Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica (Franco Cesati Editore 2018)

22 febbraio 2018
scrivere di libri in rete

Clicca sulla cover per l’acquisto

È appena uscito in libreria Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica ed è un po’ difficile che una book blogger (come io mi reputo infondo) non sia incuriosita e se lo lasci scappare. Giulia non posso definirla a tutti gli effetti un’ amica (non ci siamo mai incontrate di persona, ne abbiamo preso mai un caffè insieme) ma grazie al suo carattere estroverso e al suo sincero entusiasmo sembra davvero di conoscerla da sempre e perlomeno online, grazie ai social, si può facilmente chiacchierare con lei.
Innanzitutto non è una che se la tira, ha una parola gentile per tutti, e una grande pazienza quando si confronta anche con i commentatori un po’ critici se non ostili. E questo non può che renderla simpatica e familiare, nel grande mare del web. Tra le book blogger è una Blogstar, lei non lo ammetterà mai ma è così, forse non avrà milioni di follower ma ha creato il suo status grazie alla credibilità e alla competenza, e ditemi se è poco.
Sfatando il mito (che diciamolo ormai sta svanendo) che una book blogger sia una ragazzina con tanto tempo da perdere, anche un po’ sciocchina che scrive di libri senza competenza né passione. Giulia è una persona seria, e lo si capisce ancora di più leggendo il suo breve saggio di cui voglio parlarvi oggi.
Innanzitutto scrive bene, ha uno stile molto limpido, immediato e empatico. Non solo quando scrive recensioni, ma anche qui quando si confronta con un testo più complesso e articolato, che attenzione è molto diverso dai diversi manuali che ho letto ultimamente sul blogging, che alla fine ben che vada ti sembra solo abbiano ribadito l’ovvio.
Molti consigli che dispensa sono utili e pratici, e se seguiti aiutano davvero a migliorare il proprio stile di recensore o critico letterario 2.0 che dir si voglia. Si può anche non essere d’accordo su alcuni punti, instaurare un dibattito, confrontare i punti di vista e gli stili. C’è chi propende per la semplicità e l’immediatezza, chi scrive per lettori più preparati e smaliziati, ma le semplici regole che stila per le recensioni online (ma anche su giornale o rivista culturale, con ampi accenni) sono valide e funzionano. Ce lo dimostra il suo successo.
Io per esempio adoro le recensioni lunghe, complesse e articolate, e cosa mi fa andare a vanti a leggerle è lo stile del recensore, l’intelligenza che traspare dal suo scritto, la sua abilità nell’argomentare, nel concatenare le osservazioni, ma il web ha altre regole, scrivere su un blog ha un proprio codice, prevede delle specifiche competenze, e con diversi esempi molto puntuali e tanta pazienza ce le spiega, (come passare dal blocco di testo, a un testo velocemente comprensibile e fruibile per il lettore). La parte degli esempi l’ho per esempio molto apprezzata, e non usa solo sue recensioni, ma anche testi di altri blogger o giornalisti.
Ho apprezzato anche i titoli di critica letteraria che cita, (perché ricordiamolo il lavoro di blook blogger prevede competenze raggiungibili con lo studio e la lettura, naturalmente se lo si vuole fare seriamente e distinguersi). I classici di cui consiglia la lettura, testi formativi indispensabili per conquistare un proprio stile e una propria originalità.
Seppure breve, ha 144 pagine, tocca un po’ tutti gli ambiti, da come scegliere i libri da recensire, a come leggere un testo per svolgere poi un’ analisi critica, a come scrivere a tutti gli effetti una recensione e come revisionarla (tasto dolente che spesso e volentieri si salta anche per mancanza di tempo). Non disdegna consigli sull’uso dei social, indispensabili per far circolare in rete il proprio lavoro, come il consiglio di due testi SEO, più specialistici.
Capitolo a parte quello sulle video recensioni. Per blogger poco timidi, almeno.
E tanti i siti e i blog citati, dagli albori del book blogging perlomeno in Italia, a quelli più recenti.
Che dire ancora, correte in libreria!

