Posts Tagged ‘Federica Guglietta’

:: Favole migranti, AA. VV. (Amazon, 2016)

26 dicembre 2016

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Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”. Tutto è nato qui  e dalla risposta a questa semplice domanda: perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli, bambini e ragazzi, spesso non accompagnati, che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa? Abbiamo aperto un gruppo su FB, siamo una cinquantina e tutti abbiamo collaborato secondo le nostre disponibilità. Abbiamo deciso di autopubblicarci su Amazon, e mettere l’ebook al costo di 2,99 Euro, per ogni singolo ebook venduto avremo un ricavo di 1,65 Euro. Tutto il ricavato sarà devoluto come donazione alle associazioni che si occupano di questi ragazzi.

Terremo conto di tutto e vi terremo informati, su quanto raccolto, e su quali saranno le associazioni.

I racconti sono: Il viaggio di Amir – Giulietta Iannone, Alle luci dell’alba – Giancarlo Vitagliano, Amir e l’albero incantato – Federica Guglietta, La piccola foglia – Piermario Ramello, Il gatto pop corn – Piermario Ramello, Una Cenerentola con gli scarponcini rossi – Fioly Bocca, Laila e il filo magico – Elisabetta Forte, La stellina salterina – Denise Colletta, Hope – Patrizia Fortunati.

Una menzione speciale merita Fede Ghira, anche lei ha scritto un racconto che per ora non è stato accluso, per motivi tecnici, alla raccolta, speriamo di poterlo fare in futuro.

Abbiamo comunque dei debiti di riconoscenza verso Luca Morandi e GDBee per la bella copertina, verso Mala Spina, per l’impaginazione dell’ebook, e verso Viviana Filippini e Federica Guglietta per le correzioni.

Se l’acquistate e notate refusi o altro, segnalateceli, che poi aggiorniamo le correzioni, grazie a tutti.

Supporter: Giulietta Iannone, Fede Ghira, Roberto Saporito, Maria Chiara Paone, Tor K. Morisse, Milvia Comastri, Giancarlo Vitagliano, Luigi Romolo Carrino, Matteo Strukul, Viviana Filippini, Andrea Storti, Stefano Cavallin, Alessandro Morbidelli, Daniela Distefano, Piermario Ramello,  Carlo Maria Pozzan, Fioly Bocca, Federica Guglietta, Lorenzo Mazzoni, Davide Mana, Enrico Astolfi, Patrizia Fortunati, Denise Colletta, Simone Giulitti, Elisabetta Forte, Laura Mondarini, Sofia Bucci, Cinzia Pelagagge, Cira Acunzo, Maria Rubino, Eleonora Pernarella, Cesare Gurrado Pastore, Silvia Mor Salusest, Enza Giglio, Francesca Bacaloni, Ibr Dramé, Alessia Carnevale, Simone Tribuzio, Luigi Palazzo, Frances Fahy, Francesca Iervese, Giulia Mirimich, Cocca Esposito, Enrico Tribuzio, Federica Tavaglione, Veronica Vittoria Esposito, Alessia Guglietta, Federica Pontieri, Marco Berto, Natascia Tripolino, Carmina Locci, Veronica Della Vecchia, e Alessandra Manfredi.

:: A pietre rovesciate, il libro della memoria di Mauro Tetti (Tunué, 2016) a cura di Federica Guglietta

1 aprile 2016
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A pietre rovesciate è un libro difficile.
Un racconto solenne e antico, in cui vecchio e nuovo insieme a un passato remotissimo, un presente indefinito e un futuro più che mai immaginato si mescolano in una danza sconosciuta e incalzante, in un ritmo che sa di nocche che tamburellano tempie di un’anziana donna che non ama parlare, ma racconta storie.
Se non avessi la certezza che Mauro Tetti abbia trent’anni appena compiuti, abiti in Sardegna e che, nella vita, adori scrivere, lo scambierei sicuramente per aedo, rapsodo o cantastorie – che dir si voglia. Mauro Tetti è al suo primo romanzo.
Vero, sarà pure un libro difficile, alle cui pagine non ci si avvicina di certo facilmente, ma vale la pena leggerlo. In questo mio breve articolo proverò a esternare quelli che sono i motivi per cui si tratta di un’assoluta novità editoriale.
Quella in cui vi immergerete con A pietre rovesciate è una lettura intensa. Non è solo un romanzo, è più un libro della memoria: tanto prende dal passato, tanto è disposto a dare al futuro.
L’impostazione stessa del romanzo si rifà, come avrete già capito, a qualcosa che è tutt’altro che contemporaneo.
Nell’incipit, rigorosamente senza titoletto, assistiamo a una vera e propria reinterpretazione della Genesi:

“In principio Dio creò il cielo e la pietra. Il di su e il di giù. Le tenebre tremanti di su, le acque inerti di giù. E Dio disse: A Li Ga. Le acque si aprirono, emerse l’isola e Dio vide che era cosa buona. (…) E Dio disse: L’isola produca germogli, le erbe producano semi e i semi producano frutti, ciascuno secondo la sua specie. Dio si tastò più volte la fronte corrugata, dimenticava le cose.
Disse: L’isola produca povertà, produca miseria, ricchezza per pochi a svantaggio del resto della specie. E poi: L’isola brulichi di esseri viventi, rettili e bestie secondo la loro specie. Poi colse un pugno di farina bianca e una noce di miele di corbezzolo e disse: Cri Stia Nu. Dio creò l’uomo. A sua immagine lo creò.”

