Archivio dell'autore

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2019

Oggi occupo il mio blog per biechi fini personali e festeggio con voi miei lettori i miei primi 50 anni. Lo so sono tanti! Ma è una spendida giornata di sole e sono moderatamente felice.

Dunque, Happy birthday to me!

FESTA-50-ANNI

:: Gli 11 polar più letti dai francesi

23 marzo 2019

Curiosi di sapere quali sono i polar più venduti in Francia in questo inizio 2019?

Allora, l’Observatoire de la librairie, un collettivo di 200 membri legato al Sindacato dei librai francesi, ha monitorato le vendite in Francia di polar dal 1 gennaio al 28 febbraio. Ed ecco cosa ha scoperto:

Best polars 2019

Ecco la lista dei polar più letti:

Le saut de l’ange, de Lisa Gardner, LGF (trad. Floriane Vidal)
Selfies, de Jussi Adler-Olsen, LGF – (trad. Caroline Berg) Grand Prix policier des lectrices de Elle et Prix polar des lecteurs du Livre de Poche
Dans l’ombre du brasier, d’Hervé Le Corre, Rivages
Summer, de Monica Sabolo, LGF
Les disparus du phare, de Peter May, Actes Sud/ Babel noir (trad. Jean-René Dastugue)
L’outsider, de Stephen King, Albin Michel (trad. Jean Esch)
Le journal de ma disparition, de Camilla Grebe, LGF (trad. Anna Postel)
Le cercle des impunis, de Paul Merault, Fayard
Dans les angles morts, d’Elizabeth Brundage, LGF (trad. Cécile Arnaud)
À même la peau, de Lisa Gardner, Albin Michel (trad. Cécile Deniard)
Entre deux mondes, d’Olivier Norek, Pocket

Di questi 11 titoli ben 7 sono traduzioni.

Source: Actualittè

:: Fata e strega. Conversazioni su televisione e società di Carlo Freccero e Filippo Losito (Edizioni Gruppo Abele 2019) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2019

9261734_3802586È uscito per Edizioni Gruppo Abele Fata e strega. Conversazioni su televisione e società, un agile volumetto che contiene un’interessante intervista a Carlo Freccero, dal novembre 2018 nuovo Direttore di Rai2, fatta da Filippo Losito, autore e regista torinese.
Un lungo botta e risposta che ripercorre, anche cronologicamente, la storia della televisione italiana, dall’eroico maestro Manzi e una visione pedagogica e verticistica del medium, per passare alla televisione commerciale degli anni Ottanta, dominata dall’audience che trasformò tutti i telespettatori in consumatori (dando anche un positivo input ai consumi e alla ricchezza procapite), fino a oggi con l’allegra anarchia portata da internet con l’avvento dei social network in cui tutti sembrano essere diventati di colpo influencer ossessionati dai follower.
Come è cambiata la TV? Come è cambiata la società? Come siamo cambiati noi? Tutti questi temi sono al centro di questo libro-intervista piuttosto originale, insomma le risposte di Freccero non sono affatto scontate, e sebbene non sia un testo di approfondimento, ci sono numerosi spunti di riflessioni che fanno capire come il medium televisivo non sia morto, ma sia ancora ricco di nuove potenzialità.
Carlo Freccero, sebbene con la sua aria da geniale scienziato pazzo, ha una vasta cultura e dimostra anche nei fatti e nei risultati raggiunti nella sua lunga carriera in Italia e all’estero, che la sua fama di massimo esperto internazionale di televisione non è infondata.
Io non amo molto la tv, ma di tanto in tanto guardo film, sceneggiati e documentari oltre ad alcuni programmi di informazione, per cui in un certo senso la questione tocca anche me e soprattutto l’uso che se ne fa di questo strumento è il vero problema etico e culturale che va approfondito penso un po’ da tutti.
Freccero da ragazzo degli anni ‘60 rivendica questo suo passato sessantottino in cui per la prima volta la cultura divenne davvero democratica e anche i ragazzi delle scuole tecniche e i figli di operai poterono entrare all’università, favorendo una positiva mobilità sociale e il successivo boom economico degli anni ’80.
È abbastanza critico con il modello americano di cultura e società, troppo classista e poco fluido, anche se la televisione commerciale degli anni ’80 arriva direttamente da oltre oceano e ha decretato il successo poi delle televisioni commerciali che tuttavia hanno anche qualche merito rendendo meno provinciale diciamo la società italiana. Pensiamo solo a un serial come “Dallas”, e io lo ricordo bene, era un’ appuntamento quasi sacro, le donne si truccavano e vestivano come Pamela, sognavano di andare in Texas, dove petrolio e dollari crescevano sugli alberi, insomma una specie shock culturale, quasi quanto per noi ragazzi i cartoni animati che arrivavano dal Giappone.
Un altro tema interessante è il ruolo della televisione nel cambiamento proprio biochimico del cervello dei telespettatori (per chi ama le neuroscienze sicuramente di interesse), bombardati da suoni e immagini quasi a ciclo continuo. E anche il potere di persuasione e di convincimento di questo medium, che forse più di altri, sicuramente più dei giornali, ha influenzato milioni e milioni di persone, sicuramente potere a cui sono molto sensibili i vari partiti politici una volta al governo.
Pure nell’epoca delle fake news e della guerra occulta tramite la disinformazione sistematica che sembra manipolare le coscienze, il classico l’ha detto la tv, è ancora una specie di testo sacro per molti. Freccero molte cose non le manda a dire e osserva in modo anche distaccato il cambiamento dei tempi e dei costumi, di cui con le sue scelte di palinsesto ha inciso in maniera non marginale. Ricordo sempre Maurizio Costanzo, un altro esperto di televisione, che diceva che i messaggi veicolati dalla tv sono amplificati e non ricordo le precise parole ma un attacco mediatico è un po’ come sparare a una formica con un bazooka, o qualcosa del genere.
Insomma vi consiglio di leggerlo, è breve, forse quando l’intervistato si dichiara populista storcerete un po’ il naso, ma credo anche io, come tutti i visionari che immaginano il futuro, che la democrazia diretta e partecipata sia la logica evoluzione della democrazia del domani (sempre se non finiremo in un’epoca di barbarie e dittatura), sebbene il non felice esordio, sotto gli occhi di tutti, di alcuni partiti politici oggi in Italia che proprio tentano questa strada ancora pionieristica, commettendo anche molti errori per inesperienza, e creando avversione in molti. Tutto un campo di studi politologico e sociologico da approfondire, non voglio certo impegolarmi in una discussione politica. Né Freccero lo fa.
Bene, buona lettura, e traete voi le vostre conclusioni.

