Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: La linea, Enrico Astolfi, Aladin Hussein Al Baraduni (Lorusso Editore, 2015)

14 settembre 2015
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Per due punti distinti passa una sola retta. E due percorsi differenti hanno portato a incontrarsi lo scrittore Enrico Astolfi e il pittore, illustratore e street artist Aladin, l’uno figlio della periferia romana, dei centri di accoglienza per minori stranieri, l’altro figlio della primavera araba, fuggito dal suo paese (lo Yemen) quando la sua arte libera si opponeva troppo radicalmente alla dittatura in atto.
Per due punti distinti passa una sola retta e NO LINEA è il grido di battaglia, scritto sugli striscioni di una folla inerme e senza nome. Oltre alla linea, una zona militarizzata: scudi, elmetti, manganelli, armi. Provate a immaginare un terreno di scontro: megafoni, lacrimogeni, grida, minacce, intimidazioni. Questo lo scenario in cui si svolge la fiaba politica messa in scena dalle parole e dalle immagini di questi due eclettici artisti romani d’adozione.
La copertina a colori e la decina di tavole in bianco e nero accompagnano la narrazione serrata e senza sbavature di un racconto destrutturato dall’epilogo amaro e scontato. Abbiamo una società militarizzata, forse troppo, e lo spazio per la libertà, la fantasia, la creatività quasi annullato, cancellato. Un equilibrio di forze, sull’orlo dell’implosione, una metafora degli equilibri di forze in atto nelle società contemporanee.
E il senso di tutto questo si perde, anche se chi detiene il potere assicura che è in grado di dare spiegazioni, certezze. Ma a volte il potere si nutre di potere e per il potere combatte. Senza un altro motivo. Senza un’ altra giustificazione. E la ribellione, il no assumono un colore livido, sbiadito, all’orizzonte. Dopo tutto sappiamo tutti che il più forte vince, anche se non è così evidente dove la vera forza stia.
NO LINEA, no confini, se vogliamo un discorso di strettissima attualità, quando una massa oceanica di gente, che lascia il suo paese in guerra, o fugge semplicemente dalla fame ed alla povertà, si sposta verso l’Europa, che almeno per il momento accoglie, organizza, smista ma non ha usato ancora le armi. Una situazione esplosiva, frammentaria, di difficile soluzione. Una situazione con la quale è bene che prima o poi tutti si confrontino. Meglio prima.

Enrico Astolfi è nato a Magenta (MI) nel 1976; ferrarese di adozione, vive da 8 anni a Roma. Funambolo del precariato ha lavorato come fattorino, lavapiatti, attrezzista, manovale e operatore in un centro di accoglienza per minori stranieri. Ha pubblicato la raccolta di racconti Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara) e il romanzo Casilina. Ultima fermata (Edizioni Pontesisto, 2013, Roma). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul web e su antologie.

Aladin Hussein Al Baraduni è nato in Arabia Saudita nel 1979. Cresciuto nello Yemen, dal 2005 vive a Roma. Pittore, illustratore e street artist, ha realizzato numerosi murales di grandi dimensioni in spazi occupati e autogestiti in tutta Italia, oltre ad aver collaborato con riviste e produzioni culturali indipendenti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ufficio stampa Lorusso editore.

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:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

