo non mi ha impedito di stringere belle amicizie con alcuni dei colleghi che si muovono in questo mondo. Partecipo appena possibile e sempre volentieri a festival ed eventi che, per un piccolo autore del mio calibro sono pur sempre preziose occasioni di visibilità e promozione. Prossimamente, sabato 5 giugno tornerò a presentare dal vivo, assieme a Maurizio Blini, Mirko Giacchetti e Luisa Ferrari, ospite della libreria Belgravia di Torino per esempio e sarà la prima volta dall’emergenza COVID. Sarà bello e interessante vedere come questa esperienza influirà sugli eventi in presenza.
Parlaci della tua routine di scrittura. So che hai uno studio bellissimo con un’ampia vetrata sul verde. Quando scrivi, in che orari della giornata? Ogni tanto stacchi per fare una passeggiata?
Non ho il tempo materiale di mantenere alte medie di parole giornaliere, o almeno non in maniera così costante, sono però costante nella stesura: tutti i giorni, anche poche centinaia di parole ma tutti i giorni strappando tempo a ogni occasione: pausa pranzo sul lavoro, il tardo pomeriggio finiti i miei turni e i momenti liberi dove mi chiudo in studio, che è la mia personale fortezza della solitudine, e proseguo quello che considero un secondo, amato, lavoro. Gli stacchi sono fondamentali, d’altronde vivo apposta in mezzo ai bricchi e mi basta mettere un piede fuori porta per essere immerso nella natura. L’eccessiva sedentarietà è dannosa alla salute e nel mio caso, che soffro problemi di schiena è un’autentica dannazione.
Ami la narrativa breve? I racconti, la cosiddetta flash fiction? L’hai mai scritta?
Amo la narrativa breve anche se non mi considero abile nella nobile arte del racconto. Invidio gli autori che scrivono flash fiction e comunque mi capita di cimentarmi. Annualmente la Fratelli Frilli fa uscire un’antologia in memoria di Marco Frilli, patron e fondatore della casa, tutti noi membri della scuderia siamo chiamati a contribuire con un breve noir in suo onore ed è sempre una sfida. Altri esperimenti hanno visto la luce attraverso collaborazioni con collettivi di autori del fantastico e l’autopubblicazione di racconti e novelle su Amazon.
Per quanto riguarda la narrativa crime straniera, c’è qualche autore che ami particolarmente, che consigli ai nostri lettori di tenere d’occhio?
Michael Chabon è l’ultima scoperta. Un autore geniale che sposa noir, hard boiled e ucronie in maniera mirabile. Sconfiniamo quindi nella fantascienza ma il suo Il sindacato dei poliziotti Yddish non può lasciare indifferenti.
Cosa stai scrivendo in questi giorni, quale sarà la tua prossima opera? E la pubblicherai da indipendente o in modo tradizionale con editore?
Ho da poco ultimato la stesura di un romanzo slegato dalle mie serie. Una spy story ambientata nella Libia contemporanea, con tutta la difficoltà documentale del caso. Dovrebbe essere l’esordio di un nuovo personaggio anche, un agente segreto dell’ AISE impegnato negli scenari più complessi della nostra contemporaneità. Non so ancora come uscirà, l’auspicio è di attirare l’attenzione e l’interesse di qualche editore per poterlo far uscire il prossimo anno. Sto anche preparando il sesto di Martinengo, ritardato proprio della mia storia di spie che ha fagocitato tutta l’attenzione di questi mesi. Incrociamo le dita per entrambi.
Grazie della tua disponibilità e del tuo tempo, come ultima domanda mi piacerebbe che ci raccontassi un episodio divertente successo durante una tua presentazione, che ti ha messo in imbarazzo, che ti ha divertito, che è restato nella tua memoria.
Grazie a te della squisita ospitalità. Ricordo la primissima presentazione di Masche, ospite di un’associazione culturale di Refrancore. Proprio mentre avevo iniziato a parlare della Masche mi si era smontata la sedia da sotto le terga. Si sa che le Masche sono dispettose e maligne quando vogliono e da quello scherzetto (tra l’altro eravamo sotto Halloween) ero riuscito ad approfondire ulteriormente l’annedotica riguardante queste nostre figure folkloristiche così misteriose e presenti. Le radici alla fine emergono sempre.
:: L’Imperatrice di Liliana Nechita (Fve Editori 2021) a cura di Giulietta Iannone
31 Maggio 2021
Con il passar del tempo la gente si diradava. Partivano, partivano per l’Italia o la Spagna. Non eravamo ben informati, ce ne rendevamo conto solo più tardi quando vedevamo l’erbaccia cresciuta davanti alle porte di coloro che erano partiti. Un giorno parlavo con la comare Săviţa che era dall’altra parte del recinto; aveva due ragazzi, uno in Austria e l’altro non ho mai saputo dove.
