Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022 by

 “L’officina delle anime rotte” è il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sé un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale è possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: “Parola cantadora”; “I racconti di Nanna”; “S.Illuminato Confessore”. Un mistero dal passato. È autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini in “Echi” (2006).

Come è nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiosità, elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come è accaduto a questi racconti. L’origine è in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui è nata Aridela, ma qui è rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto “Alzheimer”. Gli è molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; così sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignità di storie. Uno sprone necessario, o perché, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come è stato per lei muoversi tra sogno e realtà, tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilà, ma con una accezione più ampia del “il mondo dei morti”. Onirico non è la parola esatta, perché non è una mia elaborazione, ma esiste di per sé e a volte è fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianità, attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di là della mia volontà. Forse una parte di me è sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi è facile quindi ripescarlo qua e là in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalità e sacralità. Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la verità ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo “l’Altrove” alla “verità” (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lì si trovino i germi della spiritualità (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lì si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse età, c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenità?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicità dei Vangeli, così presente nelle parole di papa Francesco, è la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanità così fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore è soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora “infantile” rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenità di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non è solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La città de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare “candidi come la neve o come le ali della colomba”. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre è contro natura; ma ancor più lo è farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finché tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano né onori o paradisi

né tavole opulente

né musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietà degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

“Aridela”: perché è il primo racconto che allora avevo intitolato “La creatura d’acqua”; perché è un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralità femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarà il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi è nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso è un’epoca “né empia né devota”, io aggiungerei di grande viltà. Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli è lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontà. Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirà ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere è qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili è stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perché tutto intorno a me mandava messaggi, storie. Così, mentre si affinava la mia capacità di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtà angusta come è la città in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente è per caso e niente senza senso.

:: Edizioni Dehoniane Bologna: verso il 60° anniversario

6 aprile 2022 by

L’uscita del nuovo libro dell’economista e saggista biblico Luigino Bruni Profezia è storia e una serie di proposte per il periodo pasquale sono i preparativi di EDB verso il 60° anniversario, con iniziative lanciate a partire dal prossimo Salone internazionale del libro, a Torino dal 19 al 23 maggio: il marchio del Centro Editoriale Dehoniano intende rilanciare il progetto editoriale e sventare l’annunciato fallimento dell’autunno scorso, che non ha interrotto l’attività grazie all’azione del curatore Riccardo Roveroni nominato dal Tribunale di Bologna per assicurare, con consulenze a livello nazionale, una nuova prospettiva alla storica sigla, ancora tra i leader del mercato librario religioso italiano.

In occasione del 60° è tra l’altro prevista una collana denominata “Gold” che ripropone nuove edizioni di successi EDB, dalla Bibbia di Gerusalemme in edizione illustrata al celebre commento di Gianfranco Ravasi del Cantico dei cantici, dall’interpretazione dei primi cinque libri della Bibbia di Jean-Louis Ska o della Lettera ai Romani di Romano Penna fino alla Storia della letteratura cristiana antica di Manlio Simonetti ed Emanuela Prinzivalli. Nel catalogo anche autori come Enzo Bianchi, Marc Augé, Zygmunt Bauman, Luigi Ciotti, Franco Ferrarotti, Primo Mazzolari, Nando Pagnoncelli, André Wénin. Tra le riviste edite, con oltre diecimila abbonati, si possono ricordare “Parola Spirito e Vita”, “Testimoni”, “Messa e preghiera quotidiana”. “Rivista biblica” e “Orientamenti pastorali”, tra le altre.

Le Edizioni Dehoniane Bologna sono nate come sviluppo dell’attività di un gruppo di padri dehoniani e di laici che si raccoglieva attorno alla rivista “Il Regno” e il primo libro fu pubblicato nell’autunno 1962 in concomitanza con l’apertura del Concilio Vaticano II, evento percepito fin dall’inizio come una «fucina» di idee, centro propulsore e fonte ispirante per un ripensamento profondo di tutti i settori della teologia, della Bibbia e della pratica ecclesiale. Nel corso dei decenni il catalogo EDB si è progressivamente arricchito di nuovi temi e ambiti di ricerca, dai problemi sociali a quelli etici, dalla catechesi alla strumentazione dei sussidi e ai testi di religione per la scuola, fino ad arrivare alle collane dedicate ai bambini e ragazzi e alleditoria elettronica. In ambito scolastico, ad esempio, le EDB sono state il primo editore di testi per l’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica), a fine anni ’80, ad allegare al testo cartaceo un supporto digitale: un’idea che subito altri editori della scolastica hanno seguito, ritenendola una scelta innovativa e vincente, al passo con i tempi. La casa editrice e le varie testate di riviste e periodici pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano continuano anche oggi, a distanza ormai di sessant’anni, a qualificarsi per l’attenzione biblico-teologica e pastorale a livello specialistico e divulgativo. L’obiettivo è produrre ricerca e contemporaneamente renderla fruibile al grande pubblico.

