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:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2010
La psichiatra

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:. Intervista con Glenn Cooper, a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2010

Salve Glenn. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontami  qualcosa di te. Chi è Glenn Cooper? Punti di forza e di debolezza.

Ho molti, molti punti deboli ma una grande forza, suppongo. Sono molto ostinato e costante. Ho tenuto duro fino a quando non ho avuto successo. Quando stavo cercando di ottenere un agente letterario per rappresentare il mio primo libro, La Biblioteca dei Morti, ho ricevuto così tanti rifiuti che la maggior parte della gente sana di mente avrebbe lasciato perdere. Infatti il 65 disse di nuovo no. Il 66 invece ha detto sì.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Ho avuto un’educazione molto tradizionale da classe media – padre dentista, madre insegnante. Mia madre voleva che diventassi un medico, io volevo fare l’ archeologo. Ho prevalso per un po’ e ho ottenuto la mia prima laurea in archeologia. Lei ha vinto, alla fine, quando sono andato alla scuola di medicina.

Quando hai capito per la prima volta che saresti voluto diventare uno scrittore

Quando ero sulla trentina  mi è entrata in testa l’idea di scrivere sceneggiature cinematografiche. Non mi ricordo nemmeno il motivo. Per 20 anni ho prodotto uno script dopo l’altro senza che tutto ciò mi desse molto successo, ma ciascuno script  era un po’ meglio di quello precedente.

Quando sei approdato alla narrativa? Che scrittori contemporanei leggi?

Ho letto un sacco di fiction ma non mentre sto lavorando su un libro. Ho sempre paura di vedere  qualcosa che mi piace e di plagiare una frase o un pezzo di dialogo accidentalmente o di proposito! I miei scrittori viventi preferiti sono Ian McEwan, Umberto Eco, John Banville, John LeCarre e Cormac McCarthy. Tra quelli che sono morti: John Fowles, John Updike, Graham Greene. Ma il mio preferito in assoluto di tutti i tempi è John Steinbeck.

CooperRaccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho detto, trovare un agente è stato diabolicamente difficile. Detto questo, una volta avuto un agente, La Biblioteca dei morti  è stato venduto agli editori abbastanza rapidamente e nel giro di pochi mesi ho avuto richieste da 30 paesi.

Perché hai deciso di scrivere La Biblioteca dei Morti?

L’ ho iniziato come il mio ventesimo script ma non potevo sopportare di avere ancora un altro progetto cinematografico che non stava andando da nessuna parte. Mi piaceva molto l’idea che c’era alla base (©Loius Fabian Bachrach) così dopo  poche pagine ho deciso di provare qualcosa di radicale – come scrivere un romanzo. Davvero non sapevo se potevo scrivere un romanzo così è stato un po’ scoraggiante. Sono in grado di terminare uno script in pochi mesi, ma la prospettiva di un progetto di scrittura che mi avrebbe coinvolto per un anno o due mi ha causato una certa ansia.

Il libro delle anime è il sequel. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza naturalmente svelarci il finale?

Un anno dopo la conclusione dell’azione della Biblioteca dei morti, il protagonista, Will Piper è tirato dentro una nuova avventura, quando un unico libro dalla grande biblioteca di Vectis appare in una casa d’aste di Londra. Come cerca di risolvere il mistero del libro scopre che la biblioteca ha avuto un’influenza su artisti del calibro di Giovanni Calvino, Nostradamus e William Shakespeare.

Raccontaci qualcosa del tuo protagonista, Will Piper?

Will è un uomo molto imperfetto, con molte fragilità, ma sa distinguere il bene dal male e come me è molto testardo.

Destino e la predestinazione sono temi centrali dei suoi libri. Parte della tradizione protestante certamente. Tu sei un uomo di scienza, razionale, pratico. In che modo hanno influenzato la tua esperienza?

