:: Gente di Bergamo, a cura di Paolo Aresi (Bolis, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2016 by

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Bergamo è la città che ha una parte alta e un parte bassa. Bergamo è la città dei pittori Giovan Battista Moroni e di Caravaggio o, se vogliamo arrivare ai giorni nostri, possiamo ricordare l’alpinista Simone Moro, che lo scorso febbraio è riuscito a salire in cima del Nangar Parbat, noto come “La montagna assassina”. Bergamo è anche un posto dove la gente scrive e racconta il suo mondo e lo dimostra Gente di Bergamo, la raccolta di racconti pubblicata da Bolis, curata da Paolo Aresi. Le 20 storie trascinano il lettore dentro al mondo bergamasco, facendogli conoscere tutte le diverse tipologie di persone e caratteri umani che rendono bella, intrigante e sfaccetta la città. Il libro è un viaggio vero e proprio dentro la terra cittadina, ed essa prende forma dalle storie che hanno il sapore di testimonianze, di memorie, di ricordi e di esempi per il futuro dati dalle generazioni del passato. Le storie sono state suddivise in sei sezioni tematiche (Le montagne, le valli, i fiumi; Le radici, vicine e lontane; L’amore; L’amicizia, La storia, Il sogno) poi, leggendo ogni singola vicenda, ci si accorge di come ognuna di esse abbia caratteristiche specifiche che la rende coinvolgente e unica. Quello che i 20 autori partecipanti all’antologia Gente di Bergamo hanno fatto con le loro creazioni è importante, perché permette a chi legge di comprendere alcune caratteristiche comportali sì legate al personaggio protagonista della trama ma, allo stesso tempo, tipiche della gente bergamasca e non solo. Io sono nata e cresciuta in provincia di Brescia e leggendo questa raccolta mi sono divertita a scoprire i parallelismi esistenti tra i bresciani e i bergamaschi, tra i quali, si sa, c’è sempre stato un campanilismo dalle radici storiche. Per esempio, nel racconto Vecchio al monte di Alberto Gherardi, è curiosa la figura di Cesco, un uomo tutto d’un pezzo che ad un certo punto della sua vita farà una cosa che mai avrebbe pensato potesse servire anche a lui: andare dal dottore. Un atteggiamento che ritorna in modo abituale e che ho riscontrato in passato e ancora oggi noto, in alcuni uomini che incontro. Il libro edito da Bolis aiuta il lettore a conoscere questi bergamaschi amanti della natura, degli animali (interessante è il racconto di Giusi Quarenghi, Ali, dove la simpatica e anziana protagonista preferisce la compagnia delle galline e del suo tacchino, rispetto a quella degli esseri umani). Persone che parlano in un dialetto così stringato che a volte è difficile capire che in quelle poche parole smozzicate, invece si nasconde un intero discorso, come mette in evidenza Laura Mühlbauer nel racconto La salita. Lo stesso linguaggio vernacolare risentirà non poco della concorrenza del puro italiano che invaderà Bergamo e l’Italia intera con l’arrivo della televisione. Gente di Bergamo è una raccolta corale, un insieme di voci, che attraverso queste storie non solo ci permettono di conoscere meglio una città, ma ci aiutano a scoprire l’anima della gente che l’ha fatta e l’ha raccontata.

I racconti sono firmati (in ordine alfabetico) da:

Giovanna Amico, Paolo Aresi, Claudio Calzana, Tiziano Colombi, Piero degli Antoni, Annalisa Di Piazza, Chiara Di Sante, Davide Ferrario, Livio Gambarini, Cristiano Gatti, Alberto Gherardi, Adriana Lorenzi, Raul Montanari, Laura Mühlbauer, Alessandra Pozzi, Giusy Quarenghi, Federico Radaelli, Angelo Roma, Davide Sapienza, Roberto Tiraboschi.

Source: Consigliato da Anna Colosio Communication specialist, web editor, blogger e digital PR.

:: Hyperversum Next, Cecilia Randall (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

21 aprile 2016 by
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Vent’anni dopo i fatti narrati nella trilogia Hyperversum, videogioco di ruolo medievale che può catapultare i partecipanti nella realtà dell’epoca, Alexandra detta Alex, figlia dell’adesso scienziato Daniel, è costretta in casa a riparare ad un voto di fisica, materia che lei detesta visto che da sempre è affascinata invece dalla Storia e dai secoli passati, scopre un misterioso codice miniato medievale e un videgioco che la affascina. Si troverà anche lei catapultata in quel mondo che aveva inghiottito suo padre e i suoi amici, scoprendo la verità sulla vita dell’amato zio Ian, affrontando avventure e correndo pericoli, ma trovando forse qualcosa di nuovo e di bello nella sua vita nella persona di Marc, un ragazzo così lontano da lei nel tempo ma non per il suo cuore.
Il fantastico rivolto ad un pubblico di ragazzi e ragazze soffre in questi anni di intrecci spesso melensi e poco incisivi: non è questo il caso della saga di Hyperversum, opera di un’autrice italianissima a dispetto del nome, che mescola il mondo dei videogiochi e dei giochi di ruolo con il tema dei viaggi nel tempo, che risale ad autori come Wells e che qui viene riletto in una prospettiva legata a strumenti moderni come il videogioco.
Leggibile anche separato dai precedenti romanzi, comunque godibilissimi, e nato come idea iniziale prima dei seguiti del primo della serie, Hyperversum Next conquista sin dalla prima pagina, presentando un’eroina che non è dotato di superpoteri e che si trova a dover affrontare un’avventura suo malgrado a cui non era preparata.
Certo, un romanzo di genere fantastico, ma anche un romanzo storico, visto che l’autrice ricostruisce in maniera minuziosa i fatti del Medio Evo francese, mescolando un po’ di fantasia negli eventi d’epoca a eventi reali, un po’ come ha fatto Diana Gabaldon nella serie La straniera, ma la nostra Randall comunque si perde meno per strada, e dopo aver raccontato le avventure di una generazione precedente prende in esame nuovi personaggi più giovani e nuove storie, e chissà se tutto finirà così, anche se forse Hyperversum si fermerà e non girerà più.
Per questi motivi, pur rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti, Hyperversum next, e i libri predecedenti, risultano essere interessanti anche se si è fuori target, e si ricordano magari i primi videogiochi o le partite di giochi di ruolo anni Ottanta, quando si sperava magari da qualche parte nel proprio cuore che qualcosa diventasse reale.