EDB ha consolidato la posizione di mercato grazie a un long seller come La Bibbia di Gerusalemme e con collaborazioni e partnership a varie livelli, in qualità di casa editrice associata ad AIE-Associazione Italiana Editori e all’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani(UELCI), con distribuzione gestita da Messaggerie Libri e service editoriale affidato a Edimill.

Nell’ottobre scorso è stato annunciato del Centro Editoriale Dehoniano, proprietario anche della casa editrice Marietti 1820, il fallimento per carenze nella gestione, ma il Tribunale di Bologna ha acconsentito alla continuazione dell’attività in esercizio provvisorio per conservarne il valore e molto presto aprirà un bando per la ricerca di nuovi investitori e la vendita dell’azienda.

L’appuntamento per i lettori resta sempre sul sito https://www.dehoniane.it e, in presenza, al prossimo Salone del Libro al Lingotto di Torino.

Progetti per il futuro: rimettere in piedi l’orto

5 aprile 2022 by

Avatar di Davide Manastrategie evolutive

Stavo riordinando uno degli scaffali dei libri, qui in casa, stamani, e mi sono trovato a sfogliare Il Tuo Orto per Negati, che sarebbe poi la guida “for Dummies” su come impiantare e condurre un piccolo orto. Ne ho parlato con mio fratello ed abbiamo deciso che con l’autunno cominceremo le operazioni per impiantare un orto come si deve.

Avevamo un orticello da diporto, che avevo messo in piedi appena trasferito qui in Astigianistan, soprattutto per trovare qualcosa da fare quando era stato evidente che questo territorio era moribondo e non offriva assolutamente nulla. Speravo anche che occuparsi di un orticello potesse aiutare mio padre a sfuggire al campo gravitazionale della depressione. Sbagliavo.
Piantai prevalentemente erbe aromatiche e poi cipolle, aglio e insalata. Per un po’ riuscii a portarlo avanti, ma poi con i problemi di salute di mio padre divenne troppo impegnativo – c’era altro da fare, e…

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:: Il codice di Dean R. Koontz (Fanucci 2022) a cura di Emilio Patavini

5 aprile 2022 by

È da poco uscito per Fanucci Il codice di Dean R. Koontz, nella traduzione di Annarita Guarnieri. Il romanzo (titolo originale: Elsewhere), è stato pubblicato per la prima volta nel 2020, ma nel frattempo Koontz ha scritto due romanzi, mentre altri due sono già pronti per essere pubblicati. Autore di successo con all’attivo più di 120 titoli e oltre 450 milioni di copie vendute, Dean R. Koontz, è nato in Pennsylvania nel 1945, e attualmente vive in California. Ha scritto numerosi thriller, horror e romanzi di fantascienza (pubblicati da Urania ed Editrice Nord), e viene spesso accostato a Stephen King. Le analogie non si fermano al genere di romanzi che scrivono o al fatto di essere scrittori bestseller (anche se inaspettatamente King ha venduto e scritto meno di Koontz): entrambi sono stati insegnanti di inglese prima di dedicarsi alla scrittura e le loro opere sono state adattate per il grande schermo.

Il codice, diciamolo, non parte da premesse particolarmente originali: un senzatetto, noto come Ed l’Inquietante, affida a Jeffy Coltrane una scatola apparentemente innocua, ricercata dagli agenti federali poiché contiene nientemeno che la “chiave di tutto”. Jeffy Coltrane vive in California, ed è l’unico a prendersi cura della figlia undicenne Amity da quando sua moglie Michelle è misteriosamente scomparsa sette anni prima. Ed gli raccomanda di nascondere la chiave di tutto e soprattutto di non usarla per nessuna ragione. Le cose si complicano quando Jeffy e Amity scoprono che la chiave di tutto dà accesso a infiniti mondi paralleli, e qui iniziano le loro disavventure. Il what if alla base del libro è: “Cosa accadrebbe se i due avessero la possibilità di trovare un mondo parallelo in cui Michelle è ancora viva?”

I mondi paralleli sono intesi da Koontz come linee temporali alternative, in cui il destino della Terra ha subito un corso differente da quello che conosciamo. Nel libro si cita Hugh Everett III, fisico dell’Università di Princeton, noto per la sua “interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica proposta nel 1957, secondo cui ogni evento della realtà produce infinite diramazioni dell’universo. La teoria del multiverso è stata anche l’oggetto dell’ultimo articolo scientifico di Stephen Hawking, completato pochi giorni prima della sua morte e pubblicato nel 2018 sul Journal of High Energy Physics.

Dean Koontz è un maestro della suspense. Il codice è un romanzo che intrattiene senza particolari pretese o aspirazioni, e può contare su uno stile scorrevole e una narrazione serrata e avvincente. Difficile categorizzarlo in un solo genere: è anzitutto una storia basata su spunti speculativi come il multiverso e le infinite realtà alternative della Terra; è anche un thriller, per chi ama le storie avventurose, ricche di tensione e azione; ma nei mondi che Jeffy e Amity visitano sono presenti anche scorci di mondi distopici e orrifici a metà tra 1984 e L’isola del dottor Moreau. Numerosi sono i riferimenti al fantasy disseminati in tutto il libro: da Tolkien a La principessa sposa di William Goldman.