Giulia Ciarapica, classe 1989, è un’appassionata bibliofila marchigiana. Oltre a gestire il suo blog (Chez Giulia), collabora con Il Messaggero e Il Foglio; da un anno cura la rubrica Food&Book su Huffington Post Italia, in cui abbina libri e ricette. Si occupa di libri e promozione culturale anche nelle scuole superiori di Primo e Secondo grado di molte città italiane, portando avanti il progetto “Surfing on books”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Silvio dell’ Ufficio stampa Franco Cesati Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici di Elisa Nicoli (Altraeconomia Edizioni 2018)

21 febbraio 2018

Bolle in libertàIl dubbio che l’uso continuativo di detergenti chimici per la pulizia della casa possa procurare danni alla salute ce l’avevamo più o meno tutti. Per cui non stupisce che l’Università di Bergen in Norvegia abbia commissionato una ricerca, ora pubblicata su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, che monitora la capacità polmonare di un campione di persone che per lavoro o per necessità familiari si occupano di questo compito. Lo studio è durato 20 anni, e all’inizio della ricerca le persone coinvolte avevano circa 34 anni. Lo studio ha rilevato inoltre che: confrontando le donne che non si dedicavano alle pulizie con coloro che invece le facevano con regolarità, il volume espiratorio forzato a un secondo (Fev1), cioè la quantità di aria che si può espirare forzatamente in un secondo, risultava ridotto di 3,6 millilitri (ml)/anno più velocemente nelle donne che si dedicavano alle pulizie di casa e di 3,9 ml/anno più velocemente nelle addette alle pulizie. (fonte Ansa)

La lettura di questo articolo mi ha ricordato che volevo parlarvi di un libro di cui Altraeconomia Edizioni mi ha mandato il Comunicato stampa: Bolle in libertà” Ricette fai-da-te per la bellezza e la cura di casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici alla portata di tutti. Il nuovo libro di Elisa Nicoli. Premetto che non ho potuto visionare l’intero volume, ma solo il PressKit con l’indice dell’opera e alcune ricette. Diciamo il volume è diviso in due parti, una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. In conclusione una bibliografia e web, siti e applicazioni, elenco dove trovare le materie prime e rivenditori.

L’uso di questi detergenti eco e biologici oltre al vantaggio per la salute personale, comporta anche un bene per le acque e il Pianeta, contribuendo a accrescere il nostro spirito ecologico.

Ecco un esempio di una ricetta. Buona lettura!

ricetta

Elisa Nicoli (Bolzano, 1980) è regista di documentari e scrittrice, oltre che appassionata di cammino e viaggio. Autrice di numerosi libri quali “L’erba del vicino” (Altreconomia), “100 cult in padella” (Altreconomia), “Questo libro è un abat jour” (Ponte alle Grazie-Altreconomia) e della guida “L’Italia selvaggia (Altreconomia), oltre che del grande successo “Pulizie creative”, da cui prende le mosse questo libro. Per Ediciclo ha scritto “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo). Ha all’attivo 10 anni di esperienza reale in autoproduzione di cosmetici e detersivi. I suoi siti di riferimento sono elisanicoli.it e autoproduco.it

:: Primo venne Caino di Mariano Sabatini (Salani 2018) a cura di Micol Borzatta

21 febbraio 2018
Primo venne Caino

Clicca sulla cover per l’ acquisto

Roma, luglio, giorni nostri.
Mentre Malinverno e la sua fidanza greca, Eimì, sono in vacanza a Santorini, il maggiore dei Carabinieri Walter Sgrò e la brigadiere Lucia Simoncini sono impegnati a indagare su una serie di omicidi in cui alle vittime viene staccato un pezzo di pelle in corrispondenza della presenza di un tatuaggio.
Le asportazioni vengono effettuate con una precisione chirurgica, tant’è che gli inquirenti gli appioppano il soprannome di Il tatuatore.
Chiesto l’aiuto del vicequestore Jacopo Guerci, Malinverno viene richiamato in città per poter gestire una diffusione mediatica della notizia per riuscire a mettere in difficoltà il serial killer.
Purtroppo però la morte del direttore de Il Globo e l’arrivo del nuovo direttore impediscono la pubblicazione dell’articolo.
Romanzo thriller molto ben strutturato, ma con uno stile linguistico troppo ricercato, che rallenta la capacità del lettore di immedesimarsi fin da subito, perché prima deve abituarsi alla ricercatezza delle parole.
Molto belle e ben riuscite invece le descrizioni, sia quelle relative ai paesaggi, che ci fanno vivere in prima persona i piccoli scorci romani e le atmosfere magiche della capitale, che quelle relative ai personaggi che sono tridimensionali e pieni di sfaccettature e sfumature.
Sfumature che portano ad affezionarsi in special modo di Leo Malinverno, alle sue problematiche personali e lavorative, la sua determinazione e le sue incertezze.
Un romanzo che conquista, anche se non proprio dalla prima pagina.

