:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

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L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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2 Risposte to “:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta”

  1. federicaghiasophia Says:

    L’ha ribloggato su Lo scatolone di Aghia Sophia – recensioni e bla bla bla – e ha commentato:
    “’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

    Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

    Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

    Perché parlare proprio di “età della febbre”?

    Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.
    Il futuro?

    Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca […]” continua a leggere su Liberi di Scrivere: https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/08/17/leta-della-febbre-storie-di-questo-tempo-aa-vv-curatori-christian-raimo-e-alessandro-gazoia-minimum-fax-2015-recensione-a-cura-di-federica-guglietta/

    Il blog è chiuso per ferie solo sulla carta perché su Liberi di scrivere, tra gli altri articoli usciti oggi, c’è la mia recensione di “L’età della febbre – Storie di questo tempo”, AA. VV., curatori Christian Raimo eAlessandro Gazoia (minimum fax, 2015). La più bella raccolta di racconti che ho avuto modo di leggere in questi mesi. Buona lettura!

  2. :: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta | Lo scatolone di Aghia Sophia - recensioni e bla bla bla - Says:

    […] Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca […]” continua a leggere su Liberi di Scrivere: https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/08/17/leta-della-febbre-storie-di-questo-tempo-aa-vv… […]

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