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:: Il boss è immortale di Massimo Nava (Mondadori 2018) a cura di Marcello Caccialanza

11 settembre 2018

Il boss è immortaleIl sorprendente romanzo “Il boss è immortale” edito dalla Mondadori, costo al pubblico euro 18.00, è ultima fatica letteraria del giornalista e corrispondente per il Corriere della Sera da Parigi, Massimo Nava.
È senza ombra di dubbio un apprezzato thriller che vanta originalità di scrittura e di confezionamento, in cui un buon lettore, attento e capace, può tranquillamente riscontrare colpi di scena a “go-go”!
Il protagonista assoluto di questo avvincente noir è l’ispettore Bernard Bastiani, un poliziotto francese di Marsiglia di chiare ed indiscusse origini italiane; il quale è promosso per meriti sul campo all’ufficio tutela nazionale del patrimonio artistico dell’Interpol di Lione.
Il suo primo caso in questa nuova dimensione lavorativa lo porterà ad agire nell’affascinante e controversa città di Napoli. Qui infatti è incaricato di condurre le indagini su doppio binario in merito ad un caso assai intricato e a più risvolti. Da una parte c’è dunque il drammatico affaire relativo al sequestro di Lisa Miller, giovane ed ultima discendente di una nobile casata partenopea dei Sansevero e dall’ altra, invece, il misterioso furto di un’opera d’arte assai preziosa, che è custodita per l’appunto nella Cappella Sansevero; la stessa che dà ospitalità al celeberrimo Cristo velato, capolavoro dello scultore Giuseppe Sanmartino.
L’opera trafugata non è altro che una macchina anatomica che riproduce un corpo femminile ben conservato, in cui vi sono ancora arti, viscere e vene.
A realizzare tale manufatto è stato un esorcista massone, antenato del principe Sansevero; il quale, agendo attraverso una serie di misteriosi e alquanto discutibili esperimenti, aveva dentro di sé il desiderio inconsulto di immortalità eterna!
Bernard Bastiani, con scrupolose e metodiche indagini a tutto campo, riesce ben presto a comprendere che i due eventi, ai quali sta lavorando, con meticolosa caparbietà, avendo palesemente in comune molti fattori identificativi, presentano un conclamato nesso di corrispondenza come in un gioco ad incastro. Il suo compito quindi quello di dipanare una volta per tutte l’intera sciarada!
E così lo stesso investigatore forgia quasi tutta la sua teoria risolutiva sul fattore Cappella di Sansevero. Qui sono in atto due lavori di restauro gestiti da una ditta assai sospetta e poco pulita.
Più Bernard prosegue nel suo minuzioso lavoro d’indagine più lo stesso mistero si fa sempre più fitto! Difatti nel momento in cui nello stesso capoluogo campano si verifica un reato inaspettato; ci si accorge come dietro a tutto questo marasma di eventi noir ci sia niente di meno che un pesante coinvolgimento della medesima camorra.
Quindi, a questo punto, all’eroe di questa avventura a tinte gialle non rimane altro che collaborare con il colonnello Gagliano. I due si immergeranno così nei bassifondi napoletani, dominio dei boss locali; un mondo imperfetto e losco che a tratti ricorda tanto la stessa città di Marsiglia.
Verranno dunque catapultati in un labirinto di desolazione e soprattutto di paura adrenalinica, una vera e propria discesa agli inferi che, come un cazzotto ben piazzato, cambierà per sempre i loro connotati emotivi, trasformandoli forse in una sorta di larve umane.
A fare da scenografia all’intera azione narrativa c’è la città di Napoli, una Napoli tenebrosa, affascinante e decadente allo stesso tempo dove nulla è come sembra, dove tutto si tinge di un silenzioso e soffocante mistero esistenziale. È davvero dura in questo contesto dire no ad un patto con il demonio, a maggior ragione se in premio ci sta addirittura l’immortalità!

Massimo Nava è editorialista del “Corriere della Sera” da Parigi, dopo essere stato inviato speciale e corrispondente di guerra. Ha pubblicato Germania Germania (Mondadori, 1990) sulla caduta del Muro di Berlino, Carovane d’Europa (Rizzoli, 1992), Kosovo c’ero anch’io (Rizzoli, 1999), Miloševic, la tragedia di un popolo (Rizzoli, 2000), Imputato Miloševic (Fazi, 2002), Vittime, storie di guerra sul fronte della pace (Fazi, 2005), Sarkozy l’uomo di ferro (Einaudi, 2007). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo La gloria è il sole dei morti (Ponte alle Grazie). Nel 2010, per Rizzoli, Il garibaldino che fece il “Corriere della Sera”, sulla vita di Eugenio Torelli Viollier, fondatore del “Corriere”. Nel 2014 è uscito per Mondadori Infinito amore, la passione segreta di Napoleone, nel 2016 Il mercante di quadri scomparsi, la prima indagine dell’ispettore Bastiani.