Carlo Freccero è direttore di Rai 2. Nei suoi quarant’anni di attività ha attraversato tutte le fasi della televisione, dalla Tv commerciale, con Canale 5, Rete 4, La Cinq e Italia 1, al servizio pubblico, con France 2, France 3 e Rai 2, alla Tv satellitare, con RaiSat, per approdare alla Tv digitale con Rai 4. Insegna Comunicazione presso l’Università degli studi di Genova e collabora con diverse riviste specializzate.

Filippo Losito è autore e regista torinese. Ha scritto per la narrativa, il teatro e la televisione. Alla Scuola Holden di Torino è coordinatore del college Serialità & Tv e docente in Corporate Storytelling. Tra i suoi ultimi lavori: La stand-up comedy, Dino Audino, Roma, 2019.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Christian dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: Un’intervista con Martino Sgobba a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2019

matteosgobbaBenvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.

Dopo il liceo scientifico, mi sono laureato in filosofia nel 1980. Dal 1981 ho cominciato a insegnare, italiano nelle scuole tecniche prima, storia e filosofia nei licei poi. Nel 2003 sono diventato preside e al termine di questo anno scolastico finirà la mia attività lavorativa. Fino al 1989 sono stato impegnato nella ricerca filosofica, con la produzione di saggi su diversi filosofi. Considerata costitutivamente insufficiente l’ermeneutica filosofica, è cominciata l’avventura della scrittura narrativa, inizialmente senza intenzione di pubblicazione.

Una vita nel sistema educativo italiano, come docente e preside. Pensi ci sia un modo per avvicinare i giovani ai libri o è un processo che deve nascere spontaneo e tutti i vari appelli o inviti alla lettura sono controproducenti?

Occorrono bravi insegnanti, che mettano in campo la loro competenza e soprattutto abbiano passione per le loro discipline. Lo studente che incontra anche un solo insegnante competente e appassionato ha una grande fortuna. Il problema della nostra scuola è il reclutamento, sicuramente inadeguato sul piano culturale e attitudinale. La lettura? Non si ha idea di quanti insegnanti leggano poco o nulla…

Come è nato in te l’amore per i libri, e per la letteratura in genere?

Nato in una famiglia molto modesta, ho compreso subito che lo studio sarebbe stata la mia occasione di crescita personale e sociale. Ho incontrato insegnanti che hanno saputo stimolare in me la curiosità culturale e la passione per la lettura.

Parlaci della tua produzione letteraria: con che libro hai esordito? Hai scritto anche antologie di racconti?

Ho pubblicato cinque libri di narrativa. Il primo è stato Le parole restano (Giovane Holden Edizioni, 2010), una raccolta di racconti. Sono seguite altre due raccolte di racconti e due romanzi.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non ho una formazione letteraria, ma filosofica. Ho tuttavia letto moltissimo di narrativa. Lo scrittore che davvero mi ha riempito di meraviglia è stato Gesualdo Bufalino, per il primato della parola e dello stile, cioè della scrittura.

È più difficile per un ragazzo del Sud scrivere, iniziare una carriera letteraria, essere notato dagli editori importanti? O pensi che la posizione territoriale sia irrilevante? Quali sono gli ostacoli veri, effettivi?

Ovviamente il Sud offre meno occasioni editoriali, ma credo, più in generale, che per tutti la questione sia quella della mancanza di vie, per così dire, istituzionali per contattare le case editrici, diverse dal semplice invio del manoscritto. Predomina la dinamica delle conoscenze personali. Qualche possibilità di farsi notare è offerta dai concorsi.

Hai da poco pubblicato il romanzo La stanza dei racconti (molto bello tra l’altro, molto letterario, invito i lettori a leggerlo), un omaggio molto intimo all’arte dello scrivere, del narrare, con qualcosa di autobiografico a margine. Perlomeno si percepisce una certa autenticità che sa di vita vera. Quanto c’è di te nel protagonista Luca, che dalla Puglia raggiunge Belluno?

Questo romanzo parte dalla materia della memoria per poi concludere nella invenzione letteraria senza alcun riferimento biografico. Come lei ha detto, protagonista del romanzo è la stessa scrittura, pensata e praticata come un confronto duro e sincero fra l’autore e il lettore. Nella prima parte, quella che si nutre di memoria, l’autore si confronta con se stesso da giovane. Luca è il signore maturo che scrive ed è anche il giovane la cui vita viene ricordata: passato e presente si incontrano nella sovrapposizione di verità e finzione.

