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:: Recensione di Il male stanco di Luigi Bernardi a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2010

Il male stanco di Luigi BernardiPropongo ai lettori di Liberidiscrivere un libro interessante, edito da Zona nel 2003, scritto da Luigi Bernardi e quanto mai attuale in questi giorni in cui la cronaca nera sembra aver trasceso i limiti della dimensione umana. Non cito il caso più eclatante ormai da giorni al centro dell’attenzione di quotidiani e programmi televisivi per riportare il discorso al di là del morboso e dello sconcertante su temi seri e dolorosi che bene o male ci coinvolgono tutti analizzati da uno studioso che non vuole fare del facile cinico sensazionalismo ma vuole indagare, scavare nei lati più bui e tragici della società, per capire, riflettere, giungere a delle conclusioni.
Sette capitoli, scarni, obbiettivi, che aggiungono alla freddezza del reportage fatto di statistiche una profonda riflessione sociale scevra da pregiudizi e compiacimento. Bernardi racconta come ha iniziato a interessarsi di crimini e cronaca nera spinto forse da una buona dose di curiosità intellettuale e da un coinvolgimento personale che preferisco non anticiparvi lasciandovi alle parole dell’autore nelle prime pagine del libro.
La prima riflessione che sicuramente è degna di nota è che questi fatti pur nella loro atrocità che delinea una cattiveria di fondo degli autori, sorpendentemente sembrano evidenziare qualcosa di più ampio, collettivo, una perdita di responsabilità. Poi un’altra riflessione riguarda gli addetti ai lavori stessi di questi fatti, i giornalisti per esempio che trattano la cronaca nera nei quotidiani e nelle televisioni e che lo fanno condizionati da una certa frettolosità poichè devono agire in tempo reale senza una visone di lungo respiro e devono rispondere ai propri committenti finali.
Tragicamente il pubblico dei lettori e dei telespetattori vuole il “mostro”, vuole il linciaggio mediatico e il giornalista si trasforma suo malgrado in un boia per procura, lasciando sullo sfondo le vere motivazioni che spingono certe persone a diventare “mostri”, ad uccidere, a commettere delitti sempre più spesso maturati nell’ambito familiare, ma anche che coinvolgono sconosciuti che magari si incontrano per caso e iniziano a litigare per futili motivi.
Una ventina di casi emblematici, e a loro modo unici, singolari , efferati che ci permettono di aprire una finestra sulla nostra società, malata, voyeuristica, infetta. Bernardi definisce il male  “stanco” e fa di più considera che la progettualità del male sembra implosa. Molti delitti non vengono commessi per trarne un beneficio, uccidere non è più uno strumento di promozione ma un gesto che ha valore in quanto tale.
Solo comprendendo questo si può fare luce sul passato per capire il nostro presente e progettare il nostro futuro. Consiglio la lettura di Il male stanco come antidoto alla banalità che ci circonda perchè il male non è mai banale, è frutto di vigliaccheria, debolezza, follia ma fa parte del nostro quotidiano, più di quanto a volte ci farebbe comodo pensare.

:: Intervista a Giulietto Chiesa a cura di Giulietta Iannone

11 ottobre 2010

Giulietto ChiesaBenvenuto Signor Chiesa su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Giornalista, scrittore, politico. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giulietto Chiesa?

Sono un uomo fortunato. Mi sono trovato coinvolto nei principali eventi del secolo scorso e li ho descritti. Ho fatto studi scientifici, mi sono quasi laureato in Fisica ci tengo a dirlo. Oltre allo studente ho fatto per anni il dirigente politico, sono stato dirigente del Partito Comunista Italiano, e conclusa questa esperienza sono diventato giornalista. Sono stato fortunato perché mi sono sempre divertito, quando uno si diverte vuol dire che non lavora.

È stato corrispondente da Mosca in piena Guerra Fredda per l’Unità e La Stampa, oltre che per numerose reti televisive. È editorialista per diverse testate e riviste (La Stampa, Megachip, Il Manifesto). Ci parli di come è nato il suo amore per il giornalismo.

Sono anche direttore della rivista COMeta un trimestrale di critica della Comunicazione, promossa dalle associazioni Megachip e Pentapolis. Il nome della rivista richiama i temi ispiratori del progetto: comunicazione, etica, ambiente. L’amore per il giornalismo è nato dall’analisi della politica internazionale, dall’amore per la storia e dalla volontà di capire il mondo e fare il punto della rotta.

Ha scritto numerosi libri sull’Unione Sovietica prima e sulla Russia poi, storia, cronaca,  reportage. Ci parli della sua Russia. Un ricordo, un’impressione di questa terra, dei suoi abitanti.

È un paese straordinario. Devo molto a quella esperienza, mi ha fatto capire tante cose su me stesso, sul mondo. Poi è un paese immenso, che ha avuto una grande influenza segnando il futuro del nostro pianeta. Sì la Russia è cambiata, è l’emblema di una realtà difficile, ma a mio avviso è cambiata solo esteriormente,  in profondità  è mutata molto poco.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

È sparito. È morto. Ammazzato dalla televisione. Tutto è diventato spettacolo. Come dice Guy Debord nel suo saggio La società dello spettacolo. Da produttori e cittadini siamo diventati consumatori. Come tali non abbiamo bisogno né di essere informati, né di essere colti. Più infantili siamo meglio consumeremo. E infatti il sistema mediatico è incaricato di farci regredire collettivamente alla fase dei bisogni primari. Ci vogliono, come diceva Freud, perversi e polimorfi.

Ci racconti  un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

A dire il vero ce ne sono molti. Posso citare due episodi tra i tanti. Uno non è affatto divertente ma molto significativo. Ho visitato la Cecenia durante la guerra. Quando la gente sta morendo tutt’intorno a te ci si fa un sacco di domande sulla vita e sulla morte. È stato terribile camminare tra i cadaveri di donne, uomini e bambini. Forse non molti di voi hanno potuto vedere un cadavere da vicino ma assicuro che è un’esperienza che ti cambia la vita. Un altro episodio riguarda l’ex vice-presidente russo Janaev, recentemente scomparso, l’uomo del golpe contro Gorbaciov. Durante la conferenza stampa guidata da Janaev, ricordo che noi giornalisti credevamo tutti che Gorbaciov fosse stato ammazzato. Janaev mi diede la parola, sapeva che ero stato corrispondente dell’Unità e pensò di darmi la parola. Credeva probabilmente che fossi dalla  sua parte. Mi venne spontaneo chiedergli – stavo osservando che le sue mani tremavano – : “Ma la sua salute com’è?”. Quando andò in onda alla tv, quella stessa sera, la mia domanda,  capii che il golpe era stato sconfitto. Alla Casa Bianca dopo poche ore, la mia domanda era già scritta sui cartelli e appesa nelle bacheche “Ghennadij, (questo era il nome di Janaev), come sta la sua salute?” Divenni famosissimo in tutta la Russia.

Ha mai pensato di scrivere un’autobiografia?

No. Sono stato testimone di grandi avvenimenti che ho parzialmente raccolto in Russia Addio e Roulette russa. Ma ci sarebbero da scrivere volumi. Non è comunque escluso che lo faccia. Potrei intitolarla “Le mie memorie della Russia” (sorride).

Lei è molto critico con il sistema contemporaneo dei media che esercita un’influenza sempre più forte sull’opinione pubblica. Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Un po’ di  manipolazione c’è sempre stata, sin dai tempi di Sofocle e di Tucidide,  però quello che contesto è che ci sono persone che dicono che le cose sono sempre andate così. Non è vero. Un tempo c’era un giornalismo vero, che, pur di parte, sapeva dire verità e raccontare la realtà. Ora le notizie non ci sono più. L’agenda del giorno di molti direttori di giornale è totalmente manipolata, ed è così per tutti. Tutti elencano una fila di temi ma i veri problemi non sono quelli. Così  milioni di persone hanno perduto il senso del mondo. Tutto questo processo non è avvenuto in un giorno, è stato graduale, è successo negli ultimi 40 anni. Ora è la pubblicità che decide tutto. E i giornalisti non possono più fare liberamente  il loro lavoro. Perché farlo significa sottrarre al Potere il controllo delle menti e dei cuori.