Non è necessario che creda in tutte le idee che scrivo ma basta che mi interessino.  Questioni come il destino, le credenze sacre, i concetti della morte, la vita dopo la morte – tutti questi sono soggetti succosi che hanno catturato l’umanità.

La Tenth Chamber è una storia nuova. Quando sarà pubblicato in Italia?

Nel gennaio 2011. Sono nervoso perché è una  storia nuova ma sono anche emozionato, perché penso che sia il mio miglior libro che abbia scritto finora. Ha al centro una misteriosa grotta preistorica dipinta in Francia, che nasconde un segreto molto pericoloso. Come ho detto, mi piace l’archeologia!

Tutti i tuoi lettori si fanno  questa domanda. Sono parte di una trilogia La Biblioteca dei Morti e Il libro delle anime? Stai scrivendo la terza parte?

Se una trilogia ha funzionato per Steig Larson funzionerà anche per me! L’anno prossimo ho in programma di scrivere il terzo (e ultimo) capitolo della serie. Sarà ambientato in un futuro prossimo, nel 2025. Will Piper sarà un po’ più vecchio, ma ancora un ragazzaccio.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivo sette giorni alla settimana, sempre al mattino quando sono più fresco. Inizio sempre con una grande quantità di letture e di ricerche da fare che è la parte migliore. La scrittura è quasi sempre duro lavoro, ma alcuni giorni sono più facili di altri. Poiché la maggior parte dei miei libri si svolgono in vari periodi di tempo non mi annoio di certo.

Qualche progetto cinematografico tratto dai tuoi libri?

Sono andato vicino ad ottenere un accordo per un film un paio di volte, ma i colloqui sono sempre stati interrotti. Così ho smesso di preoccuparmi di cose fuori dal mio controllo. E anche se accadesse, non c’è alcuna garanzia poi che un film non si rivelasse una delusione enorme. Ho troppa esperienza con Hollywood per essere eccessivamente ottimista.

Hai una base di fan molto numerosa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Trascorro almeno mezz’ora al giorno rispondendo alle e-mail  o ai  messaggi su Facebook dei lettori. E ‘un grande piacere. La maggior parte delle persone mi contatta tramite il mio sito web: http://www.GlennCooperBooks.com.

Infine, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo un libro ambientato  a Roma e intitolato The Devil Will Come. Ha per tema il  fondamentale scontro del bene contro il male nel mondo. Una semplice suora italiana è l’unica persona che può fermare un orribile complotto per distruggere la Chiesa. Devo dire che mi sto divertendo parecchio con l’idea che una giovane suora possa avere così tanta influenza in un mondo totalmente dominato dagli uomini come è il Vaticano!

:: Assassinio sul molo di Anne Perry (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2010

