“Abigail”, è un romanzo scritto da Magda Szabó, pubblicato in Italia da Edizioni Anfora di Milano. La storia è avvincente, nel senso che il libro della scrittrice ungherese può essere interpretato come un romanzo di formazione vissuto dall’adolescente Gina. La storia di svolge nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Gina, 15 anni, orfana di madre vive con il padre, un generale dell’esercito ungherese che, ad un certo punto, la obbliga a lasciare il paese d’origine e tutti gli affetti di Budapest per andare in una prestigiosa scuola. La meta è un collegio calvinista noto con il nome di Istituto di Educazione Femminile Matula. Per Gina inizia un periodo esistenziale assimilabile ad un incubo: il padre la lascia in questa scuola e centellina sempre più i loro contatti; Gina viene spogliata di ogni singola cosa (abiti compresi) che possa rappresentare un segno di legame con l’alta società di Budapest dalla quale proviene. La ragazza deve fare i conti con delle compagne di istituto che non riescono ad accettarla, perché lei non vuole stare ai loro giochi, tipo il fingersi fidanzate con un busto di una statua o, come tocca a lei, con il terrario. L’adolescente è costretta a vivere in una scuola dove vigono leggi e regole indiscutibili, tanto è vero che ogni tentativo di violarle viene smorzato sul nascere, come la sua vana fuga. Tutti emarginano Gina e sembra che agiscano per renderle la vita impossibile. Ad un certo punto la ragazza scopre una verità nascosta e decide che per il bene suo e di chi le sta attorno è meglio che lei segua le regole del Matula, affidando poi le proprie paure, timori e speranze ad Abigail. Un’amica? Un professore? No. Abigail è una statua nel giardino della scuola che, secondo le matuline, avrebbe poteri magici con un’identità sconosciuta per le ragazze. Abigail venne scritto negli anni Settanta dalla Szabó, la quale prese spunto dal suo vissuto personale di giovane donna (era nata il 5 ottobre del 1917) ai tempi del dilagante Nazismo. Nelle pagine del libro la creatura letteraria di Gina subisce un vero e proprio percorso di trasformazione, nel senso che all’inizio è una ragazzina un po’ viziata, abituata alle comodità e a fare come vuole. Per lei il Matula è una sorta di prigione, di negazione della libertà ma, solo con la scoperta della vera ragione per la quale il padre l’ha portata in quel collegio e le “dritte” di Abigail, Gina cambia, rendendosi conto che deve smetterla di fare la capricciosa, poiché ogni suo gesto immaturo potrebbe mettere a repentaglio lei e chi le sta attorno. Nel 2005, “Abigail”, ammesso al concorso dello show televisivo Big Read (A nagy könyv), è stato proclamato il terzo libro più amato in Ungheria, ed è una storia nella quale accanto al conflitto tra una figlia che non comprende le decisioni del padre, si innestano temi importanti come la crescita, la presa di coscienza del proprio sé, l’importanza del valore della propria patria e la salvaguardia dell’integrità individuale. Traduzione Vera Gheno. Nella postfazione un saggio sulla genesi del libro della stessa Szabó.
Magda Szabó (Debrecen, 5 ottobre 1917 – Kerepes, 19 novembre 2007) è stata una scrittrice ungherese autrice di romanzi, drammi e raccolte di poesie. Le furono assegnati molti riconoscimenti per le sue opere. È stata una delle scrittrici ungheresi più tradotte al mondo. Di lei Anfora ha pubblicato “Per Elisa”, “Il momento” (Creusaide) entrambi del 2016 e “Affresco” del 2017.
Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.
Alla prima lettura “Conosco i miei polli” di Margherita d’Amico potrebbe assomigliare ad uno strambo bestiario, ma ad una lettura approfondita, la sensazione cambia. Il motivo? Il libro della d’Amico, illustrato dai frizzanti disegni di Manuela Leno, è un vero e proprio simpatico dizionario che spiega ai lettori il senso di tante frasi, parole e modi di dire in uso da tempo nel linguaggio comune. Scimiottare, prendere lucciole per lanterne, avere una fame da lupo, governare il popolo bue, sputare il rospo o sentirsi sano come un pesce sono frasi che spesso e volentieri usiamo o abbiamo usato per esprimere un nostro stato emotivo o quello che abbiamo nell’animo. Ma quanti di noi ne sanno il vero significato? Quello che l’autrice compie non è solo riportare queste frasi di uso comune. La d’Amico ne spiega il senso e il valore, usando un tono ironico e un linguaggio semplice e di impatto. Elementi che rendono piacevole la lettura del libro edito da Gallucci sia ai ragazzi, che agli adulti. “Conosco i miei polli” è un libro sempre alla portata di mano, la cui lettura può essere fatta tutta d’un fiato o a brevi sorsi letterari, a seconda della situazione nella quale ci troviamo, perché per ogni modo di dire l’autrice mette una spiegazione. Grazie a questa soluzione con “Conosco i miei polli” di Manuela d’Amico, il fruitore comprende il senso reale del detto di uso comune (e qui cadono molti pregiudizi e interpretazioni non sempre corrette), lo conosce in modo approfondito sino a rendersi conto che queste “frasi fatte”, tanto usate nel nostro parlato, sono elementi fondamentali per la specie umana e per il suo approccio alla vita e alle situazioni- di qualsiasi tipo- che essa ci riserva.