Cecilia Randall è di Modena e adora i romanzi e il cinema d’avventura in tutte le accezioni possibili, dal fantasy al mistery e alla fantascienza, ma anche fumetti e cartoni animati, l’archeologia, la storia e i giochi di ruolo. Da queste sue passioni è nata la saga di Hyperversum, grandissimo successo formata da Hyperversum I, Hyperversum II – Il Falco e il Leone e Hyperversum III – Il Cavaliere del Tempo. Dopo aver pubblicato con Mondadori Gens Arcana, romanzo fantastico ambientato nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, e Millennio di fuoco, un dittico composto dai due volumi Seija e Raivo, Cecilia è tornata al mondo di Hyperversum con questo nuovo titolo, godibile anche non conoscendo gli altri.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La battaglia di Campocarne di Roberto Recchioni (Mondadori, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

20 aprile 2016 by
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“YA” è la parola più usata all’interno del romanzo. E’ un’esclamazione, un segno di assenso e di incitamento, un’intercalare, ma anche l’acronimo del genere in cui ci muoviamo, Young Adult. Un romanzo di formazione quindi, la storia di come questo ragazzo magro, alto e goffo, da tutti chiamato Stecco, diventerà un uomo. O almeno ci proverà.
Nel mezzo della battaglia, ferito e già a terra al primo assalto, conosciamo Stecco, il giovane protagonista di questa storia. Stecco è un ragazzo di campagna, che vive nel piccolo e periferico villaggio di Zarafa, un sognatore che vuole diventare un grande avventuriero, proprio come il Granduomo, l’eroe di mille storie e mille avventure, che viaggia sul suo carro blu notte, accompagnato da Nonna Mannaia e dall’Incappucciato, reclutando giovani avventurieri in tutti i villaggi dove si fermano.
E un giorno il Granduomo arriva anche a Zarafa.
I capitoli, brevissimi e dallo stile asciutto, oscillano tra due linee temporali: tra quella della Battaglia di Campocarne, che è la linea più avanzata e che fa da anticipatore con i suoi improvvisi colpi di scena, e l’altra che riempie le lacune e spiega come Stecco sia arrivato in un tale guaio.
Nel romanzo tutto contribuisce a creare una narrazione veloce e fluida, capace di catturare l’attenzione del lettore e di trascinarlo fino alla fine del romanzo senza un attimo di pausa. C’è pochissimo spazio al sentimentalismo e all’introspezione: ciò che ci rende reali Stecco e la sua compagna Marta la Brutta, il Granduomo e Nonna Mannaia sono i loro dialoghi incalzanti, “botta e risposta”, realistici e senza alcuna interruzione per segnalare al lettore chi sia a parlare – cosa che tra l’altro richiede un pochino più di attenzione per seguire le conversazioni, ma mi pare giusto che anche il lettore faccia la sua parte in una storia.
Lo stile di Recchioni è, come sempre, asciutto e con una certa tendenza alle frasi brevi e ad effetto, usate soprattutto alla fine del capitolo, come una sorta di firma, e che a seconda della situazione aggiungono alla narrazione un tocco di ironia e di comicità, o ulteriore velocità al ritmo già serrato della storia. L’autore poi ha un’esperienza ventennale nel mondo del fumetto e un taglio molto cinematografico, cosa che rende le scene descritte immediatamente visualizzabili, così che i personaggi e tutti i loro ambienti ci appaiono di fronte visivamente ben delineati anche quando le descrizioni non sono altro che veloci note di colore.
Ma oltre ad essere una storia di formazione YA è anche una riflessione sulla formazione delle storie, su come esse si intreccino alla vita reale fino a trasformarla e a cambiare la percezione che abbiamo del mondo ma anche, più prosaicamente, su come si realizza una buona storia – ad esempio pare ci voglia sempre un bell’inseguimento in una storia.
Le storie crescono e si alimentano di se stesse, e non importa che siano vere o false, basta che siano delle buone storie, capaci di avvincere chi le ascolta, o le legge.

Roberto Recchioni, romano classe 1974, è sceneggiatore e soggettista per il cinema, illustratore, critico, nonché personalità molto nota nel web. La sua principale occupazione è l’arte sequenziale ed ha scritto personaggi iconici come Tex, Diabolik e Dylan Dog, co-creatore di John Doe e Detective Dante, creatore di Battaglia e della serie di Orfani, direttore di Dylan Dog. Autore di numerosissime graphic novel; YA – La battaglia di Campocarne è il suo primo romanzo, al quale seguiranno a breve altri due, sempre dedicati alle avventure di Stecco.

Source: acquisto personale.

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:: Un’intervista con Andrew Nicoll a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2016 by

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Perbacco! Uno scrittore scozzese sul mio blog! E ‘una battuta, naturalmente, ma sei una persona molto divertente quindi questa intervista sarà un po’ diversa dalle altre. Il mio inglese è orribile, quindi buona fortuna a tutti e due. Prima di tutto, grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Non dimentichiamo le buone maniere. Raccontaci qualcosa di te. Da dove vieni? Dove hai studiato?

R. Vengo da Broughty Ferry, il luogo in cui è ambientata la storia di Miss Milne. Una volta era un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale della Scozia, ma, circa un centinaio di anni fa, è stato inghiottito dalla città di Dundee. Abbiamo vissuto qui dai tempi di mio nonno. Ma noi siamo nuovi arrivati. Nel 18 ° secolo la mia famiglia ha vissuto circa 20 chilometri a nord di qui e la famiglia di mia madre circa 20 chilometri a sud. Non ho vera educazione. Sono andato a scuola qui, poi sono andato a lavorare.

Quali lavori hai fatto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

R.  Uno scrittore a tempo pieno? Bene, suppongo di essere uno scrittore a tempo pieno da quando sono un giornalista, ovvero da 36 anni, ma non sono un romanziere a tempo pieno. Per me si tratta più che altro di un hobby. Scrivo libri sul treno mentre vado a lavorare. Prima di diventare un giornalista, ho lavorato per un breve periodo come operaio forestale dopo aver lasciato la scuola. Ho subito capito che non ero tagliato per la vita di un working man.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

R.  Come la maggior parte delle cose capitatemi nella mia vita, è stata accidentale. Arrivato ai 40, ho vissuto un periodo molto duro. Insomma, mi chiedevo “è ora?” Volevo trovare qualcos’altro da fare, per crescere in qualche modo. Ho visto un amico che raggiunti i 40 ha avuto una macchina veloce e un giovane fidanzata, ma il tutto si è rivelato un hobby molto costoso. Così ho cominciato a scrivere racconti brevi con un certo successo. Poi ho avuto un’idea per un racconto e ho iniziato a scriverlo sul treno per anadare a lavorare. Si è trasformato in non Sara Mai Inverno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Come sei arrivato alla pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

R.  Nessuno voleva pubblicarmi. Proprio niente. Mi sono dato una scadenza. Ho detto, se nessuno accetterà il libro dopo due anni, mi sarei fermato. Ricevetti una proposta dopo dieci giorni.