asLondra, estate del 1864. William Monk, ispettore della polizia fluviale di Wapping, è impegnato in un rischioso inseguimento sul Tamigi per catturare Jericho Phillips, accusato dell’omicidio del piccolo Walter Figgis, detto Fig. Un monello, un ragazzino di strada, che si guadagnava da vivere recuperando sulle rive del fiume oggetti smarriti, viti, oggetti d’ottone, frammenti di porcellana, pezzi di carbone, tutto quello che poteva avere anche un minimo valore tanto da essere venduto. Il suo cadavere era stato recuperato nel fiume a Greenwich con la gola tagliata, segni di bruciatura sulle braccia e segni di abusi in altre parti del corpo.
Subito era parso chiaro dal modo in cui era stato trattato che era quasi certo che fosse finito nelle mani di quei delinquenti che vendevano i bambini ai bordelli o ai pornografi. I ragazzini servivano fino a quando non iniziavano a cambiare voce e a mostrare i segno della pubertà, allora gli uomini a cui piacevano i bambini non nutrivano più interesse per loro e solitamente venivano venduti come mozzi ai capitani di mercantile.
Forse Fig si era ribellato in qualche modo e questo ne aveva decretato la morte.
Durante le indagine tenute dal comandante Durban, prima della sua morte, un informatore gli riferì che Jericho Phillips teneva sulla sua barca una specie di via di mezzo tra un bordello e un locale di spogliarello e costringeva i bambini a pratiche contro natura, fotografandoli e vendendo le foto per guadagnare altri soldi oltre a quelli di chi assisteva di persona.
Dopo una serie di appostamenti e nuovi riscontri, alla fine dell’inseguimento, Monk finalmente riesce a catturare Phillips e a consegnarlo alla giustizia. Ma un nuovo colpo di scena si sta per verificare.
Durante il processo Phillips ha come avvocato difensore Oliver Rathbone, uno dei migliori avvocati di Londra, incaricato della difesa da un misterioso filantropo pronto a pagare tutte le spese in nome della giustizia. Grazie alla bravura di Rathbone che riesce a insinuare nella giuria una serie di dubbi sulla correttezza dell’operato della polizia, Phillips viene giudicato innocente e sfugge al capestro.
Monk non ostante lo sconcerto, in memoria del vecchio capitano Durban che era certo della colpevolezza di Phillips e della sua implicazione in un giro di prostituzione minorile, riprende le indagini e senza esitare è pronto ad addentrarsi negli squallidi e degradati vicoli dei bassifondi e a infiltrarsi nei pericoli della malavita di Londra pur di raccogliere prove e testimonianze che incastrino una volta per tutte Phillips.
Quello che scoprirà andrà ben oltre le peggiori aspettative fino a far luce, nel sorprendente finale, sui vizi e le perversioni inconfessabili di alcuni personaggi illustri e insospettabili della moralista e perbenista buona società londinese. Assassino sul molo,uscito in questi giorni per Fanucci, appartiene alla serie ambientata nella Londra del periodo vittoriano che la scrittrice inglese Anne Perry ha dedicato all’ispettore William Monk.
Anne Perry è una narratrice straordinaria, capace di trasportarti in un epoca lontana con una facilità e una naturalezza che evidenzia la sua profonda conoscenza del periodo. Oltre alla cura per le psicologie dei personaggi, l’accuratezza nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della mentalità, la Perry non trascura l’analisi di questioni etiche e sociali, anche scabrose, come in questo caso trattando la prostituzione minorile.
Dosando sapientemente suspense e colpi di scena, la Perry, attraverso riflessioni e osservazioni dettagliate, ci porta a scoprire i lati più oscuri della luminosa e puritana società vittoriana che sotto una patina di progresso e ottimismo nascondeva sordidi crimini indegni di una società civile.
La scrittura è elegante, il linguaggio ricercato, per gli amanti del mystery di stampo classico una lettura da non perdere.
Assassinio sul molo di Anne Perry Traduzione Sara Brambilla, Fanucci Editore, collana Vintage, pagg. 371, 2010.

