Posts Tagged ‘Federica Guglietta’

:: Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

23 ottobre 2015
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Forse non lo sapete, ma a volte, la maggior parte delle volte ormai, è l’editoria indipendente a regalarci dei piccoli capolavori. Dopo Correzione di bozze in Alta Provenza e Carne Viva, torno a parlarvi di un autentico arcobaleno di colori proveniente dalla letteratura straniera (ispanica, sudamericana e, da poco, anche angloamericana), in traduzione italiana, quello dei libri SUR.

Lo faccio parlandovi di un epistolario: 23 lettere che la colombiana Emma Reyes, pittrice, scrisse e spedì per trent’anni, dalla Francia alla Colombia, al suo amico Gérman Arciniegas, colombiano come lei e giornalista, saggista, storico e diplomatico.

Nelle lettere indirizzate a questa sua amicizia di lunga data, ma anche e soprattutto a noi, Emma racconta di Bogotà e della sua infanzia, degli undici lunghi anni trascorsi in convento prima di potersi “lasciare tutto alle spalle” e partire alla volta di Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia, per poi fermarsi a vivere in Francia. Viaggerà molto, nel mentre, non smetterà mai di dipingere. Prima di tutto ciò, da ragazzina, visse anni di stenti e privazioni insieme alla sorella maggiore Helena.

Con la protezione che questo epistolare familiare ed amichevole le offre, prima, come tutto il romanzo, poi, Emma ha modo di tornare la bambina che era a quattro anni, narrando nel tono ovattato tipico di chi ricorda, gli anni più duri della sua vita fatti di abbandono, periodi di vagabondaggi e poca dolcezza che sarebbe consona alla sua età bambina. Lo fa con la stressa innocenza e lo stesso identico candore del tempo, cosa che trasmette un senso di straniamento e di empatia assoluta con il personaggio – narratrice – autrice.

“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

Non sapevamo giocare a niente è l’opera prima di un’autrice rimasta analfabeta fino alla maggiore età, una donna che non ha mai messo piede né a scuola né all’università, come ci fa sapere Diego Garzón, direttore della rivista colombiana Soho, in un articolo riportato ad aprile scorso sul blog di SUR, in occasione della pubblicazione.

Inoltre, ho trovato bellissima e molto importante per la comprensione del romanzo la prefazione a cura di Tiziana Lo Porto che offre il quadro biografico di quest’autrice, il cui unico romanzo, questo, verrà pubblicato solo postumo. Non sapevamo giocare a niente viene pubblicato per la prima volta nel 2012, divenendo subito un unicum nella letteratura sudamericana, oltre che un caso letterario amato dalla critica e dai lettori.

Traduzione di Violetta Colonnelli. Prefazione di Tiziana Lo Porto.

Emma Reyes (1919-2003), pittrice, nata a Bogotà, viaggia molto e negli anni ’50 si ferma a vivere a Parigi, dove ha modo di avvicinarsi all’élite culturale dell’epoca ed è conosciuta e ricordata ancora oggi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: La legge di natura, Kari Hotakainen (Iperborea, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 ottobre 2015
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Sarò banale e, sicuramente, andrò anche contro ogni stilema tipico delle seriose recensioni letterarie di una volta, quelle da carta stampata che un po’ ci mancano e un po’ si scimmiottano, ma io questo libro l’ho scelto. Sì, non mi è capitato per caso, l’ho proprio scelto tra gli altri.

Mi è capitato di vederlo, così, quasi per sbaglio, questo sì, e la copertina mi è piaciuta da subito. Vivida, ironica e delicata, riassume appieno la storia di cui parliamo oggi. Pure il titolo. Anzi, soprattutto il titolo. Mi ha fatto pensare ad un trattato filosofico stemperato da un’inaspettata leggerezza, che poi ho scoperto essere.

Chiariamoci: di letteratura nordica ne sapevo (o meglio, ne so) meno di niente, potete dare per scontato che ignorassi l’esistenza di Kari Hotakainen, affermato scrittore finlandese, fino a poco più di due mesi fa. Con mia grande sorpresa, si tratta proprio di un romanza su quella meraviglia di caratteristiche stridenti nella loro armonia, qual è la commedia umana: a tratti bizzarra, a tratti spaventosa, divertente e commovente, strabiliante e semplicemente meravigliosa. Per non parlare poi della veste grafica: penso di aver sviluppato una sorta di assuefazione da libri della Iperborea editrice al momento.

Così ci troviamo davanti alla vita piegata in due da un incidente stradale del sessantenne Jussi Rautala: vedovo, con alle spalle (ma neanche troppo) un’esistenza dedita ad evadere le tasse grazie al suo bel lavoro di imprenditore benestante. Particolare che non va omesso: è lo stesso imprenditore che, come molti, vorrebbe ridare la Finlandia ai finlandesi. Vi ricorda qualcuno?

C’è sua figlia Mira, tutto il suo opposto: fervente ecologista ed attivista politica, che rimprovera e schernisce il padre per il suo modo di essere e finisce, anche lei, a sognare e a immaginare un Paese che ancora non esiste.

Sullo sfondo, quasi a fare da memento, ci sono i “vecchi” di Rautala, i suoi genitori: chiusi nella loro casa e nella loro età andata, aspettano le visite del figlio e vivono così, ignari di ciò che succede là fuori, rocce che non conoscono alcun cambiamento.

Poi arriva Badu, nato in Sierra Leone si ritrova catapultato nella fredda Finlandia, Paese dell’uomo che lo ha adottato a distanza. Chi? Il nostro imprenditore che ora immaginiamo sanguinante in macchina, ovvio! Chi se non lui, Rautala in persona. L’ossessione causatagli dal dolore della perdita della moglie lo aveva – a ragione – fatto distogliere da un’altra tremenda ossessione: quella per i soldi. Così aveva adottato un ragazzino lontano. A distanza. Di chilometri.

