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:: Mi manca il Novecento – Turoldo, testimone del suo tempo a cura di Nicola Vacca

15 Maggio 2018

David Maria Turoldo

David Maria Turoldo da uomo di chiesa e da poeta è stato un disturbatore di coscienze. Nato nel 1916 e ordinato sacerdote nel 1940, Turoldo esordì come poeta nel 1948 con la raccolta Io non ho mani.
Già dall’inizio per lui la poesia è stata una forma di preghiera e soprattutto di resistenza e la parola uno strumento da opporre contro tutti i poteri e i potenti della terra.

«La mia contestazione è assolutamente religiosa. Un cristiano deve mettersi fuori dal sistema. Io devo essere “nel sistema”, ma non devo essere “del sistema”. Per questo i cristiani, se “veri” cristiani e cioè in misura della loro autentica fede, sono realmente pericolosi».

Questo afferma Turoldo con la sua radicalità evangelica sempre attenta a denunciare le ingiustizie del legno storto dell’umanità.
La sua poesia, sempre schietta e autentica, ha sempre trattato i temi del mistero dell’essere, della vita e della morte.
Carlo Bo scriveva di lui:

«Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”; e lui per decenni attuò inconsciamente con il suo canto lirico, un motto della tradizione ebraica mistica, che invitava il fedele a “un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno».

Nella sua immanenza di cristiano, David Maria Turoldo era convinto che in ogni discorso Dio non fosse la risposta ma la domanda.
Turoldo è stato un poeta religioso che è riuscito ad andare oltre la religione e in tutta la sua poesia non ha mai smesso di mettere al centro del suo discorso il tema, che è soprattutto un dilemma, della «lotta con l’angelo» non avendo paura di affrontare e rincorrere il dramma del Dio che ci sfugge.
In questa caccia a Dio, la sua poesia si è persa e ritrovata nei labirinti dello spirito come una voce alta e coraggiosa in grado di azzardare un canto fuori dalle gabbie tiranniche della ragione.

«Di questo Dio inseguito – scrive Luigi Santucci – come unica preda Turoldo si trova ad essere invece, nel concreto di tutti giorni, selvaggina e ostaggio»

Da questa urgenza nasce la sua poesia dell’umanità che si fonda sul pilastro della fede in Dio e nella fiducia dell’uomo.
Una poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
Il testimone inquieto del suo tempo che pur non ponendosi fuori dallo sguardo di Dio non si stanca mai di porgli la domanda sul «suo impenetrabile silenzio».
«Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini», così Carlo Maria Martini amava definire David Maria Turoldo.
La coscienza critica di uomo di fede e di poesia è ancora un faro per questi tempi bui in cui sembra essere tornata ad alzare quella mentalità ottusa, secolarizzata e confessionale che lui ha sempre combattuto.

:: Francesco Dezio racconta “La gente per bene”: cronache di un disoccupato quarantenne del terzo millennio a cura di Pierpaolo Riganti

14 Maggio 2018

la gente per beneCamminiamo io e me stesso su un tapis roulant e la città finta ci scorre davanti, l’attraversiamo rimanendo sempre nello stesso punto. Cambia lo scenario, che continua a svolgersi davanti a noi mentre, con una costanza stoica, allunghiamo le nostre gambe sul nastro di gomma. Passeggiamo e riflettiamo, artificialmente scontornati in questo surrogato di realtà.” (pag. 187).