Source: libro del recensore.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Odissea di Omero, a cura di Giovanni Cerri (BUR Rizzoli, 1998) a cura di Enrico Frasca

10 settembre 2018

OdisseaPrima di Conrad, di Dumas, di Stevenson, c’è stato lui. Un poeta girovago, raffigurato cieco dalla tradizione, che duemila e settecento anni fa avrebbe composto le due opere cardini di una civiltà e di quelle a venire. Ora, sarebbe un esercizio futile descrivere la trama, che i giovani hanno masticato sui banchi di scuola e i grandi hanno assaporato sul grande e piccolo schermo, quindi sarà meglio passare ai vari motivi per cui sarebbe interessante dedicarsi alla lettura del grande classico.
Innanzitutto, perché Ulisse/Odisseo è uno di noi. Un uomo che rappresenta in forma embrionale l’umanità moderna, che combatte per l’affermazione del suo volere, nonostante il destino e gli dei avversi gli sbarrino la strada con numerosi ostacoli. Il re di Itaca non si arrende al suo fato, e procede per prove ed errori, con la forza del proprio ingegno e della propria astuzia, attraverso quel procedimento che Freinet chiamerà tatonnement. Come un Giobbe, patisce dolori strazianti, ma è sempre pronto a rialzarsi, dando prove di una resilienza straordinaria. E’ un uomo ricco di sfaccettature, “multiforme” lo chiama il poeta nell’esordio, che può essere un abile menzognero in un momento, e un combattente impavido in un altro. Ma è un uomo che ha la forza di riscoprirsi cittadino del mondo, un cosmopolita di quello che era il mondo conosciuto all’epoca dei fatti, che ama conoscere popoli e terre sconosciute, aprendosi al confronto e allo scambio. Una lezione che andrebbe rivalutata, al giorno d’oggi.
Senza contare che l’Odissea non è un’ opera da relegare nelle aule scolastiche per la sua intrinseca natura di poema narrativo, che alterna squarci lirici intensi al gusto della narrativa pura e fantasiosa. E poi perché è stata ed è ancora un’ opera popolare di facile presa e dal fascino insindacabile per tutte le fasce sociali e di età.
Ma l’Odissea non è solo un racconto a una voce, dal momento che emerge prepotentemente la figura del figlio Telemaco; non a caso un tempo interi libri del poema venivano definiti “libri telemacheici” proprio per la preponderanza del giovane protagonista. Telemaco è l’anti-edipo per eccellenza, fulgido esempio di devozione filiale ancor prima del pius Aeneas. Se si riflette un po’, si noterà che il fuggiasco di Troia, che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise, in fin dei conti è obbligato da un dovere che deriva dalla vicinanza fisica del genitore. Telemaco non ha mai conosciuto suo padre, partito per la guerra di Troia venti anni prima, ma e alla costante ricerca del padre, sia sullo spazio che nelle parsone che incontra. Egli non ha vissuto l’autorità né i divieti del padre, ma è alla costante ricerca del valore paterno, cerca di caricarsi sulle proprie spalle l’esempio e l’eredità di un pesante genitore che è l’orgoglio della Grecia intera. La mancanza di Odisseo ha prolungato la sua adolescenza, e lo ha reso un giovane insicuro e timoroso. Proprio per questo la dea Atena, sotto mentite spoglie, lo esorta a cimentarsi nella ricerca del padre proprio per scrollarsi di dorso l’adolescenza a lungo ritardata. In ossequio alle teorie psicologiche di Adler, ha cercato surrogati della figura paterna in altri, come il fedele porcaro Eumeo e il suo precettore Mentore, che mai lo abbandonano, e nel dolore di figlio orfano, ha riscoperto il sentimento sociale verso i poveri e gli infermi. Signori, sarebbe l’ora di riscoprire il tanto famoso patto fra le generazioni, simboleggiato dal rapporto padre e figlio, che certi politicanti dal raggio d’azione corto cercano di distruggere con leggi previdenziali ispirate all’antagonismo.
E infine, in chiusura, è il momento di occuparsi di un argomento ferale. La morte si annida ovunque nel poema di Omero. I vivi e i morti stabiliscono un contatto, come nel ventiquattresimo libro del poema, in cui le anime dei pretendenti uccisi incontrano le anime dei grandi condottieri greci periti nell’assedio di Troia. Per l’antico greco, la morte era un tema fondamentale, e che deve tornare ad essere un tema fondamentale, anziché essere rimosso a tutti i corsi dalle discussioni. Perché sentendo il fiato della morte sul collo, Odisseo ha potuto trovare la spinta per tornare in patria, perché l’incombenza della precarietà del vivere gli ha fornito la mola della progettualità del uso viaggio.
Signori, riscoprite il lascito della cultura classica con un’ opera che rimane ancora un tassello fondamentale della coscienza europea.

Omero (in greco antico: Ὅμηρος, Hómēros) è il nome con il quale è storicamente identificato il poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca. Nell’antichità gli erano state attribuite anche altre opere: il poemetto giocoso Batracomiomachia, i cosiddetti Inni omerici, il poemetto Margite e vari poemi del Ciclo epico.
Già dubbie le attribuzioni della sua opera presso gli antichi, a partire dalla seconda metà del Seicento si iniziò a mettere in discussione l’esistenza stessa del poeta, dando inizio alla cosiddetta “questione omerica”.

Source: acquistato tre anni fa in libreria dal recensore.