Parliamo di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Prima di tutto il libro è ispirato ad una storia vera, – o, per meglio dire-, ad una vera e propria inchiesta. Giusto? Puoi parlarcene?

R.  E ‘una storia che è cresciuta con me tutta la vita. I fatti sono successi un centinaio di anni fa, tuttavia questo tempo non è niente. Dico spesso che la mia mano ha tenuto una mano che teneva un fucile nella Grande Guerra. Un centinaio di anni fa, è solo una stretta di mano di distanza. Quando sono nato, ci devono essere stati uomini qui a Broughty Ferry che ricordavano la storia dalla loro infanzia. E la leggenda viveva. Non so quante volte ho superato quella casa con un brivido. Ma tutto ciò che sapevamo era che la signorina Milne è stata uccisa lì e l’assassino non è mai stato trovato.

Questa è una domanda difficile. Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

R.  E’ la storia della omicidio irrisolto di una  ricca e solitaria donna in una tranquilla cittadina scozzese, basata sui file della polizia resi pubblici dopo 100 anni.

Finalmente dai al  caso un colpevole, che nella realtà non fu mai trovato. Come hai scoperto la tua verità?

R.  Quando mi sono imbattuto nei file della polizia ero quasi senza fiato per l’eccitazione. Dentro c’era tutto quello che avevo sempre voluto sapere su questa leggenda che aveva tormentato i miei anni d’infanzia. Ho letto tutto, e ora dopo ora e non potevo credere a quello che stavo vedendo. Tante cose che erano state semplicemente ignorate e disattese. Il suo corpo è stato trovato coperto di fiammiferi usati – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegare il perché. Un vaso sulla scala accanto al suo corpo era pieno di urina – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegarne il motivo. Ci sono state tante circostanze strane che sono state semplicemente ignorate e una in particolare non è mai stata nemmeno esaminata e studiata . Mi ha dato l’occasione di sbrigliare la mia fantasia e trovare una risposta che si concatenava perfettamente coi fatti.

Parlaci delle fonti che hai scoperto durante la scrittura di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Che tipo di ricerche hai svolto?

R.  Quasi tutto viene dai file della polizia, ma ho anche consultato filedi giornali del periodo in biblioteca. I giornali, ovviamente, già noti, mentre i file della polizia sono stati segreti per un secolo.

Qual è stato il ruolo di Internet?

R. Quasi nessuno.

Chi era il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

R.  Ho scritto quattro romanzi pubblicati a livello internazionale e questo è stato di gran lunga la cosa più facile. Conosco queste persone e le strade in cui vivono, le case in cui abitano. L’intera storia era lì. Ho semplicemente appeso i vestiti su.

Progetti di film da tuoi libri?

R.  No.

Hai ricevuto recensioni negative?

R.  Oh, alcune fortemente  critiche. In particolare in Italia. La gente compra il libro pensando che sta acquistando un giallo. Odio i romanzi gialli. In realtà sono la solita  detective story,  scritta e ripetuta all’infinito, più e più e più volte. E’ la cosa più noiosa del mondo. Se volevo scrivere davvero un romanzo poliziesco, avrei  scelto di parlare di un omicidio irrisolto ? Questa è la peggiore idea del mondo. Non è un “giallo”. E’ una storia di persone. Se vi piace la gente, comprate questo libro. Se volete leggere la stessa vecchia storia di detective, provate con un altro libro.

Come immagini il tuo futuro?

R.  Non lo so. Che è probabilmente una fortuna. Ho lavorato 18 anni presso il mio primo giornale, ho lavorato 18 anni presso il mio attuale giornale e, tra 18 anni, avrò la stessa età di mio padre quando ci ha lasciato ed è morto nel bel mezzo di una e-mail. Cerchiamo di non immaginare troppo il futuro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R.  E’ la cosa migliore del mondo, davvero. Persone che si incontrano che si interessano  abbastanza del tuo lavoro che escono la sera e parlarlano con voi, è veramente una sensazione meravigliosa. Suppongo che la cosa più divertente sia accaduta in Romania, quando stavo facendo breakfast TV. L’intervista era in inglese con traduzione dal vivo e l’intervistatore mi aveva chiaramente cercato su Google. E’ diventato chiaro che mi aveva confuso con Andrew Niccol – con una L – che viene anche lui da Broughty Ferry. Ma solo uno di noi era mai stato capitano della squadra di rugby della Scozia e non ero io.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi autori:

William McIlvanney:
Una parola non è sufficiente per Willie. Era un uomo molto piacevole. Educato, generoso, gentile, soave. Un eroe.
James Ellroy:
Strano. (Buono, ma strano)
James Crumley:
Pastorale
Raymond Chandler:
Abile
Agatha Christie:
Sottovalutata
Iain Banks:
Ricco (anche morto).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

R.  Lampedusa. Era il mio santo patrono, quando non riuscivo ad essere pubblicato. Joseph Conrad. RL Stevenson. Joseph Mitchell, che ha scritto Bottom of the Harbour e Joe Gould’s Secret. Sono innamorato della Illiad. La lista è enorme.

Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

R.  I miei colleghi giornalisti, suppongo. Anni di vicinanza ogni giorno. Capire l’abilità di dire tre cose in un paragrafo o una cosa in tre pagine.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

R.  Mi piacerebbe. Ho visitato l’Italia una sola volta, per breve tempo la scorsa estate. Sarei lì in un minuto.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

R.  Shhh. Non comprare mai la carrozzina fino a dopo che il bambino è nato. Willie McIlvanney me l’ ha detto.

:: Non dire, Massimo Nepote Andrè (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2016 by
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Il thriller esoterico è stato lanciato alcuni anni fa da titoli come Il codice da Vinci di Dan Brown e continua ad avere i suoi stimatori, anche se spesso sono storie che ripercorrono schemi già triti e ritriti, senza particolare originalità, giocando su quei due o tre elementi noti.
Non è questo il caso di Non dire, opera del torinese Massimo Nepote André, ambientato tra un Medio Evo misterioso in Val di Susa, in un luogo oggi conosciuto come Salbertrand (e si scoprirà la storia vera legata alle origini del suo nome) e la Torino contemporanea, dove si intrecciano alcuni personaggi, un ricercatore americano, una giovane studiosa canadese, un archeologo dilettante, una ragazza torinese e un religioso poco ortodosso, impegnati nella ricerca di una pergamena che ha dentro di sé un potere occulto, capace di distruggere il genere umano, anche perché sta attirando un’antica organizzazione che non ha certo buone intenzioni, come nella migliore tradizione del genere.
L’autore costruisce un intreccio in cui restituisce luoghi che gli sono cari, a cominciare proprio da Torino e dalla Val di Susa, con echi di molto immaginario archetipo, anche reincarnato in varie storie contemporanee, tra romanzi, film e telefilm, ma comunque riletti con freschezza e originalità. Ci sono enigmi, ci sono i Templari, ci sono misteri sepolti nel passato ma che fanno ancora paura, ci sono luoghi ricchi di storia ufficiale non e chi abita in zona potrà scoprire un altro volto di posti che crede di conoscere.
Un libro che si fa leggere, anzi divorare, con tante sottotrame che arrivano fino ad una conclusione che può anche essere letta come non definitiva, mescolando fantasia, e l’autore ne ha tanta e comunque non è mai banale, e spunti reali, perché tra le righe ci sono enigmi, misteri e questioni che non sono mera invenzione, ma nascono da fatti remoti ma che fanno parte della Storia del Piemonte e non solo.
Non dire piacerà agli appassionati di thriller esoterici in cerca di qualcosa di un po’ meno dozzinale ed è la prova che anche in Italia, terra di misteri, enigmi, storie millenarie e crocevia di tradizioni, si possono raccontare storie avvincenti e intriganti. Del resto, Torino e la Val di Susa non hanno niente da invidiare, come patrimonio tra fantasia e realtà, ad altri angoli del mondo.

Massimo Nepote Andrè è nato a Torino nel 1951. Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, vive da sempre nella sua città natale. Ha svolto il suo percorso professionale nel campo industriale occupandosi di progettazione, logistica e organizzazione. Dall’inizio degli anni ottanta segue e coordina l’introduzione delle nuove tecnologie curandone gli aspetti tecnici e i risvolti umani. Successivamente si occupa di simulazioni virtuali nel campo della meccanica, del design e dei beni culturali. Appassionato di fotografia, scienza e natura. Parla francese, inglese e spagnolo. Ha visitato l’Africa Orientale negli anni sessanta portandosi il ricordo delle tribù dei territori del nord del Kenia nel cuore.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

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:: Carnivori vs vegani, due titoli sul tema, a cura di Micol Borzatta

19 aprile 2016 by

Mangiare o non mangiare carne è un tema molto attuale, e soprattutto molto dibattuto. I motivi per una scelta o per l’altra sono vari e spesso non troppo consapevoli. Per alcuni è solo una moda, magari passeggiera, un modo per essere in, per altri è una scelta di vita con implicazioni morali e etiche, o per motivi di salute. Nei mesi scorsi si è parlato del fatto che la carne rossa possa essere cancerogena, tra ammissioni e ritrattazioni. La confusione è tanta insomma. A fare chiarezza ci prova un’ iniziativa di VandA ePublishing, la pubblicazione di due libri che partono da presupposti opposti. A metterli a confronto ci penserà la nostra Micol Borzatta. Buona lettura.

indexContro la caccia e il mangiar carneLev Tolstoj

Partendo dai tempi della lotta tra paganesimo e cristianesimo, passando per i pitagorici, gli agnostici, i cristiani, i bramini, i buddisti, i filosofi greci, Lev Tolstoj spiega come dovrebbe essere il percorso che l’uomo dovrebbe affrontare se vuole veramente condurre una vita morale.
Come in tutte le cose, anche per condurre una vita morale bisogna rispettare un preciso ordine nell’acquisizione delle virtù necessarie. Per procedere correttamente bisogna iniziare dal primo gradino e salire, gradino dopo gradino, passo dopo passo.
Il primo gradino è l’astinenza. Astinenza vista nel senso più materiale e carnale del termine. Come per lo spirito è l’astinenza al piacere, all’istinto carnale e animale, per il fisico e la salute è l’astinenza dal mangiare carne.
Il digiuno viene infatti visto come un processo di purificazione. Un essere umano che mangia carne sarà per sempre debole, debolezza che lo porterà a ricaderci ancora e a non avere le forze necessarie per usare la forza di volontà e resistere a queste tentazioni, non per niente, secondo Tolstoj, la storia dimostra ampiamente che la maggior parte degli uomini forti, snelli, in salute e attivi si nutra esclusivamente di pane nero, riso e cereali.
Un saggio molto forte che anticipa di parecchio la moda odierna al vegetarianesimo e al veganesimo.
Tolstoj perora la sua causa di ex cacciatore convertito portando esempi di smembramento di capi di bestiame da parte dei macellai, a battute di caccia e alla preparazione del pollame. Tutte descrizioni forti, raccontate nei minimi particolari, senza mezze parole, con scene che possono anche turbare quei lettori un po’ deboli di stomaco, ma necessari, sempre secondo Tolstoj, per far capire ai carnivori la realtà dei fatti.
Un saggio che invece di essere solo un’esposizione del proprio pensiero, sembra più un discorso politico, un trattato per convincere chi non lo è ad abbracciare lo stile di vita vegetariano, o meglio ancora vegano.
Un saggio che si legge velocemente vista la sua brevità, ma che fa riflettere, sia allora come oggi, su quello che potrebbe veramente essere necessario per la nostra salute e quello che non lo è.

Lev Nikolaeviv Tolstoj nasce nel 1828 a Jàsnaja Poljana e morto nel 1910 a Astàpovo. Scrittore, filosofo, educatore, attivista sociale russo, pedagogo e studiosi di testi sacri occidentali e orientali, agli inizi degli anni ottanta si converte, sviluppa un’etica basata sul principio della non-violenza, adotta uno stile di vita ispirato al Vangelo e diventa vegetariano.