Ci troviamo davanti a una riscrittura personalissima e straniante, che lascia prefigurare quale sarà il successivo andamento successivo di tutta la narrazione. Tutto il romanzo, infatti, è caratterizzato da un ritmo spezzato, ma allo stesso tempo cadenzato. Una storia dal forte richiamo epico, pur restando attuale e ben contestualizzata nel suo essere sfuggente.
Persino lingua usata dall’autore, idioma misto che padroneggia alla perfezione, spazia dal repertorio classico e desueto, passando per termini autoctoni di inflessione sarda, fino a fondersi appieno con il carattere prevalentemente orale, vivo e spezzato della comunicazione non scritta.
Stessa cosa sul piano dei contenuti, una sorta di registro, vivido e in divenire, delle reminiscenze dell’antico paesaggio pietroso di Nur.
O meglio, della sua gente: ruvida come la pietra, resistente, ma scalfita da mille dolori. Una popolazione che esiste da sempre e per sempre, stirpe plasmata dal sudore e dal fango, che vive ai nostri giorni, ma che sembra esistere da quegli albori mitici, da quando Dio plasmò la sua prima Creatura, poi la Donna e il Maureddino, elemento di Caos e Perdizione.
La memoria di questo paese isolano, a metà tra fantasia e realismo, vive attraverso le parole di Nonna Dora, l’anziana racconta storie a cui facevamo riferimento all’inizio. Suo nipote l’ascolta, come se fosse un insegnamento indispensabile per vivere al meglio il suo presente, insieme a Giana, ragazza-bambina dal triste destino, che lui chiama, affettuosamente e molto spesso, “l’innamorata sua”, ma non le risparmia, in tono canzonatorio, persino un soprannome dispregiativo come “La Balena”, cosa che mai ci si aspetterebbe da un innamorato di tal specie. Eppure, per la sua Giana, questo ragazzo senza nome e senza fisionomia, che non è più un bambino, ma non è ancora del tutto un uomo, farebbe qualsiasi cosa.

“Giana La Balena la chiamavo io, e i suoi occhi, come gli occhi di una balena, si riempivano di lacrime. Mi dispiaceva molto, ma ridevo anche, allo stesso tempo. Il nostro umore cambiava alla velocità di uno sparo, contenti ma con le lacrime agli occhi. Ci amavamo molto.”

I due personaggi femminili vengono descritti dal ragazzo, voce narrante della storia, come figure decisamente creepy, eppur squisitamente degne di essere amate. Si tratta di descrizioni, sia quelle fisiche che quelle naturali, che hanno a che fare con la sfera del sogno: sono impalpabili e presenti, spaventose e bellissime. Tutto ruota principalmente attorno a questi tre co-protagonisti, ai quali, però, si alternano, come in un vortice senza fine, anche alcune figure del passato: regine guerrafondaie e principesse tristi, marinai e nonni eroi, giovani cadute nel pozzo per amore, ladri senza scrupoli e pugili fortissimi.
Provare a riassumere la trama di A pietre rovesciate in modo ancor più dettagliato sarebbe inutile e a tratti controproducente. Abbiamo sotto gli occhi un libro che va letto e capito, una narrazione intensa che prende e rapisce. Arriverete in poco tempo alla fine del libro e, credetemi, non ve ne accorgerete neanche. Di storie così ben fatte non ne scrivevano più da un pezzo.
Non a caso, questo romanzo breve in lunghezza e pieno di avvenimenti nei contenuti – quasi fosse un fiume in piena, fa parte della fortunata collana dedicata alla narrativa della Tunué, casa editrice che ci ha visto bene e lungo, proponendosi di dare voce a un arcobaleno di storie – sentitevi liberi di prendere quest’affermazione nel senso più letterale possibile e precipitatevi a guardare le loro copertine – , tutte nate dalla penna di giovani scrittori emergenti, con la curatela di Vanni Santoni: un dato, questo, che è più di una garanzia.

Mauro Tetti, classe 1986, vive a Cagliari. Ha pubblicato diversi racconti su Flanerì, Inchiostro e altre riviste. Nel 2011 ha vinto il premio Masala con il monologo Adynaton.
A pietre rovesciate, settimo titolo della collana Tunué Romanzi e vincitore del Premio Gramsci per inediti, è il suo primo romanzo.

Source: libro ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Simone e Claudia, addetto stampa e ufficio stampa narrativa Tunué.

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:: I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 febbraio 2016
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Finito di leggere più di un mese fa, questo libro che pare “scritto per dare forma a un dolore vero”- come si può chiaramente leggere in quarta di copertina -, ma non riuscivo proprio a parlarne, ad esternare tutto il bagaglio di emozioni, smarrimento ed empatia che mi aveva lasciato dentro.
Così me lo sono trascinato dietro per un po’ di tempo, presenza fissa sul mio comodino, nella borsa e persino nella valigia. L’ho spiegazzato, come si fa con qualcosa che non si capisce, l’ho trascurato per esorcizzarne il dolore, l’ho ripreso quando ho capito che potevo parlarne. Ma andiamo per gradi.
Vincitore del Premio Sinbad 2015 come miglior libro straniero, è il mio primo Toews. Esatto, prima di avere tra le mani I miei piccoli dispiaceri, io, Miriam Toews, non la conoscevo. Eppure ne ha scritti di libri prima di questo.
La mia personale iniziazione alla sua scrittura è avvenuta insieme a una trafila di dolori, come se gli amabili uccellini rappresentati su quella copertina neutra e pulita lasciassero in qualche modo presagire, con l’apparente calma, i loro colori vivaci e l’essere rivolti verso direzioni tutte diverse, un lieto fine per quei (già annunciati) piccoli dispiaceri. Titolo che è, tra l’altro, una citazione dotta, ripresa da un verso della poesia di Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem, in cui si legge appunto All My Puny Sorrows.
Come se, ammettiamolo, il dolore possa essere qualitativamente e quantitativamente piccolo, poi.
La piacevolezza della copertina, invece nasconde e tutela un racconto duro che vi rimarrà nel cuore con un tonfo secco e vi aprirà gli occhi: non sempre c’è una spiegazione agli eventi della vita, alcune cose sono così inspiegabilmente assurde da sembrare irreali, quando poi sono le più reali di tutte. Facevo male, eccome se facevo male, a non conoscerla, ma non quanto ne faccia questa storia. Ve l’assicuro.
I miei piccoli dispiaceri parla di tante cose. Di famiglia, una in particolare, quella di Elf e di sua sorella Yoli, legatissime seppur così diverse. Fanno parte di una comunità mennonita, hanno una grande famiglia, ma sono diverse. Di un amore, il loro, fraterno ed immenso che farà da contrappeso a scelte difficili. Di un dolore, unico e multiforme, totalizzante.
Elf, la sorella maggiore che di mestiere è pianista di successo con intelligenza fuori dal comune, è stanca. Elf vuole morire e vuole farlo proprio a sole due settimane da un tour molto importante. Yoli, che ci racconta la sua storia, è la sorella minore e problematica, con due figli avuti da due uomini diversi senza che sia mai stata sposata con nessuno dei due e una vita decisamente sopra le righe.

“Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.”

Elf vorrebbe essere portata in Svizzera, per finire lì i suoi giorni, lì c’è la possibilità di morire in pace, c’è l’eutanasia. Invece resta in Canada, a Toronto. Yoli vorrebbe solo strattonarla e portarla via, lontano dall’inquietudine che la sta dilaniando e annichilendo. Cerca di farlo consolandola e canzonandola, a volte la sgrida, spesso finisce per dirle: “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?
Elf giace su un letto d’ospedale: ha tentato per la prima volta di togliersi la vita, ma non ce l’ha fatta.
Yoli ed Elf sono solo i tasselli principali di questa storia dalla trama esile, ma con un apparato di personaggi collaterali ricco e variegato, che dà perfettamente l’idea di quella che dev’essere la vita in una comunità che segue determinate regole e che probabilmente, non ha nel proprio codice comportamentale quell’insoddisfazione che caratterizza il presente di Elf. Difatti nessuno la comprende.
I miei piccoli dispiaceri è nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice e racconta perfettamente il dolore e il nero della depressione, il male vero che si prova, senza giri di parole e inutili metafore. Il dolore è vero e percepito proprio perché è vissuto.
Un male raccontato in modo crudo e drammatico, ma che finisce per essere solo buffo e paradossale, inesorabilmente attaccato alla vita. Una scrittura che dà vita a personaggi veri quanto la loro sofferenza, nati dal ricordo personale e dalla voglia di farlo rivivere per trarne un insegnamento che sia utile ad altri, alla società, al mondo.
Consigliato a chi crede che non ci sia scampo, che finirà schiacciato dal peso della propria esistenza tanto da non poterci fare nulla. Perché, se è vero che si parla così tanto di morte, non ci si ritrova a fare altro se non desiderare di voler vivere ancora.
Traduzione di Maurizia Balmelli, immagine di copertina di Lorenzo Lanzi.

Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

Maurizia Balmelli, nata e cresciuta a Locarno, ha studiato all’École Lecoq a Parigi e alla Scuola Holden a Torino. Collabora con varie case editrici italiane tra cui Einaudi, Adelphi, Rizzoli. Dal 2003 è titolare del corso di Traduzione dal francese presso la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali gestita dall’Agenzia Tuttoeuropa di Torino. Tra gli autori tradotti Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Aleksandar Hemon, Martin Amis.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Il paradiso degli animali, David James Poissant (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

4 febbraio 2016
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Una legge non scritta dell’editoria è solita sentenziare che “tanto le raccolte di racconti non vendono”.
Niente di più sbagliato, almeno per me che, nell’ultimo anno, ho decisamente privilegiato, nelle letture personali più o meno assidue, proprio questo genere.
Ebbene sì, Il paradiso degli animali è definitivamente “La raccolta di racconti del 2015”: l’unica che è stata capace di scardinare il mio punto di vista fino ad ora, straniante e umana, tagliente e spietata nei temi e nel linguaggio, assolutamente fuori dal comune.
Altro punto a suo favore? David James Poissant è uno scrittore emergente. A riprova del fatto che non solo i racconti possono interessare ed essere letti da tanti, ma anche che esiste un nuovo – nuovissimo – modo di intendere la scrittura che nulla toglie e tanto dà alla letteratura canonica.
Il paradiso degli animali ci racconta l’America. Non di certo quella straordinaria e patinata, dei grattacieli, uomini d’affari e della vita che passa frenetica tra un taxi giallo e una limosine, magari. Ci racconta un’America tanto ordinaria quanto inaspettata e cruda. L’America figlia degli uomini del sud. Il Sud, appunto: dall’Alabama passando per la Georgia e la Florida. Luoghi che sembrano stampati nella mente dell’autore, che li descrive nel dettaglio pur non scadendo in qualsivoglia intento didascalico. Sedici racconti, torno a ripetere, totalmente e “stranamente” americani per ambientazione, modus vivendi e fatti narrati.
Ci racconta un’America popolata di esistenze e di storie che sconvolgono fino a far male. Storie di fallimenti e delusioni, dissapori e false partenze che si stagliano contro le strade sempre dritte e periferiche che si perdono a vista d’occhio nell’orizzonte, costellate di motel, market e polvere che brucia sotto al sole. Storie di padri e figli, incompresi ognuno a suo modo: il genitore manesco e chiuso nelle sue convinzioni diventa predatore, il figlio (seppur tanto amato e “bellissimo”) preda indifesa e sanguinante, come in Lizard Man, racconto in apertura di fortissimo impatto emotivo.
La raccolta prende il titolo da The Heaven of Animals, poesia di James L. Dickey: qui la vita animale è vista come qualcosa di inesorabilmente predestinato in cui i predatori si distinguono in maniera netta dalle prede e saranno in grado di primeggiare e cacciare, gli uni, e di fuggire e poi soccombere, gli altri:

“Sotto l’albero
cadono
sconfitti,
si rialzano,
si rimettono in cammino.”