È la freddezza siderale di un’allucinazione il timbro dell’ultimo romanzo di Francesco Dezio (La gente per bene, TerraRossa edizioni, marzo 2018), pugliese di Altamura, che per la terza volta si cimenta nella narrativa sociale impegnata dopo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004, ora ripubblicato da TerraRossa edizioni) e Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo 2014). Questa volta l’autore prova ad affrontare un tema tabù: la disoccupazione cronica, lo scippo programmato di qualsiasi possibilità di immaginare un futuro (se non come incubo), l’inerzia motoria, la solitudine che accompagna il protagonista al fantasma di se stesso. Tutto questo in un tessuto sociale claustrofobico ed incancrenito dalle metastasi delle collusioni tra imprenditoria e malaffare, della corruzione, dello sviluppo selvaggio e accelerato ma osteoporotico (non appena si incespichi nei mali globali della crisi e del dilagare dei Cinesi), della speculazione edilizia che metamorfizza i paesaggi rurali del Sud fino a renderli, appunto, allucinazioni irriconoscibili.
Un tema letterariamente sfidante, come non è mai stato trattato in Italia: esso va oltre la narrativa operaistica degli anni Zero, inaugurata dallo stesso Dezio con Nicola Rubino (cui seguirono, solo per citarne alcuni, Emanuele Tonon, Il nemico, Isbn 2009; Massimiliano Santarossa con Viaggio nella notte, Hacca 2013; Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013); e va oltre la stessa “letteratura precaria”, che ha trovato l’ultimo e più compiuto sigillo in Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi 2016.
La disoccupazione, con l’incapacità di acquisto e l’isolamento sociale, paralizza ogni possibilità di sviluppo narrativo: “… te ne stai in camera ma ruoti su te stesso sulla sedia, magari così catturi il vento del cambiamento e voli via… non ti sei neppure accorto che le rotelline della sedia su cui stai seduto stanno incidendo il pavimento a forza di ruotare. Pure tu stai scavando, per vedere la luce in fondo al tunnel. Cammini in tondo per la stanza come i matti. Ascolti le pareti in cerca di risposte.” (pag. 190). Al protagonista, scollato da sé, in un mondo che non riconosce più come suo (perché di fatto ne è stato espulso, non partecipando alla dialettica sfruttamento – produzione), non resta altro da fare che aggirarsi per la città con sguardo sbigottito eppure lucido: ex disegnatore meccanico ed ex grafico, può tenere allenata la sua professionalità soltanto osservando interi quartieri cresciuti come funghi senza nessuna razionalità urbanistica e geometrica, rimasti deserti perché invenduti: “Ci erano venuti ad abitare i salottari, chi lavorava nei divanifici e aveva potuto mettere soldi da parte per la dépendance, el buen retiro, in grado di riscattare quelle vite ordinarie in un sogno di riuscita sociale (…). Torno a guardare le palazzine, tutte identiche, a linea retta disegnate in AutoCAD, color grigio cemento e beige (…) innalzate sulla base dello stesso progetto, moltiplicate come in un gioco di specchi…” (pag. 178).
Oppure non gli resta che ascoltare gli sfoghi logorroici di altri individui malridotti come lui, spesso rappresentati senza alcuna solidarietà ed empatia come canaglieschi, qualunquisti, ipocriti, o al contrario come intransigenti idealisti di retroguardia, anche attraverso l’uso del dialetto come mezzo di caratterizzazione psicologica e sociale: “La flessibilità l’hanno inventata loro, altro che i cinesi. La conosci la v’rzell? … È una sottile lamina d’acciaio, come le linguine… le tagliatelle, la pasta che si mangia, con la differenza che la v’rzell la puoi piegare a tuo piacimento e non si spezza. Così ti vogliono, flessb’l’ com’ alla v’rzell.” (pag. 168).
O, al più, può fantasticare sulla vita di altri, immaginarsi di essere Un Altro. Ecco dunque che, nell’impossibilità di raccontare una sua storia, l’io narrante rinuncia all’autofiction e racconta la vita dell’Imprenditore Manucci, il re dei divani: è qui che questo romanzo dalla struttura polimorfica ritrova un ritmo forsennatamente veloce e raggiunge il suo culmine di sperimentazione stilistica, con apici esilaranti di deformazione comica (pag. 146: “ L’Italia era appena uscita dalla fame nera e si piazzava davanti agli schermi dei televisori. Lui trovava di cattivo gusto quegli speciali in bianco e nero sui meridionali che sporgendosi dal finestrino del treno in partenza per il Nord davano baci volanti a moglie e morra di figli al seguito, pronti a pulire le deiezioni del Paese Sviluppato. O di certe selvagge che si rotolavano a terra a ritmo di tamburello (…). Manucci non voleva e non poteva essere per tutta la vita un dipendente, no, lui doveva mettersi a conto proprio…”).
Infine, al protagonista non resta che chiudersi in uno spazio domestico imploso su se stesso, in un contesto familiare tutt’altro che idillico e protettivo, dove i rapporti filiali sono usurati dalla fatica di tirare a campare; ed ecco che la casa si contrae: dallo spazio-finestra dove si può osservare un mondo periferico che ancora si muove, sia pure negli ultimi spasmi (pag. 127:“i vetri della finestra del soggiorno tremano per lo spostamento d’aria prodotto dai TIR che percorrono la provinciale che porta a Corato. La strada attraversa questo quartiere di case popolari, dove c’è sempre qualche pregiudicato agli arresti domiciliari affacciato ad impartire ordini. Dirimpetto c’è il più grande centro edile forse di tutta la Puglia (…). Gli occhi di mio fratello, che di tanto in tanto si sporge dal balcone della cucina, vagano annoiati sul mercato rionale che c’è qui sotto…”), si passa alla cucina, dove si consuma un pranzo a base di rimbrotti e rancori reciproci tra padri e figli, poi alla cameretta, davanti al monitor del computer, quasi sempre sui siti cercalavoro a inviare inutili curricola, fino al letto che assomiglia ad un cataletto funebre.
Un romanzo, dunque, che ininterrottamente si apre, in una forma ibrida, al reportage narrativo, alla satira, alla letteratura no fiction (la storia del nonno, soldato, emigrante e poi di nuovo agricoltore nel secondo dopoguerra; le sempre più saltuarie esperienze lavorative in aziende piccole e fragili negli anni Duemila…) ed imbastisce così un’originale storia dell’industrializzazione del Sud, che smarca l’autore da qualsiasi debito letterario nei confronti degli autori su citati (e di altri ancora), in un’Italia spezzata in due (ne è stata l’ennesima conferma la divaricazione tra Nord e Sud del Paese nel voto del 4 marzo) e che continua a mostrare di avere due narrazioni.

Source: libro del recensore.