Assieme a Megachip ha promosso un gruppo di lavoro che indaga sulle vicende dell’11 settembre 2001, fortemente critico nei confronti delle interpretazioni ufficiali ed è anche autore, insieme a Franco Fracassi, di Zero – Inchiesta sull’11 settembre, un film documentario. A che conclusioni siete giunti? Si arriverà mai alla verità?

Sì, alla verità si arriverà. Altri misteri nascosti hanno avuto bisogno di un potere fortissimo per essere tenuti celati. Questa volta il potere dell’impero degli Stati Uniti d’America si sta sgretolando e non potrà nascondere più a lungo la verità. C’è un libro interessante “Family of Secrets: The Bush Dynasty, the Powerful Forces That Put It in the White House, and What Their Influence Means for America” del giornalista Russ Baker, che spero verrà tradotto presto in Italia, in cui si elencano le implicazioni di Bush padre nell’assassinio dei Kennedy, sia di John prima che di Robert in seguito. Quello che rivelò al mondo la commissione Warren, ovvero che Lee Harvey Oswald fosse l’unico esecutore del delitto fu una colossale bugia. C’è una valanga di dati che attestano che si trattò di un complotto politico in cui erano implicati, tra i capi della congiura, Bush padre, membri della CIA e la consorteria dei petrolieri. La dinastia dei Kennedy venne estirpata e al suo posto subentrò la dinastia dei Bush che governò fino al 2001, vero e proprio anno di svolta. Ormai è in atto una crisi definitiva. L’America è un impero in declino e non s’innalzerà più. Si è innescato un processo di crisi irreversibile, per arrestare il quale è stato organizzato l’11 settembre. Ma sono riusciti solo a dilazionare il crollo. Che, nel 2007, ha ripreso con una virulenza ancora maggiore. Cosa avverrà dopo non lo so. Posso solo dire che sarà necessario un cambiamento radicale dell’economia, della politica, della società.   

Cosa ne pensa del sito Wikileaks fondato dal ex hacker australiano Julian Assange con lo scopo di raccontare cosa i media non dicono, divulgando migliaia di documenti top-secret sulla guerra in Iraq e in Afghanistan?

Una sola parola: Bravi.

Di prossima pubblicazione per la casa editrice Il ponte alle grazie Il candidato lettone. Inedite avventure di un alieno in Europa. Ce ne può parlare?

In questo mio libro racconto la mia campagna elettorale dell’anno scorso come candidato della Lettonia per le elezioni europee nella la lista “Per i diritti umani in una Lettonia unita“. Nessun partito italiano mi ispirava così ho deciso di candidarmi in Lettonia essenzialmente per dare risalto ad una realtà che quasi nessuno conosce, ovvero la violazione dei diritti umani che subisce la minoranza russa. Ho visto che da quel paese si poteva guardare l’Europa, riflettere sul mondo contemporaneo. Andiamo incontro ad un processo di transizione da una società ad un’altra. La gente non si interroga, vive come se tutto, le risorse, le ricchezze, l’energia, non dovessero mai finire e invece i limiti allo sviluppo esistono e li ha posti la natura. Le risorse si stanno esaurendo. Quelli che pensano che la tecnologia sopperirà al problema si illudono, non pensano che siamo già in overshooting, consumiamo più risorse di quanto se ne producano. Il capitalismo finanziario esiste in quanto si espande, ma questa espansione non è più possibile. E’ una contraddizione insanabile.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Ho attivato un laboratorio politico che si chiama “Alternativa”, già dal nome si dovrebbe capire gli obbiettivi che persegue. Molte cose la gente non le sa ed è urgente che le conosca. Forse diventerà un partito politico in cui la comunicazione sarà al centro della sua azione politica. È bene che più persone possibile vengano coinvolte. I partiti attuali sono stati stravolti, uccisi, hanno perduto di senso. Io pongo l’informazione al centro del dibattito perché non si tratta più solo di libertà di parola. Ci è stata rubata la verità e noi dobbiamo riappropriarcene. Vorrei dare una mano a questa battaglia.

:: Drood di Dan Simmons (Elliot, 2010) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2010

droodCi sono libri capaci di creare intorno a sé un alone di mistero, con venature vagamente soprannaturali; ci sono libri che forse racchiudono realmente segreti ed eventi inspiegabili capaci di intrigare e far scervellare generazioni di lettori.
Questa sorte capitò, nel bene e nel male, a Il mistero di Edwin Drood, opera incompiuta, di quel genio monumentale ottocentesco che fu Charles Dickens, poi pubblicata postuma nel 1870.
Con la sua morte Dickens rese sconosciuto per sempre il finale della sua storia e diede involontariamente inizio ad un fenomeno singolare detto droodismo, (che Valerio Magrelli spiega esaurientemente in un suo interessante articolo apparso recentemente su Repubblica intitolato Il circolo Dickens se la vita d’ autore diventa un giallo”).
In sintesi il droodismo può essere spiegato come un fiorire di variopinte ipotesi sul finale de Il mistero di Edwin Drood, dalle più scontate alla più eccentriche, e non mi stupirei che qualcuno avesse fatto una seduta spiritica per chiedere a Dickens in persona lumi in proposito.
In questo affollato filone droodista si inserisce a pieno titolo Drood di Dan Simmons, autore dell’ Illinois acclamato per le sue opere di fantascienza e conosciuto soprattutto per la saga nota come i Canti di Hyperion.
Non ostante sia americano, Simmons è riuscito a ricreare una Londra vittoriana con così tanta cura per i dettagli e uno stile così raffinato ed elegante da soddisfare anche i palati più esigenti. Ma diamo uno sguardo alla trama per analizzare le originali soluzioni del caso date da Simmons.
Tutto ruota intorno agli ultimi cinque anni di vita di Charles Dickens narrati in prima persona, non privi di una velata beffarda ironia dissacratoria, da Wilkie Collins, schiavo del laudano, anch’egli scrittore, anch’egli amico o più che altro rivale di Dickens, (maggiormente conosciuto per i suoi romanzi gialli e per la celeberrima La donna in bianco, capostipite assieme ad alcune opere di Edgard Allan Poe di tutta la letteratura poliziesca che pone nei colpi di scena e nella suspense il segreto del suo successo).
Drood entra in scena in modo misterioso e inquietante il 9 giugno del 1865 su un luogo di un disastro che coinvolse Charles Dickens. Ma andiamo con ordine. Wilkie Collins ci informa che Dickens soffrendo di superlavoro si era preso una settimana di pausa dalla scrittura e si era recato in vacanza a Parigi con una misteriosa signora di cui si sa ben poco oltre al fatto che non era sua moglie.
Sbarcati a Folkestone, Dickens e la sua amante presero il treno delle quattordici e trent’atto per Londra, ignari che sul percorso un gruppo di operai era intento a svolgere alcuni lavori di manutenzione che consistevano nella sostituzione di alcune vecchie travi ormai usurate. Per un disguido del tutto fortuito l’espresso Folkstone-Londra con a bordo Dickens si trovò così lanciato a tutta velocità verso un binario mancante.
Inevitabile il deragliamento con tanto di vagoni precipitati nel fiume sottostante. Fu allora, tra morti e feriti agonizzanti, che Dickens come in una visione soprannaturale vide per la prima volta un uomo alto e magrissimo che indossava una cappa nera e pesante.
Magro fino ad essere scheletrico, pallidissimo, con una testa calva e bianca, occhi spiritati e cerchiati di nero, senza palpebre, un naso cortissimo simile a “due fenditure nere che si aprivano su una faccia dal biancore di una larva”, denti a aguzzi e distanziati, Drood si preannuncia più come uno spettro che un uomo e da questo momento in poi ossessionerà le vite sia di Collins che di Dickens.
Decisi infatti a far luce sul suo mistero gli intraprendenti scrittori si lanceranno sulle sue tracce inseguendolo per tutto il libro nelle viscere più oscure e pericolose di Londra, altrimenti detta “Babilonia” o il “Grande Forno” espressioni predilette da Dickens per indicarne i peggiori sobborghi, in luoghi dai nomi sinistri come Whitechapel, Ratcliff Cross, Gin Alley, Three Foxes Court, Butcher Row, Continental Road, the Mint, tra sinistri e umidi sotterranei, fumerie d’oppio clandestine e sette segrete depositarie di agghiaccianti culti.
Ma Drood sarà sempre un passo davanti a loro, avvolto dalla sua fama e dalla sua aura di straordinarietà, protetto dalle tenebre, lasciando nei suoi inseguitori il dubbio se sia una creatura diabolica capace di più di 300 omicidi o un essere superiore dotato di poteri soprannaturali.
A voi scoprire se il mistero di Drood verrà svelato, quello che posso dirvi senza rovinarvi il piacere della lettura è che è un viaggio allucinato e sconvolgente negli abissi della mente umana, dove il genio si confonde con la follia, o forse è anche un viaggio alle origini del processo creativo di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi perduto nei mondi creati dalla sua immaginazione, per lui forse più reali della realtà stessa.
Drood è a mio avviso un libro bellissimo che ho avuto la fortuna di leggere non facendomi spaventare dalla mole, sono ben 800 pagine, e che mi ha stregato un po’ per lo stile e un po’ per il fatto che ogni pagina è un gioco di intelligenza, non ci sono sbavature, parole inutili, parti che vorresti saltare per arrivare più in fretta al finale.
La ricostruzione storica è impeccabile, si ha davvero la sensazione di vivere in un mondo ormai scomparso per sempre fatto di carrozze a cavalli, lampioni a gas, treni a vapore, caminetti scoppiettanti, donne in crinolina e uomini in panciotto, orologio da tasca e cappelli a cilindro. Simmons è un maestro nel creare suspense e tensione aggiungendoci un tocco di soprannaturale con venature horror davvero inquietanti.
Sembra di vederle muovere le zampette dello scarabeo che Wilkie Collins ritiene Drood gli abbia messo nel cervello.
Traduzione di Anna Tagliavini.

