In una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.
Formule mortali, opera prima di François Morlupi, è un thriller ambientato tra Roma e la Corsica, che vede protagonista una squadra investigativa di Roma, capitanata dal commissario Ansaldi. Efferati delitti, collegati tra loro da misteriose ed enigmatiche formule matematiche, si susseguono in una Roma estiva e torrida per portare nel web sommerso, dove persone apparentemente irreprensibili accedono a pagamento su siti di torture e snuff movie, che terminano con la reale morte della vittima.
Insomma tanta carne al fuoco, e forti emozioni diciamo. In sostanza ormai scrivere un thriller originale è diventata un’impresa e François Morlupi ha scelto una strada abbastanza poco dibattuta, un po’ anche perché il tema di per sé fa paura davvero, i pericoli della rete sono tanti e soprattutto i più giovani e indifesi vi sono esposti. La polizia postale ne vede di tutti i colori, e ha affinato anche armi informatiche sempre più aggiornate e moderne, arrivando ad assoldare veri e propri hacker, diciamo passati dalla parte buona. Quindi l’argomento trattato è interessante, e questo è un punto di forza del libro.
L’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ambientazione romana: sia l’accenno alle sue problematiche, le buche, i rifiuti abbandonati, etc… che la parte più leggera: i quartieri, i locali pittoreschi, l’aria che si respira nella Capitale. Insomma ho gradito tutte queste sfumature di sano realismo.
La parte macabra non è eccessiva, suvvia François Morlupi è un bravo ragazzo.
Certo i personaggi sono ancora un po’ grezzi e stereotipati, deve ancora imparare a caratterizzare meglio pregi e difetti di ciascuno, insomma deve imparare a renderli unici e subito riconoscibili, ma per un’ opera di esordio è una cosa abbastanza scontata.
Non valorizza ancora a pieno le sue capacità e conoscenze (per esempio per quanto riguarda l’accenno ai film coreani, un suo hobby, un autore più scafato se la sarebbe giocata meglio).
Lo stile è piano e discorsivo, pulito, adatto a un thriller.
C’è infine da dire che è bilingue, parla e scrive sia in italiano che in francese, e con l’aiuto di un buon editor che conosca oltre all’italiano anche il francese questa caratteristica potrebbe rientrare più nei pregi che nei difetti, diventando una sua peculiarità, quindi valorizzerei anche alcuni francesismi. Il personaggio, per esempio, del vice ispettore Eugénie Loy si presterebbe molto bene a questo gioco stilistico.
Tutto sommato quindi è un onesto thriller investigativo, con finale aperto come si conviene quando si vuole renderlo aperto a un futuro seguito. Correggerei solo alcune debolezze lessicali e redazionali, ma niente che non si possa risolvere con un veloce editing.
François Morlupi (Roma, 1983), italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Grande appassionato di gialli in generale, e in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani. Formule Mortali, il suo esordio letterario, è un noir ambientato nei luoghi e fra la gente della Roma che frequenta quotidianamente.
Source: pdf inviato dall’autore.
In una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.
“I genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Luigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Con La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Tra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Eurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Capitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’inattesa scoperta.
Giorgio Caproni non è stato solo un grande poeta. È tutta da scoprire la sua attività di prosatore e di collaboratore di quotidiani e riviste.
“Il treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”
Cosa significano questi fiori? chiese Alida.
