Quella volta, anni fa, la crisi si era risolta in qualcosa di positivo, per lui e per Badu. Oggi, invece? Quale cambiamento potrà, finalmente nascere dalla crisi economica (scandinava, europea, mondiale)?

Ne La legge di natura Hotakainen vuole tramandarci proprio questo. Insieme ad un pizzico pepato di ironia e un abbraccio speranzoso e caldo che poco si addice al clima scandinavo, ma esiste, eccome se esiste.

Vi lascio con una citazione dall’incipit:

Non guardarti, guarda il cielo. L’uomo indossava una giacca arancione e un casco rosso. Disse di essere un paramedico e raccomandò a Rautala di stare calmo, pur sapendo quanto fosse difficile in quell’ammasso di lamiere insanguinate. Basta non guardare le ossa che ti spuntano fuori ma tenere gli occhi fissi al cielo, attraverso il parabrezza frantumato, e rimarrai cosciente. Rautala provò a cercare il nome dell’uomo sulla giacca. Non lo trovò, si ricordò del cielo. Era terso e senza uccelli, poco prima brillava il sole. Ricordò i raggi del mattino, quando aveva avviato il motore per andare dai suoi vecchi che abitavano a un centinaio di chilometri da lì. L’uomo gli si fece più vicino dicendo che per tirarlo fuori occorrevano attrezzi speciali, ci sarebbe voluto ancora un po’. Gli avrebbe dato subito un analgesico. Rautala annuì e fece quello che gli era stato appena proibito: si guardò. Le ossa se n’erano andate per proprio conto, si erano aperte un varco nella carne verso la libertà e avevano bucato anche la giacca a vento, da cui ora spuntavano come da un taglio d’arrosto. I jeans neri erano un grumo rosso. Gli crollò la testa sul volante. Perse i sensi. A un tratto sussultò per un rumore violento, metallico: era forse qualche grosso attrezzo?

Traduzione di: Nicola Rainò Postfazione di: N. Rainò.

Kari Hotakainen, classe 1957, dal 1982 sulla scena letteraria finlandese. Subito dopo viene conosciuto a livello internazionale. Si tratta di uno dei più originali scrittori finlandesi, maestro nel leggere tra le righe della contemporaneità attraverso piccole storie di follia quotidiana. Dopo le prime tre raccolte di poesie si è dedicato alla narrativa, raggiungendo il successo internazionale con Colpi al cuore (2006) e ottenendo con Via della Trincea (2009) il Premio Finlandia e Il Premio del Consiglio Nordico. In Italia tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Iperborea.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

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:: Il giornalista, Miriam Mafai (Edizioni Ensemble, 2013) a cura di Federica Guglietta

15 ottobre 2015
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Scritto più di trent’anni fa, pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1986 e ristampato da Ensemble nel 2013 in una bellissima edizione nero su bianco.

Il giornalista, di Miriam Mafai: si tratta di un breve e lapidario saggio sul mestiere del giornalista e, in particolare, sono pagine intense di vita, passione, dedizione, ma anche consapevolezza disillusa e realismo, che ripercorrono anni e anni di lavoro. Un libretto che tutti coloro che volessero avvicinarsi a questa professione dovrebbero leggere. E non solo loro.

Uno scritto civile trasposto in un’epoca in cui tutto cambia e niente rimane per due secondo ciò che è. Un racconto di come tutto può perdere valore, ma la scrittura resta uguale. Un viaggio in un mondo professionale da sempre, purtroppo, soggetto al compromesso.

“È difficile fare questo lavoro senza un reale interesse alle storie che si raccontano e agli uomini che ne sono protagonisti. La politica era stata la mia grande passione in anni in cui le scelte erano radicali e per sempre. Poi mi ero resa conto che essa non era il mio mestiere e ne avevo scelto un altro, il giornalismo, che mi consentiva di partecipare allo stesso spettacolo ma in altra veste. Dunque spettava ad altri, non a me stare sul palcoscenico.”

Con una prosa asciutta, ma viva ed espressiva, la Mafai vi parlerà, come se fosse ancora qui, di lei e dei suoi anni. Del suo lavoro, parte assolutamente non trascurabile della sua esistenza.

Il giornalista, infatti, più che un monito, è un invito. A fare bene. A fare meglio.

Basterebbe saperlo cogliere.

Miriam Mafai è nata a Firenze il 2 febbraio 1926, figlia di Mario, noto pittore, ed Antonietta Raphael, scultrice di origine ebraica. Partigiana, giornalista, scrittrice e femminista, da ragazza, negli anni delle leggi razziali in Italia fu costretta a lasciare il ginnasio. Dal 1943 molto attivo fu il suo ruolo nella Resistenza. Si iscrisse presto al PCI. Al termine degli anni ’50 è stata corrispondente da Parigi per il settimanale “Vie Nuove”, successivamente ha lavorato per “L’Unità” e, dalla metà degli anni ’60 al 1970 è stata direttrice di “Noi Donne” ed inviata di “Paese Sera”. Contribuisce alla nascita de “La Repubblica” (1976) e ne diviene editorialista. Per tre anni, dal 1983 al 1986, è stata Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. “Una vita, quasi due” (Rizzoli, 2012) è il suo ultimo libro. Si è spenta a Roma il 9 aprile 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Matteo di Edizioni Ensemble.