Dean R. Koontz, classe 1945, è autore di thriller di successo e bestseller di fama internazionale. Nato e cresciuto in Pennsylvania, attualmente vive in California insieme a sua moglie e due cani. Per tanti anni è stato insegnante di inglese in una scuola superiore, prima di dedicarsi alla scrittura pubblicando nel 1968 il suo primo romanzo: Jumbo-10. Il Rinnegato. Con più di 120 titoli all’attivo e oltre 500 milioni di copie vendute, Dean Koontz è considerato uno dei maestri del genere thriller.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fanucci Editore.

L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta, Florian Illies (Marsilio 2022) A Cura di Viviana Filippini

31 marzo 2022 by

È un viaggio indietro nel tempo quello che il lettore fa leggendo “L’amore al tempo dell’odio. Una storia sentimentale degli anni trenta” di Florian Illies, edito da Marsilio, anche se i fatti bellici di questi giorni fanno pensare a quello che sta accadendo in Ucraina. Quello fatto da Illies è un grande e lungo flashback, ma anche una esplorazione sentimentale nell’Europa degli anni Trenta che fa compiere a chi legge un vero e proprio cammino nelle vite di tanti uomini e donne che popolarono quella società del passato tra il 1929 e il 1939, all’interno della quale, piano piano, si stavano radicando quelli che sarebbero diventati poi dei regimi totalitari. Ciò che stupisce del volume (384 pagine) è che, nonostante tutti gli ostacoli, gli imprevisti, i provvedimenti che cominciarono a limitare la libertà delle persone, i protagonisti di queste vicende umane amavano e continuarono a farlo sfidando ogni intoppo, mossi da quella forza -l’amore- in grado di vincere su tutto e tutti. Pagina dopo pagina, con piccoli frammenti, Illies ci racconta la Storia in un arco temporale di un decennio, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, attraverso pezzi di vite altrui, di personalità che nella Storia poi ci sono rimaste per il ruolo sociale, lavorativo, artistico o politico che esercitavano, ma che qui ci vengono narrate, in modo biografico, nella loro dimensione più privata e intima, quella relativa all’amore. Tra i protagonisti troviamo Picasso che compare con le diverse mogli e amanti; poi Sartre completamente rapito dal corteggiamento a Simone de Beauvoir; Thomas Mann con tutta la sua casata (figlie e figlie compresi) alle prese con relazioni di amicizia e amore che scatenarono contrasti nella famiglia. E ancora Dalì che si innamorò perdutamente di Gala, portandola via all’amico; Marlene Dietrich divisa tra la Germania e Hollywood alle prese con i suoi diversi amori e quello più grande per la figlia. Poi ci sono storie come gli amori complicati e non sempre corrisposti di Annemarie Schwarzenbach, appassionata di viaggi e di fotografia, o la storia di Gunta Stölzl prima e unica donna ad insegnare al Bauhaus, ma anche madre coraggiosa nell’allattare a scuola il figlio appena nato. Tra le tante personalità vorrei ricordare anche lui, Francis Scott Fitzgerlad con la moglie Zelda e quel loro matrimonio così complicato, doloroso minato spesso dalla malattia della donna che fu per l’autore fonte di sofferenza emotiva e spunto dei suoi capolavori letterari. “L’amore al tempo dell’odio” di Florian Illies è una vera e propria mappatura del sentimento umano nella quale ci sono tanti amori, tanti tradimenti, tante relazioni (altro che il gossip di oggi) che finirono per incomprensioni, ma anche per il diffondersi delle leggi razziali, mentre altri iniziarono nonostante la catastrofe imminente, come a evidenziare un attaccamento alla vita e al domani, capace di affrontare ogni ostacolo del vivere. Traduzione Francesco Peri.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», ha diretto le pagine culturali di «Die Zeit», è tra i fondatori della rivista «Monopol» ed è stato direttore editoriale della casa editrice Rowohlt. Autore di bestseller tradotti in tutto il mondo, per Marsilio sono usciti 1913. L’anno prima della tempesta (2013, 2018 tascabile Ue), L’invenzione delle nuvole. Lettera d’amore sull’arte e la poesia (2018) e 1913. Un’altra storia (2019).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2022 by

Cari lettori, cari amici e così sono arrivata a 53 anni, non l’avrei mai detto, me ne stupisco io per prima. Sono morti i miei nonni, sono morti i miei genitori, della famiglia originaria restiamo solo io e mio fratello. Più tutti gli zii e i cugini sparsi nel mondo con cui ho rapporti meno stretti. Oggi mi ero ripromessa di non festeggiare per il momento storico che stiamo vivendo ma sebbene non farò feste nè tanto meno ricevimenti, sento il vostro affetto e la vostra stima per il lavoro fatto in questi anni e questo mi rende molto felice. Grazie al coraggio di mio fratello che è andato in auto in Polonia prenderle ospitiamo due signore ucraine, madre e figlia, se volete darmi un aiuto concreto come regalo di compleanno potete fare una piccola donazione al blog, sono soldi che useremo per le nostre ospiti, o per altri amici in difficoltà, secondo le necessità. Credo sia tutto, grazie!

