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:: Un libro di guarigione, intervista a Gaia Rayneri a cura di Valentino G. Colapinto

26 settembre 2022
Foto di Simone Li Gregni ©

Gaia Rayneri (Torino, 1986) ha debuttato giovanissima col fortunato Pulce non c’è (Einaudi, 2009), in cui racconta in chiave tragicomica il dramma giudiziario che ha coinvolto il padre, accusato ingiustamente di abusi sessuali nei confronti della sorellina autistica – vicenda poi trasposta sul grande schermo dall’omonimo film di Giuseppe Bonito (2012). Ha pubblicato inoltre il libro per ragazzi Ugone (Rizzoli, 2011) e il romanzo Dipende cosa intendi per cattivo (Einaudi, 2018). Nella sua ultima opera, Un libro di guarigione (HarperCollins, 2022), racconta coraggiosamente il grave periodo di sofferenza mentale che ha dovuto affrontare per una decina d’anni, a partire proprio dal momento del suo successo, e da cui è riuscita a venire fuori non grazie a terapie e psicofarmaci, che si sono dimostrati inefficaci, ma con un percorso di crescita personale che combina meditazione, spiritualità e amore.

Buongiorno, per chi la conosce adesso è difficile immaginare che la Gaia di cui racconta, che ha sofferto così tanto e per così tanto tempo, e la Gaia che vediamo oggi, serena e solare, siano la stessa persona. Aveva mai pensato di arrivare a un tale livello di guarigione?

No, non pensavo assolutamente che fosse possibile arrivare a un livello simile di benessere e felicità. Pensavo che sarei stata male per tutta la vita, perché comunque è quello che ti fa credere la diagnosi che avevo ricevuto, ossia disturbo borderline di personalità: si è condannati a un dolore grandissimo, che non passerà mai. E invece non è vero. So che la mia vita ha bisogno di alcuni requisiti per andare bene; ho bisogno di tempo per prendermi cura di me stessa, per meditare. Se lavorassi in un ufficio a Milano otto ore al giorno non penso che starei bene, anche perché non sarebbe il mio cammino.

Come hanno reagito le persone intorno a lei, in primis le Dottoresse (l’autrice chiama così nel libro le sue psicoterapeute)? Ha mai pensato di far arrivare loro il suo libro?

Mentre scrivevo, pensavo sempre di farglielo arrivare; poi in realtà quando è uscito ho preferito non farlo, perché non volevo che fosse recepito come una critica. A volte però mi chiedo se l’abbiano letto e se mi faranno sapere qualcosa o che interpretazione ne darebbero.

Anche chi non ha capito niente del mio percorso, adesso è felice di vedermi stare bene. Ma nelle fasi più di transizione, tante persone avevano paura che facessi delle cose che potevano sembrare un po’ strane. Oggi si parla più spesso di meditazione, ma sembra ancora che chi la pratichi faccia parte di qualche setta.

Con alcune persone con cui ero molto amica quando c’era la mia vecchia versione di me, che si lamentava sempre ed era molto pessimista, ho dovuto invece prendere un po’ le distanze perché erano un freno al cambiamento.

Nel libro ha preferito non raccontare nei dettagli quali fossero i traumi che secondo le Dottoresse erano all’origine della sua crisi, è però inevitabile pensare che ritrovarsi ad avere a cinque anni una sorellina autistica e aver vissuto da adolescente un dramma giudiziario che ha coinvolto tutta la sua famiglia in una qualche maniera abbiano lasciato una traccia, anche a distanza di tempo.

Sono felicissima che la mia infanzia sia finita. E più divento grande, più sono felice. Sarebbe interessante capire quanti tratti che le Dottoresse attribuivano al disturbo borderline siano comuni a persone con fratelli o sorelle disabili. Il problema non è mai stata la disabilità di mia sorella, che è una persona piena di amore incondizionato, ma nella mia famiglia c’era sempre uno stato di emergenza e quindi una serie di bisogni primari miei non sono stati soddisfatti. Ho dovuto imparare io a soddisfarli, purtroppo spesso non c’è nessun supporto per il fratello o la sorella di un disabile.

