Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Formule mortali di François Morlupi (Croce Libreria, 2018)

24 novembre 2018

imagesIn una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Formule mortali, opera prima di François Morlupi, è un thriller ambientato tra Roma e la Corsica, che vede protagonista una squadra investigativa di Roma, capitanata dal commissario Ansaldi. Efferati delitti, collegati tra loro da misteriose ed enigmatiche formule matematiche, si susseguono in una Roma estiva e torrida per portare nel web sommerso, dove persone apparentemente irreprensibili accedono a pagamento su siti di torture e snuff movie, che terminano con la reale morte della vittima.
Insomma tanta carne al fuoco, e forti emozioni diciamo. In sostanza ormai scrivere un thriller originale è diventata un’impresa e François Morlupi ha scelto una strada abbastanza poco dibattuta, un po’ anche perché il tema di per sé fa paura davvero, i pericoli della rete sono tanti e soprattutto i più giovani e indifesi vi sono esposti. La polizia postale ne vede di tutti i colori, e ha affinato anche armi informatiche sempre più aggiornate e moderne, arrivando ad assoldare veri e propri hacker, diciamo passati dalla parte buona. Quindi l’argomento trattato è interessante, e questo è un punto di forza del libro.
L’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ambientazione romana: sia l’accenno alle sue problematiche, le buche, i rifiuti abbandonati, etc… che la parte più leggera: i quartieri, i locali pittoreschi, l’aria che si respira nella Capitale. Insomma ho gradito tutte queste sfumature di sano realismo.
La parte macabra non è eccessiva, suvvia François Morlupi è un bravo ragazzo.
Certo i personaggi sono ancora un po’ grezzi e stereotipati, deve ancora imparare a caratterizzare meglio pregi e difetti di ciascuno, insomma deve imparare a renderli unici e subito riconoscibili, ma per un’ opera di esordio è una cosa abbastanza scontata.
Non valorizza ancora a pieno le sue capacità e conoscenze (per esempio per quanto riguarda l’accenno ai film coreani, un suo hobby, un autore più scafato se la sarebbe giocata meglio).
Lo stile è piano e discorsivo, pulito, adatto a un thriller.
C’è infine da dire che è bilingue, parla e scrive sia in italiano che in francese, e con l’aiuto di un buon editor che conosca oltre all’italiano anche il francese questa caratteristica potrebbe rientrare più nei pregi che nei difetti, diventando una sua peculiarità, quindi valorizzerei anche alcuni francesismi. Il personaggio, per esempio, del vice ispettore Eugénie Loy si presterebbe molto bene a questo gioco stilistico.
Tutto sommato quindi è un onesto thriller investigativo, con finale aperto come si conviene quando si vuole renderlo aperto a un futuro seguito. Correggerei solo alcune debolezze lessicali e redazionali, ma niente che non si possa risolvere con un veloce editing.

François Morlupi (Roma, 1983), italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Grande appassionato di gialli in generale, e in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani. Formule Mortali, il suo esordio letterario, è un noir ambientato nei luoghi e fra la gente della Roma che frequenta quotidianamente.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Lezioni di tenebra di Helena Janiczek (Guanda 2011) a cura di Daniela Distefano

18 novembre 2018

HELENA JANECZEK- Lezioni di tenebraI genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Con il libro “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011) Helena Janiczek ci trasporta nel cuore nero della Storia: Auschwitz. E lo fa dal peculiare punto di vista di chi appartiene alla generazione successiva, di chi esiste grazie a superstiti come la madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove Helena è cresciuta sentendosi estranea al mondo tedesco e alla sua cultura.

“Non credo che mia madre abbia mai deciso di affidarmi la sua storia, neanche nella versione più stringata. Ha invece deciso di tornare in Polonia, una volta almeno, e io ho voluto accompagnarla: rivedere la sua casa, la casa di mio padre, la città. Ma è un caso che siamo partite con quel gruppo, che il giorno della partenza fosse il giorno della deportazione di sua madre, suo padre, suo fratello”.