Source: acquisto personale

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:: La tigre dagli occhi di Giada, Stefano Di Marino, (DBooks, 2015) a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2015
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Bentornata avventura! Verrebbe da dire leggendo il nuovo romanzo di Stefano Di Marino, La tigre dagli occhi di Giada. Più che a echi salgariani, mi verrebbe da pensare alla nobile tradizione delle avventure pulp americane degli anni 30’ e 50’. Avventurieri, tesori nascosti, nemici invincibili nascosti nell’ombra, combattimenti, donne affascinanti quanto misteriose, inseguimenti, giungle ai confini del mondo. Tutto l’immaginario che ha fatto grande un genere che ha intrattenuto generazioni di lettori, appassionati di scenari esotici, mistero e cacce al tesoro.
Perché la letteratura d’evasione ha la sua nobiltà, e ancora di più quando al suo servizio si mette una penna capace e fertile come quella di Di Marino, che il suo onesto lavoro di scrittore lo sa fare ormai da più di trent’anni, spaziando tra tutti i generi.
La tigre dagli occhi di Giada è un romanzo che potremmo ascrivere al genere di narrativa pop, quel tipo di narrativa che si poteva trovare per pochi cent sugli scaffali metallici (un po’ arrugginiti) dei drugstore, delle stazioni di benzina, dei capolinea degli autobus, in un’ America appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, con pochi soldi in tasca e tanta voglia di staccare dalla routine di tutti i giorni e pensare a un altrove, magari esotico, con piante tropicali, monsoni e belle donne dagli occhi a mandorla e la pelle del colore del caramello.
La crisi di questi anni non è proprio come quella di allora, dopo una guerra (mondiale), ma lo spirito è il medesimo, si ha voglia – specie d’estate – di leggere qualcosa scritto bene, che permetta alla fantasia di spaziare libera.
E così eccoci alla corte di Kublai Khan, alle prese con un manufatto prezioso da portare in dono al pontefice, in segno di pace. Per poi trovarci nella Nanchino del 1938, dopo l’invasione giapponese, sulle tracce di una pergamena misteriosa e ancora sulle piattaforme petrolifere al largo di Sumatra nel 2010. E infine arrivare ai giorni nostri in una Milano piena di cantieri per i lavori dell’Expo.
Ed è qui che Marko Kanun, l’eroe del romanzo, viene ingaggiato da una produzione televisiva italiana, sovvenzionata lautamente da misteriosi investitori giapponesi, per fare da guida a una spedizione nella foresta dell’isola di Batang.
La carcassa di una aereo, mai recuperato, contiene appunto la tigre e loro devono recuperarla e girarci un film. E i nostri, tra sette assassine, nemici che non dimenticano, e insidie di ogni genere, avranno il loro bel daffare.
Se posso fare una considerazione a margine, la maggior parte della storia si svolge tra Milano e Venezia, in un lungo prologo, che sì accresce la suspense spiegando molte motivazioni di alcuni personaggi, ma ti fa dire: quando arriva la jungla? Ma dopo tutto l’avventura è anche qui, adesso. Uscendo di casa la mattina. L’avventura è un luogo dell’anima, prima che uno spazio delimitato. E forse è questo il messaggio che vuole veicolare l’autore.
Il finale piuttosto aperto, promette comunque bene, non sarà l’ultima volta che sentiremo parlare dell’avventuriero guerriero, Marko Kanun, e della setta dei Sicari dal Volto di Cenere.
Buona lettura, sorseggiando rigorosamente una bibita ghiacciata.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luigi dell’Ufficio Stampa DBooks.

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:: L’esercito delle cose inutili, Paola Mastrocola (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 luglio 2015
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Complici i cinque anni di vagabondaggio che mi porto alle spalle, posso affermare – senza dubbio alcuno- che la libreria della stazione Termini, quella grandissima proprio all’entrata, su Piazza dei Cinquecento è l’unico luogo di Roma che conosco meglio delle mie tasche.

Sono sicura che molti di voi rideranno, altri mi diranno qualcosa tipo “Eh, ma non ci vuole mica chissà quale dote per conoscere a menadito la libreria di una stazione!”. Eh, eppure saprei collocarvi quasi tutte le sezioni. Ad esempio, so perfettamente dove trovare tutti i libri Paola Mastrocola, pur senza (mea culpa – mea culpa – mea grandissima culpa) averne mai letto uno prima del suo ultimissimo “L’esercito delle cose inutili”, pubblicato quest’anno da Einaudi.

Com’è che si dice in questi casi? Ah, sì.

C’è sempre una prima volta. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Gli ultimi saranno i primi.

Bando alle ciance coi proverbi, adesso voglio parlarvi di Raimond, l’asino a distanza regalato a Gulli per Natale. Che volete farci, esistono genitori che amano regalare il telefonino ultimo modello anche ai bimbi di prima elementare e altri (è il caso di Guglielmo, anche detto “Gulli” a casa o “Ulli Gulli”, da quegli insopportabili dei suoi compagni di classe) che, invece, optano per quei regali simbolici: pensierini pregni di un determinato significato.

Come? In che senso “asino a distanza?” Avete capito bene, proprio a distanza. Come un amico di penna, solo con due orecchie e quattro zampe.

Così Gulli, ragazzino di undici anni, molto timido e introverso, “incontra” Raimond, asino fuori carriera che vive nel Paese dei Variopinti, dove “tutti sono inutili, ma felici, in compagnia di altri personaggi fuori dal comune. Tra di loro c’è anche un vecchio libro ammuffito che non viene più letto da nessuno di nome Res. Sarà proprio Res ad insegnare a Raimond a leggere, in modo tale da poter iniziare questa amicizia epistolare con Gulli, che gli scrive tutte le settimane.