La memoria ha un ruolo importante, se non determinante, nel tuo romanzo. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore?

La memoria è ciò che consente al presente di essere insieme radice, tronco, rami e frutti; è ciò che produce un’identità densa, complessa, anche contraddittoria; è ciò che permette di piantare storie in un terreno fertile.

La memoria è un processo selettivo, spesso “disonesto”, si ricorda il passato a volte come vorremmo fosse stato, non come realmente era, edulcorandolo in un certo senso. Uno scrittore quanto deve essere onesto e sincero quando scrive?

Per quanto mi riguarda, è la stessa scrittura che decide la direzione da prendere, la qualità e la quantità della contraffazione del passato.

Tu sei onesto con i tuoi lettori?

Io scrivo senza concedere nulla al lettore eventuale. Accetto il diritto del lettore di rifiutare dopo pochi righi la mia scrittura. Rivendico il diritto di scrivere come piace a me.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segui? C’è qualche critico che apprezzi particolarmente?

Come ho già detto non ho una formazione letteraria. Non seguo la critica letteraria e non ho avuto il piacere di essere considerato da critici.

Partecipi a premi, locali o nazionali? Ti piace presentare i suoi libri?

Partecipo ai concorsi di respiro nazionale, per cogliere occasione di far crescere il numero dei miei lettori. Per farsi conoscere le presentazioni sono necessarie e comunque anche le più noiose sono occasione di confronto e di riflessione.

Progetti di traduzioni all’estero dei tuoi scritti?

Non sono un autore che attualmente ha possibilità di essere considerato per traduzioni all’estero.

Cosa stai leggendo in questo momento?

I libri di Nadia Terranova.

Progetti per il futuro?

Scrivere il sesto libro, cercando di comprendere quale sia la mia giusta misura: il racconto o il romanzo.

:: La Marie del porto di Georges Simenon (Adelphi, 2019) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2019
LA MARIE DEL PORTO - Simenon

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Era come se non fossero esistiti né il mattino, né il mezzogiorno, né la sera, perché tutto era di un medesimo grigio di pietra da taglio, tranne le pecorelle sul mare, che erano bianche, e i tetti di ardesia neri e duri, come disegnati con l’inchiostro su un foglio di carta glacé. Anche la gente era nera, erano tutti neri, gli uomini, le donne e i bambini. Neri e rigidi, a disagio nei loro vestiti buoni, come la domenica”.

In un piccolo porto di pescatori, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, sfondo monocromo dell’intreccio, si erge la modesta casa di Marie, nella città di Port-en-Bessin: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo a cui Georges Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse:

È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo”.

Marie è un’eroina al rovescio: una ragazzina poco appariscente, una vera “acqua cheta”, che riesce a intrappolare nella sua rete un uomo dispotico e avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello di Marie, ma in realtà è quest’ultima a manovrare con inconscio divertimento i fili del suo burattino innamorato. La Marie del porto è un romanzo dello scrittore di origine belga creato nell’ottobre 1937 a Port-en-Bessin-Huppain (nel Calvados) e pubblicato in volume da Gallimard nel 1938. In contemporanea è uscito dal 15 gennaio al 6 febbraio 1938 in 23 puntate sul quotidiano “Le Jour“. L’edizione italiana è stata pubblicata da Mondadori nel 1949 nella traduzione dal francese di Giorgio Monicelli e poi nel 1992 da Adelphi nella traduzione di Gabriella Luzzani. Il romanzo fu ideato pensando a una possibile realizzazione cinematografica. Nel 1949 ne fu tratto il film La vergine scaltra, regia di Marcel Carné, scritto dal regista con la collaborazione di Louis Chavance e i dialoghi di Georges Ribemont-Dessaignes e Jacques Prévert, con protagonisti Jean Gabin, Nicole Courcel e Blanchette Brunoy. Il plot si discosta dai toni consuetamente gialli di Simenon, anche se qua e là non mancano tensioni, iperbolici comportamenti, meccanismi di suspense e contorcimento, ansiosa attesa. Come se da una pagina all’altra si passasse di mano una bomba che però non espolde mai. Grazie all’avvedutezza di un’adolescente che con la sua freschezza ammalia il mondo per tramortire le sue piaghe. Finirà tutto come dentro ad un acquaio che ripulisce le incrostazioni della vita senza senso, ma la protagonista possiede il dono di sapere già quel che bisogna volere, e lo otterrà con lo stesso risultato dell’onda che scontrandosi con il muto sasso lo trasforma in strumento musicale del paesaggio umano. Traduzione di Gabriella Luzzani.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Ennio Flaiano e la solitudine di un uomo contro a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2019

ef«Io forse non ero di questa epoca, non sono di questa epoca, forse appartengo a un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo».

Così si descrive Ennio Flaiano nella pagine fina de La solitudine del satiro, il suo libro più personale e più intimo a cui aveva cominciato a lavorare pochi mesi prima della morte.
Tra il diario e il racconto Flaiano nelle pagine di questo libro parla della sua solitudine di scrittore satirico e polemico che al suo tempo non ha fatto sconti.
In queste pagine c’è il disincanto l’amarezza di un uomo e di un intellettuale che è stato sempre in disarmonia con la sua epoca e ne ha intercettato la crisi morale in un certo senso profetizzando nei costumi e non solo la decadenza che stiamo vivendo in questi giorni.
Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive per mostrare la sua indignazione nei confronti delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.
Nella prima parte (Fogli di Via Veneto) racconta la Roma della Dolce vita, di cui lui è stato protagonista insieme a Fellini, gli anni de Il Mondo di Pannunzio e quella società sguaiata che esprimeva la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo la vita. Via Veneto effimera e frivola invasa dai paparazzi ma anche Via Veneto dove il grande poeta Cardarelli si sedeva ogni mattina nell’unica poltrona della libreria Rossetti e intralcia non poco il commento con le sue battute cupe e più ancora con i cupi silenzi, che mettono a disagio i clienti.
Ma nei racconti di Taccuini d’occasione (la seconda parte del libro) viene fuori Flaiano pensatore moralista e scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Qui si trovano le stilettate e le invettive dello scrittore che non si nasconde e castiga senza riserva alcuna il suo tempo, mostrando di viverlo e attraversarlo con tutta la sensibilità di un disagio che lo condurrà a una solitudine senza via di scampo.