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:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 settembre 2015
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Ci sono libri che non possono essere letti a casaccio, “tanto per”, negli intervalli di tempo tra una chiusa per esami universitari imminenti e l’ennesima lavatrice di colorati da fare. Proprio no.

Ci sono libri, sì quei libri che sembrano far parte di una categoria a sé, che hanno un proprio tempo e un proprio habitat. Come se decidesso loro quando essere letti, come, in quali tempi e perché.

Libri bellissimi e che ognuno dovrebbe prendere con sé, nei tempi e nei luoghi giusti, anche se sono così veri e diretti da starci male almeno nelle quarant’otto ore successive. Se non di più.

Secondo questa (infallibile) logica, Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, edito da Giunti, l’ho letto in treno, nelle tre ore che separano Roma da Milano. L’ho finito poco prima dell’arrivo in stazione, a tarda sera, con una nuova amarezza nel cuore, ma con la consapevolezza che quella fosse una lettura necessaria. Ti arricchisce, Adua.

Perché ho voluto introdurla parlando proprio, nel mio piccolo, del tema del viaggio? E, soprattutto, chi è?

“Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia…”.

Adua: una citta, una battaglia vinta, contro il primo colonialismo italiano, una donna che racconta la sua storia all’elefantino dalle grandi orecchie del Bernini in Piazza della Minerva, proprio verso il Pantheon a Roma. Quante cose sente di avere in comune con quell’elefantino di marmo che regge il peso di un piccolo obelisco proprio sotto gli occhi di tutti, in centro.

Eppure alcuni non lo notano nemmeno. Lei sì e lo prende come confidente.

Adua è una Vecchia Lira, arrivata dalla Somalia in Italia negli anni Settanta, quando aveva solo diciassette anni. Come potrete ben immaginare anche solo da questo dato, ha vita di privazioni alle spalle: l’infanzia da nomade, orfana di madre, con un padre, Zoppe, che conoscerà solo in seguito e con cui avrà sempre un rapporto conflittuale; la difficile adolescenza in Somalia, tra sentimenti scarsi e zero dimostrazioni d’affetto, il tutto aggravato dall’umiliante e dolorosa pratica dell’infibulazione, che avrebbe dovuto renderla più pura e che, invece, le ha lacerato il corpo e l’anima; l’arrivo in Italia, adescata da un regista di film erotici, con la promessa di fama e successo.

Voleva essere famosa, Adua. Voleva essere ricordata da tutti. Come la Monroe, solo color cioccolato.

Finirà per sposare un giovane Titanic, come lo chiama lei in una commistione di affetto, pena e disprezzo poi, un migrante richiedente asilo arrivato a Roma dopo lo sbarco a Lampedusa e che, prima di incontrarla e avere un tetto sulla testa, due pasti caldi al giorno e un po’ di affetto materno, bighellonava nei pressi di Termini trangugiando gin scadente. Adua lo salva per lo più per salvare se stessa. Salvarsi da un passato che la soffoca. Da un padre il cui lontano ricordo la soffoca altrettanto, ma che, purtroppo, non ha mai avuto la fortuna di capire.

Si tratta di un romanzo a due voci, ricco di flashback, repentini cambiamenti di registro linguistico e sfasature: c’è la parte di Adua, ambientata in Somalia e poi a Roma, come c’è la parte in cui a parlare è Zoppe, a Roma prima e dopo in Somalia, a fare l’interprete per il nemico, subendo soprusi e umiliazioni.

Ampio spazio è dedicato anche a una sezione denominata “Paternali”, in cui sono raccolte, secondo un personalissimo filo logico, tutte le “ramanzine”, le “sgridate”, le pene e l’amore nascosto dalla rabbia che un padre prova per la figlia lontana, ma che non ha mai (e dico proprio mai) saputo dimostrarglielo in modo amorevole.

Sono complementari, Adua e Zoppe, e nemmeno lo sanno. Complementari e speculari in un racconto che offre una visione diversa ed emotiva della Storia e del tema attualissimo dell’immigrazione. Perché, se negli anni Sessanta e Settanta erano tutti Vecchie Lire, più fortunati sul modo di raggiungere la “Terra Promessa” (che poi non è mai così bella come la si crede), ma non meno sofferenti, oggi sono (e siamo, in generale) tutti dei Titanic, col pensiero e la meta rivolte sempre altrove.

C’è molto studio dietro a questo romanzo. Nella stessa misura in cui vi troviamo del sentimento puro, nudo e crudo più tanta voglia di essere compresi.

Non troverete nulla di così forte e di così attuale in libreria di questi tempi. Da leggere assolutamente.

Igiaba Scego, classe 1974, è nata e vive a Roma. Papà Ali e mamma Kadija sono arrivati in Italia dalla Somalia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre. Igiaba scrive per «Internazionale», «Lo Straniero» e «La Repubblica». Tra le sue pubblicazioni troviamo: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014). Esperta di transculturalità, adora gli elefanti, i gatti, il parmigiano, la cedrata e Caetano Veloso.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’ufficio stampa Giunti.

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:: Carne viva, Merritt Tierce (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 settembre 2015
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Se c’è una cosa che adoro fare più di altre in campo editoriale è, sicuramente, ricevere libri in uscita per leggerli prima che gli altri possano trovarli in libreria.

Non si tratta di spocchia o chissà che, la definirei più un giusto mix tra tanta curiosità, un quanto basta di sorpresa (dato che, la maggior parte delle volte, si tratta di titoli e/o autori che non conosco) e un pizzico di adattamento, proprio perché le bozze vengono inviate in pdf e la sottoscritta con l’e-reader ha ancora, dopo mesi e mesi, un rapporto conflittuale. Di odi et amo, più odio che amore.