:: Recensione di Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica di Federico Sollazzo a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2010

Tra totalitarismo e democrazia

Dottorato di Ricerca (PhD) in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” conseguito presso l’Università degli Studi Roma Tre nell’Anno Accademico 2006/07.

Totalitarismo, democrazia ed etica sono senz’altro tra i temi importanti se non fondamentali della filosofia quelli che occupano maggiormente le riflessioni dell’uomo contemporaneo. I mali del totalitarismo, sotto gli occhi di chiunque abbia anche una pur vaga conoscenza storica, portano inevitabilmente a considerare la democrazia, pur con i suoi limiti e le sue discrepanze, il migliore dei governi possibili, e quanto l’etica e la moralità siano alla base di questa correlazione è evidente soprattutto a chi si accosta al problema cercando risposte e strategie atte a portare sostanziali soluzioni. Federico Sollazzo nella sua tesi “Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica” analizza prima disgiuntamente i temi seppur concatenati del totalitarismo e della democrazia per poi giungere ad una proposta filosofica concreta che evidenzia come il possibile percorso di pacificazione sociale sia determinato da una moralità minima condivisibile.
Il lavoro prende l’avvio quindi dall’analisi del totalitarismo visto da molteplici punti di vista, partendo dalle sue origini storico-filosofiche, ed essenzialmente considerando che fu la prima forma di regime sociale repressivo e coercitivo a nascere, sorgere e consolidarsi in un preciso periodo storico, l’inizio del XX secolo. Qui è importante l’analisi del lavoro di Hannah  Arendt che in Le origini del totalitarismo ripercorre il processo storico che ha condotto alle dittature europee ed infine al grande dramma della seconda guerra mondiale. La Arendt evidenzia che il modello totalitario moderno possiede delle caratteristiche diverse dalle forme dispotiche del passato tra cui: cieca fiducia e obbedienza nei confronti del capo, uso indiscriminato della violenza fisica, esaltazione di una ideologia tramite lo strumento della propaganda, presenza di un partito unico, e eliminazione fisica dei dissidenti. Dopo aver definito i contorni del totalitarismo, identificato come una vera e propria malattia sociale dell’era contemporanea, Sollazzo ci presenta il suo antidoto ovvero la democrazia, forma di governo basata sul metodo della partecipazione della più ampia parte possibile dei cittadini ai processi decisionali e della persuasione. Anche se specifica che non è la panacea di tutti i mali infatti esistono critiche all’idea e alla messa in pratica della democrazia. A partire da Platone che la considera una forma di degenerazione dello Stato per arrivare in tempi più recenti a Tocqueville che ne denuncia l’insito pericolo dispotico e la cosiddetta tirannia della maggioranza. Popper propone come modello positivo opposto ad ogni forma di autoritarismo la “società aperta”, ovvero una società in cui il confronto e l’accoglimento di prospettive e valori diversi permetta a qualsiasi gruppo o individuo di far valere la propria individualità ad eccezione degli intolleranti. A sostegno dell’idea di Popper si sono schierati pensatori come Norberto Bobbio arrivato ad affermare che “La democrazia, o è la società aperta, in contrapposto alla società chiusa, o non è nulla, un inganno di più”. Sempre Bobbio arriva alla conclusione che la stessa “regola di maggioranza”, cardine di ogni regime democratico, non è esente a critiche essenzialmente perché non è automaticamente garanzia di libertà e di uguaglianza. Inoltre considera che la passività dei cittadini è uno dei principali ostacoli per la realizzazione della democrazia, che invece ha bisogno di cittadini attivi e consapevoli interessati a partecipare alla formazione dei processi decisionali. La moderna crisi delle ideologie, oltre a travolgere i grandi sistemi di filosofia della storia, ha prodotto una rinascita dell’individualismo ovvero dell’affermasi del primato dell’individuo sulla società. La concezione dell’individualismo ha portato al risorgere di principi liberali, che si oppongono ai principi del comunitarismo. Se la democrazia è la soluzione politica del problema, pur con tutti i limiti evidenziati, esiste anche un prospettiva morale ed etica che si identifica in concetti come quelli di libertà, giustizia, solidarietà, uguaglianza, rispetto per i diritti altrui.
Nell’ultima parte del lavoro l’autore si interroga sull’esistenza di un sostrato etico universale e giunge alla conclusione che esiste ovvero esiste un sostrato antropologico comune al quale è  applicabile una etica universale. Evidenzia poi nella giustizia la tematica centrale su cui si fonda e si origina l’etica, e sottolinea che i diritti umani o meglio la loro definizione diventa uno dei compiti principali e imprescindibili di ogni associazione umana come base di qualsiasi pacifica convivenza. Infine per concludere traccia una possibile etica minima capace di costituire il comune denominatore morale necessario ad un confronto di culture diverse in cui, come dice Sollazzo, il rispetto diventa il fattore fondamentale capace di rende attuabile l’universalità dell’etica e nello stesso tempo la pluralità delle culture. 

:: Intervista a James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2010

james-reasonerTraduzione di Luca Conti

Salve, James. Grazie per l’intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Ci racconti qualcosa di lei, ci dica chi è James Reasoner.

R: Un narratore. Un texano a vita. Un marito e un padre. E non sempre in quest’ordine.

Il suo ambiente, la sua infanzia?

R: Sono nato a Fort Worth e cresciuto in una cittadina dei paraggi. Ho avuto una normalissima infanzia. Mia madre era insegnante elementare, anche se ha smesso dopo la mia nascita, e mio padre lavorava nell’industria aeronautica, arrotondando lo stipendio come riparatore di televisori. Ho frequentato tutte le scuole in quella cittadina e mi sono iscritto al college con l’idea di diventare un bibliotecario o un insegnante. Ma in cuor mio già sapevo di voler fare lo scrittore.