«Ecco come io mi immagino l’inferno. – mi diceva R. – Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso. “Basta, gli dico, tu stai descrivendo la vita”».

La noia per il satiro Flaiano è verità allo stato puro e lui come noi tutti sa di essere un passeggero senza bagagli, che nasce e muore da solo.
Così è stato. Per fortuna ci restano le pagine he Flaiano ha scritto e in cui è riuscito a essere con coraggio e davvero anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

:: L’amore che dura di Lidia Ravera (Bompiani, 2019) a cura di Eva Dei

19 marzo 2019
L'amore che dura

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Sono passati vent’anni da quando si sono trovati nello studio di un avvocato per mettere la parola fine al loro matrimonio. Da allora Carlo ha continuato la sua carriera da regista, ma soprattutto ha girato Kids: ha ricostruito i quartieri di Roma in un teatro di posa a New York e ha rievocato sulla pellicola gli anni Settanta, quell’amore appena sbocciato e la nostalgia di un tempo che non c’è più. Lei, Emma, è rimasta a Roma a insegnare, ad aiutare i suoi “figli per finta”, ma non si è risparmiata di stroncare su una rivista online proprio quel film che lui ha dedicato a lei, a loro:

Un film sentimentale e freddo, nostalgico e inesatto, il film di un uomo maturo che cerca qualcosa da rimpiangere per illudersi d’aver vissuto un’età dell’oro.”

Nonostante tutto questo, Emma è agitata la mattina del loro incontro. Si sorprende allo specchio a farsi bella proprio per Carlo. Si rivedranno dopo tanti anni ed è pronta a scusarsi di quell’articolo, anche se forse c’è qualcos’altro, qualcosa di più grande, di più importante per cui scusarsi. Trovare le parole non sarà facile, forse è per quello che ha scritto una lettera e sempre per lo stesso motivo ha infilato nella borsa di tela anche alcuni dei suoi quaderni, quelli che compila da anni, dove annota tutto quello che le succede e che le passa per la testa. Magari le parole impresse sulla carta la aiuteranno a farsi capire. Nello stesso momento Carlo si è già pentito di tutto: di essere tornato in Italia e di aver dato quell’appuntamento a Emma; però è già là al tavolino del bar ad aspettarla e quando la vede sulla stessa bicicletta nera non può fare a meno di sorriderle.
Da quell’esatto momento il tempo narrativo va in frantumi e ci ritroviamo tra le mani una storia che salta tra passato e presente. Il passato scorre fra le pagine dei quaderni di Emma, salta da un ricordo a un altro; la scrittura intima della Ravera ci fa sentire un po’ come degli intrusi che spiano un diario segreto. Fin dall’inizio si avverte il peso di un segreto nascosto nell’animo della protagonista, che solo la lettura di quei diari potrà svelarci, ma l’autrice è brava ad orchestrare il tempo narrativo, tanto da non farci staccare dal romanzo fino alla fine.
La storia di Emma e Carlo è la storia del primo amore, di due ragazzi di sedici anni legati da un sentimento travolgente, assoluto.

“Posso chiederle che cosa rappresenta questa persona per lei?”
“L’amore. L’amore della mia vita.”
“Il primo amore?”
“Non ce n’è mai un secondo, ti innamori quando è il momento giusto per innamorarti. E ce n’è uno solo, di amore, nella vita.”
“E posso chiederle qual è questo momento?”
“Presto, molto presto, a sedici anni, a tredici…prima che la vita cominci.”

Proprio la vita si mette in mezzo, soprattutto quando si è così giovani. Crescendo si definisce il carattere, la personalità si plasma e non è raro che accada quello che descrive l’autrice: si finisce per andare avanti a ritmi differenti, desiderando o dando priorità a spinte diverse che portano inevitabilmente ad allontanare due strade che sembravano intrecciate. Spesso l’amore non basta, ma in questo caso Lidia Ravera decide di raccontare un legame che non si esaurisce nonostante la distanza e il dolore, subito o inflitto che sia.

“A parlare sono capaci tutti. Noi dobbiamo essere più bravi. Perché lo sappiamo che litigare è parlare da soli. Perciò. Abbiamo parlato da soli per tutta la notte e adesso andiamo a tacere insieme.”

Lidia Ravera è nata a Torino. Ha raggiunto la notorietà nel 1976 con il suo romanzo d’esordio Porci con le ali, manifesto di una generazione e longseller con tre milioni di copie vendute in quarant’anni (oggi disponibile nei Tascabili Bompiani e in versione graphic novel sempre presso Bompiani). Ha scritto trenta opere di narrativa (gli ultimi tre romanzi, Piangi pure, Gli scaduti e Il terzo tempo, sono nel catalogo Bompiani). Ha lavorato per il cinema, il teatro e la televisione. Da Piangi pure è stato tratto lo spettacolo teatrale Nuda proprietà, per la regia di Emanuela Giordano, con Lella Costa e Paolo Calabresi.