Immagine2Fumo, bevo e mangio molta carne! di Pierangelo Dacrema

Chi non è più tra i giovanissimi si ricorda i vecchi tempi in cui si poteva fumare nei locali, al cinema, in classe senza nessun problema. Tempi che per chi è ancora un fumatore rimpiange, mentre per i non fumatori è una vittoria. Finalmente i demoni sono stati esorcizzati, i fumatori sono stati esiliati fuori.
Siamo arrivati in un’epoca dove solo i salutisti hanno voce in capitolo, dove se non sei vegano, se non rispetti l’ambiente, se non usi i pannolini del tipo giusto per ogni bambino gli rovini la vita, ma nessuno si ricorda, salutisti in primis, che fino a oggi siamo cresciuti tutti con genitori che fumavano in casa, con il fumo passivo nei locali, con un solo tipo di pannolino o di omogeneizzato e nessuno è morto, anzi siamo cresciuti bene e ci siamo fatti gli anticorpi.
Questo romanzo è un po’ un romanzo propaganda, anche se con toni molto leggeri e ironici. Dacrema vuole far capire come gli eccessi sono sempre negativi, sia quelli troppo liberali che quelli troppo restrittivi, e lo fa con questo libro, raccontando il passato e la vita di chi fuma, di chi beve e di chi mangia troppo, spesso ingigantendo le cose di proposito, ma solo per far vedere come sono ridicole tutti gli eccessi.
Un romanzo che si legge volentieri e che in molte pagine fa anche ridere, romanzo in cui spesso ci si rivede se facenti parte di fumatori o ex fumatori. Un romanzo che fa davvero pensare senza, per una volta, voler far cambiare la vita al lettore.

Pierangelo Dacrema è docente ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Ha insegnato all’Università di Bergamo, di Siena, alla Cattolica, alla Bocconi e alla Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano. Ha già pubblicato La crisi della fiducia. Le colpe del rating nel crollo della finanza globale nel 2008, Il miracolo dei soldi. Come nascono, dove vanno, come si moltiplicano nel 2010, La dittatura del PIL nel 2013, Lettera aperta a uno studente universitario nel 2013, Marx & Keynes: un romanzo economico nel 2014, La morte del denaro nel 2014, Trattato di economia in breve nel 2015.

Source: ebook inviati dall’editore, ringraziamo Fabia dell’Ufficio Stampa VandA ePublishing.

:: Il cormorano, Stephen Gregory, (Elliot, 2016) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2016 by
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Archie è un cormorano, brutto, nero, agressivo, puzzolente, sparge guano ovunque al suo passaggio con l’arroganza di un piccolo gangster. Niente è più lontano da lui del placido animale da compagnia, e nello stesso tempo esercita un fascino quasi ipnotico sulle persone che incontra sul suo cammino di volatile. Almeno, quasi in tutte. Specialmente quelle di sesso maschile. Come entra nella vita di una simpatica e giovane famiglia inglese, John il marito, Ann, la moglie, il piccolo Harry di 11 mesi e un gatto? In modo bizzarro, se vogliamo per uno scherzo del destino. Uno scherzo crudele e malefico che porterà con sé un’ immancabile tragedia, e la cappa opprimente e claustrofobica di questo senso di imminente rovina ci accompagna per tutto il libro, prima come un presentimento, poi in modo sempre più concreto.
Ma andiamo con ordine. Lo zio di John, Ian, anche lui insegnante frustrato, un giorno salva da una chiazza di petrolio un cormorano. Da quel giorno l’adotta, provvede alla sua sussistenza passando sul fatto che l’animale è ben poco riconoscente: è prepotente, ingordo, violento. Ma esercita su Ian un’ influenza misteriosa che sembra destinata ad essere ereditata dal nipote. A un funerale infatti Ian lo incontra e intravede una sorta di fratellanza. Capisce che è la persona giusta per occuparsi di lui, una volta morto. Quindi fa testamento e ditribuisce i suoi beni, tra i componenti della famigliola: al piccolo Harry i contanti, a John un cottage nel Galles. Sia John che Ann non vedono l’ora di lasciare la città per la pace e l’isolamento di questo borgo pittoresco, dove John potrà finalmente scrivere il manuale che ha sempre sognato di poter portare in classe, scontento dei testi inadeguati e superati su cui è costretto a insegnare. Unica clausola, occuparsi del cormorano. Chi di noi non lo farebbe in cambio di un anche piccola eredità? (Attenti a rispondere sì, che qui scatta l’immedesimazione tra lettore e voce narrante, e poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
Allora John accetta l’eredità, vende la casa in città e con il ricavato fa ristrutturare il piccolo cottage, lo rende accogliente (con libri, tappeti, un bellissimo camino) e ci si trasferisce con tutta la famiglia. Lui può lavorare al suo libro, mentre Ann lavora in un pub del piccolo borgo. Una sistemazione ideale. La calma prima della tempesta, direbbero i più scafati.
E infatti una sera di pioggia arriva in una cassa di legno bianco il cormorano. John si crede preparato all’incontro, ha letto in alcuni libri cosa mangia, non pensa sia più difficile che occuparsi di una grossa oca, e commette l’imprudenza di aprire la cassa in salotto. Non l’avesse mai fatto. E’ il caos. Guano dappertutto, sui libri, sulle pareti, sul divano, e una puzza di alghe e decomposizione invade il locale. Ann è terrorizzata, Harry piange, il gatto corre a nascondersi e John traffica un po’ per rimetterlo nella scatola e portarlo fuori, improvvisandogli una gabbia di fortuna. A questo punto meglio avrebbe fatto a mollare tutto, cottage, soldi, promesse mute allo zio defunto (entità inquietante e malefica che infesterà l’intero romanzo, ogni volta che si sente puzza di sigari) e prendere la sua famiglia e scappare via. Ma naturalmente non lo fa. Sarà l’avidità, sarà l’attaccamento che già prova per il volatile, sarà che il male spesso ci attrae più di quello che ci ripugna, e spesso non lascia scampo.
Ora non vi racconto altro della trama, starà a voi leggere il libro, (sono poco più di 100 pagine, più che altro una novella) ma sta di fatto che sarà difficile che non cadiate anche voi nella tela che l’autore ha tessuto. Il cormorano, (The Cormorant, 1986) di Stephen Gregory, edito in Italia da Elliot e tradotto da Daniela e Monica Pezzella, è un classico horror anni ’80. Di quelli che più che spaventare o spargere terrore con trucchetti a effetto o sangue a profusione (a parte la scena dell’aggressione al gatto, non c’è altro di veramente gore), creano un’ inquietante aura di malvagità e dannazione che evapora dalle pagine. A un certo punto mentre leggevo mi è caduto il caffè che stavo bevendo, per precisione tra pagina 109 e 110, ora lì c’è una bella macchia proprio a forma di cormorano, giuro. (Ricordatemi di non bere caffè mentre leggo un romanzo di tensione).
Prima dell’incidente ho pensato che la storia potesse essere una metafora ambientalista, un elogio della natura madre – matrigna (sono bellissime le descrizioni naturalistiche che l’autore fa, facendoci conoscere il Galles più selvaggio). La scena dei gabbiani, poi, che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage, molto ricorda le atmosfere de Gli uccelli di Hitchcock. Ma pian piano che leggevo, il cormorano perdeva la sua aura malvagia, (anche il rapporto di fiducia e amicizia con John, contribuisce in questo), per acquaistare un che di eroico. Prima vittima dell’uomo, (ricordiamo la chiazza di petrolio), poi messo in cattività in una gabbia di polli, poi portato a pescare, dove finalmente può far emergere la sua natura ( e diventa, fin bello, aggraziato, abile, coraggioso) e pure Ann suo malgrado lo nota. Ma la malvagità risiede nel patto mefistofelico contratto con lo zio Ian, un grumo nero che farà scivolare la storia vervo l’inevitapile epilogo finale.
Ci ha messo trent’anni ad arrivare in Italia questo libro, ora speriamo che anche altri libri di Gregory vengano tradotti. Evito di recriminare su queste lentezze editoriali, ormai il discorso si è anche fatto ripetitivo, e si ha sempre la sensazione che a noi delle colonie non arrivino mai i libri veramente belli. Il cormorano è un’ eccezione, a cui dobbiamo dire grazie anche alle due coraggiose traduttrici, che oltre ad avere fatto una efficace traduzione, l’hanno fortemente voluto e proposto alla Eliot. Forse solo la spaziatura in paragrafi l’ho trovata un po’ pesante, ma penso rispecchi fedelmente il testo originale. Ora vi lascio, buona lettura e ricordatevi che la cattiveria degli animali non è mai minimamente paragonabile a quella vera dell’uomo.