Ha ricevuto qualche incoraggiamento in tal senso, all’epoca? E da chi?

R: Non dai miei genitori, che a dire il vero non hanno neanche tentato di dissuadermi. Solo che pensare a qualcuno che volesse fare lo scrittore di professione, specialmente venendo da una piccola città del Texas, non faceva proprio parte della loro mentalità. Chi si mostrava più entusiasta erano i miei amici, alcuni dei quali inserivo nei miei racconti, anche se non credo che nessuno di loro mi ritenesse davvero capace di guadagnarmi da vivere scrivendo. La gente delle mie parti non faceva queste cose, ecco tutto.

Ci parli di Texas Wind, il suo romanzo d’esordio che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero, con la traduzione di un grande appassionato del genere come Marco Vicentini. Ci ha lavorato molto? E da dove prende le sue idee?

R: Ho cominciato a scrivere Texas Wind nell’autunno del 1978, terminandolo nel gennaio del 1979. All’epoca ero già un autore professionista da quasi due anni. Ho venduto il mio primo lavoro nel dicembre del 1976, pubblicando in quei due anni diversi racconti polizieschi per la Mike Shayne Mystery Magazine. Da molto tempo ero un appassionato lettore del genere – avevo iniziato con i gialli per ragazzi – e in particolar modo dei romanzi che avevano investigatori privati come protagonisti. Così, dopo aver scritto per la MSMM un paio di racconti lunghi in cui figurava Mike Shayne, firmandoli Brett Halliday (come da tempo era consuetudine della rivista), decisi che forse era arrivato il momento di cimentarmi in proprio. Com’è ovvio mi orientai su un romanzo con investigatore privato, e mi parve il momento opportuno per scrivere qualcosa di realistico sul Texas che non ricalcasse i consueti stereotipi. D’altronde, per andare più sul pratico, gran parte dei romanzi del genere era ambientata a New York o Los Angeles: posti in cui non avevo mai messo piede. Però conoscevo Fort Worth come le mie tasche, avendoci trascorso tutta la mia vita, e non vedevo proprio cosa ci fosse di male ad ambientare il mio romanzo da quelle parti. Tutti i luoghi descritti e citati nel romanzo, eccetto forse un paio, esistono davvero. O esistevano a quei tempi.

È stato difficile trovare un editore? Ha ricevuto molte risposte negative?

R: Come gran parte degli scrittori, ne ho ricevute eccome; o, almeno, sufficienti a farmi valutare l’idea di piantarla lì. Solo che poco dopo mi sono sposato, e mia moglie Livia Washburn (divenuta in seguito, e a sua volta, una scrittrice di successo) mi ha convinto a darci dentro con maggiore tenacia. Alla fine sono riuscito a vendere il mio primo racconto, come ho già detto, e da allora ho continuato a pubblicare con regolarità, anche se i rifiuti non sono mai mancati.

Texas Wind inizia con il suo protagonista, Cody, che fa visita a un potenziale cliente. Una scena che ricorda situazioni analoghe nel Grande sonno di Raymond Chandler e in Bersaglio mobile di Ross Macdonald. Quali autori, se esistono, hanno influenzato il suo stile e il suo modo di accostarsi al genere? Forse, e più di altri, James Crumley?

R: Ai tempi del liceo e del college ho divorato qualunque romanzo hard-boiled mi capitasse sottomano. Hammett, Chandler e Ross Macdonald, certo, ma anche Richard S. Prather, Mickey Spillane, Brett Halliday (quando leggevo i suoi libri con Mike Shayne mai potevo immaginarmi che avrei finito per scrivere racconti utilizzando il suo personaggio), Michael Avallone e chissà quanti altri. Ma all’epoca no, di Crumley non sapevo niente. Ho scoperto i suoi romanzi solo dopo che ho iniziato a scrivere. È stato Joe R. Lansdale, di cui ero diventato amico, a raccomandarmi L’ultimo vero bacio, che resta ancora oggi uno dei miei libri preferiti, con uno dei migliori paragrafi iniziali di tutti i tempi, e da allora ho letto parecchi altri Crumley. Però non credo che la sua opera abbia influenzato più di tanto la mia.

Può dirci qualcosa in più su Cody, il suo protagonista?

R: Cody – e dovrebbe trattarsi del cognome, visto che a tutt’oggi non ho ancora ben capito se abbia o no un nome – è una persona in gamba e per bene, ma sa anche mostrarsi duro quando la situazione lo richiede. È nato e cresciuto in Texas: un posto che ama, anche se non apprezza in maniera indiscriminata il modo in cui si è trasformato nel corso degli anni. Una delle mie battute preferite del libro è quando Janice scorre il dorso dei libri nell’appartamento di Cody e fa: «Prima d’ora non avevo mai visto Hermann Hesse e Zane Grey sullo stesso scaffale.»
Non ricordo se l’ho mai detto prima d’ora, ma l’ispirazione per il suo cognome non mi è venuta, come sembrerebbe logico, da «Buffalo Bill» Cody bensì da Phil Cody, uno dei primi direttori di Black Mask prima dell’avvento di Joseph T. Shaw.

A differenza di New York e Los Angeles, Fort Worth non è una metropoli. Non è piccola, ma ha anche dei tratti semi-rurali e delle caratteristiche che la rendono unica. In che modo un’ambientazione come questa può influenzare una trama?

R: Fort Worth lo ha fatto perché quando scrivevo il libro era ancora, per certi versi, una piccola città. Difficile perdere la strada nei suoi quartieri, all’epoca, e semplicissimo fare la conoscenza di chi ci abitava. Di uno come Cody, per esempio. In linea di massima era comunque un luogo che mi restava molto familiare e che non mi rendeva arduo scriverne con un certo grado di autenticità.

In Texas Wind  lei descrive il tramonto del Texas di un tempo. Cody è una sorta di ultimo cowboy in possesso di una legge morale non scritta. Pensa che il rimpianto per il Vecchio West sia un tema rilevante del libro?

R: Quando era ancora allo stato embrionale, Texas Wind avrebbe dovuto chiamarsi The Passing of the Buffalo. La prima immagine che mi era frullata per la testa era quella di Cody intento a osservare i dipinti esposti all’Amon Carter Museum e a rimpiangere la scomparsa del Vecchio West. Quindi sì, è vero, un senso di malinconia e di perdita occupa gran parte del romanzo. Il paragone tra il cowboy solitario della narrativa western e l’investigatore privato dei polizieschi non è certo nuovo, e io lo condivido in pieno. È un legame molto stretto. Se c’è una cosa di cui parla Texas Wind è proprio il fatto che tutto cambia, niente rimane mai com’era un tempo, buono o cattivo che sia. E questo è un tema che ricorre spesso nella mia opera, anche in maniera del tutto involontaria.

Lei è un autore molto prolifico e ha operato in svariati generi: narrativa d’ambientazione storico-militare, western, poliziesca. Qual è il suo terreno preferito?

R: Per lungo tempo sono stato considerato soprattutto un autore di western perché è il genere che ho trattato più di ogni altro. Ma i miei inizi sono nel poliziesco; tant’è vero che, prima di scrivere una sola riga di narrativa western, avevo già venduto oltre quattromila cartelle di hard-boiled. Il poliziesco è quindi il mio primo amore, ma lavorare su un buon western mi fa sempre piacere. Mi ritengo un privilegiato, perché sono sempre riuscito a trovare qualcosa di buono in tutti i generi con cui ho avuto a che fare. Mi piace la varietà. Il genere è irrilevante, per me: quel che conta è tentare di mettere su carta una buona storia, robusta, con azione a palate e personaggi interessanti.

Hammett o Chandler?

R: Dovessi proprio scegliere direi Hammett. Ma li apprezzo entrambi.

Qual è il suo preferito tra i libri che ha scritto?