:: Mi manca il Novecento – Carmelo Bene: la negazione che incendia il mondo – a cura di Nicola Vacca

16 marzo 2022 by

Chi è Carmelo Bene? Bella domanda. Personalmente non ho ancora trovato una risposta. Continuo a leggerlo e a studiarlo e forse una risposta neanche non la cerco.

A vent’anni esatti dalla sua morte (il maestro si è spento a Roma il 16 marzo 2002) è ancora in mezzo a noi il rumore della sua arte, la deflagrazione del suo depensare.

C.B. con i suoi tremendi colpi d’ascia viaggia ed erra da una meta all’altra di questo tempo amorale con la sua oscenità necessaria del poetico.

Carmelo che scompare mentre va in scena.

Carmelo che fa i conti con la sua assenza, Carmelo che sottrae se stesso anche quando cavalca il palcoscenico e si mostra senza mediazione.

«Egli distrae tutto, turba ogni progetto, ogni mossa degli altri. Il suo nome incute timore e paura, ed è subito storia. Quando morrà, se morrà, non morirà sconfitto per mano degli uomini; è esausto, esautorato dal fuoco che divinamente lo brucia. Tamerlano, d’interno, ha solo questo, un fuoco d’altare che brucia più di quello di Ozram e delle Vestali. La divinità lo uccide esaurendolo.

Tutto il suo resto è esternità. Cioè assenza (parapsicologica), opposta all’essenza (psicologica)».

Siamo d’accordo con Jean – Paul Manganaro. Carmelo è esternità e assenza. Carmelo è nel suo non essere, in quella geniale negazione che è stata la sua immensa arte.

Non vi angosciatecercando di definirlo con la vostra bella scrittura di pennivendoli alla moda, Carmelo vi ha già detto tempo fa cosa pensa di voi.

Carmelo è l’altrove necessario che voi non riuscirete mai a capire.

C.B. È la più grande macchina attoriale di tutti i tempi che ha fatto saltare il banco con la sua coscienza critica.

Nel fondamento tellurico del pensiero ha scrutato con la sua voce che diventa gesto la notte fonda del teatro, della poesia, della letteratura, della vita.

Carmelo sì è sempre disunito, ha devastato il corpo non per distruggerlo né per dissacrarlo, ma per strapparlo all’organizzazione di un sistema sociale chiuso.

Il grande demolitore di ogni forma di conformismo non ha fatto sconti a nessuno ma soprattutto a se stesso. «L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita è se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte. L’essermi alla fine liberato anche di me».

Il rifiuto alla crescita è conditio sine qua non alla educazione del proprio “femminile”. È rifiuto alla Storia e alla conflittualità delle historiette del quotidiano». Così Carmelo Bene in Sono apparso alla Madonna detta le proprie coordinate incendiarie al mondo in cui cammina.

Grande dissacratore e geniale provocatore, Carmelo Bene ha decretato la morte della critica, della cultura, del teatro, e di se stesso anche quando era in vita. Con intelligenza ha invitato alla diserzione, ad essere intensi senza scampo fino alla rottura e al disprezzo di se stessi.

Anime belle del giornalismo italiota, conformista e patinato, che oggi state scrivendo articoli benpensanti su Carmelo Bene per i venti anni della sua scomparsa, sciacquatevi la bocca prima di pronunciare il suo nome perché quando lui era vivo non avete capito un cazzo delle lacerazioni controverse del suo pensiero, che vi disturbavano anche molto.

Oggi lo celebrate per stare sul pezzo della vostra ipocrisia, mentre ieri avete disprezzato il suo inattuale spirito di rottura.

Lo spirito di rottura di Bene non risparmia nessuno: distrugge il teatro e la sua macchina attoriale («Il teatro non è finzione, ma assoluta verità. La macchina attoriale evita la dialettica. Il teatro deve essere rifiuto di ogni forma d’arte, di ogni arte della forma. Di ogni decoro, di ogni decorazione di cui comunque continua a fregiarsi ogni storia e tutte le historie delle arti visive, plastiche e musicistiche»), antistorico e antiumanista pugnala il suo tempo e la mediocre piccolezza di un pensiero intellettuale ingabbiato in un conformismo di maniera che tutto uccide («Che miseria me vedo, che miseria. L’ostentazione risibile del così detto opinionismo… nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe TV nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici e negli studi audio – visivi intrattenimentacci dove ciascuno a turno è straconvinto di dire proprio la sua»).

Questo è il grande Carmelo Bene, genio irregolare estraneo a ogni ambiente culturale. Uno contro tutti, come Artaud, Cioran, Céline, Kraus, demolitore di ogni forma di perbenismo e conformismo che considera il mondo un cimitero bigotto in cui solo l’indisciplina è degna di nota. Tutto il resto è tempo per gli imbecilli e per gli idioti.