Anne Perry, pseudonimo di Juliet Marion Hulme (Londra, 28 ottobre 1938), è una scrittrice britannica, condannata in gioventù per omicidio.
Figlia del professor Henry Hulme, medico e rettore dell’Università di Canterbury in Christchurch, alla giovane Anne (all’epoca ancora Juliet) venne diagnosticata la tubercolosi, così che fin dalla tenera età viaggiò in molti posti caldi del mondo (Caraibi, Sud Africa, ecc.) nel tentativo di migliorare la sua salute. All’età di 13 anni si riunisce con il padre, che si trasferisce all’Università di Cambridge della Nuova Zelanda.
Qui diviene amica intima di Pauline Parker, un’amicizia in cui molti all’epoca vollero vedere connotazioni omosessuali. La famiglia Hulme, però, era vicino al divorzio, e così Juliet pensò che poteva tornare in Inghilterra con l’amica. La madre di quest’ultima, Honora Rieper, era decisamente contraria, così nel 1954 Juliet e Pauline la uccidono. Il processo per omicidio ha eco internazionale e solleva l’indignazione pubblica. Il 29 agosto 1954 Juliet e Pauline vengono condannate per omicidio, ma essendo appena sedicenni ottengono una pena inferiore: cinque anni di detenzione e il divieto assoluto di incontrarsi di nuovo.
Finita la detenzione, Juliet parte dalla Nuova Zelanda per l’Inghilterra, poi dopo un periodo negli Stati Uniti si trasferisce in Scozia, nel paese di Portmahomack, dove vive tuttora con la madre. Suo padre ha avuto una carriera da eminente scienziato, guidando il programma britannico della bomba all’idrogeno. Juliet si cimenta con la scrittura e nel 1979 dà alle stampe il suo primo romanzo: Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman). Per tagliare i ponti con il passato, prende lo pseudonimo di Anne Perry, dal cognome del suo patrigno. Inizia così una prolifica carriera letteraria, che affronta i vari generi della letteratura gialla.
Sia Anne Perry che l’amica di una volta, Pauline Parker, vivono in Gran Bretagna, ma dal giorno del processo non si sono più incontrate.

:: Intervista a Marco Vichi a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2010

Marco Vichi

Benvenuto Marco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Sei nato a Firenze nel 1957, vivi in Chianti, sei uno scrittore. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Coltivo peperoncini… 

Un ricordo di Marco bambino. Portavi i pantaloni corti e giocavi agli indiani e ai cow boy o eri un bambino introspettivo e melanconico con il naso sempre incollato sui libri?

Ero solitario, pensoso e malinconico… e giocavo ai soldatini inventando storie infinite. 

Hai esordito nel 1999 con L’inquilino edito da Guanda. Parlaci dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione.

I miei inizi di scribacchino (parlo del momento in cui mi sono detto, con una certa ansia, che volevo scrivere “sul serio”) risalgono al lontano 1981. Ho riempito gli armadi di pagine scritte, a mano e al computer, e ho collezionato lettere di rifiuto fino al ’99, anno in cui mi dissi che non avrei fatto più nulla per cercare di pubblicare. Avrei scritto per sempre, ma senza più propormi agli editori. E proprio in quelle settimane una catena di lettori ha portato L’inquilino sul tavolo di Luigi Brioshi (attualmente direttore del gruppo MauriSpagnol, allora direttore di Guanda), il quale mi telefonò dicendomi che voleva pubblicarlo. Morale: se vuoi qualcosa, non cercarla. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Sono molti. Tutti gli amici che riempivo di romanzi e racconti rilegati con le molle, e i molti lettori sconosciuti che abbordavo in chat per riempirli di cosa da leggere. Mi hanno incoraggiato con i loro commenti e anche con critiche negative (giuste) capaci di farmi sanguinare  ma non di fermare la mia voglia di scrivere. 

Poi è nato Il commissario Bordelli che ha dato il via alla serie poliziesca ambientata nella Firenze degli anni sessanta. Perché il passato, e perché gli anni sessanta? Erano anni più a misura d’uomo, più naif? 

In realtà  il commissario è nato prima dell’inquilino, in un pomeriggio in cui mi dissi: “Ho scritto in mille modi e in mille direzioni, ma non ho mai scritto un poliziesco. Vediamo cosa salta fuori se ci provo.” Non sono un appassionato del genere poliziesco in sé, e credo infatti che i romanzi con il commissario Bordelli sono più romanzi che gialli. Gli anni Sessanta sono venuti da soli, senza che lo avessi pensato prima. E mi è piaciuto subito l’idea di ricostruire quel mondo, lontano e vicino al tempo stesso. Un mondo con un’altra mentalità, con altri ritmi, altri rumori, che ricordo assai bene ma attraverso lo sguardo del bambino che ero allora. 