Di paradiso degli animali si torna poi a parlare anche nell’ultima delle storie, quella che chiude il libro e che, per questo motivo, porta lo stesso titolo. Come a voler rappresentare l’ultimo anello di un cerchio che si chiude, ciclo vitale animalesco e ciclo esistenziale squisitamente umano si mescolano in un’atmosfera slegata, ma continuativa, che non smette mai di stupire.
Poissant è riuscito a trasporre questa metafora, mutuandola dalla poesia e dalla tensione ferina propria del regno animale, in ognuno dei suoi racconti in modo differente e più che unico.
La narrazione risulta attuale in ogni suo punto. Proprio come “animali sociali”, ma neanche troppo dediti all’aggregazione, i personaggi di Poissant sono aggressivi e fragili, cadono e rialzano per poi riaccasciarsi, perennemente sul filo del rasoio, con un piede saldo a terra e l’altro a penzoloni in un fosso. Poco importa se nel fosso inaspettatamente troveremo un alligatore a cui legheremo la bocca stretta nel nastro isolante.
Degna di menzione la traduzione dall’inglese a cura di Gioia Guerzoni: evocativa, mai noiosa e, sicuramente, di assoluta efficacia narrativa.

David James Poissant, esordiente, ha scritto numerosi racconti poi pubblicati su diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, che hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.
Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Gioia Guerzoni, traduce prevalentemente narrativa, da vent’anni. Sue le traduzioni di autori come Teju Cole, Iris Murdoch, Siri Hustvedt. Si occupa di progetti editoriali e scouting, oltre a partecipare a numerosi festival letterari internazionali.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

11 gennaio 2016
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Di Luciano Funetta dicono tutti sia un esordiente. Vero, ma neanche troppo. Ha troppa dimestichezza con l’intreccio narrativo per essere al suo primo romanzo pubblicato. Impegnato da anni in diversi progetti, fa parte di collettivi, ha sempre scritto racconti. Ho voluto presentarvelo così, di getto, fin dal primo rigo di questa recensione, senza fare un minimo accenno neanche alla trama, ma andiamo con ordine.
In una città tanto moderna quanto desolata, in un tempo passato più che mai assimilabile col nostro presente vive Rivera, un ex giornalista che molla tutto per prendersi cura delle creature che più gli stanno a cuore: alleva serpenti velenosi, li cura come fossero dei figli.
L’attenzione (e l’attrazione) nei loro confronti è tale da spingerlo, all’inizio del tutto inconsciamente, ad inscenare un numero con loro. Permette, infatti, alle sue trenta creature di strisciare sul suo corpo nudo e riprende il tutto con una telecamera.
Da questo gioco ingenuo all’ascesa tra le file del cinema porno d’autore il passaggio sarà inaspettatamente breve, da derelitto e solo che era, Rivera diventerà l’uomo che tutti vogliono. Entra nel mondo del cinema porno come se fosse un fantasma.
Avvicinandosi ad un ambiente a lui del tutto oscuro, avrà modo di conoscere produttori (Birmania e Traum) che, a loro modo, hanno fatto di questo genere un’arte e sono acclamati da un pubblico invisibile, ma sempre presente; registi (Laudata) la cui unica preoccupazione è arrivare a premi e riconoscimenti, in una parola al successo; giovani attrici francesi un po’ smarrite e un po’ sfuggenti; sceneggiatori fuggitivi, in crisi d’identità e con un passato per niente roseo alle spalle (l’argentino Tapia).

“Quello che gli proponevano non aveva niente a che fare con nessuna delle pellicole pornografiche che Rivera aveva visto fino a quel momento. Più che altro davano l’impressione di aver scelto di partecipare a un gioco senza regolamento preciso, un’impresa del cui esito disastroso nessuno si preoccupava, perché ogni esito è in sé una catastrofe verso la quale Birmania e Laudata si dirigevano con entusiasmo.”

Attirati dallo scintillio della ribalta o meno, tutti i personaggi del romanzo interiorizzano i propri demoni nei modi più diversi e questo non li aiuterà di certo a risalire la vetta del loro personalissimo monte Parnaso.
L’autore riesce a mescolare luoghi, a partire dall’immaginaria e arida Fortezza e da una Barcellona sfrenata e piena di sorprese e due tempi, presente e passato, che si annodano tra loro, seguendo un ritmo allucinato e strisciante. Proprio come le bestiole tanto care a Rivera. Nel mezzo troviamo, non a caso, rimandi a Tod Browning, il regista di Freaks, film scandalo del 1932.
Quella di Dalle rovine è una scrittura d’impatto che diventa metacinema: ciò che viene raccontato si percepisce, è visibile e chiaro, nella sua sfatta straordinarietà.

“Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una tetra notte di squallore in cui anche noi vagavamo tra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra. Ne eravamo rimasti colpiti e abbiamo iniziato a seguirlo.”

Fin dall’inizio della lettura colpisce lo specifico ruolo che Funetta affida al punto di vista: un narratore esterno ed onnisciente, che conosce il protagonista e lo segue in tutti i suoi movimenti, una voce polifonica che diventa sempre più presente e vivida, seppure invisibile, una terza persona plurale che rappresenta tutto e niente, che si allontana e poi ritorna.
Un romanzo consigliato a chi ha paura dell’ignoto, ma non dei fantasmi della mente.

Luciano Funetta, classe 1986, è nato in provincia di Bari. Dopo sette anni a Bologna, nel 2012 si è trasferito a Roma dove è entrato a far parte del collettivo TerraNullius e della direzione artistica del Flep! – Festival delle letterature popolari.
Finora ha pubblicato: Noi stessi abbiamo dimenticato, «Watt» 0; Certe informazioni, «Costola» 1; Gli occhi della montagna su Cosa si scrive quando si scrive in Italia, Granta Italia; Strappacuore su «Prospektiva» 55; alcuni contributi per archiviobolano.it oltre a numerosi racconti e saggi su TerraNullius.
Dalle rovine è il suo primo romanzo, pubblicato nella collana romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni.

Source: libro ricevuto in regalo.