Quella di Stella Romano, protagonista di “La donna nella pioggia”, edito da Piemme, è una vita monotona, ripetitiva, fatta di una quotidianità a tratti quasi sfiancante. La donna si divide tra i viaggi di lavoro del marito Mattia; le diverse attività che praticano Alice e Sofia, le due figlie; Nina, la domestica ucraina che la aiuta nelle faccende di casa e il proprio amato lavoro di illustratrice di libri per bambini. Tutto assomiglia al ritratto della perfezione assoluta, ma in realtà sotto la superficie di belle apparenze, la vita della protagonista nasconde una serie di eventi e cose che le danno il tormento. Tanto per cominciare si scopre che l’infanzia di Stella è stata minata da un evento drammatico: la morte tragica della madre. Fosse solo questo! Stella non ha mai avuto notizie certe su chi fosse suo padre e il cognome che porta, Romano, è quello di Gabriele, il compagno della mamma che la allevata come una figlia. Questi sono i fantasmi del passato, ma nel presente dove tutto sembra perfetto, la caduta del vaso della madre (unico oggetto che manteneva il legame tra le due) e la sua completa rottura lanciano nel panico la donna. Stella si rende conto che non può più tenersi dentro quello che la tormenta e che la fa soffrire, perché solo affrontato ciò che la assilla potrà, forse, trovare un po’ di pace. La protagonista passa dalla calma apparente in una spirale di crescente ansia che le fa rasentare la pazzia, tanto è vero che ad un certo punto la donna inizia a prendere dei medicinali (ansiolitici), e soffre per il fatto che le due amate figlie sono in vacanza con i parenti del marito e lui, Mattia, ecco non è così fedele come vuole fare credere. Ognuno di questi elementi non farà altro che gravare in modo maggiore sulla stabilità psicofisica di Stella che, oltre a sentirsi sempre più oppressa, prova un senso di minaccia incombente. Marina Visentin porta noi lettori a seguire il cammino nella psiche della protagonista, la quale prende coraggio e decide di indagare il suo passato per capire cosa la tormenta, perché ormai lei ha capito che il suo malessere è legato a qualche evento traumatico accaduto tanto tempo prima. Alla Milano del presente, quella dove Stella di divide tra mondo borghese ed editori di qualità, si innesta ad un certo punto il passato. Un tempo andato dal quel emergono gli aspetti cupi e mai del tutto chiari dei tanti delitti violenti e molto spesso inspiegabili che segnarono l’Italia degli Anni di piombo. Stella fa una viaggio alla ricerca delle proprie radici e per compierlo mette in gioco tutta la sua forza in un cammino di ricerca della verità complesso e pieno di difficoltà che la metteranno a dura prova. Questo non importa a lei, perché sono passi vitali da compiere, per dare un senso al proprio vivere. “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, attraverso la vicenda personale di Stella, ci presenta mondi diversi, fatti di contraddizioni e contrasti che influiscono sul singolo essere umano e che lo destabilizzano a tal punto da trovare il primordiale istinto di coraggio per mettersi in discussione e ricercare la verità sul proprio passato e sulla propria esistenza.