Mariano Sabatini nasce nel 1971, giornalista e scrittore per quotidiani, periodici e web.
Autore anche di programmi per Rai, TMC e altri network nazionali ha successivamente condotto rubriche in radio e tutt’oggi lavora nel settore come commentatore.
Con Salani ha pubblicato nel 2016 L’inganno dell’ippocastano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La “rilettura” della verità attraverso le pagine di Esse. “Trova la verità attesa” della scrittrice calabrese Barbara Nocita (Falco Editore 2010) a cura di Floriana Ciccaglioni

21 febbraio 2018

EsseUna pagina nera. Uno specchio che emerge dal buio. Una scritta che diventa doppia, perché riflessa in quello specchio. “Esse” come titolo, palindromo. Che da qualsiasi parte si legga conduce sempre allo stesso risultato. Esse si riflette nello specchio, perché doppio. Anche il lettore dovrà farlo. Specchiarsi. Sta, quindi, nello specchio “la verità attesa” segnalata nel sottotitolo. Da subito si può comprendere l’arduo compito che spetterà al lettore. Guardare e guardarsi. Leggere e rileggere. Già enigmatico nella copertina, si presenta così la prima fatica di Barbara Nocita, edito da Falco Editore nel 2010. Un romanzo la cui trama è sciolta dalla stessa autrice per non lasciare alcun dubbio. Jo, Coral, Tarin, Sara, Carlo, Alessandro, Valentina e Massimiliano detto Max. Un uomo solo che brucia sull’asfalto, un innocente bambino che, ignaro, gioca con ciò che l’ha reso orfano, una giovane donna che non può contare neanche su se stessa, un uomo che compra denaro svendendo la sua dignità, due giovani convinti che la libertà abbia un prezzo e non un valore. Storia di vite che si intrecciano. Il testo è privo della prefazione e dell’introduzione per aprirsi in medias res. Così il lettore si ritrova seduto alla fermata dell’autobus accanto ai personaggi e conosce in prima persona il dramma che attraversa l’intero romanzo: “rileggere” la propria vita. Ricorre in maniera quasi ossessiva nel testo il verbo “rileggere” come una spia che indica al lettore la necessità di andare oltre le apparenze (oltre una prima lettura) per “rileggere” ciò che si è già letto con occhi nuovi. Con una scrittura fluida e malinconica, il lettore è posto davanti la verità della propria vita. È un atto di violenza verso la serenità cui il lettore si trova, magari seduto sul divano mentre fuma una sigaretta e crede di leggere semplicemente un libro dalla trama surreale. Finisce, invece, per sentirsi spogliato, messo a nudo, quasi violentato. L’atto del leggere assume un ritmo frenetico, non tanto per soddisfare l’innegabile gusto della lettura, quanto per sapere come va a finire. Non il finale del racconto, ma il finale che attende ogni singolo lettore. E proprio quando questo sembra giunto al termine, un insospettabile coupe de theatre lo conduce sulla scena di un terribile incidente in cui le vittime sono proprio i personaggi che attendono alla fermata dell’autobus. Qual é allora la verità? La scrittrice si prende gioco del lettore? Lo inganna? Oppure è esso stesso che si è da sempre raccontato un’enorme menzogna sulla propria vita e adesso, “rileggendola”, si ritrova vittima “dell’incidente” di aver scoperto una realtà che non è reale? Attraverso l’espediente meta-letterario, nell’ultimo capitolo del romanzo l’autrice affida a Max la lettura del libro lasciatogli dalla nonna, nel quale viene raccontata proprio l’incredibile storia da lui vissuta quel giorno. Tutte quelle vite che attendono insieme alla fermata servono a Max affinché salvi se stesso, grazie al loro sacrificio. Ma quando il lettore crede di essere stato preso per mano dall’autrice che, in maniera materna e confortevole, lo ha portato verso la verità, succede l’insospettabile. Nel testo compare un enigma da risolvere: all’interno del testo sono state inserite delle frasi contrassegnate da un simbolo (due esse una dentro l’altra “§”) che rappresentano degli anagrammi da decifrare. Il lettore deve tornare indietro per “rileggere” il testo e riscoprire il significato degli eventi narrati. Solamente nell’ultima pagina, oltre la fine del racconto, nella sezione intitolata “Come arrivare alla verità”, si sciolgono tutti gli anagrammi presenti nel testo e il lettore sprofonda in un assoluto sconforto. Come Max, ha sempre avuto la verità sotto gli occhi, ma non è stato in grado di leggerla. Sarà così anche per la sua vita reale?

Source: libro del recensore.

