André Héléna, scrittore francese maudit e precursore di quel particolare genere di noir con venature esistenzialiste che più francese di così non si può, (a lungo sottovalutato dalla critica a lui contemporanea per le più svariate ragioni, non ultima delle quali una certa eccessiva disincronia che non ne faceva un uomo del suo tempo ma lo proiettava nel futuro), sta vivendo una stagione di grande riscoperta, (anche se in patria, dopo un periodo di riedizioni, mostre, studi e retrospettive, un po’ è ricaduto nel dimenticatoio), almeno in Italia dove l’interesse continua grazie prima a Fanucci e poi all’editore cagliaritano Aisara, e soprattutto al lavoro accurato e filologicamente ineccepibile, per non dire appassionato, dei suoi traduttori.
In Il Festival dei cadaveri, (titolo originale Le festival des macchabées Editions Armand Fleury 1951), torna Maurice Debar, già protagonista di Vita dura per le canaglie, sempre tradotto da Giovanni Zucca, e recensito per noi da Stefano Di Marino e ci riporta nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale.
Maurice questa volta veste i panni di un improbabile agente segreto per caso con l’incarico di trovare certi progetti di fortificazioni tedesche. Insieme al suo amico catalano Bams, tipaccio poco raccomandabile esperto nell’uso del coltello, viaggiano in treno da Lione a Parigi tentando di sfuggire ai nazisti.
Dopo una serie di pericolose avventure, che li portano a sfuggire per un pelo al plotone di esecuzione, riescono a raggiungere la base tedesca. Con uno stratagemma si infiltrano trai nemici facendosi assumere come operai, ma purtroppo incontrano una vecchia conoscenza di Parigi. Un certo Bolduc che già prima della guerra faceva l’informatore e adesso minaccia di consegnarli ai tedeschi. Ad un passo dalla fine compare Consuelo, un’amica di Maurice, che li aiuta a fotografare i piani ma dopo li deruba e Maurice è costretto ad ucciderla.
Un anno dopo senza il becco di un quattrino i due amici si trovano a Parigi. In un bistrot incontrano colui che aveva dato loro gli incarichi precedenti. Ma Bodager viene ucciso portandosi con se i loro segreti e così con lui muore anche il loro passato. Finalmente liberi possono riprendere il loro posto in una società in rovina, ora che c’è la pace, e liquidano sconsolatamente il resto con la frase: “Alla fine avevamo fatto un anno di guerra in più degli altri”.
Il festival dei cadaveri ambientato all’epoca dell’occupazione tedesca della Francia, come il più famoso Il gusto del sangue, o l’appunto già citato Vita dura per le canaglie di cui è il seguito, è un noir classico di quelli capaci di scavare abissi nell’anima e nelle coscienze. André Héléna, dotato di un talento discontinuo che gli fa scrivere opere anche mediocri, se pensiamo solo alla sua produzione pornografica capiamo bene che era uno scrittore tutt’altro che snob, quando è in stato di grazia è in grado al contrario di produrre capolavori difficilmente imitabili e degni di una letteratura alta che non lo fa sfigurare assieme e nomi come Celine o Sartre.
La guerra, l’occupazione nazista, il collaborazionismo, la resistenza sono argomenti che André Héléna contestualizza sullo sfondo per riproporre il dramma e la tragedia dell’ esistenza umana in cui tutti siamo eroi e perdenti, vincitori e vinti. Maurice Debar ha poco del paladino a dire il vero, è capace di uccidere con apparente estrema facilità anche la donna che dovrebbe essere l’amore della sua vita, o una delle tante. Certo è anche capace di gesti coraggiosi, come quando si espone per salvare una donna dalla violenza di tre soldati tedeschi, ma sono appunto scintille, atti isolati di rivolta contro la violenza generalizzata di cui anche lui stesso è strumento.
Il rapporto di amicizia con Bams tradisce la correità tra complici perché infondo Maurice Debar è un gangster, un assassino, fortunato quanto volete ma pur sempre capace di vendere la sua innocenza in cambio di un bicchiere di pastis o quando non ce ne é anche il cognac va bene. Dell’eroe romantico però conserva una certa freschezza, una certa sfrontatezza e spavalderia e un malinconico ottimismo, una fiducia quasi immotivata nel futuro, capace di fargli dire che infondo la vita è bella anche per le piccole cose come camminare sotto la pioggia in primavera fianco a fianco al suo amico diretto infondo da nessuna parte.
Da non perdere la prefazione In difesa del romanzo noir di André Héléna in cui con stile graffiante e caustico umorismo scrive la più autentica e combattiva dichiarazione d’amore verso il noir che abbia mai letto. Data prevista di uscita 24 Marzo 2011.
André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

Vi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Viviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Decisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.
Mesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare
“La prima volta in cui tenni in mano un pancreas ebbi un’erezione”.
Nella mia vita mi sono documentata e ho letto numerosi libri riguardanti la Shoah, le persecuzioni antisemite, la questione ebraica, alcuni saggi, racconti biografici, libri fotografici, alcuni libri più spiccatamente fiction e sicuramente non posso dire di avere letto tutto. Le pubblicazioni sono smisurate e ogni anno escono sempre nuovi libri caratterizzati da un fatto irreversibile: chi li scrive è sempre più lontano dai fatti succeduti. I sopravvissuti dei campi, i testimoni di quegli anni, le generazioni che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, presto non saranno più in vita, non potranno più raccontare le loro storie. Oggi ci sono i loro figli, i nipoti, persone che hanno vissuto l’Olocausto in maniera riflessa e non per questo meno drammatica. La storia dell’Olocausto è un storia in cui il male ha mostrato la sua faccia peggiore, la crudeltà dei carnefici ha potuto causare tali sofferenze da essere difficilmente concepibili, però non dimentichiamolo non fu solo una storia di orrore ma anche di coraggio, di abnegazione, di uomini che misero a repentaglio le loro vite per salvare più persone possibili, di giusti tra le nazioni. Come non citare Schindler, conosciuto dal grande pubblico grazie al film di Spielberg, Perlasca, Wallenberg, e i numerosi, che forse resteranno per sempre sconosciuti, che furono deportati e persero la vita nel tentativo di proteggere amici, o semplici estranei, di religione ebraica. Forse la storia delle persecuzioni degli ebrei ungheresi è la meno conosciuta, o almeno lo è per me. Gratitudine fa luce proprio su questo. Pubblicato per la prima volta in Canada del 2008 e vincitore del 59° “U.S. National Jewish Book Award for Fiction” e del “Canadian Jewish Book Award” questo romanzo spiccatamente corale unisce alla storia di fantasia, che drammatizza le vite di una ricca famiglia ebrea ungherese che visse durante l’ultima guerra, l’azione eroica di Raoul Wallenberg, personaggio realmente esistito, che salvò e protesse migliaia di ebrei ungheresi fornendogli falsi passaporti svedesi e case che non potevano essere violate, esattamente come fece l’italiano Giorgio Perlasca nella ambasciata spagnola a Bucarest.

