R: Uno solo? Impossibile. Posso limitarmi a tre: Texas Wind, perché è stato il primo e trabocca di un certo, grezzo entusiasmo; Dust Devils, un poliziesco di parecchi anni fa in cui mi ero riproposto di scrivere un romanzo pieno di sorprese e credo di esservi riuscito (e che ha anche dei buoni tratti stilistici, soprattutto verso la fine); Under Outlaw Flags, un romanzo storico che è in parte western e in parte di guerra (la prima guerra mondiale), perché sono molto soddisfatto della voce narrante che ho saputo impostare e perché mi sono divertito un sacco. Ah, anche perché mi ci sono infilato dentro come personaggio, nei passaggi di raccordo tra le varie vicende del libro.

Legge molti scrittori contemporanei?

R: Sì, davvero tanti, e gliene fornirei anche un elenco, non fosse che mi seccherebbe – per dimenticanza – lasciar fuori qualcuno. Le mie letture si dividono in parti uguali tra la narrativa contemporanea, o abbastanza recente, e quella che risale all’epoca d’oro del pulp e dei tascabili, ovvero dagli anni Venti a tutti gli anni Settanta.

Ha un consiglio per gli aspiranti scrittori?

R: Leggere a manetta. Prima di riuscire a vendere una sola parola il sottoscritto ha letto centinaia, forse migliaia dei libri dello stesso genere che avrebbe poi finito per scrivere. E ancora oggi leggo più di cento libri l’anno, imparando sempre qualcosa di nuovo e scoprendo nuovi sistemi di mettere in pratica quel che ho in mente di fare. A volte mi capita di dire alla gente che soltanto adesso, dopo trentacinque anni nel mestiere, inizio ad avere le idee più chiare sulla mia attività. E c’è un’altra cosa importante: scrivere, scrivere e scrivere. Poi scrivere ancora e non fermarsi mai. Lo so, si tratta di consigli ormai classici, ma se sono diventati classici è perché funzionano.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Ci descriva la sua giornata tipo.

R: Inizio ogni giorno rileggendo quel che ho scritto il giorno prima, tagliando e perfezionando le varie parti ma, se del caso, riscrivendole senza pietà. Lavoro due o tre ore, poi vado a pranzo e riattacco per altre quattro o cinque. Il lavoro di ricerca e quello sulla trama occupano di solito le giornate che scelgo di non dedicare alla scrittura.

Lei è autore di tre romanzi della serie Walker, Texas Ranger. Ci parli di questa insolita iniziativa.

R: Fu il mio agente dell’epoca a chiedermi, un giorno, se avessi mai visto la serie Tv. Guarda caso sì, perché i nostri figli ne erano appassionati e aveva finito per piacere anche a noi. «Oltre ad aver visto tutte le puntate,» gli risposi, «posso anche cantarti la sigla di testa.» Meno male che non gli interessavano le mie esibizioni canore… Comunque saltò fuori che una delle case editrici con cui pubblicavo aveva appena acquisito i diritti del personaggio per realizzare una serie di romanzi legati alla serie TV, che sarebbero stati affidati alle cure di uno dei miei editor di riferimento. E tutti quanti avevano pensato a me come all’autore ideale. Così ne parlai con Aaron Norris, il fratello di Chuck, e con un paio di funzionari della CBS a New York, e la decisione comune fu quella di assegnarmi l’incarico. Iniziai quindi a lavorare con il produttore esecutivo e con l’autore principale dei soggetti della serie, sviluppando alcune possibili trame per i romanzi. Non mi è mai capitato di conoscere Chuck Norris, e neanche di parlarci per telefono. L’idea iniziale per il primo romanzo era quella di farlo diventare una sorta di sequel di uno degli episodi, e per far questo mi spedirono la sceneggiatura relativa. Le trame degli altri due libri, invece, sono completamente mie. Per un certo periodo la CBS si gingillò con l’eventualità di trasformare il terzo romanzo in un episodio in due parti, ma poi non ne fece di nulla. Sono convinto di aver fatto un buon lavoro, con quei libri. A molti dei fan della serie Tv sono piaciuti e ad altri no, ma è la sorte comune a tutti i romanzi di questo tipo. E mi sono anche divertito, a scriverli; avrei continuato volentieri, ma chi aveva potere decisionale preferì chiudere dopo il terzo.

Cosa sta leggendo, in questo periodo?

R: Una raccolta di racconti western di E. Hoffmann Price, Nomad’s Trail, pubblicati in origine su Spicy Western, una rivista pulp degli anni Trenta. È un volume che deve ancora uscire, e tocca a me scriverne l’introduzione. Aspetto solo di finire di leggerlo.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa sta lavorando?

R: A un romanzo western che fa parte di una serie già sul mercato da tempo e che sarà pubblicato sotto uno pseudonimo che non posso svelare. Ma garantisco che si tratta di un’ottima storia, piena di azione e di personaggi pittoreschi.

:: Recensione di Il vento del Texas di James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2010

vento texasA volte la vita sa riservarti delle sorprese, tanto più gradite quanto più sono inaspettate. È il caso di Il vento del Texas di James Reasoner che la Meridiano Zero ci propone questo mese e che non passerà di certo inosservato ai cultori dell’ hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni.
Certo ai più il nome Reasoner non dirà proprio nulla, giusto a qualche amante del western farà scattare qualche reminiscenza, ma nel 1980 esordì con un piccola casa editrice newyorkese, la Manor Books,  e pubblicò Il vento del Texas  una detective story, o per meglio dire un noir nel più profondo senso del termine che, non ostante la tormentata storia editoriale, è diventato un vero romanzo di culto, osannato dai critici e venerato letteralmente da stuoli di cultori e appassionati seppure per molto tempo fosse del tutto irreperibile.
Non sto a descrivervi nei dettagli tutte le sue vicissitudini, molti critici l’ hanno fatto prima e meglio di quanto mai potrei fare io, ma per farvi capire l’importanza dell’evento basta notare che il patron della Meridiano Zero, Marco Vicentini, ne ha curato personalmente la traduzione tranciando letteralmente le mani a chiunque avesse voluto avvicinarvisi.
Dopo queste doverose premesse passiamo ad analizzare la trama che come molti hard boiled di stampo classico si apre con un investigatore privato che si reca a far visita a un danaroso e ambiguo potenziale cliente, pronto ad ingaggiarlo per ritrovare una ragazza scomparsa. Un senso di deja-vu ci porterà inevitabilmente a fare paragoni con l’ombra onnipresente di Marlowe nel Grande sonno o quella dell’aspro e disincantato Lew Archer in Bersaglio mobile, per non parlare dell’incattivito Sughrue nell’Ultimo vero bacio, ma a mio avviso le somiglianze esistono fino ad un certo punto, per il resto Reasoner cammina con le sue gambe e dà al genere una ventata di modernità, e di personale anarchia, tali da portarci fuori dai canoni consueti del già visto.
Innanzitutto, Cody, questo è il nome del detective privato al centro di questa intricata vicenda di famiglia, si differenzia da molti suoi simili per il fatto che ha poco dell’eroe integerrimo e senza macchia che affronta il marcio della società con la corazza scintillante del giustiziere. Cody è un uomo qualunque, pieno di difetti e debolezze, ancorato malinconicamente a un passato che se vogliamo non c’è più, o nel migliore dei casi sta svanendo, capace sì di amore e di gesti di coraggio, ma nello stesso tempo anche capace di commettere errori e dare false valutazioni.
Profondamente altruista, e anacronisticamente imperfetto, il detective di Reasoner si solleva dai suoi predecessori di carta acquistando connotazioni dolorosamente umane, venate da una sottile e quieta disperazione, che a tratti diventa resa.
Cody in fondo è un realista, non è un sognatore, è conscio dell’inutilità del suo agire tendenzialmente retto e morale. La realtà è fatta di violenza, follia e sopruso ed è molto più forte di lui. Nonostante ciò però si aggrappa a ciò che di buono e pulito ancora esiste e per cui vale la pena combattere, e soprattutto in questo sta la struggente bellezza che porta a considerare questo libro un vero, mi si perdoni il termine ma lo uso poche volte, capolavoro.