Source: richiesto all’editore, che ringraziamo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il giorno più importante della vita di Fabio di Fulvio Drigani

19 marzo 2019

Un-café-sous-la-pluie-à-Paris.jpg

Fabio si era alzato presto quella mattina, aveva passato parecchio tempo a scegliere i vestiti che avrebbe poi indossato ed era rimasto più del solito anche in bagno. Si era rasato accuratamente e si era guardato a lungo da vicino nello specchio. Non c’erano segni esteriori di cambiamento e anche quella mattina era proprio lui, senza dubbio. Eppure stava per succedere qualcosa di incredibile e doveva arrivare ben preparato all’appuntamento più importante della sua vita. Quell’uomo mite che era sempre stato stava per trasformarsi in un assassino.

Non l’avrebbe mai immaginato e certo non l’avrebbero mai pensato i suoi genitori, la maestra delle elementari che gli aveva voluto tanto bene e i suoi colleghi. Anche sua moglie, che ormai lo detestava, l’avrebbe sempre creduto incapace di fare una cosa del genere. Però era proprio così e non c’era più niente da fare. Aveva pensato a tante altre soluzioni, aveva cercato di uscirne in un modo diverso, ma al punto in cui era arrivato l’unica cosa da fare era uccidere Luisa.

Odiava quella donna, ormai, non meno di quanto non continuasse ad amarla. L’aveva stregato fino a farlo diventare un suo schiavo. Per tanto tempo aveva cercato di usare con lei il cervello, quella razionalità che, pensava, lo avrebbe sempre protetto dalle insidie della vita, ma invano. Senza che all’inizio neppure se ne rendesse conto, era stato un terribile crescendo. Luisa aveva prima avuto in regalo dei fiori, poi cene di lusso, ultimi modelli di smartphone, abiti firmati e tante altre cose ancora. Ora, ne era certo, avrebbe trovato anche il modo di mettere le mani sui suoi risparmi e avrebbe finito col prendersi anche la casa. Come lei ci riuscisse, Fabio continuava a non saperlo. Ogni volta gli sembrava di aver la situazione in pugno o di poter almeno contenere le sue richieste ma, alla fine, con qualche sorriso, negandosi spesso e offrendosi al momento opportuno, lei lo aveva sempre piegato alla sua volontà e lui aveva finito col soddisfare tutti quei desideri, ottenendo ben poco in cambio.

Luisa era stata anche la causa dell’insanabile deterioramento del suo rapporto con Marta, sua moglie, così diversa da quell’altra donna, così mite, forse troppo, tanto da fargli dimenticare nel tempo cosa può diventare il rapporto fra un uomo e una donna se c’è malafede. Si era così anche alienato la simpatia dei figli, che lo vedevano ormai mal volentieri, che solidarizzavano con la madre e che non lo stimavano più. Anzi, lo consideravano un vecchio stupido e vanesio travolto a cinquant’anni da una relazione in cui era stato solo preso in giro. Anche sul lavoro non era più la stessa cosa. Troppe assenze, troppe telefonate che non finivano mai e il suo rendimento era calato in maniera ormai preoccupante.

Oggi, però, tutto sarebbe cambiato. Fabio era determinato ed era sicuro che sarebbe riuscito a ucciderla. Lei non poteva neanche immaginare una cosa del genere e addirittura lo aspettava con ansia perché gli aveva estorto la promessa di un ultimo, costoso regalo. Sarebbe quindi stata subito presa dall’eccitazione di aprire quel pacchetto e non si sarebbe neanche accorta del fatto che lui stesse estraendo il coltello alle sue spalle.

Fabio non sapeva però se l’avrebbe fatta franca. Aveva certo un buon piano ma, agitato com’era, non era in grado di valutarne con lucidità i punti deboli. Avrebbe parcheggiato la macchina in un’altra via, lontano dalle telecamere che aveva visto in zona, sarebbe salito senza farsi notare in quel palazzo privo di portineria e, entrando, le avrebbe dato subito il pacchetto, per poi cogliere l’attimo successivo in cui lei si sarebbe chinata sul tavolo per aprirlo. Non lo conoscevano in quello stabile, con Luisa si era quasi sempre incontrato altrove e il paio di volte che erano andati insieme da lei era stato di notte e non avevano incrociato nessuno. Aveva anche pensato di lasciare il cellulare a casa per evitare che si potesse successivamente ricostruire il suo percorso.

In ogni caso, la polizia lo avrebbe comunque rintracciato per via delle tante telefonate fra di loro registrate nel cellulare di Luisa e avrebbe poi facilmente trovato dei riscontri sulla loro relazione. Sarebbe stato quindi di sicuro convocato ma sperava che non avrebbero trovato prove concrete contro di lui e che se la sarebbe pertanto cavata. Non ne era tuttavia sicuro e temeva di lasciare qualche impronta digitale anche se, con la scusa del freddo invernale, avrebbe sempre girato coi guanti. Doveva in ogni caso ricordarsi di non toglierli una volta entrato nell’appartamento ed era per questo che, con lo stratagemma del regalo, voleva ucciderla il più presto possibile sperando che qualcosa, nel frattempo, non andasse storto.