:: Il suono della vita di Hans- Josef Ortheil (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2018

1Il suono della vita” di Hans- Josef Ortheil mi ha ricordato un partitura musicale con una melodia in crescendo. Il romanzo, edito da Keller, è la storia di una rinascita vissuta dal protagonista. Johannes adulto narra la sua esistenza trascinandoci in un vortice di eventi, rumori, suoni e vibrazioni che evidenziano come sia possibile superare l’incomunicabilità. Johannes bambino non parla. Il suo non dire parola non è determinato dal fatto che sia muto o affetto da qualche disturbo. Il motivo è che il piccolo è cresciuto con una madre che ha volontariamente smesso di parlare. Causa di tale shock per la donna, la morte dei figli (il protagonista è l’unico sopravvissuto) durante e dopo il Secondo Conflitto Mondiale. La madre non parla, il dolore l’ha portata a rifugiarsi nella lettura e a comunicare scrivendo biglietti che il marito (geodeta di professione) legge ogni volta che torna dal lavoro. Poi, un giorno, nella loro casa arriva un pianoforte e questo non solo smuoverà qualcosa nell’animo della madre, ma stuzzicherà la curiosità del piccolo Johannes. Il padre intuisce questo elemento e architetterà un piano per aiutare il figlio a scoprire la parola e la musica. Il piccolo protagonista affronta il suo cammino di formazione vocale non a Colonia, ma nel villaggio campestre dove il padre è nato e da questo momento per lui sarà una vera e propria meravigliosa scoperta del mondo. Il contatto diretto con la natura, lo studio della musica, il viaggiare tra Colonia e Roma e il cimentarsi con la scrittura sono gli strumenti che permetteranno a Johannes di diventare un giovane uomo e di prendere coscienza di sé e del proprio vissuto. “Il suono della vita” è un romanzo di formazione nel quale il protagonista affronta snodi cruciali nella e per la sua vita. Johannes ha un rapporto molto intenso con la madre. Non importa che loro due non parlino, ma sono i gesti a sottolineare l’intensità del legame madre-figlio, un qualcosa di perenne e indissolubile. Dal punto di vista del padre, l’uomo riesce un po’, ma a fatica, ad accettare il mutismo della moglie, ma quello del figlio no. Non è sopportabile. Il geodeta farà tutto il possibile per far parlare il figlio e lo farà portandolo a contatto diretto con la natura, facendolo disegnare, scrivere e suonare. Johannes ha quindi nei genitori due perni saldi ma, allo stesso tempo, il suo tentare di vivere in società senza parlare troppo gli creerà problemi. Per cominciare il ragazzo sarà spesso la vittima prescelta dei suoi compagni di scuola – a volte anche dei docenti- che lo derideranno e che non comprenderanno mai le cause vere del suo mutismo. Per loro Johannes è il tipo strambo, il debole da sbeffeggiare e prendere di mira. Johannes un po’ si ribella, ma molte volte subisce e vede nella musica una sorta di salvezza, una luce in fondo al tunnel. Una mera illusione perché quando si renderà conto di non avere le qualità per diventare un grande musicista, la delusione per questa presa di coscienza lo farà soffrire molto. Allora comincerà a scrivere (proprio come faceva la madre) e il mettere parole su carta tra Colonia e Roma, permetterà a Johannes non solo di esorcizzare le paure, ma di mettersi a confronto con il suoi io e il suo vissuto personale. “Il suono della vita” di Ortheil è un viaggio nel vissuto di un uomo che fa degli affetti, delle parole e della musica gli strumenti per affrontare l’esistenza quotidiana. Quel vivere pieno di esperienza e di suoni, nel quale però non manca mai il silenzio, poiché esso è per Johannes lo strumento migliore per ampliare i sensi e percepire le note più intime dell’animo umano. Traduzione dal tedesco Scilla Forti.

Hanns-Josef Ortheil è nato a Colonia nel 1951. È scrittore, pianista e professore di scrittura creativa e giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim. Da molti anni è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura tedesca contemporanea. È stato insignito di numerosi premi per le sue opere, tra cui il Thomas-Mann-Preis, il Nicolas-Born-Preis, lo Stefan-Andres-Preis e l’Hannelore-Greve-Literaturpreis. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue.

Source richiesto all’editore.

:: La moglie innocente di Amy Lloyd (Newton Compton 2018) cura di Federica Belleri

2 Maggio 2018

La moglie innocente di Amy LloydCi si può innamorare alla follia di un assassino? È successo a Samantha, inglese, maestra. Dall’Inghilterra alla Florida insegue il sogno di conoscere Dennis, condannato per aver ucciso una bambina. Una condanna che i forum hanno sempre ritenuto superficiale, un’indagine seguita in modo frammentario. Centinaia di migliaia di persone sono al fianco di Dennis, che sta scontando la sua pena in un carcere di massima sicurezza. Migliaia di lettere ricevute, tra le quali quella di Samantha, ossessionata da lui e dalla sua storia. Aveva diciotto anni quando è stato processato, ora ne ha venti di più.
Inizia così la relazione fra Samantha e Dennis, amore insolito, separato dalle catene a polsi e caviglie e da un vetro di plexiglas. Un amore carico di imbarazzo e cresciuto lentamente. Samantha lascia per lui sua madre, il lavoro, il suo paese. La storia di Dennis diventa ora anche la storia di Samantha, i social si scatenano, l’opinione pubblica è divisa. Una produzione lo insegue per preparare una serie tv. Seguiranno interviste e la costruzione di un probabile romanzo autobiografico.
Che tipo di vita potrebbe fare con Samantha? Che strascico ha lasciato la sua condanna? Forse rancore, rabbia, amarezza. Forse accanimento ossessivo, infanzia trascurata e malata. Forse pochi slanci affettivi e lunghi silenzi che destano preoccupazione.
Samantha deve affrontare la sua nuova vita accanto a un uomo strano, inquietante, bellissimo ma inaccessibile.
La moglie innocente è un thriller che ruota attorno alle emozioni viscerali dei protagonisti, alle loro debolezze e a segreti orribili. È una storia di amicizia e di continuo abbandono. Ogni personaggio è colpevole. Tutti, allo stesso modo, possono dirsi innocenti.
Le origini del male sono pericolose, anche quando non si vuole ferire nessuno.
Consigliato. Buona lettura.