Proprio Raimond, l’asinello in pensione, sarà capace di comprendere appieno gli stati d’animo di quel suo piccolo amico e di ricostruire, tramite lettera, il mondo pieno di incertezze e paure di quel ragazzino così chiuso in se stesso.

Si intendono così bene, Raimond e Gulli.

Raimond lo comprende al punto da… decidere di andare a trovarlo! Lui e Res partono per aiutare Gulli con quel bullo che a scuola gli dà tanta pena.

Inizia così il viaggio, anzi la traversata, de “L’esercito delle cose inutili”: favola che diventa racconto volta a spiegare che non sempre sentirsi inutili vuol dire per forza essere infelici.

A volte, ciò che sembra inutile è solo piccolo, inesperto o spaventato. E ancora: non è detto che ciò che oggi ci sembra inutile non possa diventare utile, prima o poi.

Esperienze personali e paradosso si incontrano nell’ultimo libro della scrittrice-insegnante Paola Mastrocola in una favola che, qualora si prefiggesse una morale “utile”, come prima cosa mirerebbe al cuore delle persone (bambini, soprattutto) per fare in modo che non si sentano inutili. Soprattutto in una società come quella in cui viviamo in cui tutti, per essere “accettati”, dovrebbero rispettare certi standard.

Questo libro tutt’altro che inutile, di sicuro, vi strapperà un sorriso. In particolare a quelle persone che, come la sottoscritta, si sono sentite per anni e anni veramente… inutili!

Paola Mastrocola, classe 1956, nella sua vita fa quello che le riesce meglio: scrive. Dopo la laurea in Lettere (e la pubblicazione di diversi saggi letterari), ha insegnato al liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO). Da subito riesce a coniugare il suo amore per la scrittura con la passione per l’insegnamento, dando vita prima a libri per ragazzi e poi a romanzi che riprendono in chiave allegorica e fantastica tanti di quei problemi che interessano il mondo della scuola. Sono passati ormai quindici anni dal suo primo libro, “La gallina volante”, pubblicato da Guanda, ma da lì al suo ultimo “L’esercito delle cose inutili” il suo stile e la sua verve graffiante non si sono spostati di una virgola.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)

9 luglio 2015
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Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Tredici storie d’Adriatico, Paola Rambaldi, (Edizioni del Gattaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2015

bLe ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
Sorrise.
Non le sarebbe dispiaciuto incontrare uno così, ma con la sfortuna che si trovava avrebbe solo corso il rischio di incontrare l’Alain Delon dei giorni nostri, appassito e con manie suicide.
Altra cosa che non aveva afferrato del film era il titolo: cosa stava a significare?
Alzò le spalle senza trovare una risposta convincente.
Delon rimaneva sempre Delon e la sua pausa era finita.

Sì sa le raccolte di racconti non godono di grande fortuna nel mercato editoriale italiano. A meno che non siate Cheever, Carver o Flannery O’Connor non vendono molto e spesso ai giovani autori, così coraggiosi da volerle praticare, dicono non scrivetele, o per essere più magnanimi, sì scrivetele ma almeno non proponetele agli editori. Si da il caso che io ami la forma breve, anche la forma brevissima come la flash fiction, e spesso la legga. Non è facile scriverla, pregiudizio altrettanto radicato quanto il precedente a cui ho accennato. Per molti la narrativa breve è una palestra di scrittura, per altri una necessità. E’ anche vero che trovare bravi scrittori che scrivano racconti è difficile, ma quando li incontri, be’ da lettore è una bella esperienza, credetemi.
In queste ultime settimane ho letto tre libri, tra cui anche una raccolta di racconti, di un piccolo editore di Milano. Conosco Paola Rambaldi per il suo spirito, per i suoi divertenti post su Facebook, e per le interessanti recensioni cinematografiche che scrive, ma non sapevo che avesse davvero talento nello scrivere racconti. Mi sono proprio piaciuti: originali, personali, caustici, alcuni proprio divertenti. Qualche svista in via di revisione. Spero si arrivi a una seconda ristampa, dove le imperfezioni attuali vengano corrette. Meriterebbe davvero.
So dall’autrice che una buona parte li aveva letti Luigi Bernardi a suo tempo. Non so cosa ne pensasse ma è stata sua l’idea di portarli sull’Adriatico, inizialmente di ambientati al mare ce n’erano solo tre o quattro. E sicuramente questa scelta scorre come filo conduttore e ci accompagna nella lettura
In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città: Lido delle Nazioni, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, Cesenatico e altre meno famose. Tutti con venature noir, e sorretti da uno spirito combattivo e molto romagnolo. (L’autrice è originaria di Argenta, ma ora vive in provincia di Bologna). C’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare. Molte protagoniste sono donne, non edulcorate, non idealizzate, “veraci” la più sorprendente la incontrerete in “Le tre caravelle“. Non vi anticipo altro, leggeteli, e poi mi saprete dire. Aspetto i vostri commenti.

