:: A pietre rovesciate, il libro della memoria di Mauro Tetti (Tunué, 2016) a cura di Federica Guglietta

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A pietre rovesciate è un libro difficile.
Un racconto solenne e antico, in cui vecchio e nuovo insieme a un passato remotissimo, un presente indefinito e un futuro più che mai immaginato si mescolano in una danza sconosciuta e incalzante, in un ritmo che sa di nocche che tamburellano tempie di un’anziana donna che non ama parlare, ma racconta storie.
Se non avessi la certezza che Mauro Tetti abbia trent’anni appena compiuti, abiti in Sardegna e che, nella vita, adori scrivere, lo scambierei sicuramente per aedo, rapsodo o cantastorie – che dir si voglia. Mauro Tetti è al suo primo romanzo.
Vero, sarà pure un libro difficile, alle cui pagine non ci si avvicina di certo facilmente, ma vale la pena leggerlo. In questo mio breve articolo proverò a esternare quelli che sono i motivi per cui si tratta di un’assoluta novità editoriale.
Quella in cui vi immergerete con A pietre rovesciate è una lettura intensa. Non è solo un romanzo, è più un libro della memoria: tanto prende dal passato, tanto è disposto a dare al futuro.
L’impostazione stessa del romanzo si rifà, come avrete già capito, a qualcosa che è tutt’altro che contemporaneo.
Nell’incipit, rigorosamente senza titoletto, assistiamo a una vera e propria reinterpretazione della Genesi:

“In principio Dio creò il cielo e la pietra. Il di su e il di giù. Le tenebre tremanti di su, le acque inerti di giù. E Dio disse: A Li Ga. Le acque si aprirono, emerse l’isola e Dio vide che era cosa buona. (…) E Dio disse: L’isola produca germogli, le erbe producano semi e i semi producano frutti, ciascuno secondo la sua specie. Dio si tastò più volte la fronte corrugata, dimenticava le cose.
Disse: L’isola produca povertà, produca miseria, ricchezza per pochi a svantaggio del resto della specie. E poi: L’isola brulichi di esseri viventi, rettili e bestie secondo la loro specie. Poi colse un pugno di farina bianca e una noce di miele di corbezzolo e disse: Cri Stia Nu. Dio creò l’uomo. A sua immagine lo creò.”

Ci troviamo davanti a una riscrittura personalissima e straniante, che lascia prefigurare quale sarà il successivo andamento successivo di tutta la narrazione. Tutto il romanzo, infatti, è caratterizzato da un ritmo spezzato, ma allo stesso tempo cadenzato. Una storia dal forte richiamo epico, pur restando attuale e ben contestualizzata nel suo essere sfuggente.
Persino lingua usata dall’autore, idioma misto che padroneggia alla perfezione, spazia dal repertorio classico e desueto, passando per termini autoctoni di inflessione sarda, fino a fondersi appieno con il carattere prevalentemente orale, vivo e spezzato della comunicazione non scritta.
Stessa cosa sul piano dei contenuti, una sorta di registro, vivido e in divenire, delle reminiscenze dell’antico paesaggio pietroso di Nur.
O meglio, della sua gente: ruvida come la pietra, resistente, ma scalfita da mille dolori. Una popolazione che esiste da sempre e per sempre, stirpe plasmata dal sudore e dal fango, che vive ai nostri giorni, ma che sembra esistere da quegli albori mitici, da quando Dio plasmò la sua prima Creatura, poi la Donna e il Maureddino, elemento di Caos e Perdizione.
La memoria di questo paese isolano, a metà tra fantasia e realismo, vive attraverso le parole di Nonna Dora, l’anziana racconta storie a cui facevamo riferimento all’inizio. Suo nipote l’ascolta, come se fosse un insegnamento indispensabile per vivere al meglio il suo presente, insieme a Giana, ragazza-bambina dal triste destino, che lui chiama, affettuosamente e molto spesso, “l’innamorata sua”, ma non le risparmia, in tono canzonatorio, persino un soprannome dispregiativo come “La Balena”, cosa che mai ci si aspetterebbe da un innamorato di tal specie. Eppure, per la sua Giana, questo ragazzo senza nome e senza fisionomia, che non è più un bambino, ma non è ancora del tutto un uomo, farebbe qualsiasi cosa.

“Giana La Balena la chiamavo io, e i suoi occhi, come gli occhi di una balena, si riempivano di lacrime. Mi dispiaceva molto, ma ridevo anche, allo stesso tempo. Il nostro umore cambiava alla velocità di uno sparo, contenti ma con le lacrime agli occhi. Ci amavamo molto.”

I due personaggi femminili vengono descritti dal ragazzo, voce narrante della storia, come figure decisamente creepy, eppur squisitamente degne di essere amate. Si tratta di descrizioni, sia quelle fisiche che quelle naturali, che hanno a che fare con la sfera del sogno: sono impalpabili e presenti, spaventose e bellissime. Tutto ruota principalmente attorno a questi tre co-protagonisti, ai quali, però, si alternano, come in un vortice senza fine, anche alcune figure del passato: regine guerrafondaie e principesse tristi, marinai e nonni eroi, giovani cadute nel pozzo per amore, ladri senza scrupoli e pugili fortissimi.
Provare a riassumere la trama di A pietre rovesciate in modo ancor più dettagliato sarebbe inutile e a tratti controproducente. Abbiamo sotto gli occhi un libro che va letto e capito, una narrazione intensa che prende e rapisce. Arriverete in poco tempo alla fine del libro e, credetemi, non ve ne accorgerete neanche. Di storie così ben fatte non ne scrivevano più da un pezzo.
Non a caso, questo romanzo breve in lunghezza e pieno di avvenimenti nei contenuti – quasi fosse un fiume in piena, fa parte della fortunata collana dedicata alla narrativa della Tunué, casa editrice che ci ha visto bene e lungo, proponendosi di dare voce a un arcobaleno di storie – sentitevi liberi di prendere quest’affermazione nel senso più letterale possibile e precipitatevi a guardare le loro copertine – , tutte nate dalla penna di giovani scrittori emergenti, con la curatela di Vanni Santoni: un dato, questo, che è più di una garanzia.

Mauro Tetti, classe 1986, vive a Cagliari. Ha pubblicato diversi racconti su Flanerì, Inchiostro e altre riviste. Nel 2011 ha vinto il premio Masala con il monologo Adynaton.
A pietre rovesciate, settimo titolo della collana Tunué Romanzi e vincitore del Premio Gramsci per inediti, è il suo primo romanzo.

Source: libro ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Simone e Claudia, addetto stampa e ufficio stampa narrativa Tunué.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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2 Risposte to “:: A pietre rovesciate, il libro della memoria di Mauro Tetti (Tunué, 2016) a cura di Federica Guglietta”

  1. federicaghiasophia Says:

    L’ha ribloggato su Lo scatolone di Aghia Sophia – recensioni e bla bla bla – e ha commentato:
    Liberi di scrivere torna in attività dopo una breve (e meritatissima) pausa e ci sono anch’io che vi parlo di “A pietre rovesciate”, particolarissimo romanzo d’esordio di Mauro Tetti, vincitore del Premio Gramsci per inediti e settimo titolo della collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni.
    Buona lettura! 📚

  2. A pietre Rovesciate Says:

    […] Liberi di scrivere -Recensione A pietre rovesciate, di Federica Guglietta, 01.04.2016 […]

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