Stephen Gregory Nato a Derby, in Inghilterra, nel 1952, si è laureato in legge all’Università di Londra e ha lavorato come insegnante in diversi paesi. È autore di numerosi romanzi tradotti in varie lingue. Ha vissuto per un periodo a Hollywood, lavorando come sceneggiatore con William Friedkin.

Source: libro inviato dal traduttore, ringraziamo Monica Pezzella per avercelo proposto e fatto conoscere.

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:: Habemus vincitorem

17 aprile 2016 by

indexL’estrazione è stata fatta. Abbiamo i due vincitori, che si aggiudicano le due copie messe in palio da Newton Compton de Lo strano caso dell’ orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci. Ringrazio i lettori che hanno partecipato e spero che voi tutti abbiate trovato l’iniziativa di vostro gradimento. Non c’è niente di più bello che ricevere libri, almeno lo è per me e credo lo sia anche per voi che seguite questo bl0g. Cercherò di partecipare ad altre iniziative simili, migliorando anche alcuni dettagli per rendere tutto più facile. I vincitori riceverenno una mail per i dettagli della spedizione. Siete curiosi di sapere chi sono? Seguite questo link: qui.
Alla prossima.

:: Storia del pinguino che tornò a nuotare di Tom Michell, (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

15 aprile 2016 by
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Recentemente ha commosso il mondo la storia del pinguino che torna ogni anno in Sud America a trovare e salutare l’uomo che l’ha salvato dal petrolio che lo stava uccidendo, riconoscendolo tra tanti anche a distanza di tempo, mostrando intelligenza e capacità di relazionarsi, oltre che veri e propri sentimenti non certo bestiali.
Storie così non sono così rare, e Tom Michell, oggi un tranquillo docente inglese ma in gioventù insegnante in Argentina e in giro per l’America latina nei turbolenti anni Settanta, racconta una vicenda simile, che gli è successa appunto allora e l’ha segnato per sempre.
Durante una vacanza in Uruguay, poco prima di tornare a Buenos Aires dove insegna, Tom trova sulla spiaggia una colonia di pinguini ricoperti di petrolio, senza vita, tranne uno che ancora si muove. Tom sente scattare qualcosa in lui e decide di aiutarlo, portandolo in albergo e ripulendolo, con molta fatica iniziale perché il pinguino è spaventato, ma poi sembra capire. Ma quando fa per rilasciarlo in mare, il pinguino, a cui ha dato il nome di Juan Salvador dalla versione spagnola de Il gabbiano Jonathan Livingstone non ci sta e inizia a seguirlo. Diventerà per un bel po’ di tempo il nuovo ospite del collegio dove insegna Tom, creando amicizie, diventando un punto di riferimento per tutti coloro che gravitano intorno alla scuola, in particolare per un ragazzo terrorizzato dall’acqua, con cui forse troverà il coraggio di riprendere a nuotare.
Una favola vera, esilarante e struggente, che ripercorre l’eterno tema dell’amicizia tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi che condividono con noi lo spazio su questo pianeta, con stavolta come interlocutore il pinguino, un animale per molti lontano ma che in certe terre è una presenza fissa anche se a rischio per problemi ambientali. Una storia animalista e ecologista, ma non solo, anche una vicenda on the road, in Paesi per cui l’autore ha una nostalgia enorme, anche se ci ha vissuto in epoche di dittature e colpi di stato, e che ricorda nel loro incanto così diverso dalla campagna inglese e non solo, per la loro gente, per il calore umano e animale che ha trovato e che a distanza di anni sono rimasti tra i suoi ricordi più belli.
L’autore ha voluto dopo anni raccontare alla sua famiglia questa incredibile avventura, emblema di libertà, spensieratezza, giovinezza e un po’ di sana incoscienza, prima editando in proprio il libro, e poi diventando un caso editoriale. Una storia per tutte le età, non retorica ma ricca di insegnamenti e spunti, sul passato ma senza inutili nostalgie, arricchita da alcune bellissime illustrazioni di Juan Salvador fatte dall’autore stesso presente il modello o ricordandolo.