In più c’è stato il caso delle false accuse verso mio padre: ero ancora un’adolescente ed è stato un grandissimo carico di dolore, che sicuramente è uscito anche dopo negli anni. Sono crollata nell’unico momento in cui improvvisamente non avevo più nessun impegno scandito e nessuna cosa che mi tappasse il contatto con quello che sentivo veramente.

Il capitolo in cui racconta la notte in cui ha cercato aiuto, prima chiamando il 118 o poi andando di persona al Pronto Soccorso, è raggelante e ricorda film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Descrive l’assurdità di un mondo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. In quelle pagine spiega che forse l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno era un abbraccio. Quello che ha trovato, però, è stata un’etichetta, una diagnosi che era anche una condanna. E il primo passo per guarire è stato metterla in discussione e ripartire da zero.

E sì perché creava tanti effetti collaterali, che mi tenevano ingabbiata. Uno era la sensazione di soffrire più degli altri. La diagnosi prevede infatti che i borderline provino emozioni esagerate, anche per quanto riguarda il dolore. A un certo punto ho iniziato a fare lavori su me stessa di altro tipo, credendo ancora però nella diagnosi. Quando la tiravo fuori con le persone che mi stavano vicino, per esempio dopo una giornata di consapevolezza, gli altri mi dicevano che alla fine tutti soffriamo. La medicalizzazione del dolore porta a dirsi “io soffro di più” oppure “sono l’unico che soffre”, quando invece le statistiche dicono che una persona su quattro ha problemi psicologici.

E poi c’è il discorso dei farmaci, che su di me non hanno mai funzionato: ho subito un accanimento molto forte a riguardo. È molto strano che chi si prende cura di un male psichico sia privo della minima umanità ed empatia, credo che faccia parte dei punti deboli di un sistema che non funziona.

Riguardo agli psicofarmaci, solo recentemente si sta discutendo del fatto che la loro efficacia è testata su soggetti neurotipici, mentre su persone altamente sensibili o comunque neurodivergenti (che costituiscono una percentuale non piccola della popolazione, almeno il 20%) essi avrebbero effetti ben diversi, spesso esagerati o controproducenti. E inoltre c’è un dibattito se sia giusto ridurre la sensibilità e quindi anche la creatività, tramite un utilizzo massiccio degli psicofarmaci volto a eliminare o minimizzare ogni forma di dolore. Lei racconta che quando era costretta ad assumerli, avevano un impatto rilevante sull’attività creativa.

Avevano un impatto enorme. Le due stesure del libro che stavo scrivendo erano molto diverse da quello che scriverei di solito. Ho vissuto molto questo effetto livellante e normalizzante degli psicofarmaci, anche verso cose che – lasciandomi libera di viverle fino in fondo – sono quelle che mi hanno portato alla guarigione. Se sento che la mia vita non mi piace, non è che devo curarmi per farmela piacere per forza.

Ho deciso di fare un mestiere, la scrittrice, che per la maggior parte delle persone non è neppure un lavoro e mi affido all’incertezza economica, piuttosto che fare l’impiegata o l’insegnante. Ma tutto questo, quando c’è una diagnosi di mezzo, viene interpretato come un sintomo di follia. Anche quando avevo l’ingenuità di raccontare alle Dottoresse delle cose relative al cammino spirituale che stavo vivendo, arrivava subito un farmaco per eliminarle, quando invece erano esperienze che possono portare a una concezione della vita diversa ma che per molte persone è destabilizzante. Come insegnano Foucault e altri la storia della psichiatria è sempre stata collegata al controllo sociale, spesso in maniera inconsapevole.

Lei afferma che il suo dolore è raccontabile solo perché è riuscita a superarlo, che pensava che le persone normali non soffrissero e che l’obiettivo della guarigione fosse eliminare la sofferenza, quando in realtà poi si è resa conto che tutti soffrono, solo che spesso lo si nasconde o si cerca di anestetizzare il dolore. Qual è allora il segreto per “soffrire bene”?

Secondo me bisogna partire dal fatto che la sofferenza è prevista nella vita, non è uno sbaglio. Non fingere di stare bene e neppure cadere nella positività tossica. Questo aiuta tanto, e aiuta anche poter condividere i propri stati d’animo in gruppi che lavorano sulla consapevolezza interiore.