Direi che possiamo anche tralasciare questi (inutili) dettagli e parlare un po’ di questo libro Carne Viva (titolo originale Love Me Back), edito negli Stati Uniti nello scorso anno e in uscita per noi in Italia il prossimo 24 settembre per edizioni SUR. Grande novità per questa casa editrice romana che pubblica prevalentemente titoli di letteratura ispanica e sudamericana che, proprio con questo titolo, darà vita ad una nuova collana: BIGSUR, tutta dedicata alla narrativa americana.
Segnatevi la data e non lasciatevi scappare questo romanzo perché merita davvero e, nelle prossime righe, tenterò di dimostrarvelo senza svelarvi troppo né lasciarvi troppo sulle spine. Insomma, proprio come le anteprime letterarie che si rispettino.

Carne Viva è un romanzo nudo e crudo, un romanzo che ha il potere di attrarti e ferirti allo stesso tempo. Un pugno allo stomaco inaspettato, ma denso di realismo, anche perché pare che l’autrice si sia ispirata a sue vicende personali. Elemento, questo, non trascurabile nella narrazione e nell’intera economia del libro.

Carne Viva è un vortice senza sosta. Racconta di volti, persone e vite e lo fa senza nessun preavviso. Da subito veniamo a diretto contatto con la protagonista, Marie: ventenne, fa la cameriera in un bistrot a Dallas. Scrupolosa, attenta, quasi maniacale nel suo lavoro concorrerà a fare del ristorante uno dei locali più rinomati e conosciuti della zona.

Non me ne andavo mai senza lucidare i miei tavoli. Neanche una volta. Molte sere ero talmente esausta che non mi ricordavo da che punto avevo cominciato, e mi toccava lucidare tutto il tavolo di nuovo, per sicurezza. Per quanto fossi stanca però mi piaceva l’aria strana del locale vuoto. Il fatto che ogni sera potessimo salire su un palcoscenico sgombro e inventare tutto. Portare il Ristorante da uno stato di immacolato silenzio a un’impressionante situazione di disordine caotico, assordante, eccessivo, e poi rimettere tutto a posto come se non fosse mai entrato nessuno.

Carne Viva “vive” con Marie. Vive la vita di Marie. Senza tralasciare nulla, senza risparmiare niente. Il libro si lega a lei nei suoi eccessi, nella sua esistenza sregolata – tutt’altro di quello che dimostra nelle ore di lavoro: una figlia piccola nonostante la giovanissima età, a cui si rivolge direttamente in alcuni capitoli del romanzo, quasi fossero una serie epistolare a lei dedicata, droga, sesso occasionale, ambiente poco raccomandabile. Eppure lei va avanti, prende tutto di petto e non si ferma mai. Quello che sembra importarle di più è proprio quel voler portare avanti la rispettabilità del suo luogo lavorativo, quel pezzetto di mondo chiuso e fatto di poche certezze, che Marie rispetta sicuramente di più della sua persona.
Un romanzo che presuppone alcuni giorni di assimilazione, ma che – senza dubbio – vi terrà con gli occhi incollati dalla prima all’ultima pagina.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Source: pdf inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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Nota: intervista all’autrice qui.

:: Correzione di bozze in Alta Provenza, Julio Cortázar (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 settembre 2015
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Ho provato ad iniziare questa recensione in modo totalmente diverso, ma non c’è stato verso. Quindi non ci rinuncio, cancello e riscrivo, proprio come nel bel mezzo di una rilettura editoriale semi seria.

Quello che voglio dire, proprio qui, proprio ora, senza altrettanti giri di parole è: Correzione di bozze in Alta Provenza è un piccolo capolavoro. Sicuramente più di quel Libro de Manuel di cui nasce a corredo come scritto di revisione editoriale.

Ce lo dice lo stesso Cortázar nelle primissime pagine, ce lo ripete Giulia Zavagna, traduttrice di questo inedito uscito nel marzo di quest’anno per edizioni SUR, e ce lo ripete Juan Villoro, che ne cura diffusamente la prefazione, definendolo “Una breve opera maestra”.

Correzione di bozze in Alta Provenza è un libricino di neanche sessanta pagine che ti prende e ti trascina con Cortázar nel suo furgoncino Volkswagen rosso, scarrozzando per i paesaggi provenzali, accompagnato da provviste in scatola, vino, la sua fedelissima macchina da scrivere, la radio che offre sottofondi musicali a volte accettabili e a volte no e le breaking news sulla situazione argentina.

Il Libro de Manuel, mai pubblicato in edizione italiana, è il suo scritto più politico. Parla di attualità, quel filo sottile di avvenimenti soggetto al mutare del tempo e della situazione politica. Per questo ha bisogno di una rilettura aperta a qualsiasi cambiamento e concentrata. Una rilettura che poteva trovare il suo habitat solo in viaggio e per niente in un luogo fisso, stanziale.

Così il nostro autore decide di partire a bordo di quel furgoncino così sessantottino, con l’adesivo di una lettera dell’alfabeto applicato sul retro. Quella “F” sta per Francia, il Paese che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni. Quella stessa “F” che per lui diventerà simbolicamente “Fafner”, proprio come il drago wagneriano sconfitto da Sigfrido.

Questo è il suo intensissimo diario di bordo in cui annota sì correzioni di refusi, accenti vari ed eventuali, strafalcioni e cancellature da editare, ma che ben presto – e il nostro autore lo sa proprio perché sono quelli gli anni in cui, ormai, è conosciuto e letto da tanti, da tutti, in cui non è più un autore di nicchia e ne sente il peso tutto sulle spalle – gli darà più soddisfazione del libro per cui è stato scritto a corredo.