:: Brigate russe di Marta Ottaviani (Ledizioni editore 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2022 by

Nel libro ‘Brigate Russe’ (Ledizioni, 213 pagine, 14,90 euro), ho approfondito tutti questi aspetti, raggruppati in quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. A dimostrazione di come sia sempre più importante riflettere su quello che si legge e saper fare selezione. La Russia ha inventato un nuovo modo di fare la guerra, ma altre nazioni, come la Cina, hanno iniziato a imitarla.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/pirati-in-rete-e-disinformazione-la-guerra-non-lineare-di-mosca

La disinformazione destabilizza il nemico. Il nostro cervello ragiona in base a un sistema binario 0,1; sì, no; vero, falso. Anche un decisore etico fa scelte errate se inquinate da premesse scorrette. Anche Gandhi aveva teorizzato questa forma di violenza non manifesta che se vogliamo è di premessa a molte forme di violenza poi conclamata.

L’informazione non è neutrale, causa decisioni che possono influenzare la vita di un individuo come il corso di una guerra.

Dall’arte della guerra di Sun Tzu si è cercato di teorizzare le tecniche migliori per sconfiggere il nemico sempre tenendo fermo il punto che chi sconfigge il nemico senza combattere fa la cosa migliore. Di teorici della disinformazione ce ne sono in ogni paese, stato, continente (non solo in Russia).

Le basi si studiano nei corsi di teoria politica o guerra psicologica. Marta Ottaviani ha indagato con il suo piglio critico sulle tecniche usate in Russia e l’ha fatto cercando di illustrare al vasto pubblico ancora a digiuno che anche con l’informazione (o meglio la disinformazione capace di inquinare il dibattito democratico) si combattono le guerre. In un agile volumetto discorsivo e spigliato sintetizza informazioni, dati, nomi, date, e giunge a conclusioni plausibili e non prive di acume.

La guerra cibernetica combattuta sui canali digitali a colpi di fake news, troll, hacker ha di brutto che poi può far cadere in errore anche chi la commette, da entrambi i lati della barricata, non distinguere più il vero dal falso, perdere la cognizione che ci sia differenza tra il vero e il falso è un errore campale che può far perdere prestigio, guerre, vite umane.

Che siate putiniani o antiputiani (magari favorevoli a Alexei Navalny) comprendere le ragioni del nemico, come pensa, come ragiona è essanziale partendo sempre dall’assunto etico che è sempre meglio non demonizzare il nemico ma considerarlo un compagno o fratello “oppositore” come suggerisce giustamente Papa Francesco e chi prima di lui ha analizzato le dinamiche che regolano il vivere civile. Non inquinare il fiume in cui anche noi berremo è essenziale e delimita tutti i limiti di questa spietata guerra tecnologica di cui un po’ tutti siamo vittime consapevoli o inconsapevoli.

Il libro di Marta Ottaviani ha il pregio di dare concretezza ad assunti teorici e spiegare nei fatti questi meccansimi in azione. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, interconnesso, grazie ai satelliti, alle telecomunicazioni, a internet e alla volontà dei popoli di perseguire una convivenza pacifica, viviamo in una casa comune (o casa di vetro come hanno delineato alcuni teorici) in cui il bene di uno massimizza il bene dell’altro, il male di uno determina il male dell’altro.

Dove si sia spezzzato questo circolo virtuoso iniziato col 1989 e la caduta pacifica del comunismo sovietico non è dato sapere, la fine della storia non c’è stata, anzi siamo ricaduti negli stessi errori, nelle stesse dinamiche ostili da cui avevamo tentato di liberarci. Debolezza dell’Occidente? Malafede condivisa? E’ difficile giungere a una conclusione univoca. Comunque non abbiate paura del libro di Marta anche se dissentite in alcuni punti e in alcune conclusioni, è utile nella maniera in cui allena il vostro cervello a ragionare criticamente e a ponderare le dinamiche che regolano il nostro complesso mondo contemporaneo.

Marta Federica Ottaviani (Milano, 1976) si occupa di Turchia e di Russia per il quotidiano Avvenire, per cui ha seguito anche la crisi del debito in Grecia, e altre testate nazionali. Collabora con diversi think tank, fra cui Aspen Institute. Il suo ultimo libro Il Reis, come Erdogan ha cambiato la Turchia (Textus Edizioni) ha vinto il Premio Fiuggi Storia.

Source: acquisto personale.