Tom Michell, docente di inglese, ha deciso di narrare per la sua famiglia la storia della sua amicizia con Juan Salvador, e l’ha stampata in proprio. Non immaginava certo che sarebbe diventata uno dei più importanti casi editoriali dell’anno. Ora pubblicato dalla casa editrice Penguin, La storia del pinguino che tornò a nuotare è stato venduto in 20 paesi del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Mia amata Yuriko, Antonietta Pastore (Einaudi, 2016) a cura di Elena Romanello

14 aprile 2016 by
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Antonietta Pastore, traduttrice dal giapponese e cultrice del Paese del Sol Levante, dove ha vissuto e lavorato per molti anni, racconta tra realtà e fantasia un suo incontro all’inizio degli anni Ottanta, quello con la zia del suo marito giapponese di allora.
Mia amata Yuriko, più una novella che un romanzo ma capace comunque di colpire, è sospeso tra il presente degli anni Ottanta (con una postilla oggi, dopo che l’autrice ha cambiato vita e interrotto i rapporti con l’ex coniuge e la sua famiglia, ormai tutta scomparsa, soprattutto per quello che riguarda le vecchie generazioni) e il passato tra anni Trenta e Quaranta, per una storia sullo sfondo di uno dei fatti più tragici della Storia del Novecento, il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e le sue conseguenze sulla popolazione civile.
Yuriko, figlia di una famiglia contadina dell’isola di Etajima, dove c’è l’Accademia navale in cui studia una generazione che verrà quasi tutta distrutta dalla guerra, attratta dalla modernità più che dalla tradizione, si innamora di Yoshi, discendente di una stirpe di samurai, costretto dai suoi genitori a intraprendere la carriera militare anche se preferirebbe dedicarsi a poesia e letteratura. La guerra e la mobilitazione generale delle truppe fanno sì che comunque le due famiglie acconsentano alle nozze dei due, poi Yoshi parte per il Pacifico, dove per mesi non dà più sue notizie.
Il 6 agosto del 1945 Yuriko prende il traghetto da Etajima alla vicina Hiroshima per andare alle Poste centrali in cerca di notizie, ma l’esplosione atomica, che solo tempo dopo verrà capita in tutta la sua gravità, distruggerà per sempre la sua vita senza ucciderla ma minandone la salute.
Mia amata Yuriko non è il primo libro che tratta della tragedia delle due bombe atomiche sul Giappone, ma si distingue perché parte comunque da una storia reale e racconta soprattutto gli effetti che Hiroshima e Nagasaki ebbero sulla vita della popolazione civile, i vinti sempre e comunque di ogni guerra, a qualunque nazione appartengano. Le giovani donne come Yuriko, che pure sopravvissero all’esplosione portandone conseguenze più o meno gravi sulla salute, furono vittime di una discriminazione in un Paese allora molto tradizionalista che vedeva matrimonio e maternità come uniche strade possibili per le ragazze, isolate e costrette alla solitudine, spesso con divorzi, come una sorta di untrici che avrebbero rovinato le stirpi future. Un dramma di cui ancora oggi in Giappone si parla poco e che Antonietta Pastore ha sentito raccontare da una diretta testimone, alla quale regala un possibile ultimo lieto fine, un’ultima compensazione.
Una storia tra invenzione e realtà che fa riflettere, per chi ama il Paese del Sol Levante e non solo.

Antonietta Pastore ha studiato Pedagogia a Ginevra, come allieva di Jean Piaget, e alla Sorbona di Parigi. Ha vissuto sedici anni in Giappone dove è stata visiting professor all’Università di Lingue Straniere di Osaka. Ha tradotto numerosi autori giapponesi tra i quali ricordiamo Abe, Ikezawa, Inoue, Murakami.
Con Einaudi ha pubblicato Nel Giappone delle donne (2004), Leggero il passo sui tatami (2010) e Mia amata Yuriko (2016).

Source: prestito dalla Biblioteca Arduino di Moncalieri.

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Nota: leggi un estratto qui.

:: Gli occhi neri di Susan, Julia Heaberlin (Newton Compton, 2016)