:: Il tempo dentro di noi di Stefano Galardini (Edizioni Convalle 2017) a cura di Federica Belleri

20 febbraio 2018
Il tempo dentro di noi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Primo romanzo per Stefano Galardini. Un esordio intenso e intimo, due vite unite da una solida amicizia. Quella fra Lidia e Luca, che si conoscono fin dalla scuola superiore. Diversi, puri, con mille e più domande sul futuro. La passione per i Nirvana li accomuna. Settant’anni di vita, vissuti fra alti e bassi, durante i quali stima e affetto sono cresciuti paralleli, senza cedere mai. Amici quasi dipendenti l’uno dall’altro. Amici pronti a dirsi tutto, in qualsiasi occasione. I tormenti e le inquietudini legate all’adolescenza si accavallano a momenti di assoluto silenzio, da conservare con cura. La lontananza dovuta alle scelte lavorative non basta a distanziarli, si riuniscono presto, come se non si fossero mai lasciati. Luca e Lidia sono l’uno lo specchio dell’altro, si completano e si proteggono, anche da se stessi. Si deve sempre essere sinceri con chi si vuole bene o a volte è meglio mentire?
Questo è solo uno dei tanti interrogativi che ci si pone leggendo questo libro. Perché la vita scorre troppo in fretta, le scelte si pagano, nel bene o nel male. Le certezze posso sfuggire, per lasciare il posto al vuoto totale, in pochi istanti.
Gli amori passano, l’amicizia resta. Le responsabilità pesano, e l’insoddisfazione aumenta.
Il tempo dentro di noi, una storia meravigliosa che richiede un’attenta lettura. L’introspezione impregna ogni pagina e immedesimarsi è indispensabile. L’affetto combatte il dolore, la paura, l’ansia. I ricordi devono essere tramandati, i rimpianti, lasciati da parte. Bisogna scrivere, per combattere la solitudine.
Buona lettura.

Stefano Galardini vive tra Genova e Monza. Condivide casa con Niky, gatto da un occhio solo. Sul suo comodino ci sono 90 libri in attesa di essere letti, ma continua comunque imperterrito a comprarne. Ama la musica, meglio se in vinile, a scelta tra rock e rock, con brevi puntate sul blues. Nella vita di ogni giorno si occupa delle persone, lavorando come Operatore Socio Sanitario nel sociale. Ha 32 anni e Il tempo dentro di noi è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lo Straordinario di Eva Clesis (Las Vegas edizioni 2018) a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2018
Lo Straordinario

Clicca sulla cover per l’acquisto

Esce oggi in libreria Lo Straordinario di Eva Clesis per Las Vegas edizioni. Un gioiellino di 236 pagine, scritto benissimo, da una penna interessante, che ormai seguo da anni, e mi riconferma che il rinascimento letterario pugliese, di cui parlava Valentino G. Colapinto nel 2011, non si è ancora sopito. Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, Nicola Lagioia, e perché no, anche Eva Clesis ne fa parte, barese, classe 1980.
Autrice che ha scritto per Pendragon, Newton Compton, Perdisa Pop, Lite Editions, e forse ancora la critica non ha messo a tutto oggi in luce a pieno doti e singolarità. Merito quindi di Las Vegas edizioni di aver dato alle stampe questo libro, la cui patina lucida e smaltata, nasconde un cuore al curaro, una critica alla società di oggi, del lavoro (che non c’è), dei rapporti sempre più effimeri, del mondo nel suo complesso coi suoi falsi miti, le sue lucciole per lanterne, sempre nascoste ad ogni angolo. Il percorso accidentato che Lea, la protagonista, deve compiere per affermare se stessa, in questo mondo dove nulla è mai come appare, divertirà il lettore soprattutto per la voce caustica e corrosiva che la Clesis usa giocando con un linguaggio tra il letterario e il satirico.
Non usa una lingua addomesticata o resa più semplice e schematica per attirare il lettore più di bocca buona, anzi il suo modo di scrivere è fantasioso, colorato, allegro e venato di una malinconia, che è un misto di rabbia e dolcezza, screziato di grazia.
Scherzando, ma neanche tanto, ho scritto che il libro è come una gigantesca, sontuosa torta di panna, meringhe, canditi, vaporosa come una nuvola al cui interno trovi cianuro. E questo vale fino a metà, dove la storia sembra prendere una piega che ricorda vagamente Il cerchio di Dave Eggers, un paradiso che nasconde controllo mentale, esperimenti sociali, fine della privacy, e tutte le degenerazioni tanto care a i più accesi complottisti. Poi di un tratto scopriremo cosa l’autrice ha escogitato per tenerci sulle spine. Ma prima tutti a chiederci, ma la povera Lea dove è davvero finita?
Ora invece partiamo da dove è entrata. Allora Lea è una ragazza di 37 anni, come tante se vogliamo, svolge uno stage in una rivista di moda che non si trasformerà mai nel promesso lavoro stabile e ben remunerato, convive con un coetaneo che ha un senso molto lato della fedeltà e della sincerità, (e che se non fosse stato beccato in flagrante tradimento, probabilmente avrebbe portato avanti la relazione clandestina, alle spalle di Lea, senza tanti sensi di colpa), ha un padre assente che l’ha abbandonata da piccola, una madre psicoterapeuta, supercritica, capace di colpire sempre nei punti deboli della figlia, e infine una sorella gemella di successo, super griffata, super bionda, super fortunata, super realizzata, che gira il mondo disegnando gioielli in compagnia di Alain, ricchissimo, bellissimo, elegantissimo, un vero nobile francese, appartenente a una famiglia di quelle che sopravvissero durante la Rivoluzione francese.
Quando la sua vita cade in pezzi, niente più lavoro, niente più compagno, niente più casa (quella in cui viveva era di lui), allora si lancia alla ricerca di un nuovo appartamento, e cosa trova? Una mansarda super accessoriata, piena di ogni confort possibile, fino al pavimento di parquet riscaldato, all’interno di un condominio nella periferia milanese, (le banlieue come direbbe sua sorella) che ha un nome molto evocativo Lo Straordinario. E non solo per la bellezza degli arredi, la cura negli infissi, per la rigogliosità della vegetazione, per la disponibilità e gentilezza della gente che vi abita, ma soprattutto perché per la prima volta in vita sua Lea si sente accolta in una grande e amorevole famiglia. Ma cosa nasconde tanta gentilezza, tanta amorevolezza, tanto di tutto? A voi leggerlo.             