Una fortuna sfacciata, di Anne Godard (ED-Enrico Damiani Editore, 2018) a cura di Federica Belleri

7 settembre 2018

3Magda parla francese. Magda è troppo piccola per sapere come ha fatto a ustionarsi, come sia riuscita a tirarsi addosso il bollitore per l’acqua, quale sia stata la causa scatenante. Sua madre si occupa di lei a tempo pieno dopo quel tragico giorno. Magda ha ricordi confusi, troppi sguardi e tante domande alle quali dover rispondere. La sua pelle è marchiata a vita, ha tanto da spiegare, da raccontare, da giustificare. Ci pensa il quaderno di sua madre a farlo, dove con precisione annota ogni istante, a partire da quel momento. È lei a parlarne, fino a sostituirsi a Magda. Perché? Non si accorge del disagio di sua figlia? Cosa le è accaduto veramente?
Il calvario di Magda passa attraverso gli ospedali, le operazioni e le medicazioni infinite. Una vera tortura. Intanto la bambina cresce, il suo corpo sboccia, gli sguardi nei suoi confronti assumono un significato diverso … ma Magda si sente sola, non ha un rapporto soddisfacente con il padre e il fratello adorato la sta allontanando. Come mai?
Il silenzio e la disperazione la trascinano in una spirale preoccupante. I sentimenti rifiutati fanno il resto.
Una fortuna sfacciata è il cammino di Magda, crudo ma necessario. È un cerchio che si chiude attorno a lei, per aiutarla a riprendere coscienza e conoscenza di sé. Per capire davvero cosa sia l’amore di una madre e come si possa convivere ogni istante con i sensi di colpa. Come, infine, le attenzioni possano essere troppe o troppo poche, senza una via di mezzo razionale. Come alcuni tipi di dolore non abbiano mai fine.
Un romanzo che mi ha spiazzata, ricco, puro, concreto. Una storia tremenda ma utile al corpo e all’anima.
Ve lo consoglio. Buona lettura.

Anne Godard è nata nel 1971. Vive a Parigi. Inconsolabile è il suo primo romanzo, accolto in Francia da uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Le nebbie di Massaua. La nuova indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2018)

6 settembre 2018

massauaQuarto noir coloniale del ciclo del maggiore Morosini, Le nebbie di Massaua ci porta in Eritrea, colonia fascista dell’Africa Orientale Italiana, nel luglio del 1936, anno dell’annessione dopo la conquista dell’Etiopia.
Un viaggio nel passato dunque che ci mostra le luci e le tante ombre del colonialismo, non solo italiano, passato di moda, ma non del tutto dimenticato, anche se con nuovi nomi e nuove dinamiche. L’Africa terra di grandi risorse naturali, giacimenti, ricchezze resta ancor oggi al centro di mire espansioniste, saccheggi, traffici più o meno leciti, che portano alla popolazione indigena povertà, miseria e disperazione.
Il maggiore Morosini in questo episodio cade vittima di un male quasi inevitabile per un europeo in quelle terre: contrae la malaria. Debilitato, spossato, quasi inerme si trova a condurre la sua nuova indagine da un letto di ospedale dell’ Umberto I di Massaua (e da sotto l’ombra di un sicomoro), coadiuvato dai suoi storici assistenti: il maresciallo piemontese Eusebio Barbagallo e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì.
Le indagini vertono sulla morte, per certi versi oscura, di Ermanno Cacciavillani, ingegnere minerario ferrarese confinato nel buen retiro di un’ isolata villa affacciata sulla spiaggia di Gurgussum, trovato impiccato a una trave della casa dal suo anziano domestico, Gherem Neussè, un ascaro reduce di Adua. Tutto fa pensare a un suicidio, ma alcuni indizi e alcune discrepanze portano a ritenere che non sia proprio andata così. Manca infatti per esempio una sedia o uno sgabello sul quale il Cacciavillani possa essere salito per impiccarsi.
Con il solo conforto della lettura del Corriere Eritreo (l’autore spiega in un’ intervista che questo era il giornale più diffuso nelle colonie, ma i brani estrapolati e citati nel suo romanzo, sempre del periodo, sono invece tratti dall’ archivio de La Stampa che lui ha consultato), e qualche Macedonia fumata di nascosto dalla terribile suor Gianna, caposala inflessibile ma dal cuore d’oro, Morosini e i suoi aiutanti dovranno indagare su questa morte, fino alle più inimmaginabili conclusioni.
Come nei precedenti romanzi il quadro di insieme è realistico e nello stesso tempo vintage. Con pazienza certosina Ballario ricostruisce un mondo perduto, con dovizia di particolari e fantasia. Le canzoni d’epoca, le marche della birra, delle sigarette, delle medicine, tutto è autentico e frutto di studi e ricerche, che rendono la lettura di questo libro una specie di viaggio nel tempo.
L’indagine poliziesca come sempre è scandita dai tempi della burocrazia e della caparbietà del nostro Morosini, molto più attento a fare giustizia che ad assicurare i colpevoli alla legge. In un’ indagine parallela, sul furto di alcuni medicinali avvenuto nell’ ospedale dove è ricoverato, lo vedremo infatti dibattersi in dolorosi dilemmi morali, e alla fine fare la cosa giusta forse illuminato dalla lettura del suo amato Seneca.
Anche i personaggi minori sono giustamente valorizzati, non semplici comparse ma parte di un affresco corale tipico dell’ epoca: suor Gianna, il dottor Calvarese, il capitano Ragazzoni, Gherem Neussè. A questi si aggiungono personaggi davvero esistiti, da Arthur Rimbaud, leggendario poeta francese che visse in quelle terre qualche generazione prima dei personaggi della storia, a Mario Gramsci, fratello del ben più celebre Antonio, fino a Henry De Monfreid, avventuriero, mercante e spia francese, che acquisterà un ruolo importante nel romanzo affiancando Morosini in una delicata missione.
Romanzo molto salgariano nello stile, si vede che è stata una lettura di formazione dell’autore, che gli ha lasciato cadenze classiche e vintage, con un certo spirito d’antan.
C’è comunque da sottolineare che ne Le nebbie di Massaua troviamo un Morosini più malinconico, quasi rassegnato, che sente il tempo che passa, e si interroga sul suo incerto futuro. Una passione fugace per una fotografa e spia tedesca occupa un po’ la sua mente, ma è ben conscio che è una storia che difficilmente può avere un futuro. Forse il suo destino è restare solo, senza una famiglia, in quella colonia lontano dalla sua patria, dalla sua famiglia, dai suoi affetti ormai sempre più sbiaditi.
Che la malaria non lo abbandonerà più e sarà sempre costretto a cadenzate dosi di chinino è un’ altra consapevolezza che lo amareggia e lo prostra. La giovinezza sta sfumando, il suo futuro si fa incerto e lo spettro di un ritorno in patria, relegato magari in un ufficetto sperduto a passare carte si fa sempre più vivo.
Ma il maggiore Morosini è un uomo pieno di risorse, sicuramente saprà riprendersi anche questa volta e proseguire nella sua missione, fare il carabiniere, ma con umanità e senso della misura.
E’ un po’ presto per pensare a un nuovo episodio della serie, ma sicuramente sarà interessante a suo tempo scoprire i nuovi sviluppi e immergersi di nuovo in questo mondo dai colori seppiati, ma ancora così vivido.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa dell’ Edizioni del Capricorno.

Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore (DeA Planeta 2018) a cura di Federica Belleri

6 settembre 2018

aglioNapoli, nel periodo che precede il Natale. L’ispettore capo Gianni Scapece ritorna alle origini, dopo anni di onorato servizio al Centro e al Nord del nostro bellissimo paese. Ritorna, dicevo, proprio quando apre un nuovo commissariato in Via Mergellina, e proprio di fronte a una trattoria che odora di famiglia, tradizione e generazioni a confronto. La trattoria esiste dai primi anni sessanta ed è stata ricavata in una grotta di tufo. L’ambiente è colorito, vivace e si mangia benissimo. I titolari, padre e figlio, adottano con piacere e stima l’ispettore Scapece, che fa onore appena può alle loro pietanze. Si chiama la “Parthenope”, in omaggio alla sirena protettrice della città.
Proprio mentre cresce l’affetto per la cucina casalinga, un delitto atroce e singolare allontana l’ispettore dal suo amore per il cibo. Ma solo per poco.
Un giovane di bell’aspetto viene trovato cadavere nella sua camera da letto; sulla scena sono presenti aglio, olio e peperoncino. Perché? È forse uno scherzo di cattivo gusto o un macabro rituale dell’assassino?
Scapece e il suo superiore, il commissario Improta, capiscono subito di dover agire con discrezione ma in modo accurato. Molte cose non tornano, e nemmeno la fedele lente d’ingrandimento che Scapece porta sempre con sé, riesce a fare la differenza.
L’ispettore indaga a pieno ritmo, interroga vicini, parenti e amici della vittima. Cerca di ricostruire le ultime ore di quel povero giovane.
Malavita, cocaina, gabbie dorate. In un mix inaspettato di indizi e piste Scapece deve tenere a bada Questura e Procura, stampa e tv. Sembra facile …
Aglio, olio e assassino è un romanzo ricco e completo. È la paura e l’angoscia di Scapece nel momento in cui deve affrontare i congiunti delle vittime. È la storia di Napoli fatta di chiese, statue, quadri. Fatta anche di disagio sociale e violenza. È uno studio antropologico che mescola sacro e pagano. È superstizione e malocchio. È la ricchezza di simboli, sparsi per la città, che vanno interpretati. È il continuo mistero, che l’assassino sfida a svelare, in un testa a testa con l’ispettore Scapece. È l’amore malato legato all’abbandono, alla rabbia e al rancore. È il vuoto, dopo la risoluzione, lasciato dal calo di adrenalina. È il silenzio, che andrebbe sempre rispettato.
Pino Imperatore è tornato con un romanzo giallo completo, che tocca corde profonde, attraverso le parole di ciascuno dei personaggi. Che sfiora la sensibilità di ognuno, portando il lettore anche al sorriso.
Bellissima Napoli, descritta e ripercorsa in maniera precisa e sentita. Veraci i protagonisti, concreti e originali a dovere.
Una lettura che vi consiglio, assolutamente.

Pino Imperatore è nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani e vive in Campania dall’infanzia. È autore di quattro romanzi, oltre che di opere teatrali e racconti. Ha vinto i maggiori premi italiani per la scrittura umoristica.