James Reasoner è nato e vive in Texas. È uno dei più prolifici e richiesti autori americani – con oltre 200 romanzi pubblicati a proprio nome o sotto pseudonimo – al punto da meritarsi una nomination agli Spur Award. Reasoner è altresì celebre come autore di mistery grazie al romanzo Texas Wind (Il vento del Texas), che con il tempo si è guadagnato lo status di romanzo di culto, vero e proprio must per collezionisti.

:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2010
La psichiatra

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:. Intervista con Glenn Cooper, a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2010

Salve Glenn. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontami  qualcosa di te. Chi è Glenn Cooper? Punti di forza e di debolezza.

Ho molti, molti punti deboli ma una grande forza, suppongo. Sono molto ostinato e costante. Ho tenuto duro fino a quando non ho avuto successo. Quando stavo cercando di ottenere un agente letterario per rappresentare il mio primo libro, La Biblioteca dei Morti, ho ricevuto così tanti rifiuti che la maggior parte della gente sana di mente avrebbe lasciato perdere. Infatti il 65 disse di nuovo no. Il 66 invece ha detto sì.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Ho avuto un’educazione molto tradizionale da classe media – padre dentista, madre insegnante. Mia madre voleva che diventassi un medico, io volevo fare l’ archeologo. Ho prevalso per un po’ e ho ottenuto la mia prima laurea in archeologia. Lei ha vinto, alla fine, quando sono andato alla scuola di medicina.

Quando hai capito per la prima volta che saresti voluto diventare uno scrittore

Quando ero sulla trentina  mi è entrata in testa l’idea di scrivere sceneggiature cinematografiche. Non mi ricordo nemmeno il motivo. Per 20 anni ho prodotto uno script dopo l’altro senza che tutto ciò mi desse molto successo, ma ciascuno script  era un po’ meglio di quello precedente.

Quando sei approdato alla narrativa? Che scrittori contemporanei leggi?

Ho letto un sacco di fiction ma non mentre sto lavorando su un libro. Ho sempre paura di vedere  qualcosa che mi piace e di plagiare una frase o un pezzo di dialogo accidentalmente o di proposito! I miei scrittori viventi preferiti sono Ian McEwan, Umberto Eco, John Banville, John LeCarre e Cormac McCarthy. Tra quelli che sono morti: John Fowles, John Updike, Graham Greene. Ma il mio preferito in assoluto di tutti i tempi è John Steinbeck.

CooperRaccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho detto, trovare un agente è stato diabolicamente difficile. Detto questo, una volta avuto un agente, La Biblioteca dei morti  è stato venduto agli editori abbastanza rapidamente e nel giro di pochi mesi ho avuto richieste da 30 paesi.

Perché hai deciso di scrivere La Biblioteca dei Morti?

L’ ho iniziato come il mio ventesimo script ma non potevo sopportare di avere ancora un altro progetto cinematografico che non stava andando da nessuna parte. Mi piaceva molto l’idea che c’era alla base (©Loius Fabian Bachrach) così dopo  poche pagine ho deciso di provare qualcosa di radicale – come scrivere un romanzo. Davvero non sapevo se potevo scrivere un romanzo così è stato un po’ scoraggiante. Sono in grado di terminare uno script in pochi mesi, ma la prospettiva di un progetto di scrittura che mi avrebbe coinvolto per un anno o due mi ha causato una certa ansia.

Il libro delle anime è il sequel. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza naturalmente svelarci il finale?

Un anno dopo la conclusione dell’azione della Biblioteca dei morti, il protagonista, Will Piper è tirato dentro una nuova avventura, quando un unico libro dalla grande biblioteca di Vectis appare in una casa d’aste di Londra. Come cerca di risolvere il mistero del libro scopre che la biblioteca ha avuto un’influenza su artisti del calibro di Giovanni Calvino, Nostradamus e William Shakespeare.

Raccontaci qualcosa del tuo protagonista, Will Piper?

Will è un uomo molto imperfetto, con molte fragilità, ma sa distinguere il bene dal male e come me è molto testardo.

Destino e la predestinazione sono temi centrali dei suoi libri. Parte della tradizione protestante certamente. Tu sei un uomo di scienza, razionale, pratico. In che modo hanno influenzato la tua esperienza?

Non è necessario che creda in tutte le idee che scrivo ma basta che mi interessino.  Questioni come il destino, le credenze sacre, i concetti della morte, la vita dopo la morte – tutti questi sono soggetti succosi che hanno catturato l’umanità.

La Tenth Chamber è una storia nuova. Quando sarà pubblicato in Italia?

Nel gennaio 2011. Sono nervoso perché è una  storia nuova ma sono anche emozionato, perché penso che sia il mio miglior libro che abbia scritto finora. Ha al centro una misteriosa grotta preistorica dipinta in Francia, che nasconde un segreto molto pericoloso. Come ho detto, mi piace l’archeologia!

Tutti i tuoi lettori si fanno  questa domanda. Sono parte di una trilogia La Biblioteca dei Morti e Il libro delle anime? Stai scrivendo la terza parte?

Se una trilogia ha funzionato per Steig Larson funzionerà anche per me! L’anno prossimo ho in programma di scrivere il terzo (e ultimo) capitolo della serie. Sarà ambientato in un futuro prossimo, nel 2025. Will Piper sarà un po’ più vecchio, ma ancora un ragazzaccio.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivo sette giorni alla settimana, sempre al mattino quando sono più fresco. Inizio sempre con una grande quantità di letture e di ricerche da fare che è la parte migliore. La scrittura è quasi sempre duro lavoro, ma alcuni giorni sono più facili di altri. Poiché la maggior parte dei miei libri si svolgono in vari periodi di tempo non mi annoio di certo.

Qualche progetto cinematografico tratto dai tuoi libri?

Sono andato vicino ad ottenere un accordo per un film un paio di volte, ma i colloqui sono sempre stati interrotti. Così ho smesso di preoccuparmi di cose fuori dal mio controllo. E anche se accadesse, non c’è alcuna garanzia poi che un film non si rivelasse una delusione enorme. Ho troppa esperienza con Hollywood per essere eccessivamente ottimista.

Hai una base di fan molto numerosa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Trascorro almeno mezz’ora al giorno rispondendo alle e-mail  o ai  messaggi su Facebook dei lettori. E ‘un grande piacere. La maggior parte delle persone mi contatta tramite il mio sito web: http://www.GlennCooperBooks.com.

Infine, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo un libro ambientato  a Roma e intitolato The Devil Will Come. Ha per tema il  fondamentale scontro del bene contro il male nel mondo. Una semplice suora italiana è l’unica persona che può fermare un orribile complotto per distruggere la Chiesa. Devo dire che mi sto divertendo parecchio con l’idea che una giovane suora possa avere così tanta influenza in un mondo totalmente dominato dagli uomini come è il Vaticano!