Ogni tanto, però, Fabio pensava anche che non sarebbe stato poi così tragico se lo avessero scoperto e condannato. La sua vita era diventata uno schifo, se ne rendeva conto, e se lo avessero scoperto avrebbe accettato il carcere con fatalismo. Forse, lì avrebbe pian piano imparato di nuovo a vivere e poi poteva pagarsi un buon avvocato per ottenere una riduzione di pena e tornare presto in libertà. Una volta uscito, sarebbe forse stato una persona diversa. Era comunque questa una giustificazione che si dava per farsi coraggio ma, in realtà, preferiva non essere preso.

-:-

Uscì nel freddo mattutino e arrivò a destinazione parcheggiando proprio nel posto giusto. Scese dalla macchina e si incamminò verso il palazzo di Luisa. Doveva solo percorrere una piccola strada fra alti condomini e poi girare a destra nel viale dove lei abitava. Il suo palazzo era il terzo di quell’isolato e Fabio avrebbe così evitato le telecamere di una banca che si trovava al piano terra del quarto stabile.

Quando arrivò proprio all’angolo fra la piccola strada e il viale, istintivamente si fermò. Aveva avuto improvvisamente paura e fu colto dall’istinto di fuggire. Si guardò intorno. Sapeva che era stupido fermarsi proprio lì e, anche se gli tremavano le gambe, aveva ormai deciso che quella era l’unica soluzione e che doveva andare avanti. Fece allora uno sforzo sovrumano e girò l’angolo. Ora era sul viale e camminava spedito. Era come un astronauta sulla rampa di lancio, non poteva più tornare indietro.

Tuttavia, mentre si avvicinava, si chiedeva preoccupato perché ci fosse un assembramento di persone proprio davanti all’ingresso del palazzo. Quando fu vicino notò anche un poliziotto e, parcheggiata un po’ più avanti, un’ambulanza. Arrivò trafelato e si mischiò alla piccola folla. C’era una signora davanti a lui alla quale chiese:

  • Cos’è successo?
  • Uno sconosciuto ha ucciso una donna! È rimasto nell’appartamento, ha chiamato lui la polizia e lo hanno appena portato via
  • Abitava al terzo piano – si intromise un’altra donna, curiosa e invadente – Era molto vistosa, forse troppo, con tutti quei capelli ricci, sempre truccatissima e con le gonne molto corte, ma non dava confidenza a nessuno. Ho provato a attaccar bottone ma lei non ha mai voluto darmi corda. Chissà che vita faceva?

Non é possibile, gridò Fabio dentro di sé, è Luisa!

Gli venne l’istinto di correre dentro gridando il suo nome. Capì in tempo che era assurdo e stupido. La mano nella tasca del cappotto stringeva ancora il coltello.

Fu preso allora da un furore indicibile.

Era stato il secondo uomo di sua moglie, portiere di riserva nella squadra del paese, solo vice capo ufficio, mai primo, neanche a scuola e neppure a quel concorso sul quale aveva puntato tutte le sue carte, e ora uno sconosciuto lo aveva reso anche assassino di riserva! Chi era quell’uomo che aveva percorso, prima di lui e senza che Fabio se ne rendesse conto, il calvario di una relazione con Luisa e che gli aveva rubato il giorno più importante della sua vita?

Si staccò dalla folla, confuso e sbandato, e si appoggiò con una mano a un albero del viale. Con l’altra continuava a stringere il coltello nella tasca del cappotto.

Che faccio, ora?, si chiese.

Solo in quel momento si rese finalmente conto che non sarebbe più diventato un assassino e che la polizia non lo avrebbe mai cercato. Non era un reato pensare di uccidere qualcuno, altrimenti saremmo tutti in carcere, bisognava farlo davvero.

Era libero! Mai in vita sua come in quel momento. La polizia non lo avrebbe braccato e non c’era comunque più, per sempre, quella sanguisuga dell’amante.

Si guardò in giro e si accorse solo in quell’istante che era una giornata di sole. Fu pervaso da un senso di leggerezza. Entrò in un bar e si offrì un prosecco.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

Vittima innocente di Winnie M. Li (Newton Compton 2019) a cura di Federica Belleri

18 marzo 2019

vittima-innocente-winnie-liVivian è una donna indipendente, ha un ottimo lavoro e ama viaggiare da sola. Da Londra, dove vive, si sposta in Irlanda per scoprire nuovi sentieri e luoghi che la affascinano. Cosa vuol dire per lei stare lontano dalla civiltà?
Johnny è un ragazzo nomade di quindici anni e ha una famiglia violenta. È manesco, fatica a relazionarsi con gli altri e tenta in ogni maniera di imitare il fratello maggiore. Cosa significa per lui dover vivere all’interno di una comunità che si sposta di continuo e dover rispettare regole rigide?
Vivian incontrerà Johnny durante un’escursione in solitaria, che cambierà completamente la sua vita. Creerà in lei una barriera, un ostacolo difficile da superare. Da quel momento per lei ci saranno lacrime e forti attacchi d’ansia. Da quel momento, angoscia e agorafobia.
Vittima innocente è il primo romanzo di Winnie M Li, che racconta la sua storia, il suo dolore e la violenza che ha subito. L’autrice parla attraverso Vivian e lo fa in modo diretto, preciso, senza omettere nulla. Come se fosse in bilico fra due universi paralleli la protagonista si chiede un’infinità di “se” … se non avesse deciso di percorrere quel sentiero, se si fosse messa in cammino al mattino invece che nel pomeriggio, se non fosse stata così educata con uno sconosciuto.
E Johnny? Cosa si domanda, come vive questa dolorosa avventura? Forse si sente emarginato, incompreso, con gli occhi di tutti puntati addosso. D’altronde spesso si pensa che i nomadi siano tutti delinquenti, folli e disagiati.
Vittima innocente è la storia di un incontro pericoloso, è il punto di non ritorno, è riabilitazione e recupero. È la forza di guardare avanti, nonostante tutto. È dolore ma anche determinazione a superare tutto.
Bellissimo thriller, ottima la narrazione a due voci, buona la traduzione.
Vi invito a leggerlo con attenzione, perché vi coinvolgerà.
Buona lettura.