:: L’arazzo di Fionavar (Mondadori 2022) di Guy Gavriel Kay recensione a cura di Emilio Patavini

11 marzo 2022 by

Tra il 1993 e il 1994 uscirono per Sperling & Kupfer i tre volumi della trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: La strada dei re e La via del fuoco nella traduzione di Riccardo Valla e Il sentiero della notte nella traduzione di Linda De Angelis. Il 25 gennaio 2022 Mondadori ha ripubblicato i tre romanzi che compongono la trilogia di Fionavar nella collana Oscar Draghi, in un unico volume dal titolo L’arazzo di Fionavar e dalla veste editoriale come sempre curata, arricchita dalle illustrazioni di Martin Springett. I titoli dei romanzi sono stati ritradotti in maniera più fedele all’originale: L’albero dell’estate (The Summer Tree), La fiamma errabonda (The Wandering Fire) e La strada più oscura (The Darkest Road). Guy Gavriel Kay, canadese, classe 1954, è un autore di romanzi fantasy, perlopiù di ambientazione storica (anche se per Fionavar si parla di high fantasy o più propriamente di portal fantasy, come vedremo), poco conosciuto in Italia ma molto apprezzato all’estero. Per chi ha letto Il Silmarillion (1977) di J.R.R. Tolkien, il nome di Guy Gavriel Kay dovrebbe suonare familiare. Infatti, alla fine della sua Premessa all’opera postuma del padre, Christopher Tolkien scrisse: «Nell’opera, difficile e sempre discutibile, di sistemazione del testo, sono stato ampiamente assistito da Guy [Gavriel] Kay, che ha collaborato con me nel biennio 1974-75».

Nella sua introduzione, il curatore Massimo Scorsone definisce L’arazzo di Fionavar come il «più smaltato epic fantasy di lewis-tolkieniane ascendenze» (p. 6), e infatti i precedenti letterari di quest’opera sono proprio i due capisaldi del fantasy moderno: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, con il suo impianto mitopoietico «coerente e consistente», e le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, con i quattro fratelli Pevensie qui tramutati nei cinque studenti dell’Università di Toronto che vengono trasportati su Fionavar. Se ne Il nipote del mago e ne Il leone, la strega e l’armadio la vicenda prende le mosse nel «mondo primario» (per usare una terminologia tolkieniana), trasferendosi poi in un «mondo secondario», ne L’arazzo di Fionavar non è il nostro mondo a ricoprire il ruolo di «mondo primario», ma Fionavar stessa, più volte definita come «il primo di tutti i mondi» (p. 38), le cui vestigia sopravvivono nei nostri miti e nelle nostre leggende. Inoltre, L’arazzo di Fionavar si inserisce nel solco della tradizione del portal o quest fantasy, un sottogenere del fantasy in cui il protagonista è trasportato in un altro mondo tramite un portale, non importa che si tratti della tana di un coniglio come in Alice nel paese delle meraviglie, di un armadio magico come nelle già citate Cronache di Narnia o di un tornado come ne Il meraviglioso mago di Oz. Come altri esempi di portal fantasy si possono citare Coraline di Neil Gaiman, John Carter di Marte, primo volume del Ciclo di Barsoom, ma anche Le Cronache di Thomas Covenant di Stephen R. Donaldson, La Figlia del Re degli Elfi di Lord Dunsany e Le cronache di Ambra di Roger Zelazny.

Il primo volume che qui recensisco, L’albero dell’estate, è uscito in Canada nel 1984; mentre gli altri due seguirono due anni dopo. Negli anni ‘80 spopolavano numerose riproposizioni del fantasy tolkieniano (un nome su tutti: Terry Brooks). Guy Gavriel Kay ha saputo dimostrare di poter dare vita una rielaborazione consapevole, originale e profonda di quel modello attingendo dalle stesse fonti e dagli stessi archetipi di Tolkien: mitologia norrena, materia celtica e leggende arturiane trovano posto in un affresco mitopoietico che affascina e cattura il lettore sin dalle prime pagine.

Per ammissione dello stesso Guy Gavriel Kay, L’arazzo di Fionavar è la sua opera che più risente dell’influenza tolkieniana. Lo si può notare in molti aspetti, almeno nel primo volume: troviamo creature simili a elfi e orchi, un luogotenente dell’Oscuro Signore Rakoth Maugrim (incatenato come il Melkor-Morgoth tolkieniano), un bosco magico simile a Fangorn. Per certi versi, anche la concezione del Male arroccato a Nord – basti pensare a quanto scrisse Tolkien nella lettera 294 dell’8 febbraio 1967 –, deriva direttamente da Il Silmarillion. Come si è visto, Guy Gavriel Kay ha collaborato per due anni con Christopher Tolkien proprio alla pubblicazione del magnum opus tolkieniano. C’è persino un metallo, simile al mithril, «che i nani consideravano il più prezioso dono della terra: l’argento di Eridu, dalle sfumature azzurre» (p. 151). Ecco infine due passi in cui si possono confrontare le creature descritte da Guy Gavriel Kay con gli elfi di Tolkien:

«Noi siamo estremamente longevi, e non moriamo di vecchiaia, ma ci uccidono il ferro, il fuoco, e i patimenti del cuore. La stanchezza di vivere, poi, ci spinge a fare vela verso il nostro canto, ma questa è una cosa diversa. […] A ovest c’è un luogo che non è segnato su alcuna carta […], e noi andiamo laggiù, quando lasciamo Fionavar, a meno che Fionavar non ci uccida prima.»