L’Islanda sta lassù verso il Polo nord. L’Islanda è sì una terra lontana e ancora un po’ troppo sconosciuta, ma molto affascinante. Per saperne di più vi consiglio la lettura de “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson, edito da Iperborea. Il curatore, esperto in cultura e storia islandese, ci porta a compiere un viaggio fisico e mentale lungo la statale n. 1, una delle principali vie di comunicazione della terra nordica dislocata nell’oceano Atlantico. Lungo la via ci sono una serie di località nelle quali il lettore potrà conoscere le diverse e tante storie popolari che animano la cultura e la tradizione del popolo islandese. Questo libro è la testimonianza di quanto siano numerose le leggende e i miti che la popolazione dell’isola si è tramandata nel corso dei secoli e che, ancora oggi, tali narrazioni sono molto vive nell’immaginario popolare. Non a caso addentrandoci nelle pagine di storie narrate (ideali da leggere davanti al camino con copertina di lana e un tè caldo) si scoprono storie di creature più o meno mostruose dalle quali, in molti casi, hanno preso i nomi alcune delle cittadine presenti nell’isola. Per rendere ancora più coinvolgente la scoperte di queste storie, il testo è corredato da apposite mappe e illustrazioni di Felix Petruska con raffigurate – a seconda della zona dell’isola dove ci si sposta- le misteriose creature che in quei posti presero forma. Ed ecco allora la storia di Testarossa, la crudele balena del Havlafiördur, o ancora le vicende sul serpente del lago Lagarfljótm, sullo spettro marino di Hvammnsnúpur, alternate alla leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi o a quella del contadino di Grímsey e l’orsa polare. Il volumetto curato da Hjalmarsson è un vero e proprio muoversi tra elfi, troll, stregoni, spettri, banditi ed eroi che, nel corso dei secoli, sono andati a formare il background tradizionale, popolare e folcloristico islandese. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è un libro interessante, una sorta di guida di viaggio alternativa e innovativa, perché permette a chi legge di muoversi nell’immaginazione popolare islandese alla scoperta di una cultura diversa dalla nostra. Allo stesso tempo, il testo pubblicato da Iperborea, aiuta il lettore a scoprire le caratteristiche dell’ambiente, degli usi e dei costumi diffusi in Islanda. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è caratterizzato da un’atmosfera di magia, nella quale il sacro e il profano si mescolano alla perfezione, dimostrando lo stato di impotenza e mancanza di spiegazioni del genere umano davanti ai misteri della vita e della grandiosa forza della natura. Traduzione Silvia Cosimini.
Il Centro Linguistico e Culturale San Clemente, che ogni anno organizza oltre 250 corsi su misura per privati e aziende, quest’anno ha in programma un Corso di letteratura femminile, tenuto da una docente speciale, la nostra Viviana Filippini, giornalista e operatrice culturale che i nostri lettori conoscono ormai da anni, sempre distintasi per bravura e serietà. Il corso si terrà dal 10 ottobre 2017 al 28 novembre 2017, a Brescia in Via Cremona 99. Il martedì dalle 18,30 alle 20. In tutto 12 ore per un costo contenuto di 185 €.
Rebecca è un adolescente tranquilla pacata ed è la protagonista di “Come la Mappa del Cielo”, Lucio Dall’Angelo, (Liberedizioni 2017). La giovane vive con la madre e con le tante domande – non fatte- su quel padre che non ha mai conosciuto. La ragazza va in vacanza dalla nonna, tra le montagne della Valle Camonica, dove conosce Francesco, una ragazzo milanese finito sulla sedia a rotelle a causa di un brutto incidente. Tra i due scatta subito empatia e la loro complicità si rafforza nel momento in cui nel libro “Il Quinto Evangelio” di Mario Pomilio, trovano una vecchia fotografia dove compaiono la madre di Rebecca e un giovanotto. Questa scoperta scatenerà una serie di eventi che trasformeranno la vita dei due amici in un film d’avventura, nel quale i buoni dovranno fare i conti con i cattivi del presente e del passato torbido che torna a bussare alla porta. Rebecca e Francesco cominciano ad indagare e scoprono che il ragazzo della foto è un certo Matteo Riva, un brillante ricercatore dell’Università di Milano, presente nell’agosto del 1996 in Valle Camonica e scomparso, all’improvviso, senza un perché. La coppia di neo investigatori scopre che Riva aveva fatto una importante ritrovamento riguardante i Camuni, un popolo antico e misterioso vissuto in Valle Camonica, i quali avevano l’abitudine di raccontare la propria storia scolpendola sulle pietre della valle. Il tutto attraverso un alfabeto del tutto speciale, collegato ad un decalogo e ad un altare