Nel 2009 hai vinto il premio Scerbanenco con Morte a Firenze. Un premio prestigioso per gli scrittori noir. E’ giunto inaspettato o ci contavi?

Per quanto riguarda me, tutti i premi giungono inaspettati. 

Dopo il premio Scerbanenco è di pochi giorni fa la notizia che ti sei aggiudicato anche il premio Camaiore 2010. Un commento e una promessa. 

Mi hanno dato anche il Premio Rieti, pensa un po’. Si stanno accanendo con me, e ne sono contento. La promessa: cercherò come sempre di non scrivere romanzi troppo brutti. 

Tuo ultimo libro è Un tipo tranquillo edito da Guanda. Protagonista il ragioniere Mario Rossi, un uomo inutile, figlio in un certo senso de L’uomo senza qualità di Musil. Arrivato alla pensione si sente soffocare dalla rabbia e dall’odio verso la famiglia, il mondo. Quanti tipi tranquilli ci sono in giro, quanto sono pericolosi? 

L’uomo è davvero molto complesso, e non credo che si possano creare delle categorie esatte sotto le quali raggruppare più individui. I tipi tranquilli sono tutti diversi uno dall’altro. Il motivo della loro tranquillità e il rapporto che hanno con il proprio carattere non sarà mail lo stesso. Raccontando Mario Rossi non pensavo a una tipologia di uomo, ma a un individuo unico.  

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti è mai capitato di cambiare un personaggio per adattarlo agli echi e alle sensazioni che un luogo ti ispira? 

Gli scrittori sono degli avvoltoi che si cibano di ogni cosa: storie vere, film, libri, televisione, sogni, ricordi personali, immaginazioni… tutto può servire, prima o poi. Dico spesso che mentre scrivo non ho mai la sensazione di inventare, ma mi sembra di scoprire la storia via via che la scrivo, come se esistesse già e qualcuno me la srotolasse davanti. Oppure come se dissotterrassi una scultura antica. Ma ugualmente, in quella storia già scritta che io ho il privilegio di raccontare, ci si infila spesso qualcosa di attuale, di appena vissuto. Questa cosa mi piace molto. 

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi dell’infanzia. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Penso che gli odori siano la più veloce macchina del tempo. 

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva? C&r
squo;è qualcuno a cui fai leggere i tuoi libri e senza il suo ok non procedi? 

In parte ho riposto poco sopra. Non progetto nulla, mi capita di immaginare che dietro un’immagine, o una faccia, o una situazione, che per un po’ di tempo mi ossessiona, ci sia una storia da scoprire. E mi lancio a scrivere sperando di non essermi sbagliato, di non aver scambiato per una storia una mia insofferenza, uno sfogo personale. Rileggo e correggo molto, e se fosse per me non ci sarebbe mai una stesura definitiva. Forse è insicurezza. Ci sono alcune persone a cui tocca leggere le cose appena sfornate, e ascolto con molta attenzioni i loro pareri. 

Marco Vichi e la critica letteraria. Rapporto di amore-odio, necessario, conflittuale? Se un recensore serio stroncasse un tuo lavoro come reagiresti? Leggi tutto quello che si scrive su di te? 

Mi è  successo più di una volta di avere stroncature, e devo dire che fa più male una recensione tiepida. 

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? So che sei un grande appassionato di Beppe Fenoglio e di John Fante. Quali altri autori leggi, Pavese, Bassani, Pratolini? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Dei tre che citi insieme, solo Bassani. Leggo i libri più diversi, anche di storia, di poesia, di filosofia. Adesso sto leggendo il Viaggio di Celine, forse un po’ in ritardo. Ma ci sono così tanti libri che vorrei leggere… i ritardi sono inevitabili. In fondo è meglio così, ho ancora moltissimi libri da scoprire. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Ce ne sono diversi, fra i quali due giovani donne, Laura Del Lama e Sara Falli. 

Marco Vichi e il teatro. Hai mai pensato di fare l’attore? 

