“Bene e male sono i pregiudizi di Dio” disse il serpente nel Paradiso terrestre, secondo Friedrich Nietzsche. E da questo aforisma al sapore di arsenico, per la precisione tratto dalla Gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft, 1882), Luca Poldelmengo ha tratto il titolo del suo nuovo libro, I pregiudizi di Dio, edito nella collana Sabotage di EO.
Un noir, sotto le mentite spoglie di un poliziesco. Un noir che appunto si trova a manifestare un sano scetticismo su dove si trovi il reale confine tra bene e male, tra un buon poliziotto e uno cattivo, un buon marito e uno cattivo. Insomma ci sono soglie oltre le quali nulla è più lo stesso, oltre le quali non si torna indietro. Ed è inutile chiedersi se abbia un senso innalzare steccati, credersi al sicuro. A volte il male è inevitabile, non lo si va a cercare. Si compiono cattive azioni per un senso di giustizia più alta, che sconfina pericolosamente con la vendetta. Si può uccidere per legittima difesa. Una vita in cambio di un’altra. Si può uccidere per difendere un amico, un collega, una persona amata. Sempre una vita in cambio di un’altra. Tragica verità nella sua essenzialità, semplicità.
Uccidere è male, forse la forma più estrema di praticare il male. Un male senza ritorno e i protagonisti di questo romanzo ci avranno a che fare. Dovranno mettere in gioco se stessi, con i loro sensi di colpa, le loro fragilità, la poca voglia di fare i conti col destino, con un amore non ricambiato, con una malattia improvvisa, con una donna che abbandona figlio e marito. Sono infondo cose che capitano, nella vita di tutti, più probabili che incontrare un serial killer e non meno dolorose.
Quando alla stazione di polizia di un piccolo centro non lontano da Tivoli arriva un uomo disperato che denuncia la scomparsa della moglie, ad accoglierlo ci sono due poliziotti che il caso o il destino ha messo insieme. Due poliziotti che non si possono vedere, non sempre i colleghi sono come vorremmo che fossero. Quando scompare qualcuno, un famigliare, o peggio un bambino inizia tutta una trafila che va da “Chi l’ha visto” alla denuncia alla polizia, a tappezzare la zona della scomparsa con manifesti e volantini.
Poldelmengo non lascia troppo spazio a questa ricerca, subito la donna scomparsa viene trovata in un fosso, morta, seviziata. E il marito non è certo un personaggio che desta simpatia, anzi non pochi pensano sia lui il colpevole, (non sono sempre i mariti a uccidere le mogli, dice il senso comune). Che poi anche se non fosse il colpevole, alcuni pensano che non è un vero innocente, anche se magari non l’ha uccisa, stare chiuso in prigione potrebbe essere solo ciò che si merita.
Ma un colpevole ci vuole, ci deve essere, Margherita qualcuno l’ha uccisa (la scena del ritrovamento del cadavere è simile a tante scene del crimine, impersonale nei suoi particolari più ripugnanti). E da Roma arriva in supporto un altro commissario, una donna, una donna presente nel passato di uno dei due protagonisti.
Abbiamo così tre poliziotti, un omicidio e la giostra dei mass media. L’odore di uova marce delle acque termali. La polvere di travertino. La periferia. Il raccordo anulare. Le fabbriche, ormai scheletri industriali come tanti cadaveri al sole. I capannoni, i camion che corrono in una cacofonia di suoni.
Chi ha letto L’uomo nero, ritroverà alcuni personaggi, per meglio dire alcune situazioni di quel romanzo, ma I pregiudizi di Dio non è un seguito, ha una struttura narrativa unica, compatta. Capitoli brevi, alcuni brevissimi, fulminanti. E lo stile di Poldelmengo, severo, venato di una calda umanità. Pochi tratti, personaggi, ambientazione, trama, tutto funzionale alla storia che deve essere narrata. E un finale devastante nella sua banalità e indifferenza. La banalità del male, diceva qualcuno.
Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco. Nel 2014 pubblica Nel posto sbagliato per le Edizioni E/O, anch’esso finalista al Premio Scerbanenco.
Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Colomba direttrice collana Sabotage.
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Innanzitutto che esistano una quantità spropositata di qualità di sigari, ognuna con il proprio nome, e le proprie qualità, e da non fumatrice è una cosa che mi ha sorpreso. Sigmund Freud ne fuma continuamente, e sempre diversi e costosi. Poi che Papa Leone XIII fosse un cultore, o proprio un adepto del vino Mariani, un vino medicinale corretto con la Cocaina del Perù, e ne era così entusiasta che prestò la propria immagine per locandine pubblicitarie dell’epoca (vedesi foto). Che già agli inizi del Novecento si usasse una forma rudimentale di poligrafo, (anche Lombroso si ingegnò a perfezionarlo), capace di rendere evidente se il soggetto dell’indagine mentisse o dicesse al verità. Che tra massoni si salutasse in un determinato modo, e non ostante la scomunica immediata, se scoperti, molti alti prelati lo fossero. Che Leone XIII fu il papa più longevo (e simpatico) della storia. Che Francesco Giuseppe, Imperatore del Sacro romano Impero, esercitò un antico diritto lo Ius Veti, per impedire l’elezione di un papa a lui sgradito (impedì anche la sepoltura in terra consacrata del figlio Rodolfo, morto suicida). Che la ditta Annibale Gammarelli è la più antica sartoria romana, e che da secoli veste papi e cardinali.





Ambientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Le ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”
