Quasi le uniche visitatatrici a Birkenau, il cui territorio è enorme, le due donne – madre e figlia – si sono incamminate tra le rovine dei crematori.
E l’impressione è stata abnorme, per entrambe. Strideva il tepore del cielo di quel giorno con l’inverno dei giorni nel lager. Raccontare a volte serve ad elaborare un ricordo, ma quando si fanno certe epserienze fatali mescolate alla morte, solo gli occhi possono parlare, dire tutto l’orrore dell’inferno che viene sprigionato dalla Terra. Il libro si propone di descivere l’oscurità marmorea del Male che non potrà essere mai più cancellato e rimane nella memoria di chi l’ha affrontato e vinto. Forse per questo l’astio nel rapporto madre-figlia è così stringente, così pauroso anche se non manca l’amore, anche se fiorisce l’affetto. La generazione di Helena è succube di questo fardello, rivive con gli sguardi smarriti dei genitori la giara di azioni disumane, compiute perché questo fosse destino, sofferenza, atavica propensione all’autodistruzione umana. Un resoconto delicato, gonfio di rimandi sensoriali, aggrappato al desiderio che tutto un giorno sarà relegato in fondo al cestino dei fatti irripetibili, delle catene che mai più scatteranno ai polsi del nostro pensiero. Un giorno ci sveglieremo e sapremo con certezza che tutto quello che accadde, non accadrà mai più. Speriamo.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ autrice dei romanzi Le rondini di Montecassino (vincitore di prestigiosi premi) e La Ragazza con la Leica (2017) che quest’anno ha vinto il Premio Strega e Il Premio Bagutta.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Guanda”.

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018
Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Review Party – Inquisizione Michelangelo di Matteo Strukul (Newton Compton, 2018)

8 novembre 2018
inquisizione michelangelo

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Roma, autunno 1542. All’età di sessantasette anni, Michelangelo è richiamato ai suoi doveri: deve completare la tomba di Giulio II, opera ambiziosa ma rinviata per quasi quarant’anni. Guidobaldo II, erede dei Della Rovere, non accetterà altre scuse da parte dell’artista. Ma Michelangelo si trova nel mirino dell’Inquisizione: la sua amicizia con la bellissima Vittoria Colonna non è passata inosservata. Anzi, il cardinale Gian Pietro Carafa, capo del Sant’Uffizio, ha ordinato di far seguire la donna, con lo scopo di individuare il luogo in cui si riunisce la setta degli Spirituali, capeggiata da Reginald Pole, che propugna il ritorno alla purezza evangelica in una città in cui la vendita delle indulgenze è all’ordine del giorno. Proprio la Roma divorata dal vizio e violata dai Lanzichenecchi sarà il teatro crudele e magnifico in cui si intrecceranno le vite di Malasorte, giovane ladra incaricata di spiare gli Spirituali, di Vittorio Corsini, Capitano dei birri della città, di Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, e dello stesso Michelangelo Buonarroti, artista tra i più geniali del suo tempo. Tormentato dai committenti, braccato dagli inquisitori, il più grande interprete della cristianità concepirà la versione finale della tomba di Giulio II in un modo che potrebbe addirittura condannarlo al rogo…

Lasciata la Firenze dei Medici, teatro della sua ultima saga di successo, Matteo Strukul ci porta nella Roma sontuosa e decadente di Papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, il Papa fondatore della Compagnia di Gesù e del Concilio di Trento. Il Papa mecenate. Protettore e finanziatore dei più grandi geni dell’ Italia rinascimentale, tra cui il genio assoluto: Michelangelo Buonarroti.
E proprio Michelangelo, autore de la Pietà e de Il Giudizio Universale, è il protagonista di Inquisizione Michelangelo, appena edito da Newton Compton. Un romanzo che se vogliamo arricchisce l’affresco composito che Strukul fa ispirandosi alla storia italiana nel suo periodo di massimo fulgore. Le luci e le ombre del Rinascimento si fanno infatti ispirazione per plot in cui l’avventura, il mistero, la fede, l’amore diventano tutt’uno con le sue trame, sì ispirate da fatti storici realmente accaduti, ma impreziosite da uno stile moderno e scorrevole, che svecchia se vogliamo il genere per certi versi ancora troppo paludato.
Strukul ha avuto infatti il merito di avvicinare molti lettori al romanzo storico, forte anche di una grande esperienza nel noir e nel romanzo d’azione, che traspare nelle pagine, sebbene abbia adottato uno stile di scrittura piuttosto classico e equilibrato. Strukul ha sì infatti una scrittura semplice e immediata, ma non si nega l’utilizzo di un linguaggio ricercato fatto di termini precisi e storicamente esatti, dalle armi, al vestiario, all’arredamento.
Il Michelangelo che conosciamo attraverso il suo libro è quello della vecchiaia, del tormento di una vita spesa ad acquistare fama e denaro per poi accorgersi di aver tradito l’essenza stessa della sua arte e della sua umanità. Un’ ultima occasione di riscatto sembra farsi strada grazie all’amicizia con la poetessa e marchesa di Pescara, Vittoria Colonna, che lo avvicina a un gruppo di intellettuali e religiosi attenti a una sorta di rinascita spirituale e guidati dall’ intento di ricomporre la frattura con l’ala protestate della cristianità.
Al centro di intrighi, congiure, maneggi Michelangelo si troverà a fare delle scelte, anche pericolose, che potrebbero mettere a repentaglio la sua stessa vita.
Tra i personaggi spicca senz’altro quello della giovane Malasorte, bellissima ladra finita nell’orbita di una ricca cortigiana, ancora affascinante ma ormai sul viale del tramonto. Incaricata di spiare Michelangelo e il suo gruppo di congiurati, finirà per fare amicizia con Michelangelo stesso e questo fatto sarà l’inizio di imprevedibili sviluppi. Un po’ figlia delle sue eroine del passato, Malasorte si contende il ruolo di protagonista femminile con Vittoria Colonna, la donna angelicata se vogliamo, una sorta di “Beatrice” per Michelangelo.
Personaggi storici dunque si confondono con personaggi di pura invenzione, portando il lettore a parteggiare anche per i personaggi diciamo più negativi, che forse non lo sono del tutto. E l’amore tra Malasorte e Vittorio Corsini, Capitano dei birri, accresce questo paradosso.
Riuscirà Michelangelo a sfuggire alle strette maglie dell’Inquisizione? Dovrete leggere il libro per saperlo, quello che posso dirvi, è che lati della sua vita e personalità non conosciuti da tutti saranno messi in luce. Verità o finzione? Come in ogni romanzo storico sta nella abilità dell’autore non fare riconoscere la differenza. Buona lettura!