Amy Lloyd ha appena superato i trent’anni e vive a Cardiff. Ha esordito come scrittrice con La moglie innocente, romanzo vincitore nel 2016 del premio First Novel Competition del «Daily Mail» e di Penguin Random House: i diritti di traduzione sono stati venduti in 17 Paesi.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

:: Direttamente dalla Trecani di Max De Max (L’ Argolibro editori 2018) a cura di Nicola Vacca

2 Maggio 2018

1Ci vuole molta ironia, e soprattutto molta autoironia, per sopravvivere in questo nostro mondo popolato da individui massa o da una massa di individui che non provano nessuna vergogna quando parlano a vanvera, credendo con presunzione di esibire un italiano decente.
Ne ha molta e di altissimo livello Vincenzo Bucchieri (in arte Max De Max) che nel suo libro Direttamente dalla Trecani (L’Argolibro editore, per info: 339 5876415, http://www.largolibro.blogspot.it )) ha raccolto una serie di strafalcioni che uccidono ogni giorno la nostra amata lingua.
Tutto quello che leggerete in questo libro è stato detto da italioti che si sentono italiani, ma in realtà sono solo degli italioti che hanno la presunzione di sentirsi membri onorari dell’Accademia della Crusca.
Con leggerezza straordinaria l’autore ha raccolto in sezioni lo stupidario sgrammaticato italico così come lui le ha ascoltate passeggiando per le strade d’Italia e soprattutto di Roma.
Per esempio, dal capitolo “Le ingarbugliate”: «È come la Madonna. Compare e scompare!»; «Potessi perde la vista dell’occhi!»; «Camera Mortuale!».
Ma la situazione si fa seria quando nella prima parte dedicata a Le semplici si legge:«Connotati di vomito» o «Medicina Emeopatica» o «Ho votato per D’Alema e L’Uliveto».
Vincenzo Bucchieri è un astrofisico e questo piccolo e prezioso libro ci fa ridere e riflettere sulla decadenza della nostra lingua ai tempi dei tuttologi e dei social network. E lo fa usando l’arma dell’ironia, anche perché già sono in tanti a prendersi sul serio, soprattutto coloro che hanno la presunzione di parlare un italiano perfetto e poi quando aprono bocca non si rendono nemmeno conto che stanno facendo rivoltare nella tomba Tommaseo, Dante Alighieri e tutti i padri nobili della lingua italiana.
«Godibilissima la lettura di questa raccolta di Vincenzo Bucchieri. – scrive Francesco Sicilia nella prefazione- Il suo è stato un lavoro certosino, un “crescendo” che strappa al lettore una, dieci, cento risate».
Anche se dopo aver riso tanto, quello che resta è una profonda amarezza per la tragica fine che in questo Paese (che tra le altre cose non gode di ottima salute) ha fatto la lingua italiana.

:: Mi manca il Novecento – Majakovskij nell’esperienza di un secolo tragico a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2018

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Vittorio Strada, critico letterario, filologo e autorevole studioso della letteratura russa, si chiede giustamente che fare oggi della poesia di Vladimir Majakovskij, definito il «poeta della rivoluzione».
Una domanda tutt’altro che impertinente se si pensa che la poesia majakovskiana è colpevole di aver esaltato una rivoluzione criminosa.
Vittorio Strada dà una risposta che non si può non condividere: bisogna fare di Majakovskij non il poeta della rivoluzione, ma una vittima della rivoluzione, un giullare tragico del nuovo Potere. Non un poeta di corte della nuova tradizione bolscevica, ma un paradossale smascheratore dei miti rivoluzionari.
Questa è la giusta premessa per leggere e apprezzare oggi i versi del grande poeta russo che occupa un posto di rilievo nel panorama della poesia del Novecento.
Egli ha utilizzato i modelli espressivi delle avanguardie per realizzare una poesia che riscatta quanto di arbitrario o comunque di pura esperienza formalistica c’è nella letteratura.
Majakovskij è un avanguardista anomalo: la sua scrittura consiste nel superamento della ricerca formale fine a se stessa propria delle avanguardie europee.
Lo scrittore russo sceglie una poesia che morde la realtà e che trova la sua ragione di essere proprio nella corrispondenza con le esigenze della società russa.
Majakovskij è stato un poeta che è vissuto e si è suicidato avendo addosso l’ansia febbrile di testimoniare il proprio tempo.
Già dagli esordi futuristi del 1912, quando in Schiaffo al gusto del pubblico dichiara:

«A chi ci legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto. Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo. Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale. Il passato è angusto. L ‘accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc. ecc. Dalla nave del nostro tempo».