(p. 160)

«Erano vecchi, saggi e bellissimi, e il loro spirito brillava nei loro occhi sotto forma di una fiamma multicolore, e la loro arte era un omaggio al Tessitore, di cui erano i figli più luminosi. Nella loro essenza era intessuta una celebrazione della vita, e nell’antica lingua il loro nome significava la luce che si oppone al buio»

(p. 161)

Come gli elfi di Tolkien, estremamente longevi ma non immuni da una morte violenta e dai «patimenti del cuore», le creature di Guy Gavriel Kay lasciano la loro terra per fare vela verso occidente. Nella storia della letteratura, l’Occidente è da sempre associato alla sede delle Terre Immortali o delle Isole dei Beati: basti pensare ad Aman nell’universo di Tolkien, ad Avalon, l’isola dove Artù potrà guarire le sue ferite, alle Tír na nÓg, meta degli imrama degli eroi e dei monaci irlandesi, o ancora alle Isole Esperidi greche. Un’ulteriore conferma di come su Fionavar convergano miti, archetipi, riferimenti culturali e cliché tipici del fantasy, visti da una prospettiva differente, evocati da un world-building ben costruito e da una prosa fresca ed elegante. Una storia a tratti lirica, a tratti epica, capace di trasmette forti emozioni.

Come disse C.S. Lewis de Il Signore degli Anelli: «Qui ci sono cose meravigliose che feriscono come spade o bruciano come gelido acciaio. Ecco un libro che vi spezzerà il cuore».

Guy Gavriel Kay (Weyburn, Canada, 1954) trascorre gli anni della giovinezza a Winnipeg; dopo la laurea all’University of Manitoba, nel 1974, si trasferisce a Oxford dove assiste Christopher Tolkien nella pubblicazione de Il Silmarillion (1977). Tra il 1981 e il 1989 lavora come sceneggiatore televisivo; il suo esordio letterario The Summer Tree, pubblicato nel 1984, primo romanzo della trilogia de L’arazzo di Fionavar, completata nel 1986. Ha scritto in seguito romanzi fantasy come Tigana (1990; tr. it. Il paese delle due lune, 1992), Ysabel (World Fantasy Award 2008), Under Heaven (2010; tr. it. La rinascita di Shen Tai, 2012) e molti altri. Il suo ultimo romanzo è A Brightness Long Ago (2019). Nel 2014 Kay è divenuto membro dell’Order of Canada per i suoi meriti letterari e nel 2021 ha tenuto una conferenza online per l’ottava edizione delle Tolkien Lectures.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Alfonso Zarbo di Oscar Mondadori Vault.

L’Omino di Giovinazzo. Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia, Aguinaldo Perrone, (Graphe.it, 2022) A cura di Viviana Filippini

11 marzo 2022 by

Sembra un giallo “L’omino di Giovinazzo” di Aguinaldo Perrone, artista, studioso di cartellonismo, edito da Graphe.it. In realtà il libretto è un curioso saggio breve nel quale l’autore cerca di fare luce su un disegno ritrovato a Giovinazzo, in Puglia, dove l’artista Fortunato Depero passò nel 1926 (non a caso il sottotitolo è Fortunato Depero: 1926, passaggio in Puglia). Tra le pagine del testo si cerca ci capire se effettivamente Depero, noto anche come l’artista più futurista dei futuristi, tra i padri del Secondo Futurismo e dell’aeropittura, passò effettivamente a Giovinazzo. Prove certe sembrano non esserci, ma qualche indizio sì. Tra i papabili elementi un disegno su cartoncino leggero dove è disegnato un omino in marcia. Partendo da questo disegno ritrovato durante i lavoro di ristrutturazione di un bar a Bari, Perrone veste i panni di detective dell’arte e svolge un’indagine sul campo per comprendere l’origine del disegno, snocciolando poi tutte le ipotesi relative al possibile passaggio di Depero a Giovinazzo e alla realizzazione di questo schizzo a china. Tra le componenti che inducono l’autore a pensare che si tratti di un disegno di Fortunato Depero ci sono alcuni elementi grafici: un figura umana stilizzata che sta tra il manichino e il robot, una “f” segnata in modo rapido (potrebbe essere l’iniziale del nome dell’artista) o le forme geometriche come le spirali che richiamano alcuni elementi grafici utilizzati dall’artista nei propri lavori. Le pagine de “L’Omino di Giovinazzo” scorrono via veloci grazie ad una scrittura pulita, chiara, che fa viaggiare il lettore nella vita di un artista che nella sua carriera artistica fece anche lo scenografo, il costumista e il designer. Perciò se “del doman non v’è certezza”, come scriveva Lorenzo de’ Medici nella “Canzona di Bacco”, composta nel 1490 in occasione del carnevale,  anche il dubbio sulla paternità attribuita dell’Omino di Giovinazzo a Depero resta, ma Aguinaldo Perrone, attento esperto di cartellonistica, ha tutti gli elementi giusti per formulare la sua indagine sul quell’omino che, vi dovesse capitare mai di passarci, troverete  stampato sui tovagliolini del Gran Bar Pugliese, magari messi al fianco di una bottiglietta di Campari Soda- anche lei futuristica- e in un secondo, non sarà così difficile riscontrare qualche evidente somiglianza tra l’omino e la bottiglietta di Depero. Il libro presenta una prefazione di Domenico Cammorata.