– Non senti la loro mancanza? Non li nomini quasi mai! O ti sei abituata?
– E che devono fare a casa? Quel pezzettino di terra lo lavoro da sola, non ho bisogno del loro aiuto, magari si trovano una sistemazione! Non hai visto quanti sono partiti? Guardati un po’ intorno! Da quella casa lì all’angolo è partito Toader, da quella di Ica è partito Marcel, da quella di Maria di Chioru è partito suo figlio, Ionel, da quell’altra casa, quella gialla, sono partiti tutti. Fai il conto, di sette case ne sono rimaste solo due «intere». La gente parte, uno tira l’altro, perché sono giovani e si dice che stiano molto meglio laddove vanno a finire.
Questa Italia era per me come un buco nero che ingoiava tutti. Non sapevo allora che più tardi avrebbe ingoiato anche me.
Una scrittura semplice e antica, quasi ipnotica, legata a una saggezza popolare cadenzata dalla natura, dal cambiare delle stagioni, dall’attenzione per le cose minime, minute, quotidiane caratterizza le pagine de L’imperatrice (Împărăteasa, Humanitas, Bucarest 2017) di Liliana Nechita, già autrice del fortunato Ciliegie amare edito in Italia con Laterza. Di madre lingua romena, da anni vive in Italia come badante, è il suo lavoro principale, e ha appreso per osmosi un italiano letterario, immaginifico e naïf. Dotata di una capacità linguistica eccellente Liliana Nechita cadenza il suo narrato sulla melanconia del ricordo, della memoria raccontandoci la storia di Olga, sua suocera, una semplice contadina, poco istruita, vittima della povertà, di un passato anche doloroso ma piena di saggezza, e con l’incedere di un Imperatrice. La Romania di Ceausescu, il comunismo reale ne emerge trasfigurato e lontano, perché la campagna, con il suo attaccamento alla terra e alle tradizioni, è quasi isolata dalle grandi città come Bucarest, quasi un altro mondo. Una società matriarcale, in cui le donne lavorano la terra, costruiscono con le loro mani le case e si sposano per fuggire alla fame, non per amore, finendo spesso vittime di mariti alcolizzati e violenti. Nonostante questo le donne restano l’ossatura portante di queste società contadine anarchiche se vogliamo, arcaiche forse ma coese e solidali. Poi l’avvento dei fenomeni migratori ha spopolato i villaggi, e l’autrice guarda a questo con dolente rassegnazione, si parte per non tornare, per vivere nuove vite lontano dalle terre di origine, lontano dalle proprie radici in Italia, in Spagna, in Francia e questo spaesamento porta con se un lutto, una frattura che trasfigura il passato con i colori del rimpianto e dell’affetto. Sincera, diretta, buffa la scrittura di Liliana Nechita incanta e affascina, perché sono forti anche in Italia le radici contadine, che l’industrializzazione e il progresso non hanno del tutto estirpato. I cibi semplici, la polenta condivisa con un fiasco di vino nuovo, la cadenza delle feste religiose come la Pasqua o il Natale, il profumo dei cibi cucinati la domenica, l’attaccamento alle fiabe e alle leggende non solo alle superstizioni. C’è tanta nobiltà nelle pagine di questo libro, nobiltà autentica, e speranza. Se un mondo scompare vive nella memoria, con umile comprensione, legittimando vissuti a cui si dà poco conto, poco valore. E Liliana Nechita ci ricorda quanto ci sbagliamo, perché la felicità sta nelle piccole cose anche quando non immaginiamo neanche di poterla ottenere. Una saga familiare dunque capace di portare alla luce la memoria di chi abbiamo amato, di chi abbiamo rispettato ed è stato per noi modello di vita. Con riconoscenza e autentica umanità.
Liliana Nechita è nata nel 1968 in Romania e vive in Italia da più di 15 anni. Esordisce nel 2013 con un libro sul drammatico fenomeno migratorio delle donne e delle madri romene, Cireşe amare, che ottiene grande attenzione da parte del pubblico e della critica, pubblicato in Italia nel 2017 dall’editore Laterza col titolo Ciliegie amare. Nel 2013 le viene conferito il Premio Donna dell’anno per la promozione e la difesa dei diritti delle donne. Tra i suoi libri, caratterizzati da forti tematiche sociali e impegno civile, ricordiamo L’imperatrice (2016; prima ed. italiana fve, 2021), Bambole di fango (2019) e Piccola mamma (2020), suo primo lavoro scritto in lingua italiana.
Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’ufficio stampa dedicato.
:: Anna Karenina di Lev Tolstoj (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone
30 Maggio 2021
«Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato».
Fëdor Dostoevskij
Anna Karenina dello scrittore russo Lev Tolstoj è forse in assoluto il libro che da sempre ho amato di più. Capolavoro universale della letteratura ottocentesca, è un libro che ancora oggi ha molto da dire sulle dinamiche dell’animo umano, sia maschile che femminile, sulle trappole delle convenzioni sociali e la loro velenosa ipocrisia, sulla fede, sull’aspirazione verso la libertà, la realizzazione di sé, e la ricerca dell’amore. Certo ci parla di un mondo scomparso, l’alta società russa della seconda metà dell’Ottocento, considerate solo che il tradimento matrimoniale fu considerato reato penale fino al 1917, ma l’essenza vera dei personaggi è eterna e universale e di questo Lev Tolstoj voleva occuparsi con l’aiuto di sua moglie Sòfja Andrèevna Bers, detta Sonja, che molto contribuì a illuminarlo sull’animo femminile così magistralmente tratteggiato nel personaggio di Anna. Non spaventatevi dalla mole del libro, quando lo si inizia è come se del miele fluisse dalle pagine e non si può che avanzare nella lettura. Certo ci sono pagine più filosofiche e morali, più complesse e per certi versi impegnative, ma in tutta sincerità ho trovato interessanti anche quelle, sia per capire l’autore stesso e il suo tempo, che il suo romanzo. Uscito inizialmente a puntate, come il più classico feuilleton, sul periodico Russkij vestnik a partire dal 1875 fino al 1877 quando la conclusione del romanzo venne pubblicata solo in forma di riassunto. Tolstoj decise in seguito di far pubblicare integralmente l’ultima parte a proprie spese. Di cosa parla Anna Karenina? Se vogliamo la trama è molto semplice: una donna giovane, sensibile, molto bella, intrappolata in un matrimonio di convenienza, come era abitudine tra le classi aristocratiche, con un alto funzionario zarista molto rigido, molto all’antica, molto più anziano di lei all’improvviso incontra l’ufficiale dell’esercito Aleksèj Kirìllovic Vrònskij e scopre l’amore, la passione, il sentimento svincolato da ragioni economiche, pratiche o utilitaristiche. L’effetto è devastante, nella sua vita, nella sua psiche, nella dinamica delle sue relazioni affettive (per lui sarà costretta a separarsi dal figlio, e questa frattura se vogliamo segnerà il suo destino). Se la società accetta relazioni extraconiugali futili, effimere, slegate da reali sentimenti profondi e condivisi, relazioni che appunto non turbino l’ordine sociale e le convenzioni, tanto che il marito credendola tale all’inizio la tollera, la passione di Anna per Vrònskij invece diventa una minaccia, sconveniente dal punto di vista sociale che mai la considererà legittima. Anna è troppo fragile, sensibile, appassionata per sopportare la condanna sociale e la colpa morale di cui si sente tragicamente prigioniera e non potrà che cercare rifugio nella morte. Devo dire che la bravura di Tolstoj è stata innanzitutto quella di non rendere Vrònskij il classico seduttore: è stempiato, forse neanche tanto avvenente, ma è l’occhio di Anna che lo idealizza e lo rende degno del suo amore incondizionato. La mia avversione per Vrònskij, più che per il marito Karenin, si è stemperata con gli anni, e oggi devo ammettere che è un personaggio che merita una riscoperta e una rivalutazione, insomma Vrònskij ama sul serio Anna ma anche lui non può fare niente per difenderla dalle dinamiche sociali di un mondo che per autoconservarsi calpesta sentimenti, aspirazioni e volontà. Specchio di Anna nel romanzo se vogliamo è Konstantìn Dmìtric Levin forse il personaggio che ho amato di più dopo Anna, da molti identificato con Tolstoj stesso. Se Anna ha una parabola discendente, Levin al contrario ottiene alla fine tutto dalla vita: l’amore, il matrimonio, i figli, la realizzazione di sé e la fede. Ma tanti altri sono i personaggi che incontrerete tra la pagine di Anna Karenina, Dolly, Stiva, Kitty, il fratello di Levin, e ognuno di loro sono certa resterà nel vostro cuore. Di cose da dire su questo libro ce ne sono senz’altro molte, ma questo mio scritto si limita ad essere un invito alla lettura, un consiglio per chi magari ha esitato ad affrontarne la lettura fino a oggi. È meraviglioso, non potevo non parlarne nel mio blog. Traduzione di Claudia Zonghetti.
