:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

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biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

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