Come abbiamo già detto, si tratta di un testo inedito del 1972, vergato come bisogno esistenziale, un confronto dell’autore faccia a faccia con la sua opera, passaggio che vuole necessariamente un cambiamento di prospettiva, un diventare un altro da sé per poter poi leggere, rileggere e modificare in modo critico una delle sue opere più ostiche proprio perché attuale.

Tutti noi interessati in maniera più o meno ampia e diversa alle vicende editoriali degli scrittori ci chiediamo come dovesse essere vivere da autore impegnato, totalmente figlio della sua epoca, ma che, nel frattempo, cerca di immergersi nel suo scritto per poi scapparne via il più lontano possibile.

Ecco, in queste poche pagine capirete proprio come ci si dovesse sentire a vivere una situazione di scontro, di odio e amore – azzarderei -, di lavoro di revisione sofferto, ma necessario. Vi troverete, inoltre, immersi in un’atmosfera quasi bohèmienne degna di un novello Robinson Crusoe che scappa da se stesso.

Julio Cortázar, nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. Autore di Rayela, Bestiario e Storie di cronopios e di famas. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Oltre a Correzione di bozze in Alta Provenza, edizioni SUR ha pubblicato Un certo Lucas e i primi due volumi del suo epistolario: Carta carbone e Chi scrive i nostri libri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Intervista a Stefania Auci, autrice di “Florence” (Baldini & Castoldi, 2015), a cura di Federica Guglietta

4 settembre 2015

auAvevamo già parlato di Florence, il terzo romanzo della scrittrice siciliana Stefania Auci, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi.

Oggi abbiamo il piacere di parlarne proprio con lei.

Benvenuta su Liberi di Scrivere, Stefania. Come da tua richiesta, mi permetto di darti del tu.  La prima cosa che mi viene da chiederti è: perché proprio il romanzo storico? 

Ciao e grazie a voi per l’accoglienza. Romanzo storico perché mi piace. Banale da dirsi ma è così: adoro la Storia perché credo che sia la più grande maestra del presente. E poi mi emoziona pensare alle “vite che non sono la mia”, per citare Carrére.

La tua professione di insegnante ha influito in questa scelta? 

No e sì. Essere insegnante ti permette di avere un contatto continuo e diretto con le nuove generazioni, di capire il loro linguaggio e ora più che mai c’è bisogno che i ragazzi conoscano il nostro passato, recente e non, per capire al meglio il presente. Credo che un romanzo storico possa essere un buon strumento per veicolare questo messaggio e agevolare la conoscenza.

Florence“, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi è il tuo terzo romanzo appartenente a questo genere, il primo ambientato in Italia. Gli altri due, “Fiore di Scozia” e il suo seguito “La rosa bianca” (entrambi pubblicati da Harlequin Mondadori tra il 2011 e il 2012), invece, nella Scozia di Carlo Stuart. Si tratta di epoche e background diversissimi. Con quale ti sei trovata più a tuo agio nella stesura del romanzo? 

Sono due ambienti profondamente diversi: la Scozia degli Stuart era ancora arretrata, profondamente legata a una coscienza medievale che noi non possiamo facilmente immaginare, poiché il vissuto politico della Scozia è estremamente diverso da quello italiano (sebbene ci siano state strumentazioni politiche sul punto).
L’Italia dei primi del Novecento, paradossalmente, è stata molto più difficile poiché era una nazione incerta, fragile, con un panorama politico estremamente parcellizzato e con una coscienza comune del tutto assente. Sì, Florence senza dubbio è stato il più complesso tra i due.

In Italia, quando si pensa al romanzo storico, viene automatico il rimando al Manzoni e a I promessi sposi. Eppure hai scelto un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale molto più vicino prima al realismo di Verga e al Neorealismo cinematografico e letterario, poi. 
Quanto queste correnti hanno influenzato il tuo lavoro? 

Sarò sincera: Verga mi sta sullo stomaco. Da sempre. Non posso dire lo stesso di Manzoni, di cui ho amato le descrizioni dei luoghi e le personalità così vivide e forti. Per cui sì, se devo trovare un riferimento, lo trovo in Manzoni, anche se il vero punto di riferimento per questo romanzo è nella letteratura post bellica di ambientazione anglosassone. Su tutti, un autore e un romanzo: Ford Madox Ford con il suo Parade’s end.

Parliamo più nello specifico di Florence, in cui affronti con fluidità l’inizio di un secolo complessissimo come è stato il ‘900.
Il tuo romanzo è la dimostrazione che sentimenti e materia bellica possono coesistere senza annoiare o risultare banali. 
Quanto c’è di studio dietro? Questa dicotomia nell’argomento ha rappresentato in qualche modo una sfida tra l’autrice e il suo libro? 

Tanto studio e tanta passione, dalla ricerca dei movimenti sul territorio della Marna alle costruzioni rurali e alle case – torri della campagna toscana. E poi sì, la ricerca minuziosa del luogo e del punto in cui innestare una scena che ti ronza dentro da un po’. Per me non è una sfida: è che non riesco a pensare di poter scrivere in maniera diversa. Sono una persona pignola e appassionata.

Florence” racchiude in sé più temi e filoni narrativi: troviamo guerra, amore e passione, meschinità e violenza, speranza e colpi di scena. Il tutto raccordato nello schema narrativo del diario, che qui diventa un vero e proprio diario di guerra. 
Dal punto di vista prevalentemente stilistico, quello del diario è un modus scrivendi che senti tuo?

