:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta

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adua

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Ci sono libri che non possono essere letti a casaccio, “tanto per”, negli intervalli di tempo tra una chiusa per esami universitari imminenti e l’ennesima lavatrice di colorati da fare. Proprio no.

Ci sono libri, sì quei libri che sembrano far parte di una categoria a sé, che hanno un proprio tempo e un proprio habitat. Come se decidesso loro quando essere letti, come, in quali tempi e perché.

Libri bellissimi e che ognuno dovrebbe prendere con sé, nei tempi e nei luoghi giusti, anche se sono così veri e diretti da starci male almeno nelle quarant’otto ore successive. Se non di più.

Secondo questa (infallibile) logica, Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, edito da Giunti, l’ho letto in treno, nelle tre ore che separano Roma da Milano. L’ho finito poco prima dell’arrivo in stazione, a tarda sera, con una nuova amarezza nel cuore, ma con la consapevolezza che quella fosse una lettura necessaria. Ti arricchisce, Adua.

Perché ho voluto introdurla parlando proprio, nel mio piccolo, del tema del viaggio? E, soprattutto, chi è?

“Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia…”.

Adua: una citta, una battaglia vinta, contro il primo colonialismo italiano, una donna che racconta la sua storia all’elefantino dalle grandi orecchie del Bernini in Piazza della Minerva, proprio verso il Pantheon a Roma. Quante cose sente di avere in comune con quell’elefantino di marmo che regge il peso di un piccolo obelisco proprio sotto gli occhi di tutti, in centro.

Eppure alcuni non lo notano nemmeno. Lei sì e lo prende come confidente.

Adua è una Vecchia Lira, arrivata dalla Somalia in Italia negli anni Settanta, quando aveva solo diciassette anni. Come potrete ben immaginare anche solo da questo dato, ha vita di privazioni alle spalle: l’infanzia da nomade, orfana di madre, con un padre, Zoppe, che conoscerà solo in seguito e con cui avrà sempre un rapporto conflittuale; la difficile adolescenza in Somalia, tra sentimenti scarsi e zero dimostrazioni d’affetto, il tutto aggravato dall’umiliante e dolorosa pratica dell’infibulazione, che avrebbe dovuto renderla più pura e che, invece, le ha lacerato il corpo e l’anima; l’arrivo in Italia, adescata da un regista di film erotici, con la promessa di fama e successo.

Voleva essere famosa, Adua. Voleva essere ricordata da tutti. Come la Monroe, solo color cioccolato.

Finirà per sposare un giovane Titanic, come lo chiama lei in una commistione di affetto, pena e disprezzo poi, un migrante richiedente asilo arrivato a Roma dopo lo sbarco a Lampedusa e che, prima di incontrarla e avere un tetto sulla testa, due pasti caldi al giorno e un po’ di affetto materno, bighellonava nei pressi di Termini trangugiando gin scadente. Adua lo salva per lo più per salvare se stessa. Salvarsi da un passato che la soffoca. Da un padre il cui lontano ricordo la soffoca altrettanto, ma che, purtroppo, non ha mai avuto la fortuna di capire.

Si tratta di un romanzo a due voci, ricco di flashback, repentini cambiamenti di registro linguistico e sfasature: c’è la parte di Adua, ambientata in Somalia e poi a Roma, come c’è la parte in cui a parlare è Zoppe, a Roma prima e dopo in Somalia, a fare l’interprete per il nemico, subendo soprusi e umiliazioni.

Ampio spazio è dedicato anche a una sezione denominata “Paternali”, in cui sono raccolte, secondo un personalissimo filo logico, tutte le “ramanzine”, le “sgridate”, le pene e l’amore nascosto dalla rabbia che un padre prova per la figlia lontana, ma che non ha mai (e dico proprio mai) saputo dimostrarglielo in modo amorevole.

Sono complementari, Adua e Zoppe, e nemmeno lo sanno. Complementari e speculari in un racconto che offre una visione diversa ed emotiva della Storia e del tema attualissimo dell’immigrazione. Perché, se negli anni Sessanta e Settanta erano tutti Vecchie Lire, più fortunati sul modo di raggiungere la “Terra Promessa” (che poi non è mai così bella come la si crede), ma non meno sofferenti, oggi sono (e siamo, in generale) tutti dei Titanic, col pensiero e la meta rivolte sempre altrove.

C’è molto studio dietro a questo romanzo. Nella stessa misura in cui vi troviamo del sentimento puro, nudo e crudo più tanta voglia di essere compresi.

Non troverete nulla di così forte e di così attuale in libreria di questi tempi. Da leggere assolutamente.

Igiaba Scego, classe 1974, è nata e vive a Roma. Papà Ali e mamma Kadija sono arrivati in Italia dalla Somalia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre. Igiaba scrive per «Internazionale», «Lo Straniero» e «La Repubblica». Tra le sue pubblicazioni troviamo: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014). Esperta di transculturalità, adora gli elefanti, i gatti, il parmigiano, la cedrata e Caetano Veloso.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’ufficio stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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Una Risposta to “:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta”

  1. federicaghiasophia Says:

    L’ha ribloggato su Lo scatolone di Aghia Sophia – recensioni e bla bla bla – .

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