Winnie M Li è una scrittrice e produttrice. Laureata a Harvard, ha scritto guide turistiche, prodotto film indipendenti, organizzato festival del cinema e sviluppato progetti di ecoturismo. Dopo la laurea in Scrittura creativa e un dottorato di ricerca in Media e Comunicazione alla London School of Economics, ha lavorato per vari media e festival artistici. Vittima innocente è il suo primo romanzo, pluripremiato e in corso di pubblicazione in 11 Paesi. Per saperne di più: www.winniemli.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Il futuro degli altri di Paolo Brera (Il Clown Bianco 2018) a cura di Federica Belleri

11 marzo 2019

indexQuesto giallo, scritto da Paolo Brera, è ambientato a Milano. Una donna originaria di Sarajevo viene trovata morta in casa sua. Il delitto, perché di questo si tratta, è identico a quello descritto nei particolari in un libro giallo, venduto con il quotidiano La Padania. La cosa ovvia da fare è sospettare e accusare lo scrittore del libro, proprio Paolo Brera. Sarà lui il colpevole?
Il Colonnello dei Carabinieri De Valera è a capo dell’indagine, che si rivela fin da subito piuttosto strana. Infatti De Valera comincia a provare simpatia e compassione per lo scrittore incriminato. Perché?
Il caso viaggia attraverso il mondo dell’immigrazione e le case di ringhiera, il giornalismo e la cassa integrazione, i divorzi difficili e le differenze di razza e cultura. Interessante il confronto fra realtà vera e realtà di finzione.
Una lettura scorrevole e ironica, piacevole e ben strutturata la scrittura.
Consigliato.

Paolo Brera, milanese, è scrittore, traduttore e giornalista. Uscito dalla Bocconi, ha lavorato in quella e in altre università come assistente di Storia economica, poi di Diritto privato comparato, Economia politica e Marketing. Dopo un intervallo dedicato all’esportazione di prodotti petroliferi, negli anni Ottanta si è dedicato prevalentemente al giornalismo, e dopo il 2000 sopra tutto alla narrativa e alla poesia, pubblicando diversi romanzi polizieschi e di fantascienza, uno studio sull’economia mondiale, tre raccolte di poesie e un progetto letterario incentrato sulla figura di Don Giovanni. Come traduttore Brera ha volto in italiano dalle rispettive lingue originali opere di Balzac, Puškin, Zorrilla, Turgenev, Sienkiewicz, Machado de Assis, Vazov, Jan Neruda, Caragiale e altri.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Letture Nittiane – Sette riflessioni in pubblico sulle principali opere di Francesco Saverio Nitti a cura di Stefano Rolando e Giovanni Vetritto (Rubbettino, 2018) a cura di Daniela Distefano

11 marzo 2019

NITTIFrancesco Saverio Nitti è al centro di questo ciclo di letture; spunti per osservare il passato con la lente del presente. Egli è stato uomo di Stato, Pensatore della libertà e della democrazia. Un uomo che, con l’esilio a Parigi e con la prigionia nell’ultima parte della guerra a opera dei tedeschi, ci ha detto che la libertà non si difende solo con la penna ma anche e soprattutto con l’esempio, con la testimonianza e quando è necessario anche con il sacrificio. Sue queste suggestive parole che denunciano il fascismo come un ritorno alla barbarie, al Medioevo:

Il fascismo per mantenersi qualche tempo al potere non ha solo annullato tutte le libertà, ha anche abolito tutte le regole di buona finanza. Non esiste più parlamento in Italia: non esiste più un governo locale, perché tutte le amministrazioni delle istituzioni locali sono nominate dal governo, che è l’espressione pura e semplice di una minoranza che si mantiene al potere con la violenza. Tutti i giornali liberi sono stati soppressi e tutta la vita intellettuale è abolita. Un regime autoritario di violenza crea ogni giorno martiri e schiavi. (..) Senza libertà e senza democrazia non esiste vero progresso, nessuna scienza, nessuna via di crescita, nemmeno nessuna ricchezza. (..) Ci serviranno le dittature per rinfrescare la nostra memoria? Ripetiamo le parole di Kant: come l’uccello, durante il volo, è tentato di maledire la resistenza dell’aria, e non comprende che senza quella resistenza lui non volerebbe affatto; così le democrazie moderne esagerano i torti e le debolezze dei parlamenti, i danni prodotti dalla libertà di stampa e gli svantaggi connessi al controllo dell’opinione pubblica. E non si rendono conto che i progressi immensi realizzati dai Paesi civilizzati nel corso degli ultimi 150 anni sono il risultato di queste resistenze. Un dittatore che può tutto realizzare, può tutto distruggere”.

Cos’era lo Stato per Nitti?

Lo Stato, lungi dall’essere l’antitesi degli individui, va considerato come la sintesi di essi, per dir meglio, come la forma più alta di cooperazione sociale”.

E cosa pensava del Comunismo?

Il comunismo non è compatibile con lo sviluppo della produzione e con la esistenza stessa della civiltà. In regime comunista cessano tutti i moventi dell’attività individuale e la produzione si arresta e decade. Noi non riusciamo a concepire forma di produzione comunista senza la rovina dei popoli moderni”.

Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente economico, finanziario, Nitti è stato un pioniere su tutti i fronti. Con la sua visione liberale e antidogmatica, egli pose la questione dell’equilibrio tra individuo e colletività, tra spazi di autonoma iniziativa personale e spazi di cooperazione tra gli individui, attraverso forme di intervento statale burocratico, purché giustificate dalla dimostrazione favorevole del vantaggio procurato; tutto all’interno di una ortodossia finanziaria che vuole i bilanci in pareggio. Infine Nitti e i giovani:

voi potete essere l’energia, il motore di un’Italia che si deve trasformare”.

Un’Italia che il grande economista e servo di Stato, Francesco Saverio Nitti, voleva svincolata dal divario Nord-Sud, perché la vittoria sulle disuguaglianze fosse perrennemente giusta, senza infingimenti o distorsioni non solo intellettuali.

Stefano Rolando è Professore di ruolo all’Università IULM di Milano. E’ presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”. E’ Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana dal 1993.

Giovanni Vetritto è direttore generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato più volte docente a contratto presso la Scuola Nazionale d’Amministrazione, la LUMSA di Roma e l’Università Roma Tre.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni (Newton Compton 2018) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2019

storia-dei-servizi-segreti-Libro interessantissimo e ricco di aneddoti curiosi, spesso sconosciuti o perlomeno poco noti al grande pubblico, Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni ha l’ambizione di racchiudere in 800 pagine l’intera storia dei servizi segreti dalle origini, in epoca remota, al giorno d’oggi. Un volume enciclopedico dunque, di facile consultazione, e agevole lettura, utile sia a studiosi della materia che a semplici lettori curiosi di saperne di più di un mondo per certi versi ancora misterioso e ambiguo. Luci e ombre delle operazioni di spionaggio più riuscite e di coloro che operarono spesso mettendo a frutto doti insolite, immaginazione ed eclettismo. Spie, agenti segreti, forze speciali, informatori, sabotatori, sono i protagonisti assoluti di questo saggio in cui la realtà supera di molto anche la più bizzarra fantasia. Non tutto andò liscio, spesso l’assurdo e la leggenda giocarono un ruolo fondamentale come nella storia sicuramente inventata del cosmonauta suicida del KGB che fa sorridere, ma fino a un certo punto. Testo divulgativo certo ma con un’ampia bibliografia e un ampio apparato di note a piè di pagina puntuali e precise che ne attestano il valore scientifico. Grande spazio viene dato alla Guerra Fredda tra America e Russia, che sembrava sopita alla caduta del Muro di Berlino, per riemergere invece con nuove facce sempre più tecnologiche nei nostri giorni. Cambiano gli strumenti, le armi, gli equipaggiamenti ma quello che continua a fare la differenza è il fattore umano, (consiglio il bellissimo libro di Graham Greene con questo titolo) perché l’intuito, la prontezza, la fantasia restano ancora quel quid che fa la differenza. Un mondo oscuro, spesso crudele, al di là delle leggi normali che regolano il vivere civile, in cui tra informazione e disinformazione si giocano partite fondamentali per gli equilibri geostrategici mondiali. In cui l’imprevedibile è spesso l’ago oscuro della bilancia. Dall’età del Bronzo a Gina Haspel, la prima donna al vertice del maggior servizio segreto occidentale, fino al caso Litvienenko, la strada è stata lunga, tortuosa, ricca di insidie, doppiogiochisti e colpi di scena, senza dimenticare che alcune spie ci hanno creduto sul serio in quello che facevano, fino a sacrificare la vita, sempre dietro le quinte della storia, spesso restati numeri di cui mai conosceremo l’identità, né i meriti. Altre invece diventate leggendarie, perchè anche la propaganda e il folcrore fanno parte del gioco. Un mondo in cui i sentimenti non hanno giocato un ruolo marginale, in cui lealtà, coraggio, abnegazione hanno fatto sempre parte del pacchetto, sebbene il numero delle vittime di questo gioco non sarà mai possibile calcolarlo. Che alcuni si siano mossi solo per denaro, ricatti o puro gusto per l’avventura è certo, pur tuttavia come chiosa l’autore nel commiato finale:

In poche parole, in tutti loro, conscio o no, albergava un sogno di pace, fosse anche sia pure la pace alle loro condizioni, un sogno disatteso dagli eventi. Ecco la pace. Questa chimera che ci rivela perennemente irraggiungibile per l’umanità, se non per brevi periodi e a macchia di leopardo sul globo terraqueo, dovrebbe sempre essere il primo movente anche nel mondo dell’intelligence. I servizi segreti possono dare molto , e in effetti lo danno, per la pace, favorendo i canali di dialogo e trattativa, nonché sfruttando la dimestichezza con le informazioni proprio per capire, o almeno tentare di capire, anche le ragioni e il pensiero dell’avversario. 

Mirko Molteni nato in Brianza nel 1974, è laureato in Scienze Politiche. Giornalista per «Libero» e per riviste di storia e argomenti militari e aeronautici, collaboratore del notiziario online «Analisi Difesa», ha al suo attivo sei libri: L’aviazione italiana 1940- 1945: azioni belliche e scelte operative; Un secolo di battaglie aeree: l’aviazione militare nel Novecento; Storia dei grandi esploratori: dagli Egizi a Magellano, Le ali di Icaro: storia delle origini del volo; Furia celtica: due secoli di lotte fra Galli Cisalpini e Romani, Dossier Caporetto: il centro di gravità dell’annata 1917. Storia dei servizi segreti è il suo primo libro pubblicato dalla Newton Compton.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella e Federica dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.