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in quindici lingue e opzionati per il cinema. Con I Medici. Una dinastia al potere ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e ha vinto il Premio Bancarella 2017. La saga sui Medici (che prosegue con Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Turchia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Serbia, Slovacchia e Corea del Sud. È stata pubblicata anche nel volume unico I Medici. La saga completa. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Inquisizione Michelangelo è il suo ultimo libro. Il suo sito internet è matteostrukul.com.

Source: pdf inviato dall’editore scopo Review Party.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: La ragazza che chiedeva vendetta di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

27 ottobre 2018

La ragazza che chiedeva vendettaCon La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Siamo nuovamente a Udine e Alex viene coinvolto dal suo amico ispettore Cavani nelle indagini che seguono a una nuova serie di omicidi feroci.
L’ex poliziotto intuisce che dietro questa nuova scia di sangue ci sia il suo vecchio nemico a cui dà ancora la caccia.
Un celebre chirurgo estetico e due collaboratrici vengono barbaramente assassinati. Il dottor De Luca ha cambiato i connotati a un noto criminale. Alex Nero sospetta che dietro questi barbari omicidi ci sia Azrael con un nuovo aspetto.
Ma il sangue continua a scorrere nella città del nord est. Tre uomini vengono assassinati nello stesso modo. Entrambi sono legati tra loro da una brutta storia accaduta anni prima.
Era il 23 agosto 1994 quando i tre amici approfittarono di due ragazze. Iris, una delle due, rimase uccisa.
L’ispettore Cavani chiede aiuto al suo amico Alex Nero, che inizia a collaborare alle indagini. I due sono convinti che esistono collegamenti tra i tre omicidi e quello del chirurgo.
La polizia cerca una donna che è stata vista in compagnia dei tre uomini nei giorni in cui sono stati uccisi.
Cavani e Alex Nero non trascurano nulla e si muovono in tutte le direzioni cercando sempre di essere connessi nelle indagini e cercare non abbandonare la pista che lega tra loro gli omicidi dei tre uomini a quelli del chirurgo e delle sue amiche.
Porazzi costruisce anche questa volta un intrigo avvincente: vedremo di nuovo Alex sulle tracce di Azrael. Considerando che in queste pagine si gioca la partita finale, la suspense è sempre alta e l’autore è abile a tenere alta la tensione tenendo il lettore sempre sulla corda di un imprevisto mai banale.
Pierluigi Porazzi si conferma una delle più interessanti voci del romanzo nero italiano,
La ragazza che chiedeva vendetta ci riporta a Alex Nero, l’antieroe uscito dalla penna di Pierluigi Porazzi.
Questo ultimo capitolo delle sue avventure lo porteranno a fare i conti una volta per tutte con il principe del male, suo acerrimo nemico.
Il finale a sorpresa ci rivelerà a chi sarà attribuita la vittoria. Se amate le storie forti dalle tinte noir, vi consiglio di leggere questo libro e di entrare nel mondo di Pierluigi Porazzi, un giallista di razza.