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas edizioni, 2008), ora in una nuova edizione, 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), Parole sante (Perdisa Pop, 2013), Finché notte non ci separi (Lite Editions, 2014).

Source: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlotta dell’ ufficio stampa Las Vegas edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018
Il diavolo nel cassetto

Clicca sulla cover per l’acquisto

Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018
poesie scelte

Clicca sulla cover per l’acquisto

«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Giallo all’ombra del vulcano di Letizia Triches (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

12 febbraio 2018
Giallo all'ombra del vulcano

Clicca sulla cover per l’acquisto

Torna Letizia Triches con un nuovo giallo che vede ancora una volta protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri. Questa indagine lo porta in Sicilia, nella provincia di Catania, per il ripristino di alcuni affreschi del ‘700 in un’antica tenuta agricola. La villa che li ospita è a Cala Bruna, un luogo affascinante tra la campagna e il mare. Proprio lì, ai piedi di una scogliera, scomposto sulle rocce scure, viene ritrovato il corpo di Rachele De Vita. Archeologa, scomparsa qualche giorno prima e figlia di un facoltoso e sprezzante avvocato dell’aristocrazia catanese. Neri rimane incastrato nella vicenda, tra un restauro e l’altro. Incontra la dottoressa Elena Serra, magistrato, donna dalla bellezza discreta e fragile ma molto preparata e determinata.
Una morte inspiegabile, quella di Rachele, che porta la Serra e Neri a collaborare con costanza. Il loro lavoro sembra scorrere in apparente simbiosi anche se faticano a contenere il magnetismo che li attrae.
Siamo nei primi anni ’90 ma Elena Serra scopre ben presto quanto questa vicenda abbia radici lontane, che la portano a scavare terreni argillosi, ricchi e unici. Catania verrà studiata sopra e sotto, la sua storia appassionerà lei e il restauratore. L’azzurro del mare si unirà al rosso della lava, tradizioni e ambizioni entreranno in conflitto. Le promesse non verranno mantenute, generando rancore e odio. I sogni si schianteranno al suolo, perché in fondo i sogni sono “ragazzate” e la cultura non si trova nei libri o nell’arte. L’amore sarà tradito e le amicizie coltivate da tempo riveleranno quanto di più crudele si possa immaginare.
Mantenere le apparenze, senza rivelare il proprio obiettivo. Speculare per non perdere la luce. Arricchirsi, anche a costo di risultare volgari…
Giallo all’ombra del vulcano è un giallo classico, curato nei particolari. Catania risplende sotto sfumature calde. L’arte e la mitologia si intrecciano all’indagine perché il passato non deve essere dimenticato. Indizi e sospetti vengono inseriti nella trama a piccole dosi, con maestria, tatto e precisione. La musica è la colonna sonora portante di questo romanzo. Musica italiana, scelta con cura e passione. Il tutto racchiuso in un libro davvero particolare, interessante, catalizzatore.
Giallo all’ombra del vulcano. Perché mentire è un’arte, ma mentire a se stessi demolisce ciò che si è costruito.
Ottima lettura, che consiglio.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (Vol. 9) – La corale del petrolchimico di Lorenzo Mazzoni (Koi Press 2018)