Più che di diario, parlerei di mescolanza di strumenti: c’è l’articolo di giornale, c‘è la lettera privata, i momenti introspettivi. Ho cercato di usare gli strumenti che avevo per tirar fuori in modo quanto più preciso possibile i personaggi, dando loro una coloritura ben determinata. Per me rimane prioritario l’approfondimento psicologico del personaggio.

I personaggi del tuo romanzo, come già accennato nella recensione, sono tanti e caratterialmente ben delineati, tanto da sembrare i personaggi di un film. Hanno un volto? Ti sei ispirata a personaggi realmente esistiti? 

No, o meglio. Non dal punto di vista caratteriale. Nascono così nella mia testa ed è difficile smontarli o fargli fare qualcosa che non vogliono. Per Ludovico ho tratto spunto da Luigi Barzini, antesignano dei cronisti di guerra. Per Irene e Claudia, invece, mi sono guardata attorno è mi sono concentrata su ciò che oggi è importante per una donna, su ciò che rappresenta aspirazione e limite. A distanza di cento anni, le donne sono ancora divise tra angeli del focolare e creature in cerca di un loro posto nel mondo.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Irene. 
Nel suo essere laica, pacifista, colta, una donna che non ha nulla da spartire con i primi anni del Novecento, ma che è già protratta molto più avanti, rappresenta appieno gli esiti culturali e sociali del Novecento.
Vedi una matrice femminista in lei o è solo conseguenza naturale del tempo in cui vive? 

Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Irene è un personaggio femminista nell’accezione in cui decide di prendere in mano la sua vita e fare ciò che desidera. È una ragazza che ha le idee chiare, ma nello stesso tempo, sconta la diffidenza di un mondo profondamente maschilista da una parte, e dall’altra si trova a dover affrontare una realtà che la trova impreparata.
Irene è ciò che le ragazze di oggi cercano di essere: donne che vogliono avere le stesse opportunità di un uomo, con lo stesso salario e lo stesso rispetto. Non oggetti sessuali o lavoratrici di serie B. Sappiamo tutte che il cammino è ancora lungo. E che dobbiamo lavorare con le giovani generazioni, sia maschi che femmine, per far sì che questo accada.

Sposerai l’idea di scrivere altri romanzi storici di ambientazione nostrana?

Assolutamente sì.

Descrivi il tuo essere scrittrice in tre parole.

Coraggiosa, tenace, arrabbiata.
E grazie per la vostra gentilezza.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Castoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

:: Parigi è sempre una buona idea, Nicolas Barreau (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

2 settembre 2015
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Non è passato neanche un mese dalla mia partenza per Parigi e, neanche a farlo apposta, in questi giorni ho avuto modo di leggere in anteprima un romanzo, prossima uscita per Feltrinelli il 3 settembre, ambientato proprio nella Ville Lumière.

Già il titolo è eloquente e vero: Parigi è sempre una buona idea. Definitela come volete “città dell’amore”, “città d’artisti”, “città delle luci”, ma a Parigi una volta nella vita bisogna andarci. Che siate innamorati o no, inguaribili romantici o non lo siate per niente, cultori dell’arte o neanche troppo.

Insomma, permettetemelo, ma potremmo ampiamente sostituire il famosissimo detto attribuito a Enrico IV, “Parigi val bene una messa” col titolo del nuovo romanzo di Barreau, già grande successo editoriale in Germania.

La storia è ambientata in uno dei quartieri più caratteristici di Parigi: St. Germain.

Ci sono stata e mi sento di dirvi che già questa scelta vale la lettura di tutto il romanzo. Il quartiere, comincia sulla Senna e lungo il suo corso finisce, fa parte del progetto di riqualificazione viaria voluto personalmente dal Barone Haussmann.
Boulevard Saint Germain è la strada principale del Quartiere latino che attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome. Non solo: attraversa anche il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti, descritto da Proust nella sua Recherche. All’angolo di rue Bonaparte il boulevard incontra l’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois.

Piccola chicca: proprio di fronte all’abbazia c’è il caffè Les Deux Magots, uno dei tre angoli del cosiddetto “Triangolo d’oro”, formato, oltre che da Les Deux Magots, dalla brasserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove s’incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi.

Sarò sicuramente passata anche in rue du Dragon, anche se non ho testimonianze fotografiche da mostrarvi: qui ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno, un campanello d’argento démodé sulla porta e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent.

La giovane Rosalie ha aperto questa cartoleria contro il volere di sua madre che, non ritenendola di bell’aspetto, aveva paura che non avesse trovato mai marito e, quindi, avrebbe voluto che continuasse quanto meno gli studi.
Invece no.

Rosalie voleva dipingere. A tutti i costi.

In poco tempo diviene famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Accanita sostenitrice dei rituali, ne ha diversi a scandire la sua giornata: il café crème la mattina, una fetta di tarte au citron nelle giornate storte, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura della papeterie.

Non è finita qui: ogni anno, nel giorno del suo compleanno, Rosalie sale i settecentoquattro gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e da lì su, lancia in aria un biglietto su cui ha precedentemente scritto un desiderio. I suoi desideri non erano mai stati esauditi, fino al giorno in cui si presentò nella sua cartoleria Max Marchais, anziano ed affermato scrittore per bambino, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta e La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti fino ad aggiudicarsi il posto d’onore in vetrina.

Per Rosalie, le sorprese continuano. Infatti, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, entra in negozio. Rosalie ne è subito attratta, eppure dovrà lottare un po’, in quanto lo sconosciuto è convinto che la storia sia sua e non di Max Marchais.