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:: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 dicembre 2015
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I libri che ho in lettura o che ho intenzione di iniziare durante questi ultimi giorni di 2015 presumo, per forza di cose e per mole, saranno gli stessi che mi accompagneranno per la prima fetta di nuovo anno. Si tratta di pubblicazioni che, ognuno a suo modo, meritano assolutamente di essere spizzate, sfogliate, iniziate, sottolineate, interiorizzate per essere terminate in un giorno o riprese al bisogno.
Sto parlando di diversi libri, tutti romanzi, ad esclusione di uno, e tutti nati dal complesso anno che ci stiamo lasciando alle spalle: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore), Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué), Il paradiso degli animali, D. J. Poissant (NN Editore), I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos) e Gli anni, Annie Ernaux (L’orma editore).
Tutti e cinque conosciuti in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che, anche quest’anno, si è svolta a Roma a cavallo tra la prima e la seconda settimana di dicembre.
Tutti, all’infuori di uno, presi in occasione della fiera… come poteva essere altrimenti, verrebbe spontaneo da dire.
Chiudiamo parentesi, oggi è il turno di Panorama: romanzo diretto e nostalgico, scritto da un autore, che è Tommaso Pincio, capace di farsi a sua volta onnisciente e carico di metaletteratura per prendere il suo primo personaggio, Ottavio Tondi, per il bavero della giacca e strattonarlo fuori dai confini di una letteratura di cui persistono solo le ceneri e in cui nulla ha a che fare con l’habitat a cui lui stesso era abituato.

“Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto, una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità. […] mancavano di qualunque minimo senso del ridicolo. Per troppo tempo, a lui e alle persone come lui, era sfuggita una verità più in bella vista di una lettera in un posacarte. Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati.”,

ma andiamo per gradi. Ottavio Tondi è un lettore. Sì, avete letto bene. Non uno scrittore, proprio un lettore, colui che legge e divora compulsivamente ciò che gli altri scrivono. La scrittura, in realtà, gli interessa poco o nulla, almeno fin quando la sua idea di letteratura ha modo di esistere. Leggere è ciò che fa abitualmente, ciò che gli riesce meglio. Ogni casa editrice se ne serve, ogni autore ne desidera uno fidato in cui specchiarsi. Il lettore perfetto, quello che serve ad ogni autore per rendere viva e reale la propria opera. Il libro esiste perché viene letto così come viene letto perché esisto. Aveva letto tutti i libri di Ligeia Tissot, ma non l’aveva mai incontrata.
Si scrivono per anni su Panorama, un social. Si scambiavano foto, messaggi e commenti che Tondi conservava come fossero reliquie, cullando il suo sentimento e tenendolo per sé.

“Anche questo è pacifico: i messaggi che Tondi e Ligeia si scambiarono su Panorama in quattro anni di amore inespresso rappresentano uno tra i più appassionanti racconti sentimentali mai esistiti. Esistesse ancora un mondo dei libri, una comunità letteraria o qualcosa che le somigli, esistessimo ancora noi come eravamo un tempo, con la nostra ingenua e arida fede nella letteratura, oggi quei messaggi sarebbero oggetto di studio, di riflessione.”,

questo perché, al tempo del racconto, in un futuro prossimo imprecisato, ma comunque poco lontano dal nostro presente si vive una condizione assurda per quanto concerne il mondo strettamente editoriale, da
Un lettore realista, ecco come potremmo definirlo: conosceva i suoi limiti e sapeva di dover rimanere coi piedi per terra, sapeva di non poter volere la luna. Quello che faceva quotidianamente era restare in osservazione e leggere. Un lettore puro, senza alcuna velleità letteraria, come già si è accennato in precedenza.
Eppure, nella sua storia, c’è un però, un limite che va oltrepassato: Tondi rimarrà lontano dalla scrittura nel periodo prima della sua conoscenza con la tanto amata Ligeia e la sua fruizione di Panorama come mezzo non solo di comunicazione e di espressione personale e culturale. Vivrà una brutta esperienza e, nel mentre, sempre più persone smetteranno di leggere, causando un’irreparabile crisi dell’editoria tutta.
Meglio di altri Pincio riesce a trasportare il lettore, non solo Tondi, ossia il lettore perfetto, ideale e attento, ma tutto l’insieme di lettori possibili, probabili e fruitori di Panorama (il libro, non il social) in atmosfera in cui tutto è certo e tutto è sfumato, dove la letteratura non esiste più, ma permane l’espressione personale di ognuno, anche e soprattutto telematicamente. In poche parole: ci racconta i nostri tempi senza farlo direttamente.
Una lettura consigliatissima a chi non crede in una ripresa dell’editoria (e sbaglia) e a chi, invece, ci crede e ci spera tanto.

Tommaso Pincio, classe 1963, scrittore e ritrattista. Vive e lavora a Roma.
All’anagrafe è Marco Colapietro, ma ha scelto lo pseudonimo letterario di Tommaso Pincio in quanto forma italianizzata di Thomas Pynchon, scrittore postmoderno americano.
Ha pubblicato M. (Cronopio, 1999), Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005), Gli alieni (Fazi, 2006), Cinacittà (Einaudi, 2008), Lo spazio sfinito (minimum fax, 2010), Hotel a zero stelle (Laterza, 2011), Pulp Roma (Il Saggiatore, 2012).
Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone, alle pagine culturali del manifesto e con il Venerdì di Repubblica. Sospeso tra infiniti universi paralleli, declina il suo linguaggio nella traduzione del romanzo del sogno americano per eccellenza: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald per minimum fax, oltre che di autori quali Jack Kerouac (Il libro del risveglio, Mondadori), Philip K. Dick (Mary e il gigante, Fanucci).
Con Panorama (NN Editore, 2015) si è aggiudicato il primo Premio degli Editori Indipendenti SINBAD, premio della città di Bari.
Il suo sito è tommasopincio.net.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Etica dell’acquario, Ilaria Gaspari (Voland, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 dicembre 2015
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Viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile che scrittori giovani, anche giovanissimi, si distacchino da quella che è la generazione di cui fanno parte. Sembra impossibile non far coincidere narrazione e vissuto personale, romanzato o meno che sia. Alcuni ce la fanno, altri decisamente no.
Ilaria Gaspari, alla sua prima prova con un romanzo, “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per la casa editrice romana Voland, ci è decisamente riuscita.
Un libro diretto e intenso per una storia che si svolge quasi tutta al passato, dieci anni prima. La protagonista, Gaia, era entrata alla Normale e aveva vissuto appieno la vita della Scuola, scoprendo fin da subito quanto si trattasse di uno spazio di studio e di crescita poco propenso alla socializzazione e ai rapporti umani, quanto più alla competizione e al voler primeggiare sugli altri. A tutti i costi. I compagni, più che sodali, erano nemici, avversari. Il collegio più che una casa era una caserma, un luogo invivibile e ostile, un ecosistema a sé… Un acquario.