che rendeva cielo e terra molto vicini. Questa era l’intuizione di Riva, ma la sua scomparsa non ha fatto altro che lasciare molte questioni irrisolte, domande alle quali Rebecca e l’inseparabile Francesco cercheranno di dare un senso, senza rendersi conto che questa loro i curiosità e voglia di sapere porterà a galla rancori nascosti. Il libro di Lucio Dall’Angelo è avvincente, perché mette assieme generi e temi diversi. “Come la mappa del Cielo” è un romanzo di formazione perché Rebecca e Francesco sono due ragazzi in fase di crescita che hanno alle spalle un vissuto traumatico. Eventi che hanno segnato le loro vite e famiglie in modo eterno. Cicatrici che solo grazie alle avventure/prove vissute in quella che avrebbe dovuto essere una pacifica vacanza, si tramuteranno in punti di forza dai quali la coppia prenderà l’energia per diventare più maturi e certi delle proprie scelte e sentimenti. Il romanzo di Lucio dall’Angelo è anche un giallo, in quanto la ricerca compiuta dai due protagonisti sulla scia delle scoperte di Matteo Riva, porterà nella scena narrativa personaggi – del presente e del passato-che faranno di tutto per spegnere la voglia di sapere dei due amici. Nel libro, Dall’Angelo ci porta poi a compiere un viaggio nella storia di un popolo antico, i Camuni, che vissero nella Valle Camonica lasciando delle importanti testimonianze del loro vussuto, forme di arte rupestre- i Pitoti- diventati patrimonio dell’Unesco (sito n.94). Il nuovo lavoro del giornalista scrittore bresciano è un romanzo dal ritmo incalzante, dall’intreccio ben costruito dove i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo ma, allo stesso tempo, “Come la Mappa del Cielo” ci invita a scavare – come fanno Rebecca e Francesco- nelle nostre vite e nel mondo che ci circonda non solo per conoscere da dove veniamo, ma per trovare nelle nostre radici i giusti ingredienti per affrontare l’oggi e il domani.
Quante volte siamo stati rimproverati da grandi e da bambini per aver detto no? A me è successo una marea di volte, però “Io dico no! Storie di eroica disobbedienza” di Daniele Aristarco, è la dimostrazione che nel corso della millenaria storia del mondo certi “No” sono stati fondamentali. Nel libro edito da Einaudi ragazzi, Aristarco presenta le vicende umane di persone che, durante il loro vivere, hanno detto con forza no. Scelte che hanno scatenato cambiamenti di portata mondiale o che hanno dato il via a piccole trasformazioni civili, diventate certezze col passare del tempo. 35 sono i personaggi scelti da Aristarco, 35 vicende che, nonostante l’esito in alcuni casi non sia stato purtroppo positivo, sono la dimostrazione di come sia possibile agire per cambiare il mondo. Ogni storia può essere letta in relazione alla altre o come episodio a se stante e questo permetterà al piccolo lettore di conoscere anche un po’ delle esistenze di coloro che dissero “no”. Ecco profilarsi tra le pagine Prometeo con il suo no all’obbedienza, o Orfeo con il no alla morte e all’ignoranza. Si arriva poi a Socrate con il suo no all’ingiustizia o all’incoerenza, a Spartaco con il no alla schiavitù e alla matematica Ipazia con il suo no al fanatismo. Il libro di Aristarco fa davvero attraversare i secoli al lettore, dimostrando quanti sono coloro i quali, in nome di una giusta causa, sacrificarono la loro vita per il bene di tutti. Qualche altro no lo possiamo di certo ricordare in tempi a noi più vicini con Abramo Lincoln e il suo no alla schiavitù, Emile Zola con il famoso “J’accuse” e il no all’antisemitismo. Il no delle Suffragette alla discriminazione di genere, quello di Simon Wiesenthal all’impunità dei criminali nazisti. Anche il musicista Arturo Toscanini disse no, e lo affermò con forza in nome di un arte libera, che non si ponesse al servizio del potere. Come non citare Martin Luther King e il suo no al razzismo o Rosa Parks e il no alla disuguaglianza, con loro Nelson Mandela e il no all’apartheid. Tanti no, diversi tra loro, che hanno toccato le varie sfere del vissuto e allora ecco Charles Darwin col suo no all’antropocentrismo, il Dalai Lama con il no alla violenza, l’italiana Franca Viola con il no al matrimonio riparatore, o Anna Politovskaja con il no alla propaganda. Poi si arriva ai recenti casi di Malala Yousafzai e il suo no all’ignoranza o il no, ancora in atto, della poetessa iraniana Mahvash Sabet. I contenuti nel libro di Aristarco “Io dico no!” sono riferiti a coloro che hanno lottato in nome della libertà, perché a volte dire “no” non è essere capricciosi, ma opporsi alle ingiustizie. Illustrazioni di Nicolò Pellizzon. Età 10+.
“Viene sempre il momento in cui bisogna rendere ciò che si è preso...”



