L’attività poetica di Majakovskij sarà sempre fedele a questa radicalità di pensiero. Ma bisogna assolutamente dire che la sua poesia sarà un monumento alla contraddizione nel momento in cui il dibattito politico – culturale provocato in Russia si riscalderà.
In tutti i modi e con le sue contraddizioni Vladimir Majakovskij è stato sempre con la sua poesia il volto del proprio tempo. Un tempo vissuto con assoluta modernità rispetto al contesto della stessa rivoluzione.
Questo atteggiamento gli procurò non pochi problemi. Nel 1923 Majakovskij fonda il Fronte di sinistra delle arti, presentandone il programma egli si scaglia apertamente contro chi alla poesia delle casette ha sostituito la poesia dei comitati di caseggiato.
L’intento è colpire il formalismo e la burocratizzazione della prassi rivoluzionaria e della vita culturale, politica e sociale che stavano annacquando e uccidendo gli ideali originari del bolscevismo.
Majakovskij con la sua poesia non smise mai di essere parte del suo tempo e non tradì mai la sua rivoluzione. Ma fu la rivoluzione a tradire lui.
Con l’avvento di Stalin avvertì una drammatica solitudine.
È il 1930 quando decide di farla finita con un colpo di pistola al cuore.

«Come leggere oggi Majakovskij? – scrive ancora Vittorio Strada – ognuno a proprio modo, naturalmente. Quello che qui si propone ha per sfondo non solo la tragedia e il suicidio del poeta, ma la tragedia e il suicidio della rivoluzione che egli volle sua, la catastrofe della sua patria e di tutta quella internazionale di cui egli, come i suoi compagni, si sentiva parte».

Ma soprattutto leggiamolo come una voce autentica che tocca e dissacra l’anima.
La sua poesia resta una scintilla che ancora accende le parole e provoca incendi nei cuori puri.

:: Giacomo Casanova – La sonata dei cuori infranti di Matteo Strukul (Mondadori 2018) a cura di Federica Belleri

29 aprile 2018

imagesDopo la saga dedicata ai Medici, torna in libreria Matteo Strukul, con un personaggio controverso e affascinante: Giacomo Casanova. Abile seduttore, fisico atletico e asciutto, sguardo infuocato. Spirito libero e intraprendente. Amato dal popolo e dalle donne, in grado di portare sofferenza e dolore, incapace di amare davvero …
Lo ritroviamo nella sua adorata Venezia, nel 1755. Una città che sta cambiando e difficile da governare. Il Doge è malato e c’è già chi cospira per prendere il suo posto. Il ritorno di Casanova crea scompiglio e grande preoccupazione, quell’uomo deve essere tenuto d’occhio. L’ideale sarebbe farlo sparire. Perché?
L’autore ci racconta il suo amato Veneto attraverso la bellezza dell’arte e della cultura. Gianbattista Tiepolo, pittore unico dal singolare modo di trattare i colori. Giovanni Battista Ponchini, Gianbattista Zelotti, Paolo Veronese. Carlo Goldoni, drammaturgo in grado di cogliere le mille sfumature dell’animo femminile. Benedetto Marcello, con le sue opere meravigliose. Questo e molto altro viene raccontato con passione, accanto al Consiglio dei Dieci e al precario equilibrio fra Austria e la Serenissima Repubblica di Venezia.
Giacomo Casanova riceve una proposta che non può rifiutare, una sfida che lo porterà a cambiare in modo radicale. Un’avventura pericolosa legata alle meraviglie dell’universo femminile, agli affari e al potere.
Cospirazione e inganno, sensualità, convenzioni sociali da rispettare. Erotismo malato, onore da proteggere. Intrighi e favori politici, follia e meditata vendetta. Disperazione e dolore infinito.
Questo romanzo è una reinterpretazione dell’uomo-personaggio Giacomo Casanova. Una figura in grado di non perdersi d’animo, incastrato dai suoi demoni ma determinato. È la storia di uomini e donne scaltri e senza morale, cattivi e profondamente egoisti. È freddezza spietata, mirata ad uccidere.
Venezia, Bolzano, Ungheria … un accenno alla Transilvania. Un viaggio nella storia fra il 1755 e il 1756. Un mix spregiudicato di emozioni, dal duello alla sublimazione dell’amore. Venezia viene descritta nella sua bellezza morbida e stanca, nelle sfumature della sua laguna, nella ricchezza dei palazzi. L’odore nero dei canali si sente a distanza, il fruscio degli abiti delle dame si percepisce camminando per le calli. Sciabole e candele, orgoglio e riscatto. La ricerca di un luogo sicuro per amarsi, il desiderio di fuggire.
Tutto è in trasformazione, tutti hanno diritto a una seconda possibilità. Anche Giacomo Casanova. Perché tutto passa per il sangue, anche l’amore.
Ottima scrittura e lettura, che vi consiglio.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Tra il 2016 e il 2017 ha pubblicato per Newton Compton Editori una tetralogia di romanzi storici dedicata alla famiglia fiorentina dei Medici, tradotta in molte lingue. Con il primo volume della serie, I Medici, una dinastia al potere, ha conquistato la vetta delle classifiche in tutto il mondo e vinto la sessantacinquesima edizione del Premio Bancarella. Giacomo Casanova è già stato venduto all’estero in diversi Paesi prima ancora della sua pubblicazione in Italia.