“Matteo era scomparso da poco e io, il giorno che mi fermai a fissare lo stagno, capivo finalmente tutto. Nella vasca di cemento in cui i pesci per sopravvivere sviluppavano quei caratteri mostruosi, l’acqua ristagnava, si faceva verde e muscosa; e io vedevo all’improvviso che stare alla Scuola era proprio come essere dentro a un acquario. Ecco perché quel senso di esilio in un luogo innaturale, che a tratti sapeva farsi più selvaggio, più violento del mondo di fuori.”

L’infelicità, le sopraffazioni e i ricordi degli anni universitari, che fanno di “Etica dell’acquario” un romanzo generazionale, sfociano, però, da subito nei toni del noir: Gaia, infatti, rievoca la sua storia in occasione del suo ritorno a Pisa. Non per piacere o per nostalgia, tutt’altro. Una sua vecchia compagna di studi, Virginia, è scomparsa e loro ex alunni vengono convocati tutti insieme per essere interrogati.
Quello che ne esce è sicuramente un’opera matura per una scrittrice alla sua prima prova editoriale, capace di creare un congegno narrativo ben riuscito tra emotività e thriller e anche di oggettivare i sentimenti negativi in un viaggio di ritorno non voluto, ma necessario.
Etica dell’acquario” ha vinto il Premio Vittoriano Esposito 2015.

Ilaria Gaspari, classe 1986, è nata a Milano e ha studiato Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per Voland nella collana “Amazzoni” è il suo primo romanzo.

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:: Lost in translation, Ella Frances Sanders (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 dicembre 2015
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Lost in translation è un gioiellino. Ai più distratti, magari, ricorderà il famoso film con Bill Murray e Scarlett Johansson del 2003.
Sempre di intraducibile si tratta, ma su un altro livello.
Ho avuto modo di prenderlo a Più Libri Più Liberi, ma già sapevo della pubblicazione di questo libro da novembre, ne avevo letto buone cose in giro su internet: edito da Marcos Y Marcos, con la traduzione di Ilaria Piperno e le splendide illustrazioni dell’autrice, la giovane Ella F. Sanders, scrittrice e disegnatrice cosmopolita. Chi meglio di lei, allora, poteva consegnarci questo prontuario emozionale della parola mancante, quell’insieme di fonemi che manca nella maggior parte delle lingue del mondo e, guarda caso, esiste e resiste in hindi, malese, gallese o persino in urdu.
Sapevate che i norvegesi usano una parola ben precisa per tutto, ma proprio tutto, quello che può essere contenuto tra due fette di pane? No? Ebbene, la risposta è “pålegg”. Oppure che “tiam” in farsi sta ad indicare quello scintillio negli occhi quando si incontra per la prima volta una persona che davvero ci piace. Poi c’è “waldeinsamkeit” che per i tedeschi indica quella piacevole sensazione di essere soli nel bosco. E ancora, per i tanti lettori forti assidui frequentatori di Liberi di Scrivere, dovete sapere che in giapponese esiste una parola per indicare la pila di libri ancora da leggere accatastati sul comodino, messi in attesa: si dice “tsundoku”. Esula tutte le unità di misura la parola araba “gurfa” che sta puntualmente ad indicare la quantità esatta di acqua che può essere contenuta nel palmo di una mano concavo, per abbeverarsi.
Le parole scovate, selezionate e illustrate dall’autrice sono cinquanta e io non voglio svelarvele tutte, quindi, se vi va, non vi resta che immergervi nella lettura. Restereste sicuro senza parole.
Illustrazioni di Ella Frances Sanders. Traduzione italiana di Ilaria Piperno.

Ella Frances Sanders è una scrittrice e illustratrice ventenne, o giù di lì, che per scelta vive un po’ ovunque, negli ultimi tempi in Marocco, Regno Unito e Svizzera. Ama realizzare libri fatti di vere pagine e disegnare per persone che le piacciono. Non le fanno paura le domande né gli orsi.