Fonte : omaggio dell’editore al recensore.

 

:: Non sfidarmi di Lee Child (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2018

Non sfidarmi di Lee ChildNuova avventura per Jack Reacher eroe, senza (troppe) macchie e senza paura, nato dalla penna inarrestabile di Lee Child. Per chi conosce la serie, ormai giunta al diciassettesimo romanzo per Longanesi, una garanzia. Passano gli anni, e nessun cedimento, nelle sue storie c’è sempre quel mix di avventura, suspense, disincanto che ci porta al centro dell’azione nei quattro angoli del mondo.
Se amate gli action thriller insomma è difficile che non conosciate Lee Child e la sua serie, specie ancor più da quando Tom Cruise ha portato ben due episodi, La prova decisiva e Punto di non ritorno, sullo schermo. E non sembra intenzionato a smettere.
Questa volta assistiamo a un ritorno al passato, torniamo infatti al tempo in cui Jack Reacher era nell’esercito, per l’esattezza era un maggiore della polizia militare alle prese con l’incubo degli incubi di ogni responsabile della sicurezza (sano di mente).
Il romanzo si intitola Non sfidarmi (Night School 2016) ed è sempre tradotto dalla veterana delle traduzioni della serie, la bravissima Adria Tissoni.
Dunque andiamo con ordine. Jack Reacher di ritorno da una missione all’estero, di routine ma che ha portato a termine brillantemente, riceve una medaglia e un invito piuttosto bizzarro: tornare sui banchi di scuola. Corsi di aggiornamento si chiamano, dai nomi abbastanza folcloristici, dai quali sembra che anche il nostro non possa sfuggire. E in effetti si trova davvero in un aula di scuola con un tizio dell’ FBI e uno della CIA, anche loro studenti piuttosto perplessi, anche loro di ritorno da missioni di successo.
Nel giro di poco però tutti capiscono che è solo una copertura, perchè in realtà sono stati scelti come membri di una task force antiterroristica per sventare qualcosa che sembra mettere a repentaglio le sorti del mondo. Letteralmente.
Dire altro sulla trama in sé sarebbe criminale, sta di fatto che la storia scorre su binari ben oliati, fino all’ inevitabile lieto fine che vedrà il nostro eroe prevalere in una vicenda che dire poco è dire che è disperata.
Forse più spy-story da post guerra fredda, che thriller investigativo con vittima e assassino, ma tutto si gioca su una caccia all’ uomo in una Germania piena di rigurgiti xenofobi e neo nazisti. I colpi di scena non mancano, pure l’ossatura investigativa se vogliamo, inoltre Jack Reacher si guadagna pure una parentesi rosa con una bella bionda, ma l’importante è che per buona parte del libro siamo al buio, e le ipotesi che si susseguono nelle nostre teste sono le più fantasiose. Poi quando scopriamo quale è l’ oggetto del contendere, inizia una carambola di colpi di scena che scoppiano in serie come fuochi d’artificio.
Lee Child non delude, come dicevo all’inizio. La cronaca gli dà nuova linfa per le sue avventure, e di materiale incandescente in giro per il mondo ce ne è parecchio, quando si ha la facilità di imbastire storie, che ha lui. La penna è fluente e tutti i meccanismi combaciano come ingranaggi di un orologio di precisione. Più quel giusto mix di eroismo e cattiveria, che rende il personaggio di Jack Reacher diverso dai suoi consimili. Insomma Jack Reacher è un duro, non esita a menare le mani, dire battute taglienti se non offensive, uccidere se è il caso, e anche se molto spesso agisce per buone cause, ma in alcuni casi le sue azioni non lo fanno proprio brillare come il classico eroe della porta accanto.
Da inglese trapiantato in America, Lee Child si è integrato benissimo, e a volte sembra più realista del re, non tralasciando alcune osservazioni da straniero sul modo di agire americano piuttosto critiche. Ma il patriottismo anche se amaro con cui riveste le scelte del suo Jack Reacher non portano mai a scelte di posizione. Jack Reacher lotta pro domo sua. Accetta le regole, fino a che non mollerà tutto per fare a modo suo, fuori dai vincoli della disciplina e dell’ esercito.
Jack Reacher è e resta un cane sciolto. Privo di legami e di vincoli. Non prova piacere nel recare danno ai suoi nemici, ma neanche eccessivo rimpianto. Se deve uccidere uccide e noi non siamo sua madre per chiedergli come si sente dopo.
Alla prossima.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dal 1977 lavora come autore televisivo, ma nel 1996 perde il lavoro presso una società di produzione televisiva e decide di dedicarsi alla letteratura. Il suo primo romanzo, Zona pericolosa, vince l’Anthony Award per la miglior opera prima; il suo secondo romanzo, Destinazione Inferno, vince il W.H. Smith Thumping Good Read Award.
Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti. Vive tuttora a New York City.
I suoi romanzi hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex ufficiale della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita di vagabondaggi attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Duro come pochi e dotato di un innato senso di giustizia, Reacher si presenta come un cavaliere solitario di altri tempi, che pur non cercando guai è sempre pronto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Il più bel libro di Georges Simenon