Di Lev Nikolaevic Tolstoj (Jasnaia Poljana 1828-Astapovo, Rjazan 1910) Einaudi ha pubblicato: Guerra e pace, Anna Karenina, La sonata a Kreutzer, Carteggio confidenziale con Aleksandra Andrejevna Tolstaja, Resurrezione, Racconti, I quattro libri di lettura, Due ussari, Racconti di Sebastopoli, Quattro romanzi (La felicità familiare, Morte di Ivan Ilic, La sonata a Kreutzer, Padre Sergio).
Nota: Ho segnalato la traduzione della Zonghetti perchè più reperibile, ma io l’ho letto in quella di Leone Ginzburg.
Source: libro del recensore.
:: Andare a scuola a Hollywood di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi (Las Vegas Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone
29 Maggio 2021
Mi sono divertita molto, con una piccola vena di malinconia, a leggere il saggio di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi dedicato alle High School e ai College a stelle e striscie come sono stati rappresentati nell’immaginario televisivo e cinematografico degli anni Ottanta e Novanta, il periodo d’oro di questo tipo di cinematografia, prima che la globalizzazione uniformasse in un certo senso il vissuto degli adolescenti di tutto il mondo, si può dire. Ma chi è stato adolescente in quegli anni aveva come modelli proprio gli adolescenti di oltre oceano e il loro sistema scolastico aveva un che di esotico e magnetico. Già solo prendere la patente a sedici anni, anni prima rispetto a noi rendeva le vite di questi ragazzi più autonomi e responsabilizzati. Poi c’erano il ballo di fine anno, le cheerleader, le confraternite, i tutor, tutto un altro sistema, tutto un altro mondo protremo dire, che abbiamo imparato a conoscere e a idealizzare con le opere più varie uscite in quegli anni. Certo la qualità era molto varia, c’erano le pellicole d’autore o quelle più dozzinali ma spesso questo genere di film è stato anche una palestra per attori che poi sono diventati star di prima grandezza del cinema statunitense. Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi citano davvero molti titoli, impossibile elencarli tutti, ma per chi fosse interessato sono raccolti in appendice come mappa orientativa con nome (immaginario) della scuola, titolo e anno di uscita, con qualche excursus nel passto più lontano come la mitica Dawson High School di Gioventù bruciata del 1955. Siamo un po’ tutti cresciuti guardando Happy Days o Beverly Hills 90210. Ricordo un film che addirittura andai a vedere al cinema Vacanze in America del 1984 diretto da Carlo Vanzina per darvi un’idea di quanto questo mito fosse forte in quegli anni. Tutto quello che proveniva dagli Stati Uniti era più alla moda, più luccicante, più di tutto, e questa sorta di esterofilia non la vivevamo neanche tanto come una colonizzazione culturale, o un imposizione ma quasi come un desiderio di evasione. Questo genere di film ci permetteva di sognare, di evadere appunto dalle nostre realtà più o meno provinciali per idealizzare un altrove che magari non era poi così scintillante e promettente come ci appariva. Ora resta tanta tenerezza e qualche rimpianto e la consapevolezza di aver vissuto un’era irripetibile, che non tornerà mai più ma vive ancora in queste pellicole. Gli autori hanno poi deciso di devolvere i proventi del libro all’Onlus Insieme per vincere – Amici di Cinzia, per supportare i sogni di alcune adolescenti del Benin, perchè sì la globalizzaione ci ha ormai un po’ tutti omologati ma esistono ancora zone del pianeta in cui sognare è molto più difficile che altrove. Se volete leggere il primo capitolo è disponibile sul sito dell’editore: Las Vegas Edizioni .
Massimo Benvegnù è nato nel 1972 a Padova. Critico e programmatore cinematografico, ha scritto per numerose testate giornalistiche in Italia e all’estero e collaborato con diversi festival e istituzioni culturali tra cui la Biennale di Venezia e il Festival di Locarno. Ha debuttato con “Filmare l’anima, il cinema di Peter Weir” (1997). Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.
Mattia Bertoldi nato nel 1986 a Lugano. Ha pubblicato i romanzi “Ti sogno, California” (BookSalad, 2012), “Le cose belle che vorrai ricordare” (TEA/Tre60, 2017) e “Come tanti piccoli ricordi” (TEA/Tre60, 2019). È presidente dell’Associazione svizzera degli scrittori di lingua italiana.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.
Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Carlotta dell’Ufficio stampa Las Vegas Edizioni.


