14 aprile 2016 by
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Rudbeckia hirta, comunemente chiamata in Americablack-eyed-susan”, è una pianta erbacea, altamente invasiva, simile alle nostre margherite, caratterizzata da petali gialli e un bottoncino nero al centro simile a un occhio, da cui prende il pittoresco nome. Una curiosità: è il fiore dello stato del Maryland.
Se leggerete Gli occhi neri di Susan, (Black-Eyed-Susans, 2015) di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton e tradotto da Marianna Cozzi e Angela Ricci, questo fiore vi risulterà familiare. Lo troverete in copertina, lo troverete nelle pagine del romanzo. Ricopriva infatti la fossa e il prato in cui fu ritrovata negli anni Novanta Tessa Cartwright, un’ adolescente dai fiammanti capelli rossi, assieme a un mucchietto di ossa di ragazze uccise. Da un serial killer. Un serial killer che la credette morta e fece così uno dei suoi tanti, innumerevoli, errori. Per una malformazione cardiaca, la ragazza aveva un cuore i cui battiti erano molto inferiori della media. Facile perciò sbagliarsi. Facile crederla morta.
E soprattutto lo ritroverete sul davanzale della camera da letto di Tessa ormai adulta. Qualcuno ce l’ ha piantato, fuori stagione. Qualcuno che vuole mandarle un chiaro messaggio. Qualcuno che vuole istillarle il dubbio di non essere al sicuro, lei e sua figlia Charlie.
E se il serial killer fosse ancora a piede libero, e l’uomo in carcere, in attesa dell’ iniezione letale (siamo in Texas) fosse innocente? E’ questa la domanda che ormai l’ ossessiona.  Terrell Darcy Goodwin, è un nero, in uno stato razzista come il Texas, è normale che se ne stia nel braccio della morte. Le percentuali sono a suo sfavore. A credere alla sua innocenza solo un’ attivista che combatte la pena di morte, ormai morta, ma che ha instillato il dubbio in Tessa.
Nella sua memoria c’è il volto dell’assassino, ma la sua memoria è un buco nero, una cassaforte di cui nessuno conosce la combinazione. Né lo psichiatra che l’ ha in cura e la prepara al processo nel 1995, né lei stessa. Ma Tessa non vuole che sia giustiziato un innocente, e così inizia una corsa contro il tempo, aiutata da un giovane avvocato e da una dottoressa specializzata nel risalire dal DNA all’identità delle persone scomparse (sulle ceneri delle Torri gemelle, fece miracoli). E il mistero è chiuso nella sua mente, ancora popolata dalle voci senza pace delle povere Susan, alle quali si darà finalmente un nome.
In un alternarsi di passato e presente i capitoli di questo thriller psicologico si susseguono fino al colpo di scena finale, e alla (possibile) risoluzione della storia. Nulla sarà certo comunque, fino alla fine, e anche oltre. La mente umana è un labirinto o meglio è simile alle sabbie mobili, non solo quella dei serial killer.
La scrittura della Heaberlin mi è piaciuta, densa, fantasiosa, insolita. Caratterizzata da descrizioni approfondite di particolari anche quotidiani, consueti, e uno scavo paziente nella mente disturbata di Tessa, che deve affrontare e superare un trauma non comune in cerca della normalità per il bene di sé stessa e di sua figlia.
Lo scollamento tra passato e presente, normalità e malessere, crea un effetto straniante che ci impone di prendere con le molle i dati che si susseguono alla nostra attenzione.
Tra bugie, vere e proprie menzogne, rimozioni, occultamenti più o meno consapevoli, è difficile discernere la verità oggettiva, il reale concatenarsi di causa e effetto, e su questo gioca la penna dell’ autrice, dandoci appunto più verità secondo gli occhi di chi guarda. E proprio questo è contemporaneamente sia il punto di forza del romanzo, che la sua debolezza.
Per apprezzare questo romanzo bisogna fidarsi del proprio intuito, senza lasciarsi ingannare dalla più o meno simpatia che si prova per i vari personaggi. Dallo psichiatra, a Lydia, la migliore amica di Tessa adolescente. Da Terrell Darcy Goodwin, vittima o carnefice, a Tessa stessa.
Grande successo negli Stati Uniti, forse più sensibili a temi per loro strettamente attuali come la pena di morte, lo studio del DNA per risalire a persone di cui non si conosce l’identità, i meandri della giustizia con i giusti risarcimenti agli innocenti incarcerati e condannati ingiustamente e il razzismo che ancora determina molte condanne, alla fiducia che deve legare terapeuta e paziente, in un pese dove la psicanalisi è forse più comune che da noi, Gli occhi neri di Susan è tutto sommato un buon romanzo. Se ne trarrà presto un film. Consigliato soprattutto a chi ama sondare i misteri della mente umana, più che a chi ama inseguimenti, scazzottate, pericoli nascosti in ogni pagina.
La scrittura particolare della Heaberlin è comunque ben superiore della media dei thriller che siamo soliti leggere. E già solo per questo sicuramente una interessante scoperta.

Julia Heaberlin Nata in Texas, è una giornalista pluripremiata, che ha lavorato per varie testate locali («Fort-Worth Star Telegram», «The Detroit News» e «The Dallas Morning News»). Con Gli occhi neri di Susan è arrivata in vetta alle classifiche degli Stati Uniti e presto dal suo romanzo sarà tratto un grande film. Vive a Dallas. Per maggiori informazioni, visitate il sito juliaheaberlin.com.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: La rancura, Romano Luperini, (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

13 aprile 2016 by
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La rancura (Mondadori, 2016) di Romano Luperini è un romanzo incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlio, sugli scontri generazionali ma soprattutto sui silenzi, sulle mancate occasioni di incontro, di dialogo. Un libro che focalizza sulle azioni compiute dai padri e motivate dalla volontà di cambiare il mondo per “lasciare” ai propri figli un posto migliore. Solo che per fare questo i padri, paradossalmente, trascurano il rapporto con i figli che vivono queste assenze, queste distanze come un abbandono. E si alimentano le incomprensioni.
Il testo di Luperini è diviso in tre parti. La prima intitolata Memoriale sul padre è una docu-fiction di tipo storico, la seconda (Il figlio) un’autobiografia romanzata mentre l’ultima (Il figlio del figlio) un racconto in terza persona.
Il titolo riprende il termine “rancura” utilizzato da Montale proprio per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre.

«Rimasi interdetto, senza sapere se essere orgoglioso o impaurito del suo elogio; e per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.»

Il Memoriale del padre porta il lettore ai giorni della Seconda guerra mondiale, sul fronte italiano ai confini orientali e poi in terra straniera: Istria, Slovenia, ex-Jugoslavia… Paesi, culture, sentimenti che si mescolano e si confondono come i colori delle casacche indossate dai soldati. Ragazzi giovanissimi che si ritrovano a comandare battaglioni, ufficiali di un esercito che tale non è che combatte per un Paese che ancora non ha trovato la propria identità. Cambiamenti epocali che passano attraverso i corpi e le menti di questi giovani uomini, li formano, li fortificano e li cambiano, inesorabilmente.
Luigi Lupi, dopo il fronte e la guerra, non riesce a ritornare alla borghese quotidianità della vita dalla quale già era fuggito in passato e diventa “strano”. Suo figlio, Valerio, ha paura di lui, lo teme come anche sua madre. E allora decide che lui deve essere diverso da suo padre. Suo figlio, Marcello, penserà le stesse identiche cose. Fasi e cicli che si ripetono ma che sembrano perdere spessore e assottigliarsi di volta in volta. Come se ogni generazione “scelga” di poter fare a meno prima degli ideali, poi delle ideologie e infine della ribellione. Passare dalla lettura di racconti dal fronte nel Memoriale del padre alla descrizione dei ragazzi in fila per il provino a un reality show ne Il figlio del figlio rende drammaticamente l’idea di quanto è andato perduto, sprecato.
È un romanzo lungo, La rancura di Romano Luperini, un racconto dettagliato di innumerevoli sfaccettature di vite, volti, comportamenti, sentimenti… tre generazioni di uomini della stessa famiglia che non riescono a trovare altro punto d’incontro che non sia la terra, la campagna e lo stile di vita che a questa si lega. Tra i crinali e i boschi della campagna toscana scoprono la forza di ritrovare se stessi e affrontare sentimenti ed emozioni inespressi.

«Si asciuga le mani, guarda dalla finestra l’albicocco gocciolante, la strada ancora lucida dalla pioggia, gli olivi ripiegati su se stessi nelle valli, il crinale caliginoso dei colli. Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.»

Romano Luperini: Critico letterario e scrittore. Nato a Lucca nel 1940. Numerose sono le sue pubblicazioni di critica su letteratura e politica del Novecento. Tra i romanzi più recenti: L’età estrema (Sellerio, 2008) e L’uso della vita (Transeuropa, 2013).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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