Una storia sopra le righe in una Parigi immersa tra scrittura, disegni e sentimenti. Sicuramente da leggere.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, poi ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche. Ha scritto sei romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, ma che hanno ottenuto un ottimo successo, cresciuto sempre più soprattutto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011) è un vero e proprio caso editoriale: è stato un bestseller internazionale tradotto in 34 paesi, è rimasto per oltre quattro mesi in vetta alle classifiche italiane ed è diventato un film per ZDF. Con te fino alla fine del mondo (Feltrinelli, 2012), Una sera a Parigi (Feltrinelli, 2013), La ricetta del vero amore (Feltrinelli, 2014), prequel di Gli ingredienti segreti dell’amore, e Parigi è sempre una buona idea (Feltrinelli, 2015) hanno confermato il talento di Nicolas, rendendolo uno dei giovani scrittori più amati dalle lettrici di tutto il mondo. In Germania, Parigi è sempre una buona idea, ha venduto 35.000 copie in sole tre settimane e ha raggiunto la posizione più alta di sempre per un romanzo di Barreau sulla classifica dei bestseller di “Der Spiegel”.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Vai a Parigi con il nuovo romanzo di Nicolas Barreau!

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:: Florence, Stefania Auci (Baldini & Castoldi, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 agosto 2015
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Non avevo mai letto nulla di Stefania Auci, il genere storico è stato sempre un po’ distante dai miei acquisti letterari per una motivazione prevalentemente scolastica, legata alla “materia storia” prima e agli esami universitari, poi. Ve e avevo già parlato in merito di un altro bel libro, un graphic novel sempre con ambientazione storico – realistica che trovate qui.

Finché non mi sono imbattuta in Florence e in una citazione, questa:

“Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui tornare, che sia una persona o un luogo.

Allora mi sono convinta e, neanche troppi giorni fa, l’ho finito di leggere tutto d’un fiato.

Sullo sfondo c’è Firenze, nella torrida estate di guerra del 1914. In questo clima acceso interagiscono i personaggi e si sviluppa la trama, sotto forma di diario di guerra intervallato da più rosee parentesi ambientate in quei luoghi in cui le granate non arrivano. Almeno per il momento.

Ludovico è un giornalista, scrive su “La Nazione”, il quotidiano di Firenze, e proprio come il più noto poeta D’Annunzio è conosciuto per le sue idee apertamente interventiste: come tanti altri personaggi (di spicco e non) della sua epoca vede, infatti, nella guerra un’occasione di prestigio e ascesa sociale. Carismatico ed affascinante, ha un’amante, Claudia, bella donna e moglie di un ricco avvocato, a cui non si fa problemi a chiedere denaro e favori.

La sua esistenza tutta protesa verso quei benefici che solo l’esperienza in guerra potrà portagli, come se davvero un’esperienza bellica, la prima su scala mondiale, potesse essere portatrice di ricchezza e benestare subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede un suo amico e compagno di università, Dante. In quell’occasione conosce anche Irene, venuta dalla Francia e, inaspettatamente, figlia di Laurenti, suo ex professore universitario. La giovane, che ha sempre vissuto a Parigi e ora, dopo la morte della madre, si ritrova a seguire il padre a Firenze, Florence, come ama chiamarla lei – nasce da questa traduzione toponomastica il titolo del romanzo, neanche a dirlo – lo impressiona per la sua verve intellettuale, per il suo piglio e la (forse troppa, per quei tempi) libertà di pensiero, oltre che per un’assoluta indole e credenza pacifista.

I due non stringeranno subito un rapporto. Ludovico viene mandato sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Qui avrà modo di conoscere da vicino quella guerra che, precedentemente, aveva solo idealizzato e questo lo cambierà profondamente. Al suo ritorno, non è più il giornalista deciso, sfrontato e spregiudicato di un tempo. Tutto il contrario: quello che ritorna dal fronte è un uomo smarrito, confuso e tormentato.

Niente è come prima: in primis lui stesso, poi anche il rapporto d’amore con la bella Claudia inizia a vacillare. L’unico a stargli vicino è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella.

Lì c’è anche Irene. I due si incontrano di nuovo, stavolta per più tempo e il legame che nascerà tra di loro aiuta Ludovico a guardare meglio dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perso nell’amara esperienza e cosa, invece, ha guadagnato, in un certo senso al riparo da tutto, proprio quando anche l’immortale città di Firenze, solida dei suoi monumenti e della sua storia millenaria, inizia ad essere minacciata dagli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale.

La bravura narrativa e la destrezza stilistica della Auci riesce a far sì che il lettore si ritrovi direttamente al centro della scena, che sia sul fronte o nell’ambiente più tranquillo e riparato della Torricella. Nulla è stridente, nulla è ridondante.
Inoltre, oltre alla perizia storica dettagliata di tutta la narrazione, possiamo trovare in “Florence” importantissimi dettagli socio – culturali propri di quegli anni.

Un esempio? Il romanzo ci dà modo di soffermarci ampiamente sul ruolo della donna e sulla sua considerazione nella società, caratteristiche che assumono connotazioni diametralmente con i personaggi femminili di Claudia e Irene.

La prima, legata alle convenzioni sociali che avevano regolato rispettivamente la vita di sua madre, come quella di sua nonna e così via, a salire, ha scelto di sposarsi per convenienza e, infatti, suo marito è ricco, molto ricco, e le offre una vita più che agiata, ma il suo matrimonio si rivela una trappola poiché l’uomo che ha al suo fianco è risentito con lei, colpevole di non avergli dato un figlio, e quindi fa di tutto per renderle la vita un inferno. Mario come marito “è crudele e grottesco. Violento.”, stando alla descrizione che ci dà la stessa autrice. Per questo motivo, Claudia cerca a suo modo di trovare un po’ di felicità tra le braccia di Ludovico, diventando la sua amante.