:: Assassinio sul molo di Anne Perry (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2010

asLondra, estate del 1864. William Monk, ispettore della polizia fluviale di Wapping, è impegnato in un rischioso inseguimento sul Tamigi per catturare Jericho Phillips, accusato dell’omicidio del piccolo Walter Figgis, detto Fig. Un monello, un ragazzino di strada, che si guadagnava da vivere recuperando sulle rive del fiume oggetti smarriti, viti, oggetti d’ottone, frammenti di porcellana, pezzi di carbone, tutto quello che poteva avere anche un minimo valore tanto da essere venduto. Il suo cadavere era stato recuperato nel fiume a Greenwich con la gola tagliata, segni di bruciatura sulle braccia e segni di abusi in altre parti del corpo.
Subito era parso chiaro dal modo in cui era stato trattato che era quasi certo che fosse finito nelle mani di quei delinquenti che vendevano i bambini ai bordelli o ai pornografi. I ragazzini servivano fino a quando non iniziavano a cambiare voce e a mostrare i segno della pubertà, allora gli uomini a cui piacevano i bambini non nutrivano più interesse per loro e solitamente venivano venduti come mozzi ai capitani di mercantile.
Forse Fig si era ribellato in qualche modo e questo ne aveva decretato la morte.
Durante le indagine tenute dal comandante Durban, prima della sua morte, un informatore gli riferì che Jericho Phillips teneva sulla sua barca una specie di via di mezzo tra un bordello e un locale di spogliarello e costringeva i bambini a pratiche contro natura, fotografandoli e vendendo le foto per guadagnare altri soldi oltre a quelli di chi assisteva di persona.
Dopo una serie di appostamenti e nuovi riscontri, alla fine dell’inseguimento, Monk finalmente riesce a catturare Phillips e a consegnarlo alla giustizia. Ma un nuovo colpo di scena si sta per verificare.
Durante il processo Phillips ha come avvocato difensore Oliver Rathbone, uno dei migliori avvocati di Londra, incaricato della difesa da un misterioso filantropo pronto a pagare tutte le spese in nome della giustizia. Grazie alla bravura di Rathbone che riesce a insinuare nella giuria una serie di dubbi sulla correttezza dell’operato della polizia, Phillips viene giudicato innocente e sfugge al capestro.
Monk non ostante lo sconcerto, in memoria del vecchio capitano Durban che era certo della colpevolezza di Phillips e della sua implicazione in un giro di prostituzione minorile, riprende le indagini e senza esitare è pronto ad addentrarsi negli squallidi e degradati vicoli dei bassifondi e a infiltrarsi nei pericoli della malavita di Londra pur di raccogliere prove e testimonianze che incastrino una volta per tutte Phillips.
Quello che scoprirà andrà ben oltre le peggiori aspettative fino a far luce, nel sorprendente finale, sui vizi e le perversioni inconfessabili di alcuni personaggi illustri e insospettabili della moralista e perbenista buona società londinese. Assassino sul molo,uscito in questi giorni per Fanucci, appartiene alla serie ambientata nella Londra del periodo vittoriano che la scrittrice inglese Anne Perry ha dedicato all’ispettore William Monk.
Anne Perry è una narratrice straordinaria, capace di trasportarti in un epoca lontana con una facilità e una naturalezza che evidenzia la sua profonda conoscenza del periodo. Oltre alla cura per le psicologie dei personaggi, l’accuratezza nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della mentalità, la Perry non trascura l’analisi di questioni etiche e sociali, anche scabrose, come in questo caso trattando la prostituzione minorile.
Dosando sapientemente suspense e colpi di scena, la Perry, attraverso riflessioni e osservazioni dettagliate, ci porta a scoprire i lati più oscuri della luminosa e puritana società vittoriana che sotto una patina di progresso e ottimismo nascondeva sordidi crimini indegni di una società civile.
La scrittura è elegante, il linguaggio ricercato, per gli amanti del mystery di stampo classico una lettura da non perdere.
Assassinio sul molo di Anne Perry Traduzione Sara Brambilla, Fanucci Editore, collana Vintage, pagg. 371, 2010.

Anne Perry, pseudonimo di Juliet Marion Hulme (Londra, 28 ottobre 1938), è una scrittrice britannica, condannata in gioventù per omicidio.
Figlia del professor Henry Hulme, medico e rettore dell’Università di Canterbury in Christchurch, alla giovane Anne (all’epoca ancora Juliet) venne diagnosticata la tubercolosi, così che fin dalla tenera età viaggiò in molti posti caldi del mondo (Caraibi, Sud Africa, ecc.) nel tentativo di migliorare la sua salute. All’età di 13 anni si riunisce con il padre, che si trasferisce all’Università di Cambridge della Nuova Zelanda.
Qui diviene amica intima di Pauline Parker, un’amicizia in cui molti all’epoca vollero vedere connotazioni omosessuali. La famiglia Hulme, però, era vicino al divorzio, e così Juliet pensò che poteva tornare in Inghilterra con l’amica. La madre di quest’ultima, Honora Rieper, era decisamente contraria, così nel 1954 Juliet e Pauline la uccidono. Il processo per omicidio ha eco internazionale e solleva l’indignazione pubblica. Il 29 agosto 1954 Juliet e Pauline vengono condannate per omicidio, ma essendo appena sedicenni ottengono una pena inferiore: cinque anni di detenzione e il divieto assoluto di incontrarsi di nuovo.
Finita la detenzione, Juliet parte dalla Nuova Zelanda per l’Inghilterra, poi dopo un periodo negli Stati Uniti si trasferisce in Scozia, nel paese di Portmahomack, dove vive tuttora con la madre. Suo padre ha avuto una carriera da eminente scienziato, guidando il programma britannico della bomba all’idrogeno. Juliet si cimenta con la scrittura e nel 1979 dà alle stampe il suo primo romanzo: Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman). Per tagliare i ponti con il passato, prende lo pseudonimo di Anne Perry, dal cognome del suo patrigno. Inizia così una prolifica carriera letteraria, che affronta i vari generi della letteratura gialla.
Sia Anne Perry che l’amica di una volta, Pauline Parker, vivono in Gran Bretagna, ma dal giorno del processo non si sono più incontrate.

:: Intervista a Marco Vichi a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2010

Marco Vichi

Benvenuto Marco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Sei nato a Firenze nel 1957, vivi in Chianti, sei uno scrittore. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Coltivo peperoncini… 

Un ricordo di Marco bambino. Portavi i pantaloni corti e giocavi agli indiani e ai cow boy o eri un bambino introspettivo e melanconico con il naso sempre incollato sui libri?

Ero solitario, pensoso e malinconico… e giocavo ai soldatini inventando storie infinite. 

Hai esordito nel 1999 con L’inquilino edito da Guanda. Parlaci dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione.

I miei inizi di scribacchino (parlo del momento in cui mi sono detto, con una certa ansia, che volevo scrivere “sul serio”) risalgono al lontano 1981. Ho riempito gli armadi di pagine scritte, a mano e al computer, e ho collezionato lettere di rifiuto fino al ’99, anno in cui mi dissi che non avrei fatto più nulla per cercare di pubblicare. Avrei scritto per sempre, ma senza più propormi agli editori. E proprio in quelle settimane una catena di lettori ha portato L’inquilino sul tavolo di Luigi Brioshi (attualmente direttore del gruppo MauriSpagnol, allora direttore di Guanda), il quale mi telefonò dicendomi che voleva pubblicarlo. Morale: se vuoi qualcosa, non cercarla. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Sono molti. Tutti gli amici che riempivo di romanzi e racconti rilegati con le molle, e i molti lettori sconosciuti che abbordavo in chat per riempirli di cosa da leggere. Mi hanno incoraggiato con i loro commenti e anche con critiche negative (giuste) capaci di farmi sanguinare  ma non di fermare la mia voglia di scrivere. 

Poi è nato Il commissario Bordelli che ha dato il via alla serie poliziesca ambientata nella Firenze degli anni sessanta. Perché il passato, e perché gli anni sessanta? Erano anni più a misura d’uomo, più naif? 

In realtà  il commissario è nato prima dell’inquilino, in un pomeriggio in cui mi dissi: “Ho scritto in mille modi e in mille direzioni, ma non ho mai scritto un poliziesco. Vediamo cosa salta fuori se ci provo.” Non sono un appassionato del genere poliziesco in sé, e credo infatti che i romanzi con il commissario Bordelli sono più romanzi che gialli. Gli anni Sessanta sono venuti da soli, senza che lo avessi pensato prima. E mi è piaciuto subito l’idea di ricostruire quel mondo, lontano e vicino al tempo stesso. Un mondo con un’altra mentalità, con altri ritmi, altri rumori, che ricordo assai bene ma attraverso lo sguardo del bambino che ero allora. 

Nel 2009 hai vinto il premio Scerbanenco con Morte a Firenze. Un premio prestigioso per gli scrittori noir. E’ giunto inaspettato o ci contavi?