10 febbraio 2018

petrolchimicoL’involtino primavera sapeva di cavolo avariato ed era stato fritto, con buone probabilità, nell’olio per motori. Il pollo era poco cotto, praticamente crudo. I gamberetti erano stati scottati con la fiamma ossidrica. Reinalter, seduto all’angolo destro del tavolo, continuava a masticare in silenzio, triturava mandorle dure come sassi e verdura putrefatta, tenendo le orecchie aperte sulla conversazione in corso. Mariano Balboni parlava a vanvera con la bocca piena di grosse tagliatelle udon. Di fianco a lui era acquattata la sua onnipresente guardia del corpo e factotum, Robertino Di Nauta, che, taciturno, guardava in cagnesco tutti, anche se stesso riflesso allo specchio. Di fronte a loro i due cinesi arrivati da Prato si ingozzavano di spaghetti al pomodoro utilizzando forchette. Il più anziano, un quarantenne azzimato dalla pelle giallastra, aveva le sembianze del ragioniere: capelli corredati di forfora pettinati con il riporto sul lato destro, occhiali da vista, camicia bianca, una Bic infilata nel taschino. Il suo compare, uno scheletrico tardo adolescente, aveva il viso scavato e le occhiaie violacee che facevano pendant con la maglietta della Fiorentina taglia extralarge che indossava.

Così inizia il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, La corale del petrolchimico, 9° episodio della serie Malatesta- Indagini di uno sbirro anarchico, edito da Koi Press, illustrazioni di Andrea Amaducci.
Ferrara fa da sfondo e scenario a una nuova storia che vede lo skyline inquinante del polo petrolchimico, con le sue alte torri tossiche e gli stabilimenti cancerogeni al centro della scena.
L’ispettore Malatesta torna dalle ferie dal lavoro sbirresco ancora un po’ scombussolato per i successi calcistici della sua squadra del cuore (La Spal in serie A dopo 49 anni) e subito si trova alle prese con l’Operazione Martellamento, a seguito delle proteste degli abitanti del quartiere GAD, stanchi del dilagante mercato della prostituzione e dello spaccio nei dintorni del Grattacielo e della stazione ferroviaria.
Nel loro giro di ronda Malatesta e Appuntato sentono per la prima volta il nome del nigeriano a capo dei traffici di droga del quartiere, un inquietante Adolf Hitler.
E da qua prende l’avvio una rocambolesca serie di eventi tesi alla cattura di questo sinistro e sfuggente personaggio (ma esisterà davvero? Si chiede Malatesta), eventi dal tono surreale, come è nello stile dell’autore, e drammatico, dalle cariche della polizia, fino alle uccisioni di un improvvisato giustiziere.
L’ironia non manca, anch’essa come da abitudine, in tutta la serie Malatesta è presente a piene mani, soprattutto nei dialoghi e nelle situazioni di per sé paradossali ed esilaranti, come nella scena iniziale in cui il povero Reinalter scambiato per un conoscitore della lingua cinese si trova a fare da interprete (per uno sgangherato produttore di film a luci rosse) a un tavolo di ristornate, dove i cinesi presenti parlano solo italiano con cadenza toscana, e più che usare esotiche bacchette usano italianissime forchette per mangiare spaghetti al pomodoro.
La descrizione del variegato gruppo umano che popola la stazione, specchio di una integrazione ormai cementata, che non distingue più stranieri o autoctoni, accomunati da povertà e disagio, è ben rappresentata da queste poche righe, prive di connotazioni razziste, ma unicamente immagine riflessa di una società che cambia e in cui la multietnicità è un dato di fatto.

Il barbone dormiva ancora aggrappato alla colonna del portacenere pubblico, due prostitute scheletriche chiedevano soldi ai passanti, ragazzini fuori forma e senza idee cercavano biciclette da rubare, giovani arabi con vestiti da due soldi bevevano birra davanti al sudicio kebabbaro, gruppi di perdigiorno africani bighellonavano sotto i portici, tra il Bar Fiorella, leggendario ritrovo della mala locale dalla notte dei tempi, il passaggio coperto che immetteva su piazzale Castellina e la pista ciclabile per il centro della città.