4 settembre 2018

Simenon

Decidere quale è il libro più bello scritto da Georges Simenon è diciamolo un’ impresa quasi impossibile. Sarà quindi l’occasione per citare i suoi libri più famosi, che più ci sono rimasti nel cuore. Innanzitutto Georges Simenon era belga e non francese, sembra incredibile ma c’è ancora gente che non lo sa. Che fosse un genio è risaputo, come è nota la sua quasi inumana velocità di scrittura: sapeva ideare una storia e scriverla, magari seduto al tavolino del suo caffè preferito, davvero in pochissimo tempo. Le leggende su questo punto si sprecano. Pure che fosse prolifico non è un mistero, il numero delle sue opere tra i romanzi e i racconti è spropositato. Adorava fumare la pipa, come Maigret il suo personaggio feticcio, e quasi in ogni foto che lo ritrae lo si vede con una pipa in mano. Dunque torniamo a noi: quale è il suo libro più bello? Potete citare nei commenti sia libri con Maigret protagonista che quelli senza. A voi lettori di Liberi l’ardua decisione.

Il più bel libro di Georges Simenon è:

Il porto delle nebbie

La neve era sporca

L’uomo che guardava passare i treni

Graduatoria

Il Presidente +

Una trappola di Maigret +

L’orologiaio di Everton +

Cargo +

Il piccolo libraio di Archangelsk +

Il porto delle nebbie + +

La neve era sporca + +

L’uomo che guardava passare i treni + +

:: WILDWITCH 3. La vendetta di Kimera, Lene Kaaberbøl (Gallucci, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

4 settembre 2018

La vendetta di Kimera

Lene Kaaberbøl torna finalmente in libreria con l’attesissimo Wildwitch 3. La vendetta di Kimera, terzo volume della magica saga.
Dopo aver sconfitto la perfida Kimera nel precedente episodio (Wildwitch 2. Il sangue di Viridiana), Clara, protagonista e strega selvatica in erba, torna a scuola con il suo amico Oscar e la sua vita quotidiana ricomincia. Tutto procede normalmente fino a quando la ragazza sogna ad occhi aperti di essere un uccellino e di morire in un punto senza vita di un bosco freddo e oscuro. Al risveglio il sogno resta vivido nel cuore di Clara e la piccola strega non riesce più a scindere tra realtà e immaginazione. Episodi del genere continuano a tormentarla e peggiorano al punto tale da spingere la giovane a contattare la zia Isa, wildwitch come lei. Un’entità malvagia è in agguato e, affamata di Vita, si nutre di quella degli animali e della natura. Spetta a Clara sconfiggerla e trovare in sé stessa tutto il coraggio possibile per salvare il suo amico Gatto e le altre creature la cui sopravvivenza è seriamente a rischio.
Nonostante il ruolo di primo piano della giovane strega, la vera protagonista di questo volume è, come il titolo suggerisce, Kimera, la perfida e mostruosa donna-uccello.

Non mi era mai passato per la mente che Kimera avesse una madre e un padre e avesse avuto un’infanzia come tutti. Sì, insomma, la prima volta che l’avevo vista aveva un paio di ali gigantesche ed era ricoperta di penne. Era quasi più facile immaginare che fosse nata uscendo da un uovo.

Lene Kaaberbøl dedica intense pagine alla storia dell’antagonista di Clara. Perché Kimera è così cattiva? Quando ha deciso di iniziare a usare in modo sbagliato i suoi poteri di strega selvatica? Qual era la sua vita prima di diventare un mostro? Il ritratto di Kimera è dettagliato, spesso commovente, a volte crudo e duro. Non puoi sconfiggerlo prima di averlo trovato. E non puoi trovarlo prima di conoscerlo. Clara deve conoscere il suo nemico per poterlo annientare e soprattutto deve imparare a comprenderlo per poterlo addirittura salvare. L’autrice danese in modo dolce e risoluto riesce a creare compassione nel cuore del lettore e in quello di Clara, una compassione che, però, non giustifica il male perché le cattive azioni di Kimera non possono essere cancellate. Il viaggio nel passato di Kimera e il cammino interiore di Clara procedono parallelamente e passo dopo passo il personaggio cresce moltissimo. Infatti, proprio nello sforzo di conoscere il suo nemico finalmente Clara abbraccia la sua natura di wildwitch e inizia a prendere coscienza delle sue capacità e della sua forza d’animo.
Wildwitch 3. La vendetta di Kimera è un romanzo avvincente, profondo e sensibile. La penna di Lene Kaaberbøl davvero non delude in quello che senza dubbio è il più bello degli episodi di questa magica saga di successo.

Traduzione di Eva Kampmann.

Lene Kaaberbøl (Copenaghen, 1960) è un’autrice danese assai nota in tutto il nord Europa. Da quando ha cominciato a scrivere, all’età di 15 anni, ha pubblicato una trentina di libri, soprattuto per bambini e ragazzi. Di recente è stata candidata per due prestigiosi riconoscimenti: lo Hans Christian Andersen Award e l’Astrid Lindgren Memorial Award. La fortunata serie di Wildwitch ha già riscosso grande successo in Germania, Francia, Inghilterra e Russia. I due episodi precedenti La prova del fuoco e Il sangue di Viridiana sono stati pubblicati in Italia da Gallucci.