Pierluigi Porazzi è laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie, in diverse antologie (tra cui Più veloce della luce, Pendragon, 2017 e Notti oscure, La Corte editore, 2017) e nella raccolta La sindrome dello scorpione. Fa parte del progetto culturale SugarPulp e ha fondato SugarPulp Udine.
È tra i fondatori dell’Associazione Culturale Cult’Udine. Ha pubblicato per Marsilio Editori i romanzi L’ombra del falco (2010), Nemmeno il tempo di sognare (2013), in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane Noir Italia (Il Sole 24 Ore, 2013) e Il giallo italiano (Il Corriere della Sera, 2014) e Azrael (2015). Nel 2017, per la collana gLam di Pendragon è uscito il romanzo Una vita per una vita scritto con il giornalista Massimo Campazzo (fonte wikipedia).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa.

:: Jum fatto di buio di Elisabetta Gnone (Salani 2017) a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2018

imagesTra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Età di lettura: dai 9 anni e per tutti gli adulti che desiderano ritrovare il bambino o la bambina che è in loro.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato.
È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale ha ideato la serie a fumetti W.I.T.C.H. È autrice della fortunatissima saga di Fairy Oak, e ora, con la nuova serie Olga di carta, porta ai lettori un nuovo, delicatissimo mondo in cui, con garbo e ironia, affronta i temi delle fragilità e delle imperfezioni che ci rendono umani.

Source: libro del recensore.

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto di tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte, di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Taccuino dello svagato di Giorgio Caproni (Passigli 2018) a cura di Nicola Vacca

8 ottobre 2018

CaproniGiorgio Caproni non è stato solo un grande poeta. È tutta da scoprire la sua attività di prosatore e di collaboratore di quotidiani e riviste.
Fra il 1958 e il 1961 il poeta su la Fiera letteraria curò una rubrica dal titolo stravagante: Taccuino dello svagato.
Passigli per la prima volta raccoglie in volume le prose che Caproni pubblicò su una delle riviste più importanti del Novecento.
Taccuino dello svagato è un libro prezioso per comprendere il genio di uno dei massimi poeti del secolo scorso.
Caproni con leggerezza e ironia si muove con grande disinvoltura tra le pagine della Fiera letteraria. Si occupa non solo di letteratura. Dialoga con i suoi lettori su molti argomenti.
Evita sempre di essere retorico e banale, anzi preferisce sempre la provocazione, mostrandosi, come fa nella sua poesia, nemico dei luoghi comuni.
Gli articoli più belli sono quelli che Caproni dedicò allo stato di salute della poesia italiana, le sue digressioni sul mercimonio nel mondo culturale e sul modo di fare critica letteraria e le sue ironiche considerazioni sull’ego ipertrofico dei poeti. Insomma, pagine scritte più di mezzo secolo fa che ben descrivono quello che accade e succede oggi.
Quando in un articolo del 15 febbraio 1959 Caproni scrive della giovane poesia italiana, con molta ironia denuncia il superficiale concedersi alla cronaca e una scarsa attenzione nei confronti del linguaggio poetico, che non è mai un problema passato di moda.

«Purtroppo la nostra poesia più giovane ci par che rischi, a questo proposito, di precipitare in un anonimato senza confini».

Quello che scriveva ieri Caproni, vale oggi anche per la poesia più giovane del nostro tempo, che commette gli stessi peccati di presunzione ed è destinata all’anonimato.
I ragionamenti di Caproni nei suoi interventi sulla Fiera letteraria sono sempre radicati, lungimiranti e, abbiamo visto, anche profetici.
In queste pagine si rivelò anche un eccellente recensore di libri di poesia.

«Caproni recensore – scrive Alessandro Ferraro nella prefazione – mise sempre al centro il libro, il più volte, di versi, e come ragionò schiettamente sul rapporto tra l’autore e la sua opera (bisogno, invenzione, verità, misura…) così agì sulla ricezione di questi da parte del grande pubblico, cercando di abbattere i pregiudizi e gli avvicinare il lettore comune».

Un poeta onesto e uno scrittore autentico che esercitava il suo ruolo di critico letterario, essendo sulle pagine della Fiera letteraria prima di tutto una persona libera che sceglieva i suoi libri liberamente e non l’agente pubblicitario di scrittori e editori.
Parole sante, queste di Giorgio Caproni, soprattutto oggi che la critica letteraria latita per l’eccessiva presenza tra le sue fila di numerosi agenti pubblicitari e marchettari al servizio del marketing editoriale.
Taccuino dello svagato è una lettura obbligatoria. Giorgio Caproni è un prosatore provocatorio, necessario e irrinunciabile, proprio come è provocatoria, necessaria e irrinunciabile la sua poesia.

Giorgio Caproni (1912-1990), uno dei più importanti poeti del Novecento in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma in fondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.