Source: acquisto personale

:: Il Salone del libro 2018 a cura di Elena Romanello

28 aprile 2018

Sal To 18

Dal 10 al 14 maggio torna al Lingotto di Torino, nei tre padiglioni ufficiali e nel cinque messo a disposizione da GL Events in attesa di una nuova sistemazione, il Salone del libro, il secondo dell’era La Gioia dopo il successo dell’anno scorso. Una kermesse che si annuncia ancora più ricca, con il ritorno dei grossi gruppi editoriali e pare spazi aggiunti sotto tecnostrutture per ospitare tutti.
La Francia è il Paese ospite quest’anno, nel cinquantesimo anniversario del Maggio parigino, con scrittori e scrittrici delle ultime generazioni, anche appartenenti ad altre etnie naturalizzate francesi: tra i nomi presenti sono da segnalare quelli di Jacques Attali, ex consigliere di Mitterand, di Joel Dicker, caso letterario grazie ai suoi thriller, del giornalista politico Olivier Guez, del filosofo Edgar Morin, della scrittice algerina parigina d’adozione Kaouther Adimi, dell’illustratrice Charlotte Gastault, dell’autore di graphic novel Fabien Toulmé.

Tanti ovviamente anche i nomi italiani, molti ospiti fissi del Salone ogni anno, come Roberto Saviano, Niccolò Ammaniti, Licia Troisi, Bernando Bertolucci, Luca Guadagnino, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Sandra Petrignani, Romana Petri, Alessandro d’Avenia, Eraldo Affinati, Daria Bignardi, Piero Angela, Matteo Strukul, Vito Mancuso, Vanni Santoni. Tra i nomi stranieri e non francesi che parteciperanno, ci sono il nuovo premio Pulitzer Andrew Sean Greer, il premio Nobel Herta Muller, la scrittrice irlandese Lisa McInerney, e Alicia Giménez-Bartlett, che presenta la nuova indagine di Petra Delgado.

Si parte il 9 con una serata alle OGR in cui vari ospiti si confronteranno sulle domande «Chi voglio essere?»; «Perché mi serve un nemico?»; «A chi appartiene il mondo?»; Dove mi portano spiritualità e scienza?»; «Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?».
Tanti i percorsi proposti, dalla narrativa per ragazzi al Bookstock Village a Solo Noi Stesse con i racconti sulle donne con tra le altre ricorrenze il duecentesimo anniversario di Frankenstein di Mary Shelley, Anime Arabe, il concorso Lingua Madre, Music ‘n Books su musica e libri, Il mondo a figure sulle graphic novel con come ospiti Igort e i nuovi Quaderni giapponesi e Angel de la Calle e i suoi ricordi della dittatura cilena in Ritratti di guerra.

A proposito di fumetti, Lucca Comics and Games inizia una collaborazione con il Salone del libro di Torino, presentando la manifestazione 2018 e curando un incontro in particolare su Assassin’s Creed, dove si parlerà di Egitto reale e fantastico con Christian Greco. La sezione sul fantastico, Mondi immaginari, sarà curata anche ques’anno da Loredana Lipperini, con in particolare una tavola rotonda sulle autrici, con gli interventi di Michela Murgia e un omaggio a Game of thrones con i doppiatori italiani Edoardo Stopacciaro, anche autore fantasy, e Daniele Giuliani.
Un programma quindi intenso, che non si limita al Lingotto ma interessa tutta Torino con il Salone Off: tutte le informazioni e gli incontri sono nel sito http://www.salonelibro.it

:: La ragazza che hai sposato di Alafair Burke (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 aprile 2018
La ragazza che hai sposato

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Libro assai intrigante ed avvincente è il romanzo scritto da Alafair Burke dal titolo “La ragazza che hai sposato” edito dalla Casa Editrice Piemme.
L’ autrice de “La ragazza che hai sposato”, statunitense di nascita, vanta nel suo ipotetico palmares best seller internazionali, quali “La ragazza nel parco” e “Una perfetta sconosciuta”.
In questa sua nuova fatica, la Burke pone al centro dell’intera questione un quesito che molto spesso noi creature fragili ci poniamo giorno dopo giorno:“quanto ci fa paura la verità?” Una domanda fondamentalmente angosciosa che ci pone davanti allo specchio spietato della nostra anima. E anche Angela, eroina di questo romanzo, è logorata dentro…non si sente né colpevole, né innocente…né vittima, né carnefice. Angela non è altro che umana, perfettamente attendibile e credibile!
Angela ha avuto una vita piena di dolori e di sfide sfiancanti e a causa del suo passato oscuro sogna una vita futura rassicurante, di certo non emozionante, ma votata alla più anonima routine.
Del resto non si è mai aspettata niente dalla vita neppure nel momento in cui è convolata a nozze con Jason Powell, un brillante docente di economia impiegato alla New York University. Eppure qualcosa era cambiata in lei quando ha dato alla luce il figlioletto, l’adorato Spencer…è come se un barlume di improvvisa felicità avesse colpito all’improvviso il suo arido e timido cuore di donna complicata.
Ma Angela, eroina moderna de “La ragazza che hai sposato”, non può di certo permettersi l’oneroso lusso di essere finalmente felice.
Infatti nella parte centrale di questa avvincente narrazione il marito viene accusato di essere esecutore materiale di una orribile e scellerata vicenda: lo stupro di una studentessa. E proprio a questo punto va da sé che qualunque equilibrio, di per sé già precario, è destinato inesorabilmente ad implodere.
Angela, a torto o a ragione, indossa l’abito stretto della vittima di un osceno tradimento che sicuramente va minando la sicurezza della sua stessa famiglia. Ma Angela capisce bene che proprio lei è l’ultima persona che può permettersi di giudicare gli altri. Dal momento che proprio lei, moglie tranquilla e perfetta…fino a risultare nauseante, nasconde dentro di sé un indicibile segreto che, con maestria e falsità, è riuscita a celare a quanti la circondavano creando così anni e anni di finta armonia conviviale.
Le costanti menzogne che la medesima protagonista ha ben confezionato per nascondere ai benpensanti la verità ultima vengono lentamente a galla accompagnando il lettore morbosamente curioso in un labirinto scandaloso. Un mondo parallelo fatto di sorprese amare! Sorprese inaudite come quelle relative alle molestie sessuali di Jason e quelle inerenti al lato oscuro di un’anima che era sempre apparsa fallacemente candida…
Perché leggere questo romanzo della Burke? Perché con un lavoro certosino la stessa autrice riesce a costruire intorno alla sua eronia un mondo a parte che ha la capacità di dimostrare quanto l’uomo sia ben lontano dal conoscere, ma anche dal solo immaginare, il vero.
Non deve perciò stupire come il collega Michael Connelly il famoso re del giallo sia grande estimatore della Burke, autrice che continua a sorprendere pubblico e critica con le sue vicende assai ricche di colpi di scena e di grande umanità.