Source: Copia consegnata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’amicizia di Paolo Carnevali

3 settembre 2018

kafka

La strada offre profili che guardano al mare. I pensieri si rincorrono. Un filo di terra e poi l’azzurro, punteggiato di schiuma bianca. Stamani è grosso e pieno il mare, sembra assaltare la strada, bello nel suo ondeggiare e trafitto da una forte pioggia. Sento il salmastro salire nell’aria, come quando al mattino ascolto la mia solitudine, corro sulla spiaggia e si restringe l’essenziale da dire, e i ricordi riempiono le immagini. Una amicizia è un grande dono: il gioco delle affinità, delle complicità.

Ricordo che restai colpito dai modi semplici, decisi e pratici da crocerossina, poi compresi un lato fragile che reclamava dolcezza. Eravamo soli e avvolti da ombre nei corridoi dell’ospedale, l’amicizia ha un’anima sola e guarda nella stessa direzione. Eri confusa, succede nella fragilità del desiderio. Rammento le parole sull’amicizia scritte sulla cartolina che acquistammo in quel caldo pomeriggio di agosto: mi era stata data in dono una presenza amica….

Lo pensammo anche quella sera a Lourdes ,seduti uno accanto all’altra sulla panchina. La grotta illuminata e il Gave che scorreva come i nostri pensieri. Camminavo sulle tue ombre e il nostro cuore batteva tra felicità e dolore. Ti guardavo negli occhi, sperando che tu vedessi nella stessa direzione. Ero chiuso in te e non potevo immaginare quel tipo di sentimento. Amavo pensare che le nostre anime avrebbero trovato la stessa intimità delle frasi. La vita è il risultato di assurde concatenazioni che donano gioia e dolore. Era piacevole il contatto della tua mano, avvolgeva come la nebbia.

Osservo il mare spumoso in lotta con la forza degli elementi, ripenso a Franz Kafka, al suo mostrarsi nudo a Milena Jesenskà, ai loro incontri. Resto in silenzio, cerco le parole, nascondo i pensieri in una nuvola di fumo grigio-azzurro che sale nell’aria. La pioggia si dirada e iniziano a delinearsi le tinte e le ombre. Danzano gli aquiloni sul vento e la strada corre.

Paolo Carnevali  nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redige “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Cafè of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli (1984) dal cui testo è stato adattata una piecè teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce (1987) recensita sul “Manifesto”(1988) e sul “Corriere Adriatico”(1990). Presente in riviste e blog letterari.

:: Mi manca il Novecento – Le parole giuste di uno scrittore di nome Cassola a cura di Nicola Vacca

3 settembre 2018

Carlo Cassola

Carlo Cassola è stato un grande inventore di trame. Nei suoi romanzi indagò l’essenza vera della vita senza mai rinunciare a una semplicità che infastidì non poco i censori ideologici del Gruppo ’63. Lo scrittore fu messo al bando, demonizzato e paragonato con disprezzo a Liala. La semplicità della sua narrativa fu degradata al romanzetto da quell’avanguardia che credeva nello stretto legame tra la letteratura e l’ideologia.
Cassola romanziere non nascose mai le sue idee in merito. Per l’autore de La ragazza di Bube il nemico cui opporsi, sul fronte politico e letterario, è l’ideologia che gli altri indossano come un abito preconfezionato.Questo modo di pensare, per Cassola, allontana la politica e la letteratura dalla realtà.
La scrittura letteraria viene prima di tutto e deve spiegare la vita e i sentimenti che la compongono. Si capisce bene come ai cosiddetti scrittori impegnati dell’avanguardia il caso Cassola rappresentò un ostacolo pericoloso da neutralizzare.

«Capisco bene – annota lo scrittore – di aver deluso molta gente. Nel ’44 ho tradito i “vecchi compagni”, che si aspettavano che io diventassi comunista, quando ho scritto Il soldato ho deluso quelli che mi consideravano uno scrittore impegnato, e col Cuore arido ho deluso i molti ingenui ed entusiasti lettori de La ragazza di Bube. E questo è solo un sommario elenco dei molti tradimenti da me perpetrati. Ma in coscienza non posso dire di esserne pentito. Erano tradimenti necessari, se non volevo tradire me stesso».

Le parole giuste di uno scrittore che obbediva esclusivamente a se stesso e alla propria etica finirono per contrariare gli intellettuali della cultura dominante che invece avevano i loro padroni da servire. Sanguineti, Eco e tutti gli altri conformisti politicamente orientati non perdonarono mai al ribelle Cassola la vocazione alla libertà di giudizio, non omologata a un sistema culturale ideologizzato.
Di questo grande scrittore, lontano dall’ufficialità del potere, resta la grande lezione di coerenza e di stile di narratore puro rimasto sempre fedele a proprio DNA. Con una semplicità disarmante, nei suoi romanzi, Cassola è stato unico nel raccontare l’impegno intimista dell’esistenza. Nelle sue storie egli mette in risalto l’importanza dei sentimenti e dell’amore.