Aguinaldo Perrone (Aguìn), artista, studioso di cartellonismo. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero: Milano (Biennale Internazionale del libro d’artista), Berlino, Amsterdam, New York, passando dalla 54ma Biennale di Venezia – Padiglione Puglia. Come autore di libri d’arte e di saggi ha pubblicato: Aguìn, disegniChiedete la lunaIl prodotto definitivamente superioreDepero 1926 passaggio dalle PuglieCatalogo Ragionato di Marchi Inutili e Manuale del Cartellonista ModernoDitelo con cartellonismoNell’ipotesi del cartellonismo e, infine, ha curato la riedizione del libro di Arturo Lancelotti Storia aneddotica della réclame (1912). Ha ricevuto premi e importanti riconoscimenti della sua ricerca storico-artistica, tra cui quelli di Steven Heller (su Print Magazine) e di Fusako Yusaki (prefazione al libro Ditelo con cartellonismo). Dal 2014 insegna Storia dell’illustrazione e della pubblicità presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo sito è www.aguin.it.

Source: inviato dall’editore.

Le mie Donne di Magia per Yume

9 marzo 2022 by

9788854941557_0_536_0_75Ho pubblicato un nuovo libro presso la casa editrice mia concittadina Yume Books, dopo quello di due anni e mezzo fa su Once upon a time, e cioè Donne di magia: Streghe e maghe nella cultura del fantastico.
Yume Books si è già occupata varie volte della figura storica e antropologica delle streghe, donne perseguitate nel corso dei secoli spesso solo perché vivevano ai margini della società e diventate emblematiche di tutte le discriminazioni subite da chi era percepito come diverso.
Nel mio libro, come nerd e otaku, io mi sono invece concentrata su come le streghe sono state viste e raccontate nelle storie, soprattutto di genere fantastico, partendo dai poemi epici, dalle fiabe e dalle leggende e arrivando ai serial televisivi, agli anime e ai fumetti degli ultimi anni.
La strega è un personaggio che mi ha sempre affascinata, anche quando era la nemica delle fiabe: alzi la mano chi non trova più carismatiche la regina Crimilde di Biancaneve e i sette nani o Malefica de La Bella addormentata che non le protagoniste. Poi,  a scuola, conobbi personaggi come la maga Circe dell’Odissea, o Alcina dell’Orlando furioso, e ad un certo punto lessi uno di quei libri che ha cambiato la mia vita, Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, con una nuova lettura di un personaggio sempre visto come cattiva, Morgana, la strega del ciclo arturiano, qui eroina ribelle.
Negli ultimi decenni sono state tantissime le streghe, stavolta quasi sempre buone, che mi hanno appassionata, a cominciare da Willow di Buffy per arrivare alle sorelle Halliwell di Charmed e senza dimenticarne altre, come Sabrina, o come le WITCH, e la figura della donna o ragazza che pratica magia è diventata una delle protagoniste dell’immaginario fantastico moderno. Sono tutti personaggi che ho amato molto, anche se ogni tanto mi piacciono le streghe di nuovo un po’ cattive, come Melisandre di Game of Thrones.
Nelle pagine di questo libro ho cercato di tracciare e omaggiare tutte queste figure femminili, buone e cattive, che hanno rappresentato delle icone in storie che da anni sono entrate nella nostra fantasia e che continuano ad appassionarmi molto.
Quali sono le mie preferite, come fan? Beh, continuo a sentire una fascinazione per Circe, ricordandola nel mirabile sceneggiato Odissea di Franco Rosi, adoro Morgana raccontata da Marion Zimmer Bradley, Willow di Buffy è e resta il mio personaggio preferito della serie, amo molto Hermione di Harry Potter e apprezzo sia la Malefica cattiva del cartone Disney che quella tormentata ma buona di Angelina Jolie nei due film.
E adesso, mi dedicherò ad un’altra icona al femminile dell’immaginario, la guerriera.

:: 8 marzo: Disney Libri presenta Piccole Donne con Minni e Paperina

8 marzo 2022 by

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, Disney Libri (Giunti Editore) presenta Piccole Donne con Minni e Paperina, il nuovo volume ispirato al classico senza tempo di che raccoglie un racconto inedito illustrato e la parodia a fumetti Piccole Grandi Papere, disegnata da Silvia Ziche e scritta da Marco Bosco, per la prima volta pubblicata come raccolta completa. Piccole Donne con Minni e Paperina rende omaggio a un classico senza tempo della narrativa per ragazzi, conciliando i tratti originali delle protagoniste con le personalità uniche delle eroine disneyane che le impersonano e si aggiunge alla fortunata collana Letteratura a fumetti. Un’originale lettura per la Giornata Internazionale della Donna!