L’altra, di ampie vedute, mal sopporta lo stacco provinciale che nota tra la Francia e l’Italia, tra una città laica, artistica e cosmopolita come Parigi raffrontata all’ambiente fiorentino in cui anche solo vedere una donna che fuma sola in un locale può destare scalpore. In più, all’inizio, non riesce a sopportare nemmeno Ludovico, proprio perché la sua strenua fiducia nell’intervento in guerra cozza col visibile pacifismo della ragazza, a cui era stata educata dai suoi fin dalla più tenera età, crescendo con questi ideali nobili e non alla portata di tutti. Nonostante questo aspetto di iniziale diffidenza nel loro rapporto, al ritorno dal fronte Irene lo trova come cambiato e sente di doversi aprire nei confronti di un uomo così diverso da lei eppure così vicino.

Non solo narrazioni belliche, non solo risvolti sentimentali e emotivi. Il nuovo romanzo di Stefania Auci ha il merito di saper spaziare tra i due vasti nuclei tematici, aprendo a svincoli narrativi nuovi ed inaspettati.
Un racconto realistico narrato fin dall’inizio con dovizia di particolari e descritto a tutto tondo sia per quanto riguarda la caratterizzazione storica e dei personaggi, che si muovono come se stesso recitando in un film, sia per ambientazione ed impronta emotiva. Una storia nella Storia che, per importanza di pagine e struttura, non ha nulla da invidiare al Fogazzaro di “Piccolo mondo antico”, tanto per avere un raffronto.

Un plauso a quest’autrice che è riuscita, per la prima volta in anni e anni, a non farmi scappare davanti allo spauracchio che si cela dietro alla definizione di “romanzo storico”.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Casoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Baldini & Castoldi.

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:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

17 agosto 2015
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L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

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:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

12 agosto 2015

biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Chi manda le onde, Fabio Genovesi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

31 luglio 2015
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La mia reading list per quest’estate comprende – o dovrei dire comprendeva, touché – tutti titoli scelti per curiosità, per caso o per una sorta di iniziazione. Il libro di cui vi parlerò oggi racchiude in sé un po’ tutte e tre le categorie.

Non avrei mai pensato di parlarne in questi toni, ma Chi manda le onde è un romanzo che ti apre il cuore.

Proprio così: uno di quei romanzi che proprio non te l’aspetti, ti capita così, tra capo e collo, e *puff* è capace di farti sentire in pace col genere umano. Almeno per un giorno.

Dovrebbe essere testo in programma in maggior parte delle scuole medie e superiori di tutt’Italia, questo è poco ma sicuro. Non è un caso che abbia vinto il Premio Strega Giovani di quest’anno con la seguente motivazione:

“Ogni pagina di questo romanzo è un’ondata di emozioni. Brancoliamo tutti nel buio di un oceano piatto e infinito che è la nostra vita, alla ricerca di correnti giuste che possano condurci a certezze e verità.”

Pensandoci bene, forse a scuola non lo vorrebbero mai tra i testi adottati per il linguaggio un po’ troppo diretto, scanzonato e, sicuramente, scurrile. Tuttavia non è mistero che già dalle medie i ragazzini abbiano molto da insegnarci, non si scandalizzeranno mica per due parolacce e qualche intercalare di troppo, no?

Il romanzo segue una struttura ben precisa.

Elemento unificante è il mare, quello della Versilia, che spinge e sospinge, che prende e dà. Costante nella vita di chi è nato qui e ci resta anche quando la stagione balneare finisce.

Come Sandro, che a quarant’anni suonati dorme nella stessa cameretta di quando era adolescente e vive ancora coi suoi. Adesso è diventato anche professore, o meglio supplente che viene chiamato quando altri supplenti non sono disponibili. Come Serena, che serena lo è solo di nome, donna splendida, ma che si veste sempre di verde militare e mamma single di due splendidi ragazzini: Luca, diciassettenne da sempre il piccolo uomo della famiglia, e Luna, di undici anni, mingherlina e coi capelli e la pelle candidi come la neve perché è nata albina. E ancora Rambo e Marino, Ferro e Zot.

Un romanzo corale in cui ogni capitolo lascia spazio al punto di vista di un protagonista differente: una volta parla Serena, l’altra Sandro, l’altra ancora Luna.

Nonostante il variare dei narratori e delle situazioni, l’economia del libro si risolve in modo da ritrovarci come dentro a un film: Genovesi non perde mai il filo nel raccontare le storie di queste persone che, quasi compresse tra il blu mare della Versilia e il verde delle Alpi Apuane, sono divise in passato e futuro, in quelli che non ce l’hanno fatta ad andarsene, a crearsi la vita che speravano da giovani e in quelli che sperano in qualcosa di migliore.

E il mare sta lì a guardare… ed è tutt’altro che calmo.

Fabio Genovesi, classe 1974, è nato a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive, tradotto in dieci Paesi tra cui Stati Uniti e Israele, il saggio cult Morte dei Marmi e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia. Collabora con il Corriere della Sera e Glamour. Con 69 voti Chi manda le onde ha vinto la seconda edizione del Premio Strega Giovani, assegnato da una giuria di circa 400 ragazzi/e tra i 16 e i 18 anni in rappresentanza di 44 scuole secondarie superiori in Italia e tre all’estero (Berlino, Bucarest, Parigi). Il vincitore è stato proclamato l’8 giugno a Palazzo Montecitorio alla presenza del Presidente della Camera Laura Boldrini.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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