Le bande della criminalità nigeriana in conflitto tra loro, (la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe), le loro strutture, le loro forme di cooptazione, spirale di violenza infinita, tutto viene descritto alternando parti più analitiche (e se vogliamo giornalistiche) a parti più leggere, se non umoristiche.
Lorenzo Mazzoni alterna i torni e i registri, per parlarci della società di oggi in cui vasti strati di criminalità da quella serba, a quella nigeriana, per non tacere delle frange neonaziste o degli imprenditori senza scrupoli cinesi si sovrappongono in un tessuto sociale sempre più disgregato.
Prostituzione, droga, truffe informatiche, lavoratori schiavizzati e in nero sono i nuovi traffici disponibili per chi fa sempre più fatica a mettere d’accordo il pranzo con la cena, e in questo nuovo mondo il nostro anarchico ispettore, (preoccupato per il figlio in rotta con la fidanzata) persegue a modo suo il suo dovere, portando a termine il lavoro più che per lo Stato che lo paga, per seguire il suo personale codice etico e morale.
Ma alla fine la Spal è in serie A, e anche il Nostro può in qualche modo festeggiare. Sebbene un filo di amarezza persista.

Malatesta alzò la sciarpa insieme a centinaia di altri tifosi cantando a squarciagola.
Davanti a lui il saluto della Spal al proprio pubblico venne oscurato, per qualche secondo, dall’enorme bandiera sventolante che riportava il volto di un ragazzo come tanti.

Dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi.        

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato oltre venti romanzi e numerosi racconti. È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. La Trilogia (2011), La tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015), Riti propiziatori di un uomo perbene (2017). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e responsabile del service editoriale ThinkABook. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo. Collabora con il Fatto Quotidiano. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, romeno e inglese.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Il destino dell’avvoltoio di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2018)

9 febbraio 2018
Il destino dell'avvoltoio

Clicca sulla cover per l’acquisto

Uscito in edicola, perlomeno in Piemonte, dal 9 dicembre dello scorso anno con La Stampa, prima uscita della nuova collana “Piemonte in noir” delle Edizioni del Capricorno, “Il destino dell’avvoltoio”, il nuovo romanzo di Giorgio Ballario, è da ieri 8 febbraio disponibile in libreria e negli store online.
E’ un noir contemporaneo che si colloca se vogliamo tra la scuola americana, (penso alla magistrale lezione di George V. Higgins) e la scuola mediterranea soprattutto francese più anarchica e se vogliamo romantica. E’ un racconto in prima persona, quella tanto amata da Chandler per Marlowe e di difficile costruzione, e abbiamo un antieroe classico, che mischia cinismo e vaghi sensi di colpa per una certa insoddisfazione esistenziale che l’ha fatto diventare l’uomo che non voleva essere, (sono le aspettative che rendono la giovinezza l’epoca più bella della vita, la consapevolezza del futuro che ci aspetta, e lo si capisce quando il futuro è ormai dietro alle spalle). Questa malinconia pervade tutto il racconto e stempera se vogliamo l’amarezza di fondo abbastanza incisiva.
Il registro linguistico è medio basso, l’uso frequente di grossolanità e turpiloquio è abbastanza funzionale al sottobosco criminale e malavitoso in cui bazzica e gravita il personaggio principale, Fabio Montrucchio, detto l’Avvoltoio. Anche se non l’ho trovato molto spontaneo, credo che l’autore sia più a suo agio con un linguaggio più alto, infatti le descrizioni della città, Torino, soffuse di un certo spleen, sono più riuscite ed evocative, a mio avviso. Inoltre anche l’uso di forme gergali prettamente piemontesi, penso a baggianate, che forse a un lettore da Roma in giù dirà poco, rendono la narrazione identificabile con un territorio, in un noir molto regionale, che invece che essere una limitazione è sicuramente un punto di forza di questo libro. Anche termini come popolino, che mi han fatto saltare sulla sedia, sono abbastanza antiquati, forse li usavano le generazioni passate, ma da ciò si evince un attento studio della lingua da parte dell’autore. Insomma non è un testo improvvisato, e l’autore si dimostra capace dei propri mezzi narrativi.
Sebbene preferisca i suoi gialli storici, ma mi capita anche con de Giovanni, quindi è in buona compagnia, Il destino dell’avvoltoio è un noir senz’ altro originale e interessante. La scrittura di Ballario è sempre piacevole, anche se classica, ogni capitolo ha un titolo, il finale è inevitabile è ben si adatta al tipo di storia fortemente caratterizzata da derive piene di tensione. Mi è piaciuto l’accenno a Spaggiari, di cui Ballario scrisse un libro (Vita spericolata di Albert Spaggiari, 2016), di cui forse Montrucchio, l’ Avvoltoio, può essere un cugino minore, mettendo in conto che ci possano essere vincoli di parentela tra personaggi reali e di fantasia.
Bello il personaggio di Irina, la donna moldava che il protagonista incontra al Pronto Soccorso, in uno dei suoi tipici raid a caccia di clienti da imbrogliare. Si sa l’Avvoltoio vive di piccoli raggiri, di frodi assicurative fatte con la complicità di criminali di piccolo cabotaggio, quando incontra sulla sua strada un vero mafioso, don Vito Gullace, sarà tutta un’ altra questione. Ma seppure un perdente, il Nostro ha mille risorse e possiamo essere sicuri che venderà cara la pelle.
Giornalista, scrittore, presidente di Torinoir, circolo che raccoglie diversi scrittori torinesi di noir, Ballario si conferma uno scrittore versatile e capace di sperimentare alternando vari registri narrativi e generi, dal giallo storico (sempre venato di noir) della serie Morosini, al noir mediterraneo contemporaneo del detective privato Hector Perazzo, a “Il destino dell’avvoltoio” con cui se vogliamo abbiamo una nuova declinazione del noir contemporaneo, più vicina al nero criminale, e per un giornalista che si è occupato di cronaca nera per molti anni mi sembra una evoluzione logica.
In conclusione se poi come me siete fan storici di Morosini e aspettate da anni la pubblicazione del quarto romanzo del ciclo coloniale con lui protagonista, che doveva uscire per Hobby & Work, ebbene se tutto va bene potrebbe tornare in libreria sempre per Edizioni del Capricorno, entro l’estate. Notizia molto ufficiosa, da prendere con le pinze. Penso tutto dipenderà dalle vendite di questo libro. Quindi correte in libreria!

Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Oltre a Il destino dell’avvoltoio, ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimoUna donna di troppoIl volo della cicalaLe rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017), è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Inizialmente distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa in Piemonte, è ora disponibile in tutte le librerie e gli store on line.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa Edizioni del Capricorno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Dissipatio H.G. di Guido Morselli a cura di Nicola Vacca

9 febbraio 2018

DissipatioA Guido Morselli il mondo editoriale e culturale della sua epoca doveva tutto. Invece quel tutto glielo ha negato, lui non è riuscito a sopravvivere alla sua sensibilità e si è tolto la vita.
Morselli è un gigante della letteratura del secondo Novecento e i suoi libri dovevano essere pubblicati in vita, ma lui collezionò dagli editori una serie ininterrotta di rifiuti.
La fama postuma dimostra che questa penna straordinaria non meritava in vita disprezzo e indifferenza.
Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione per Einaudi de Il Comunista. Carlo Fruttero bocciò la pubblicazione per Mondadori di Contro passato prossimo.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli, ovviamente anche questo resterà inedito. Siamo nel 1973 quando Morselli non regge più l’ennesimo rifiuto editoriale e si toglie la vita. Immediatamente dopo la sua morta scoppia il caso Morselli e si parla di come sia stato possibile negare la pubblicazione a uno scrittore così complesso e importante. Le solite cose italiane. Grazie a Adelphi la sua opera finalmente vide la luce.
Dissipatio H.G. oggi continua a scavare come un tarlo nelle coscienze.
Oggi che i pericoli di estinzione del genere umano sono molto più concreti e tragicamente imminenti di ieri, il romanzo apocalittico e post-apocalittico di Giudo Morselli lo leggiamo come una profezia che lascia il segno.
L’umanità misteriosamente è scomparsa, il genere umano si è dissolto. Non è rimasto nessuno in vita sul pianeta, tranne il protagonista del romanzo di Morselli che si ritrova solo, completamente solo in un mondo che non si è saputo giocare bene le sue possibilità di sopravvivenza.
In preda alla paura, il personaggio morselliano si muove dal suo rifugio in montagna e si dirige verso la città di Crisopoli in cerca di qualche altra presenza umana.
Dissipatio H.G. è un monologo interiore in cui il sopravvissuto cerca di ipotizzare le cause di questa catastrofe che ha portato alla fine dell’umanità sul pianeta Terra.
Con cinismo e una punta amara di ironia mista alla paura, l’unico uomo sopravvissuto cammina tra le macerie del mondo estinto e su tutta questa dissipazione riflette. Ma di una cosa è convinto e non nasconde la sua crudeltà nell’affermarlo quando in merito alla fine del mondo a cui sta assistendo afferma che non esiste alcuna escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose e poi aggiunge:

« Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipiedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Non manca mai il vetriolo nelle pagine di Giudo Morselli. In Dissipatio H.G. per fortuna ne troviamo in quantità industriale, e nemmeno un grammo è andato sprecato, visto che oggi l’Apocalisse può contare sulla complicità di tutti gli esseri umani.
«Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più» commenta il sopravvissuto in uno dei suoi deliri di solitudine, quasi pensando che il mondo potrà rinascere meglio adesso che l’uomo ( che Cioran definisce il cancro della terra) sì è tolto definitivamente di mezzo.