È un lavoro continuo che bisogna fare su se stessi, ma è anche molto sano restare in una dimensione di gioco. La vita per me è un gioco sacro. Bisogna saper prendere le cose con leggerezza per non stressarsi troppo col lavoro spirituale, altrimenti diventa tutto pesantissimo

La parola chiave del suo libro è amore, intendendo con questa parola un sentimento incondizionato e universale. Racconta di aver sofferto per anni di mancanza di amore e poi di averla superata iniziando a nutrire gratitudine per tutto quanto di buono era già presente nella sua vita, per esempio ringraziando gli oggetti intorno a lei dell’aiuto che le davano, e iniziando ad amare se stessa e gli altri, invece di pretendere quell’amore di cui aveva un disperato bisogno.

L’amore per me è la chiave, mentre nella visione medica non si parla mai di amore. Ho visto su di me che cercare qualcuno che mi desse amore era la garanzia per non riceverlo mai; per chiunque è più piacevole avere accanto una persona risolta, invece di una che ha problemi. Secondo le Dottoresse, siccome non avevo ricevuto abbastanza amore non avrei mai più potuto funzionare correttamente. Avrei solo potuto rattoppare la situazione per poter stare un po’ meglio, ma non avrei mai potuto sentirmi come chi ha ricevuto da bambino tutto l’amore di cui aveva bisogno. Adesso invece mi rendo conto che sto molto meglio di tante persone che, almeno in teoria, hanno ricevuto tutto quell’amore da piccoli, perché comunque ho fatto e faccio quotidianamente un percorso di consapevolezza, ho ricevuto una chiamata a vivere la vita in un certo modo.

Per questo è importante prendersi la responsabilità delle proprie azioni, anche se si ha una diagnosi particolare. È vero che è faticoso ed è un lavoro costante, ma costanti sono anche i doni, spesso in modi sorprendenti. La vita ti regala delle cose, anche piccole, ma che lasciano un senso tale di bellezza e poesia che sono in realtà grandi.

Il passo fondamentale è stato imparare a dare amore a me stessa, scardinando quel meccanismo che avevo interiorizzato dalla mia famiglia, per cui siccome l’emergenza era sempre mia sorella nessuno si è mai particolarmente preoccupato che io avessi amore. Se ce n’era un po’, era da dare subito a mia sorella, perché sembrava che le mancasse tutto.

E poi ho dovuto scardinare l’abitudine che ci inculca la società di non pensare a noi stessi. Molti non hanno il tempo di dare amore e cura a se stessi. Io per molti anni ho sentito un senso di colpa mostruoso quando davo amore a me stessa, avevo interiorizzato che quel tempo non fosse produttivo. Forse non lo è sotto un’ottica di profitto, però consente di stare bene in salute e lo scopo della vita non è quello di essere produttivi quanto il benessere e la felicità. Preoccuparsi della nostra felicità è il primo passo per potersi poi preoccupare della felicità degli altri e rimettere in circolo felicità e amore.

Secondo un approccio psichiatrico l’origine dei disturbi mentali è dovuta a un malfunzionamento della chimica del cervello, secondo un approccio psicanalitico a traumi famigliari, ma secondo alcuni studiosi come David Smail in The origins of unhappiness, poi ripreso da Mark Fisher, l’infelicità è strutturale alla società neoliberista in cui viviamo.

Vedo tantissimi giovani che sono persi, che stanno malissimo. Questa società rende per forza di cose infelici una serie di individui, ma perché solo alcuni e altri no? Non credo che accada a caso e, più che come una condanna, lo interpreto come un richiamo. Quello è il tuo compito: se in questo mondo non puoi stare bene, vai a creare un mondo in cui puoi stare bene. Se non si fa però un lavoro su di sé, si rischia di restare nella lotta contro il resto del mondo e non credo che questa sia la soluzione. Se passa dal lavoro su di sé, questo non succede, perché ogni cosa è interpretata sia come un aspetto sociale che personale.

Nelle sue pagine si legge una forte critica alla psicanalisi classica, freudiana, per cui la felicità non è il fine della terapia e non c’è spazio per anima e spiritualità. Nel suo libro invece la spiritualità diventa un mezzo di guarigione, interpretando la sofferenza stessa come una chiamata a un percorso spirituale. Citerò Jung: “La vera terapia consiste nell’approccio al divino; più si raggiunge l’esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia.”