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:: Ex voto, Marcello Fois (minimum fax, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 dicembre 2015
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Questa short story è la mia prima lettura di Fois. Mi incuriosiva perché era in presentazione il secondo giorno a “Più Libri Più Liberi” e, fortunatamente, come tutti i libri presi alla cieca fino ad adesso, non mi ha deluso.
Eppure un po’ ero titubante, forse per l’argomento, che sentivo poco mio, per niente vicino al mio quotidiano.
Eppure, inaspettatamente, a fine lettura, ne sono uscita con un libro che merita, merita davvero.
Facciamo un passo indietro e lasciate che vi presenti Antonia “Tony”, Jenny e Mariarca che vivono ad Adelaide, in Australia, ma come tradisce il “nome parlante” della terza, sono di origini italiane. Adelaide, dopo Napoli, infatti, è il secondo luogo di culto della Madonna dell’Arco in tutto il mondo.
Tre personaggi femminili, tutte – ognuna a suo modo – protagoniste della storia, ognuna ha un suo peso.
Tony è figlia di Mariarca, Jenny è figlia di Tony. Tony è forte, ruvida e sfuggente, protegge Jenny col suo amore di madre, per non farla sentire più incompleta di quello che già non sia. Ha evidenti problemi di salute e di crescita, Jenny, quella figlia imprecisa per una madre imperfetta, ancora bambina in un corpo da adolescente. Mariarca è la madre colpevole, che è scappata lontana da Napoli e dall’Italia per arrivare in un continente terra di tutti e di nessuno, dove ricominciare tutto da capo. Lei, la “strega”, straordinariamente devota e attaccata alle proprie radici, nonostante tutto, è la nemesi perfetta di sua figlia Tony, che arriva a rinnegare persino il suo nome, per lasciarsi il passato alle spalle, per svecchiarsi, per essere una del posto. Non ricorda il vero motivo del loro trasferimento. O fa solo finta di non ricordarselo.
Fois ci catapulta con un ritmo incalzante e, per questo, mai noioso, in un tempo lontano che brucia più della ferita sullo zigomo alto di sua figlia e che stenta a rimarginarsi. Perché i miracoli non salvano mai del tutto e questo Tony, Mariarca e Jennifer, seppur inconsciamente, lo sanno.
In un atmosfera ovattata e non per questo meno altalenante si susseguono culti religiosi, immagini e persone del passato, presente e, forse, anche da un probabile futuro, in un romanzo breve che ha le sue basi nei saggi antropologici che hanno individuato il culto della Madonna dell’Arco ad Adelaide. Strano, ma vero.

Marcello Fois, classe 1960, è nato a Nuoro, ma vive da anni a Bologna. Laureato in Italianistica, è un autore prolifico, non solo in ambito letterario in senso stretto, ma anche per teatro, radio e fiction televisiva. Negli anni pubblica con Einaudi, Frassinelli, Marcos y Marcos e altri. Tra i suoi scritti ricordiamo: “Sempre caro” (Premio Scerbanenco – Einaudi, 1998); “Dura madre” (Einaudi, 2001); “Memoria del vuoto” (Premio Super Grinzane Cavour e Premio Volponi – Einaudi, 2007); “Nel tempo di mezzo” (finalista al Premio Strega – Einaudi, 2012); “Luce perfetta” (Einaudi, 2015). “Ex voto” è il primo suo romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, edito da minimum fax. Il suo sito è: http://www.marcellofois.it.

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:: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013) a cura di Federica Guglietta

12 dicembre 2015
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Chi mi legge da tempo su Liberi di Scrivere avrà notato che nelle mie letture tendo a prediligere le raccolte di racconti. A dire il vero, quasi tutto il 2015 è stato per me l’anno delle raccolte di racconti. Non solo, certo, ma in larga parte. Ecco, allora altro giro, altra raccolta, altra recensione.
Prima di parlarvi di “Un terribile intanchesimo e altri rattonchi”, però, vorrei fare una cosa che, di solito, non mi era mai capitata: presentarvi prima la casa editrice che lo ha pubblicato, Gorilla Sapiens Edizioni – piccola casa editrice indipendente romana che seguo da un anno e più tramite social e che ho avuto modo di apprezzare durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, evento a cui ho partecipato per il nostro blog collettivo, come già accennato qui, e che merita un articolo a parte, quindi direi che sì, sia proprio arrivato quel momento, provvederò. Gorilla Sapiens pubblica per lo più narrativa e tantissimi scrittori interessanti, innovativi e imprevedibili.
Pare sia proprio il caso di Carlo Sperduti che con la sua raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” ci offre 125 pagine da leggere in quelle giornate proprio no, in cui tutto sembra andare storto, quel maledetto giorno in cui persino il cane del portiere del condominio in cui vivete da trent’anni pare avercela con voi, sì, proprio quella mattina in cui l’unica cosa buona da fare sarebbe rinfilare la testa sotto quattro cuscini e dormire fino al giorno dopo. Ecco che, in emergenze come queste, subentra il libro di Sperduti o Loris D. Crepatu o Dr. Luce Spiratu o Ciro Del Raptus o Normanno Calvadòs.
Insomma, chiamatelo come più vi aggrada, ma aprite il suo libricino ed immergetevi nella lettura. Il vostro umore, sicuramente, ne gioverà. O ne uscirete più arrabbiati di prima e allora avrete tutto il sacrosanto diritto di prendervela prima con la sottoscritta e poi con l’autore, anche se difficilmente potremmo provvedere ai vostri danni morali, vi conviene fidarvi a scatola chiusa del consiglio di questa recensione.
Protagonisti dei racconti le più improbabili anime che potrebbero trovarsi su questa terra: una “Giorgia a caso” con una personalità davvero “a caso”, per esempio. Una cena a quattro “Nonostante Eleonora”, perché proprio quel “nonostante” sta a voi scoprirlo. Il mistero irrisolvibile di un “nano seduto”. La storia di un “turuttuttù nairananài” ossessivo compulsivo ripetuto nella testa di una donna e poi del suo dottore, e tante altre storie.
Un libro da leggere assolutamente per migliorarsi la giornata con sferzante ironia, pastiche letterari e paradossi inaspettati.