Paola Rambaldi  è originaria di Argenta (FE), trasloca spesso e attualmente vive a Castello di Serravalle (BO).
Impiegata per quasi trent’anni in una multinazionale dell’informatica, è riuscita a rimanere digiuna sia di hardware che di software. E nonostante il quantitativo industriale di relazioni, offerte e contratti commerciali digitati ha costantemente concentrato il pensiero sulle proprie fantasie noir tardivamente riportate sulla carta. Ha pubblicato “Bassa e nera” (ed. Pontevecchio), “La fudréra” (ed. REM) e tanti racconti in riviste e antologie (con Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa). Finalista per il soggetto cinematografico a Storie del nuovo millennio 2003 e Premio Teramo 2005.
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine.

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Morte all’Acropoli – Le indagini di Apollofane, Andrea Maggi (Garzanti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2014

indexPer gli amanti della Grecia classica, cultori del bello scrivere, cadenzato da digressioni colte, periodi ampi e ariosi, termini greci che pian piano diventano familiari, abituali, parte della nostra cultura e del nostro patrimonio di conoscenze, Garzanti ha appena pubblicato, dopo le fatiche del torneo Ioscrittore, Morte all’Acropoli Le indagini di Apollofane del pordenonese Andrea Maggi.
Un thriller storico, di impianto classico per stile e linguaggio, ambientato nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, non l’Atene dell’Età dell’Oro di Pericle, ma l’Atene sulla via della decadenza, del tramonto della polis, della sconfitta militare, della crisi politica, della corruzione capace di minare le fondamenta della più antica democrazia della storia. Un periodo storico insomma di crisi e conflitto, che ben si presta ad aggiungere un tocco di drammaticità in più a una storia appunto che parla di furti, omicidi, innocenti ingiustamente accusati, padri che per salvare il buon nome della famiglia coprono i reati dei figli scapestrati mettendo a repentaglio il destino di Atene.
Laureato in Lettere a Trieste con una tesi sul poeta Giacomo Noventa, Andrea Maggi, (è insegnante, ha come vocazione trasmettere sapere ed educare), deve aver pensato, cosa c’è di meglio del genere giallo, per dare sfogo a una passione quella della storia antica, e trasmettere questo amore ai giovani o a coloro che appunto si avvicinano alla lettura sempre titubanti, preoccupati di annoiarsi. E in questo libro tempo per annoiarsi non ce n’è, tutti gli strumenti classici che rendono piacevole la suspense sono usati con competenza e divertita ironia: c’è l’indagine, seguita dal brillante Apollofane, un mercante che per una promessa si trova a diventare investigatore e improvvisarsi logografo, un omicidio di un addestratore di galli, un processo tenuto alla presenza dell’Arconte Re, la scomparsa dell’oro custodito nel Tesoro dell’Acropoli, una bellissima e indipendente filosofa di nome Filossene, una madre che a tutti i costi vuole trovare al figlio una moglie onesta e parsimoniosa, uno schiavo fedele al suo padrone ed esperto nella lotta, e un asino Mida, proprio come l’antico re che trasformava in oro tutto quello che toccava, che si trasforma in un più che efficiente… cane da guardia.
La ricostruzione storica è più che fedele, capace di far rivivere l’atmosfera del tempo, la folla dei mercati, dell’Agorà, il chiasso assordante delle bische tra le urla di incitamento degli scommettitori, e i guaiti dei cani da combattimento, le raffinatezze dei simposi, i templi con i loro sacrifici in cambio delle predizioni degli dei. In più appunto c’è la componente gialla con l’indagine vera è propria, la ricerca di indizi, l’interrogazione dei testimoni, le intuizioni, la scoperta dell’assassino, e del piano che il delitto nascondeva. Buona lettura.