A volte più malattie e difficoltà arrivano, più la chiamata è forte. Possono servire per spingerti finalmente nella direzione giusta, per esempio iniziando a meditare.

Si intuisce che nel libro ha condensato tanto materiale. Ha pensato a un seguito o a un podcast per ampliare l’argomento?

Al podcast ci ho pensato. Non ho ancora avuto il tempo materiale, ma sento che potrebbe aiutare. In realtà il prossimo libro che voglio scrivere ha proprio a che fare con la consapevolezza e il cammino spirituale. E poi sto scrivendo molto per ragazzi.

Recensione di “Foto di Classe. U uagnon se n'asciot” di Mario Desiati a cura di Valentino G. Colapinto

18 gennaio 2011

“Foto di Classe. U uagnon se n'asciot” di Mario DesiatiFoto di Classe, quarto libro di Mario Desiati (Locorotondo, 1977), è un oggetto narrativo particolare, a metà tra ricerca sociologica e fiction. Il tema è la ripresa, dopo quarant’anni, dell’emigrazione dal sud verso il nord Italia.

Un’emigrazione, però, ben diversa da quella degli anni ’60, in quanto a partire sono soprattutto i giovani qualificati, spesso con tanto di laurea e master – i cosiddetti “cervelli”. E non si parte più con la valigia di cartone ma con il computer portatile; non si fugge la miseria ma si sogna un posto di lavoro corrispettivo al proprio iter formativo, retribuzione compresa.

La cornice narrativa in cui si racchiude quest’agile tassonomia dei giovani meridionali d’oggi è una foto di classe, a partire da cui Desiati rintraccia tutti gli ex compagni di liceo, mosso dall’insopprimibile bisogno di scoprire che fine abbiano fatto. Scoprirà così che di quei venti ragazzi, solo quattro sono rimasti a Martina Franca, mentre tutti gli altri sono emigrati per scelta o per necessità, come del resto l’autore stesso che da tempo vive a Roma, dove si è affermato come uno dei più importanti scrittori italiani ed è diventato direttore editoriale della Fandango Libri.

Capitolo per capitolo, vengono così delineate otto categorie: i Chiusi, i Fuggiti, i Fedeli, gli Usati, i Mammisti, i Soldati, gli Arrangiati e i Rimasti, ognuna delle quali è illustrata da un compagno di classe emblematico.

Chiusi sono quelli andati via per eludere i pregiudizi della mentalità di paese; i Fuggiti sono scappati da condizioni economiche insostenibili; i Fedeli, come lo scrittore stesso si autodefinisce, tornano puntualmente in paese per ogni festività; gli Usati sono giovani professionisti che a Martina Franca vengono solo sfruttati e devono andare altrove per cercare le meritate affermazioni; i Mammisti sono la versione estrema dei mammoni; i Soldati sono i tanti meridionali costretti ad arruolarsi per trovare un posto di lavoro e gli Arrangiati sono quelli che, pur emigrati, vivono ancora in grande precarietà. Infine, abbiamo i Rimasti che cercano eroicamente di migliorare le cose e cui è affidata la speranza che un giorno il Sud possa cambiare.

Più in generale, Desiati propone di chiamare i nuovi emigrati meridionali “fuorisede”, perché “emigrato è colui che lascia il proprio paese per migliorare status economico o sociale”, mentre “il fuorisede si trasferisce, ma mantiene una considerevole parte della propria vita nel luogo di nascita”. E così l’emigrato moderno, anzi il fuorisede – anche se trasferitosi a Roma o Milano – conserva un forte legame con il paese di origine, dove torna per le ferie natalizie, l’imperdibile Festa Patronale, le vacanze estive o le votazioni. E dove, in alcuni casi, conserva perfino il proprio barbiere di fiducia.

Nell’appendice finale l’Autore confessa d’essere partito da un questionario sulla nuova emigrazione compilato dalla Svimez e rivela che tutti i protagonisti sono in realtà frutto della sua fantasia, per quanto le vicende raccontate siano reali. Foto di Classe è, quindi, una sorta di reportage immaginario ma al tempo stesso molto attendibile sulla nuova emigrazione, una lettura illuminante e piacevole, che non potrà non emozionare soprattutto il lettore meridionale, il quale rivedrà nei ritratti esemplari tante persone a lui vicine.