Carlo Sperduti, classe 1984, vive e scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91.
Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” nel 2011, “Valentina controvento” nel 2013 e “Ti mettono in una scatola” nel 2014.
“Un terribile intachesimo e altri rattonchi” (dicembre 2013) è il suo primo libro edito da Gorilla Sapiens Edizioni. Sempre per Gorilla Sapiens pubblica “Lo Sturangoscia” (2015), romanzo scritto a quattro mani insieme a Davide Pedrosin.
Uscirà prossimamente il suo “Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario”.
Il suo blog è: http://carlosperduti.wordpress.com

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:: Il silenzio del lottatore, Rossella Milone (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

10 dicembre 2015
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Penso che una delle cose più difficili al mondo sia parlare d’amore e affini senza cadere nel patetismo. Per questo motivo, non leggo mai storie, racconti, favolette che abbiano come centro assoluto quest’argomento, di solito preferisco starne lontana. Non perché sia la persona meno immaginaria che potreste incontrare, tutt’altro. Adoro le raccolte di racconti, ma ho bisogno di realismo. Paradossalmente, preferisco un libro che faccia male per quanto è forte, vero e crudo a tanti altri. Un pugno allo stomaco ben assestato che ti fa pensare che, in effetti, la vita è proprio così.
Ho preso Il silenzio del lottatore a scatola chiusa. Di sera, in una libreria adiacente al cinema, poco più di mese fa. Ci ho messo un po’ ad iniziarlo, ho impiegato pochissimo a finirlo. Dal primo momento, la Milone ha scardinato tutte le mie convinzioni e le mie reticenze. Non storie d’amore, ma storie sull’amore. In tutte le sue forme, a trecentosessanta gradi.
Quell’amore sconosciuto che fa crescere, che consola, che rassicura, che abbandona, che ferisce, che uccide. Quell’amore malcelato, taciuto, gridato, sbattuto, sensuale, represso, abitudinario, sorprendente, malinconico, desiderato, passato e futuro, allontanato, pregato, pianto. Quell’amore che graffia, scalpita e strepita, quell’amore che a volte non è più amore, quell’amore che ancora non lo è del tutto.
In questa raccolta di racconti nulla è lasciato al caso: con una precisione quasi chirurgica, l’autrice penetra nella vita delle protagoniste, mettendo in luce le loro fragilità e le loro contraddizioni. La narrazione è lenta, le descrizioni vivide e accurate. Ogni personaggio ha un qualcosa che lo caratterizza, che riesce a descriverlo senza che ci sia bisogno di aprire bocca. Una peculiarità che è la sua, ma che può essere estesa come categoria generale. Eppure, in quel momento, quelle persone, quelle donne, quelle amanti rappresentano un unicum difficilmente replicabile, allo scopo di far capire e comprendere a fondo a noi che leggiamo quanto l’amore ci sconvolga nel nostro intimo. E ci riesce. Sempre con quel pugno ben assestato, ma ci riesce.
Pagina dopo pagina, si riesce ad entrare nella storia per osservarla più da vicino, avvertendo le sensazioni delle preadolescente che scopre amore e attrazione grazie ai ricordi un po’ sbiaditi di un’anziana signora; della ragazza che, per sentirsi desiderata, finirà per allontanarsi dalla sua più cara amica in un misto di invidia, frustrazione, paura e dolore; di chi si illude di aver trovato l’uomo della propria vita; di chi cerca di raccogliere i cocci dopo l’ennesima delusione sentimentale… e ancora di chi, superata una certa età, deve trovare la forza di lasciarsi alle spalle i propri sbagli e l’orgoglio per tentare di salvare il proprio matrimonio in situazioni che possono sembrare irreali.
In silenzio. Perché è questo il modo migliore di lottare e farsi male, di continuare ad amore e trovare, così, la forza per ricominciare.

Rossella Milone, classe 1979, è nata a Napoli e vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti: “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, 2007), con cui ha ricevuto una menzione al Premio Calvino, e “La memoria dei vivi” (Einaudi, 2008). Esce per Laterza il suo “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (2011) e per Einaudi “Poche parole, moltissime cose” (2013). Scrive per diverse testate giornalistiche ed è coordinatrice di “Cattedrale”, osservatorio sul racconto. Il suo sito è rossellamilone.it

Source: acquisto personale.

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Al via la quattordicesima edizione di Più Libri Più Liberi, Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, 4/8 dicembre 2015, Roma (a cura di Federica Guglietta)

30 novembre 2015

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Partirà, tra meno di una settimana, Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. L’appuntamento con il meglio dell’editoria indipendente si rinnova ogni anno per cinque giorni nella prima settimana di dicembre al Palazzo dei Congressi (Roma, zona EUR).

Tantissimi gli stand da visitare e “saccheggiare”: saranno presenti, infatti, solo per citarne qualcuno, Marcos y Marcos, minimum fax, edizioni SUR, e/o edizioni, Iperborea, Voland, Edizioni Lindau, Mimesis Edizioni, Sellerio, tunué, Bao Publishing, Salerno editrice, Giulio Perrone Editore, Keller, Gorilla Sapiens Edizioni, Tempesta Editore, Edizioni Ensemble, Quodlibet, Exòrma.

Nell’ambito della manifestazione romana si alterneranno reading a mini concerti, tavole rotonde a improvvisazioni teatrali, con il contributo della Regione Lazio e di AIE – Associazione Italiana Editori.

Nove le sale a disposizione, che ospitano ben oltre 350 eventi. Al link (qui) trovate il programma completo degli eventi, ma possiamo già anticiparvi che, tra i tanti ospiti, ci saranno anche: Merritt Tierce – autrice di Carne Viva, di cui abbiamo già parlato qui su Liberi di Scrivere, per edizioni SUR -, Marco Peano, Tommaso Pincio, Paolo Di Paolo, Marcello Fois – che presenterà il suo Ex voto, edito da minimum fax -, Erri De Luca, Graziano Graziani, Nicola Lagioia, Massimo Carlotto, Annie Ernaux – autrice de Gli anni, pubblicato da L’Orma editore -, Zerocalcare – che presenterà L’elenco telefonico degli accolli con Michele Foschini di Bao Publishing -, Giordano Meacci, che con Francesca Serafini e Nicola Lagioia presenta il suo Improvviso il Novecento. Pasolini Professore, uscito in occasione del quarantennale della morte di P.P.P. ed edito da minimum fax, Alessandro Leogrande, Chiara Valerio, Luciano Funetta – che, con Vanni Santoni e Pier Paolo Di Mino, presenterà il suo ultimo romanzo Dalle rovine, edito da tunué -, Dacia Maraini, Ascanio Celestini e tanti, ma tanti, altri.