Andrea Maggi è un giovane professore di lettere appassionato di storia. Morte all’Acropoli è il suo primo romanzo.

:: Inverno rosso, Luca Rinarelli (Eris edizioni, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2014

cover-inverno-rossoLa saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Il personaggio di Werner Hartenstein sembra uscito da quelle saghe di Segretissimo anni ’70, prima che il muro di Berlino crollasse a causa della globalizzazione e dello sfaldarsi del vecchio regime sovietico. Poi la Germania Est si ricongiunse con la Germania Ovest, e non fu un’operazione indolore. Werner sembra portare su di sé le cicatrici di questo passaggio, una certa malinconia e nostalgia, forse per la sua giovinezza, e nello stesso tempo un vago senso di colpa, per il suo passato personale, fatto di violenza e sopraffazione. E in questo dualismo profondamente umano, dolorosamente realistico, risiede la bellezza del personaggio, che in questo episodio si arricchisce di sfumature che fanno luce sul suo passato: il suo lavoro di agente, il suo rapporto con Hans, maestro e mentore, il senso di colpa legato al padre, usato dai Servizi della DDR per costringerlo a compiere imprese che ancora lo tormentano.
Inverno rosso, romanzo profondamente noir nella misura in cui investiga nelle pieghe oscure sia dell’animo dei personaggi, sia della società, oppressa della crisi economica e morale, teatro di uno scontro di volontà in cui non è affatto irrealistico e immaginario il sorgere di organismi internazionali capaci di compiere le peggiori azioni in nome della sopravvivenza, o meglio dell’autoconservazione. Cinismo, spietatezza, corrosiva ferocia si uniscono a discorsi puramente economici, disumani quanto inutili.
La storia, ambientata in una Torino invernale molto simile a Berlino, come fa notare Pandiani nella sua puntuale prefazione, «In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.», ha inizio con la morte apparentemente accidentale di numerosi clochard, troppi per essere solamente un dato che rientra nelle statistiche. Ma per Werner non sono solo numeri, molti sono “amici”, che hanno diviso le stesse strade che lui percorre ogni giorno. Indagando su queste morti scopre che non sono affatto incidenti, ma morti programmate, da persone senza scrupoli con un piano strutturato e follemente sistematico. E strumento di queste morti è proprio qualcuno che viene dal suo passato, un passato che vorrebbe dimenticare, ma è presente con i suoi fantasmi e le sue occasioni perdute.
La componente sociale in questo noir non è di minor importanza della descrizione dei luoghi, degli ambienti, della geografia postindustriale di una città in cui convivono vecchie ricchezze e nuove povertà. Il grigiore della crisi, gli immigrati dell’est, i vagabondi e i senzatetto, fanno da sfondo a una realtà urbana ibrida e desolata, ma ancora capace di conservare sacche di altruismo, solidarietà, amicizia e proprio questa incongruenza crea quel senso di realismo, e autenticità che dona a questo noir un’ anima, una peculiare concretezza.
La scrittura è semplice, fluida, bilanciata, alterna parti descrittive a dialoghi immediati e schietti. Nessun fronzolo, nessuna eccessiva deriva verso il sentimentalismo, specie quando il protagonista fa i conti con il suo passato, con l’amicizia che lo legava al suo Maestro, ora materializzatosi nel suo peggior nemico, nell’uomo che lui si rifiuta di essere, non ostante l’abisso sia così vicino, quasi inevitabile. Hans potrebbe essere tranquillamente il suo doppio, l’uomo che avrebbe potuto essere. Ma Werner in fondo è una persona gentile, con un’etica, una coscienza, sentimenti ed emozioni, non la macchina per uccidere che i suoi ex capi avevano programmato. Lui non agisce per tornaconto, non si è adeguato alla legge del denaro che regola i sistemi capitalistici in cui ora vive, conserva una romantica ideologia fatta di giustizia, solidarietà, onestà, capace di redimerlo in fondo, se di redenzione si può parlare.
Come ogni noir che si rispetti le parti buie sono più frequenti di quelle luminose, ma non è la tristezza e la disperazione a prevalere, ma una ragione, la ricerca di suo padre, moto proprio che sicuramente si svilupperà nel prossimo romanzo della serie. Perché la storia di Werner non finisce qui, questa è solo una tappa. La recensione esce in anteprima, il libro uscirà il 15 aprile.

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere.
Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino – Calibro 9 (Novecento Media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.