«E in Cassola – scrive Alba Andreini – i sentimenti tanto incriminati ma per lui non anacronistici né arcaizzanti sono presenti- sia pure in modo ellittico e soprattutto con il lato delusivo della frustrazione: non svolti in chiave di psicologia per divieto della poetica esistenziale, ma espressi con la medesima compostezza dolente che aveva già forma virile e controllata al dolore».

Rileggere Paura e tristezza, La ragazza di Bube, Un cuore arido, dopo la sconfitta dell’egemonia della cultura ufficiale benpensante che non ha saputo andare oltre gli steccati dell’ideologia, rende giustizia a un grande autore che ha fatto della scrittura l’unica ragione per spiegare gli enigmi che si nascondono dietro il flusso dell’esistenza.
Immune da degenerazioni patetiche, Cassola trova il suo stile riconoscibile nelle aperture pesaggistiche. Nei paesaggi toscani si percepisce tutto il bene della vita. Le descrizioni dei personaggi e dei paesaggi hanno una ricchezza particolare che vedono una partecipazione dell’autore alla condizione umana. Nelle trame dei suoi romanzi l’amore lirico è il legame, il fondamento invisibile, che fa del tempo il grande protagonista della narrazione.Si può benissimo pensare a Carlo Cassola come al portavoce di una vicenda generazionale. Franco Fortini celebra in Cassola la stella polare dell’autointerrogazione.
È sufficiente ripercorrere le trame dei romanzi di Cassola per apprezzare quel dualismo storia-natura in cui si enuncia l’idea profetica del superamento dell’esperienza dell’impegno:

«Quando il mondo sta per finire, non c’è più tempo di pensare alla letteratura. Alla politica sono fermamente intenzionato a dedicare questo scampolo di vita che mi resta. Pure non rinnego la letteratura. Mi nacque dalla stessa radice da cui mi nasce l’impegno politico. L’amore per la vita».

Cassola fu un uomo libero che non si piegò mai al conformismo della cultura dominante. Anche quando egli mette sul banco degli accusati l’editoria e il sistema culturale non abbandona mai quel parlare diretto e semplice con il quale era solito narrare le sue avventure esistenziali.
Cassola è stato uno scrittore che, nella fedeltà al suo stile, ha sempre rivendicato un’appartenenza naturale a una memoria che non poteva mai essere tradita, ma sempre onorata con la limpidezza di un raccontare vero.
I romanzi di Cassola non sono né ideologici e né realisti. Nelle sue narrazioni la storia non è importante in senso assoluto, ma diventa maestra di vita quando si rivolge e coinvolge i destini singoli. Egli è uno scrittore che scrive solo di quello che conosce, non si nasconde mai dietro le idee ma le rappresenta con una straordinaria onestà intellettuale: la scrittura di Carlo Cassola è legata alla vita anche quando affronta i temi dell’impegno della sua generazione e definisce i fascismo una pesante umiliazione e la Resistenza una condizione tra esaltazione e depressione.
Cassola nel romanzo Fausto e Anna racconta la Resistenza come fu veramente, liberandola dalle scorie dell’ideologia, dalla retorica e dai trionfalismi dell’autocelebrazione. Dopo l’uscita del libro lo scrittore fu attaccato dalla sinistra che lo accusò di voler diffamare e insultare la lotta partigiana. Cassola era di idee libertarie e socialiste e sempre si schierò contro le ortodossie e le violenza di ogni forma di ideologia.
Mario Luzi ha scritto che l’opera di Cassola esige molta intelligenza. Cassola, per il poeta fiorentino, è uno degli scrittori più difficili che ci siano. È stato accusato di facilità, e questo dimostra appunto l’ottusità di chi ha pronunziato questo giudizio.
La verità è un’altra. A Carlo Cassola non è stata mai perdonata la sua onestà intellettuale, l’innocenza con cui l’ha perseguita.
In un’intervista del 1964 in cui, riferendosi all’amico Cancogni rifiutato e boicottato dall’establishment letterario, Cassola afferma che

«il potere letterario lo si esercita attraverso il controllo delle case editrici, delle riviste e dei premi»

Cassola, al contrario, era convinto che o si scrive per la gente o si scrive per il mondo.
L’establishment, che aveva in mano le grandi case editrici, non ha mai tollerato le opinioni scomode dello scrittore toscano, uomo libero e irregolare che rifiutò le etichette ideologiche. Molte cose non hanno perdonato a Cassola i suoi detrattori, di ieri e di oggi.
Lo scrittore, secondo il loro punto di vista, è colpevole di aver fornito con Fausto e Anna e con La ragazza di Bube un’immagine non retorica e non convenzionale della Resistenza.
Non gli hanno mai perdonato di essersi allontanato, dopo le speranze accese con Il taglio del bosco, dal credo del vangelo neorealista.
Cassola, inoltre, è stato accusato di aver indugiato nelle piccole cose antieroiche della vita di provincia e nelle pieghe di una dolente aspirazione alla felicità.
Negli ultimi anni di vita, Carlo Cassola si impegnò in una battaglia pacifista ed ecologista che sapeva più di anarchismo che di marxismo. Anche per questo fu attaccato violentemente.
Nei suoi libri, nei suoi articoli, nei suoi saggi continuò con coerenza a sostenere il suo libero pensiero: a cercare la catena di un padrone, anziché obbedire a se stessi e alla propria etica, si finisce male.