Alafair Burke, autrice de La ragazza nel parco, bestseller pubblicato in Italia da Piemme, è un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi, sia crime che thriller psicologici, sono bestseller del New York Times, elogiati da autori come Michael Connelly e Dennis Lehane.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaiser di Marco Patrone (Arkadia Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 aprile 2018

1Il fatto che un lettore come me, del tutto estraneo a vicende calcistiche nonché impermeabile a qualunque mistica dello sport, ignorantissimo in materie sportive e agonistiche, abbia letto con passione e quasi in un’unica sessione questo romanzo la dice lunga sul suo valore o, più in generale, sulla capacità di Marco Patrone di rendere interessante la materia trattata.
Kaiser racconta l’incredibile storia di Carlos Enrique Raposo, calciatore brasiliano attivo fra la fine degli anni 70 e l’inizio dei 90. L’aggettivo “attivo” è però forse mal speso perché Raposo, soprannominato Kaiser per la somiglianza con Beckenbauer, non ha praticamente mai toccato un pallone (un solo goal nell’arco della carriera e non è un dato certo), riuscendo sempre a sfuggire allenamenti e, di fatto, restando in panchina mentre i compagni di squadra giocavano. Distorto, paradossale self made man, Kaiser deve la propria fortuna alla furbizia, alla faccia tosta e alla rete di amicizie che, per ragioni squisitamente extra sportive, è riuscito a crearsi. Patrone è capace di conferire al suo eroe una statura quasi wellesiana, seppure declinata secondo un’ottica canagliesca, assonante a certi ritratti da commedia all’italiana. Il richiamo a Welles viene spontaneo perché Kaiser si modella sull’archetipo narrativo di Quarto potere, quindi un giornalista che ricostruisce la vita / carriera di un personaggio esemplare. In questo caso il nostro referente è Marco, giovane cronista sportivo soprannominato Dosto (starebbe per Dostoevskij) per l’eccessiva preziosità verbale nell’esprimersi che riceve dal collega francese Francois l’imbeccata per occuparsi di Raposo. Stregato dalla sua vicenda non solo si mette sulle tracce dello sportivo ma in qualche modo, raccontandone (o meglio ancora evocandone) la storia, dà voce a una sorta di sociologia della truffa, un continuo, ostinato interrogarsi su menzogna e mistificazione che spostano Kaiser quasi verso i territori del romanzo-saggio. Anche qui c’è qualcosa di profondamente wellesiano: si veda la sardonica indagine di F for fake.
Kaiser è ripartito fra le voci di Dosto e quella del titolare del titolo in copertina. Da un lato la velocità, la precisione e la continua altalena di dubbi del giovane giornalista espresse da una lingua duttile e digressiva, dall’altro la ribalda assertività e l’umorismo deresponsabilizzante che caratterizzano l’oralità di Raposo. Alternate secondo un ordine fortemente idiosincratico e non manicheo, tra loro distinte ma sufficientemente consonanti da garantire coerenza e compattezza stilistica al libro, le due voci si saldano a creare un romanzo profondamente teorico. Infatti mentre Marco penetra sempre più a fondo nella vita di Kaiser diventa per lui impossibile non interrogarsi su modi e forme del racconto biografico, portando alla luce (o rigettando in un nuovo buio) anche una oscura storia sentimentale, vera e propria scatola nera del libro.

Marco Patrone si occupa di sviluppo di prodotti bancari, finanziari e assicurativi. Ha però una seconda vita, nella quale si fa chiamare Recensireilmondo e cura l’omonimo blog letterario, tra i più seguiti in Italia. Il suo romanzo d’esordio, Come in una ballata di Tom Petty, è uscito per Transeuropa nel 2015. Un suo racconto è compreso nella raccolta Monaco d’autore, pubblicata per Morellini Editore nel 2016. Il racconto L’estate del Pollo, uscito nel 2016 nella collana L’animale umano di Urban Apnea Editore, è stato finalista al Concorso Letterario Zeno.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Si ringrazia Tania Murenu dell’ Ufficio stampa.