Per quanto riguarda me, tutti i premi giungono inaspettati. 

Dopo il premio Scerbanenco è di pochi giorni fa la notizia che ti sei aggiudicato anche il premio Camaiore 2010. Un commento e una promessa. 

Mi hanno dato anche il Premio Rieti, pensa un po’. Si stanno accanendo con me, e ne sono contento. La promessa: cercherò come sempre di non scrivere romanzi troppo brutti. 

Tuo ultimo libro è Un tipo tranquillo edito da Guanda. Protagonista il ragioniere Mario Rossi, un uomo inutile, figlio in un certo senso de L’uomo senza qualità di Musil. Arrivato alla pensione si sente soffocare dalla rabbia e dall’odio verso la famiglia, il mondo. Quanti tipi tranquilli ci sono in giro, quanto sono pericolosi? 

L’uomo è davvero molto complesso, e non credo che si possano creare delle categorie esatte sotto le quali raggruppare più individui. I tipi tranquilli sono tutti diversi uno dall’altro. Il motivo della loro tranquillità e il rapporto che hanno con il proprio carattere non sarà mail lo stesso. Raccontando Mario Rossi non pensavo a una tipologia di uomo, ma a un individuo unico.  

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti è mai capitato di cambiare un personaggio per adattarlo agli echi e alle sensazioni che un luogo ti ispira? 

Gli scrittori sono degli avvoltoi che si cibano di ogni cosa: storie vere, film, libri, televisione, sogni, ricordi personali, immaginazioni… tutto può servire, prima o poi. Dico spesso che mentre scrivo non ho mai la sensazione di inventare, ma mi sembra di scoprire la storia via via che la scrivo, come se esistesse già e qualcuno me la srotolasse davanti. Oppure come se dissotterrassi una scultura antica. Ma ugualmente, in quella storia già scritta che io ho il privilegio di raccontare, ci si infila spesso qualcosa di attuale, di appena vissuto. Questa cosa mi piace molto. 

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi dell’infanzia. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Penso che gli odori siano la più veloce macchina del tempo. 

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva? C&r
squo;è qualcuno a cui fai leggere i tuoi libri e senza il suo ok non procedi? 

In parte ho riposto poco sopra. Non progetto nulla, mi capita di immaginare che dietro un’immagine, o una faccia, o una situazione, che per un po’ di tempo mi ossessiona, ci sia una storia da scoprire. E mi lancio a scrivere sperando di non essermi sbagliato, di non aver scambiato per una storia una mia insofferenza, uno sfogo personale. Rileggo e correggo molto, e se fosse per me non ci sarebbe mai una stesura definitiva. Forse è insicurezza. Ci sono alcune persone a cui tocca leggere le cose appena sfornate, e ascolto con molta attenzioni i loro pareri. 

Marco Vichi e la critica letteraria. Rapporto di amore-odio, necessario, conflittuale? Se un recensore serio stroncasse un tuo lavoro come reagiresti? Leggi tutto quello che si scrive su di te? 

Mi è  successo più di una volta di avere stroncature, e devo dire che fa più male una recensione tiepida. 

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? So che sei un grande appassionato di Beppe Fenoglio e di John Fante. Quali altri autori leggi, Pavese, Bassani, Pratolini? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Dei tre che citi insieme, solo Bassani. Leggo i libri più diversi, anche di storia, di poesia, di filosofia. Adesso sto leggendo il Viaggio di Celine, forse un po’ in ritardo. Ma ci sono così tanti libri che vorrei leggere… i ritardi sono inevitabili. In fondo è meglio così, ho ancora moltissimi libri da scoprire. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Ce ne sono diversi, fra i quali due giovani donne, Laura Del Lama e Sara Falli. 

Marco Vichi e il teatro. Hai mai pensato di fare l’attore? 

Sono ciò che di più lontano si possa immaginare da un attore. Sto bene nel sottoscala. 

Morte a Firenze avrà un seguito? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ci sarà un seguito, ma non posso anticipare nulla… anche io per adesso ne so poco. 

Progetti per il futuro, anche non legati alla scrittura?

A parte i romanzi mi piacerebbe fare cinema, cioè lo sceneggiatore. Ci sto provando. E mi piace molto scrivere testi per canzoni. L’esperienza di Nessuna Pietà (il CD+libro uscito per Magazzini Salani) è stata magnifica. 

:: Recensione di Indesiderata di Kristina Ohlsson a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2010

3Svezia, fine di luglio.
La pioggia si sta portando via l’estate.
La piccola Lilian di 6 anni, in viaggio con la mamma Sara sul treno che da Goteborg porta a Stoccolma, scompare.
Un banale guasto tecnico costringe il treno a fermarsi una stazione prima di Stoccolma e Sara scende per telefonare ad un amico, lontano dalla piccola a cui non vuole fare sapere che ha un nuovo fidanzato. Pensa di avere tempo e quando una strana ragazza le chiede di aiutarla perché il suo  cane sta male non esita e si vede il treno ripartire sotto gli occhi. Telefonate frenetiche, rassicurazioni, un taxi provvidenziale, tutto sembra felicemente risolto ma all’ arrivo a Stoccolma della bambina non c’è più traccia. Nessuno ha visto niente, tutto quello che resta è un paio di sandaletti lilla ai piedi del posto dove la bambina era seduta.
Le indagini vengono affidate all’ispettore Alex Recht e alla giovane analista investigativa Fredrika Bergman.
Subito emerge una brutta storia di molestie famigliari e i primi sospetti cadono sul padre della piccola Gabriel Sebastiansson, un uomo violento, geloso, instabile, da cui Sara si era da poco separata, protetto da una madre inquietante, irrintracciabile.
Una testimone afferma di avere visto un uomo alto che si portava via la piccola. Un uomo che si comportava come un padre con corti capelli scuri e camicia verde che la bimba sembrava conoscere.
Nessuno sembra confermare la testimonianza della donna, nessun altro lo ha visto ma ormai sembra rafforzata la certezza che la piccola sia stata rapita dal padre.
Certezza che resiste finché il cadavere di Lilian viene rinvenuto nel parcheggio di un ospedale, con la testa rasata e una scritta inquietante sulla fronte: indesiderata.
L’incubo del serial killer prende forma nelle menti degli investigatori e con esso la convinzione che non si fermerà.
Una lotta contro il tempo comincia, per capire le motivazioni dello psicopatico, chi l’aiuta, come fermarlo.
Uscito questo luglio per la collana Linea Rossa di Piemme Indesiderata è un thriller che farà rimanere incollati alle pagine i lettori. Esordio narrativo della giallista svedese Kristina Ohlsson, primo libro di una serie che ha per protagonisti l’ispettore Alex Recht e l’analista investigativa Fredrika Bergman, Indesiderata racconta una storia dolorosa e angosciante che prende l’avvio dalla scomparsa di una bambina e dalle relative indagini della polizia per ritrovarla.
La bravura della Ohlsson nell’analizzare la psicologia dei personaggi è senz’altro il segreto del successo di questo libro che in poco tempo ha  scalato le classifiche svedesi ed ora si appresta a conquistare il mercato internazionale.
La parte investigativa è realistica e molto ben articolata tanto da soddisfare i lettori più esigenti e interessati alla verosimiglianza.
Anomala la figura del serial killer deciso a vendicarsi della figura materna proiettandola su tutte quelle madri che hanno affrontato la dolorosa esperienza dell’aborto.
Indesiderata è un thriller che affronta tematiche forti, non per tutti i palati, ma ha il pregio di una trama emozionante, di protagonisti simpatici e sfaccettati descritti con i loro pregi e le loro debolezze, e di un’ ambientazione ben curata.
Poi la Ohlsson scrive davvero bene, le pagine scorrono fluide e si ha quasi la sensazione di essere un personaggio all’interno della narrazione tanto è coinvolgente.
Nel panorama della letteratura scandinava una piccola piacevole sorpresa. Consigliatissimo.
Traduzione di Alessandro Bassini e Sara Caleddu.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.