:: L’ultimo di noi di Adélaïde de Clermont-Tonnerre (Sperling & Kupfer 2018) a cura di Marcello Caccialanza

26 aprile 2018

L'ultimo di noi“L’ultimo di noi “, romanzo scritto da Adelaide de Clermont-Tonnerre ed edito dalla Sperling & Kupfer, è una assai tenera storia che racconta con tono appassionato la parabola esistenziale di un bimbo, all’anagrafe Werner, che grazie alla sua caparbietà e alla sua stessa voglia di emergere riuscirà a diventare un imprenditore di successo.
Ammagliato dalla bellezza di Rebecca, giovane erede di una famiglia americana tra le più ricche del Paese, Werner se ne innamora perdutamente.
Ma quando il destino lo porta di fronte alla madre di lei, una tempesta si abbatte inesorabile sull’uomo: la donna infatti nel guardarlo negli occhi ne rimane profondamente sconvolta.
Per salvare dunque il suo amore il giovane dovrà affrontare a muso duro un viaggio a ritroso, in un passato squallido ed implacabile, che lo condurrà nel 1945 e più precisamente nella città tedesca di Dresda, dove una giovane donna sotto un marasma di bombe alleate partorirà un bimbo, gli darà un nome, Werner, e lo affiderà ad una famiglia di umili origini affinché ne faccia un uomo di saldi principi.
Un libro davvero emozionante che non può lasciarti indifferente, non solo un viaggio nella storia più buia d’Europa, ma una vera e propria presa di coscienza con la parte più intima e fragile di sé, insomma un profondo guardarsi nello specchio dell’anima per capire fino in fondo la propria identità facendo collimare una volta per tutte menzogna e verità.

Adélaïde de Clermont-Tonnerre, nata a Parigi, è giornalista e scrittrice. Con L’ultimo di noi ha vinto nel 2016 il Grand Prix du roman de l’Académie Française, uno dei più prestigiosi premi letterari francesi, conquistando la critica, le classifiche, i lettori.

Source: libro del recensore.

:: Mazinga nostalgia di Marco Pellitteri (Tunuè editore 2018) a cura di Elena Romanello

26 aprile 2018

MazingaA quasi vent’anni dalla prima pubblicazione, nell’ormai lontano 1999 per Castelvecchi, torna in libreria uno dei saggi fondamentali sulla cultura otaku nel nostro Paese e non solo, Mazinga nostalgia di Marco Pellitteri, in una nuova edizione espansa su due volumi per Tunué.
Con Mazinga nostalgia gli studi su manga, anime e cultura ad essi collegati fecero un salto di qualità, ad opera di un appassionato che era cresciuto con questo suo interesse e che lo fece diventare un lavoro, come hanno fatto in molti in quel periodo e in seguito fino ad oggi.
Del resto i fumetti e cartoni animati giapponesi sono un’espressione popolare ma molto interessante di una cultura millenaria, che ha saputo coniugare tradizioni e modernità estrema, riletture di generi con un’ottica diversa e nuovi percorsi di eroi, creando delle vere e proprie icone amate e legate ciascuna al proprio autore e autrice.
La nuova edizione di Mazinga nostalgia si lega infatti, a proposito di personaggi iconici, alle celebrazioni per i quarant’anni di Heidi e di Goldrake, i primi due anime che arrivarono nel nostro Paese in un momento non facile per l’Italia ma unico per l’immaginario, e che seppero appassionare, con due storie opposte, giovanissimi e non solo.
Nelle pagine dei due volumi Marco Pellitteri esamina l’immaginario animato nipponico, in tutte le sue sfumature e storie, mettendolo anche in relazione con quello occidentale, visto che ci sono punti di contatto tra il Corsaro nero creato da Emilio Salgari e il fantascientifico Capitan Harlock di Leiji Matsumoto, l’icona dei comics Superman e il robottone Jeeg di Go Nagai, i romanzi di formazione ottocenteschi con la bionda Candy Candy.
Mazinga nostalgia, a dispetto del titolo, non vuole fare solo leva su ricordi e rimpianti per un mondo che non esiste più, anche perché il fandom otaku è cresciuto e maturato nel nostro Paese e non solo, ispirando eventi, collane di libri, editoria, cultura. Dalle pagine dei due libri emerge quindi un’indagine a più livelli per raccontare un mondo fondamentale da ormai vari decenni per la comprensione della cultura otaku delle ultime generazioni.
Marco Pellitteri ricorda sia la varietà di contenuti, perché dire manga ed anime è dire troppo poco, che anche i fraintendimenti del considerare il tutto adatto ad un pubblico di bambini, cosa non vera, con le inevitabili censure e polemiche sulla violenza reale o presunta.
Un libro, anzi due libri interessanti per raccontare un mondo ancora in divenire ma già con un passato glorioso, per i nostalgici, per chi è cresciuto con gli anime e continua ad amarli, per chi ha avuto da loro ispirazione per studi e lavori, per chi è curioso, per chi è arrivato dopo e vuole sapere tutta o quasi la storia.

Marco Pellitteri (Palermo 1974) è sociologo dei media e dei processi culturali. Le sue ricerche vertono sulle sociologie del fumetto e del cinema d’animazione, sulle politiche e culture dell’emittenza e del consumo televisivi e sull’impatto delle industrie visuali giapponesi nei contesti europei. È Direttore scientifico in Tunué, autore di diversi libri tra cui: Il Drago e la Saetta. Modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese (Tunué, 2008) e Conoscere i videogiochi. Introduzione alla storia e alle teorie del videoludico (con M. Salvador, Tunué 2014).

Source: acquisto personale della vecchia edizione, edizione nuova inviata in pdf dall’editore.