Sono ciò che di più lontano si possa immaginare da un attore. Sto bene nel sottoscala. 

Morte a Firenze avrà un seguito? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ci sarà un seguito, ma non posso anticipare nulla… anche io per adesso ne so poco. 

Progetti per il futuro, anche non legati alla scrittura?

A parte i romanzi mi piacerebbe fare cinema, cioè lo sceneggiatore. Ci sto provando. E mi piace molto scrivere testi per canzoni. L’esperienza di Nessuna Pietà (il CD+libro uscito per Magazzini Salani) è stata magnifica. 

:: Recensione di Indesiderata di Kristina Ohlsson a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2010

3Svezia, fine di luglio.
La pioggia si sta portando via l’estate.
La piccola Lilian di 6 anni, in viaggio con la mamma Sara sul treno che da Goteborg porta a Stoccolma, scompare.
Un banale guasto tecnico costringe il treno a fermarsi una stazione prima di Stoccolma e Sara scende per telefonare ad un amico, lontano dalla piccola a cui non vuole fare sapere che ha un nuovo fidanzato. Pensa di avere tempo e quando una strana ragazza le chiede di aiutarla perché il suo  cane sta male non esita e si vede il treno ripartire sotto gli occhi. Telefonate frenetiche, rassicurazioni, un taxi provvidenziale, tutto sembra felicemente risolto ma all’ arrivo a Stoccolma della bambina non c’è più traccia. Nessuno ha visto niente, tutto quello che resta è un paio di sandaletti lilla ai piedi del posto dove la bambina era seduta.
Le indagini vengono affidate all’ispettore Alex Recht e alla giovane analista investigativa Fredrika Bergman.
Subito emerge una brutta storia di molestie famigliari e i primi sospetti cadono sul padre della piccola Gabriel Sebastiansson, un uomo violento, geloso, instabile, da cui Sara si era da poco separata, protetto da una madre inquietante, irrintracciabile.
Una testimone afferma di avere visto un uomo alto che si portava via la piccola. Un uomo che si comportava come un padre con corti capelli scuri e camicia verde che la bimba sembrava conoscere.
Nessuno sembra confermare la testimonianza della donna, nessun altro lo ha visto ma ormai sembra rafforzata la certezza che la piccola sia stata rapita dal padre.
Certezza che resiste finché il cadavere di Lilian viene rinvenuto nel parcheggio di un ospedale, con la testa rasata e una scritta inquietante sulla fronte: indesiderata.
L’incubo del serial killer prende forma nelle menti degli investigatori e con esso la convinzione che non si fermerà.
Una lotta contro il tempo comincia, per capire le motivazioni dello psicopatico, chi l’aiuta, come fermarlo.
Uscito questo luglio per la collana Linea Rossa di Piemme Indesiderata è un thriller che farà rimanere incollati alle pagine i lettori. Esordio narrativo della giallista svedese Kristina Ohlsson, primo libro di una serie che ha per protagonisti l’ispettore Alex Recht e l’analista investigativa Fredrika Bergman, Indesiderata racconta una storia dolorosa e angosciante che prende l’avvio dalla scomparsa di una bambina e dalle relative indagini della polizia per ritrovarla.
La bravura della Ohlsson nell’analizzare la psicologia dei personaggi è senz’altro il segreto del successo di questo libro che in poco tempo ha  scalato le classifiche svedesi ed ora si appresta a conquistare il mercato internazionale.
La parte investigativa è realistica e molto ben articolata tanto da soddisfare i lettori più esigenti e interessati alla verosimiglianza.
Anomala la figura del serial killer deciso a vendicarsi della figura materna proiettandola su tutte quelle madri che hanno affrontato la dolorosa esperienza dell’aborto.
Indesiderata è un thriller che affronta tematiche forti, non per tutti i palati, ma ha il pregio di una trama emozionante, di protagonisti simpatici e sfaccettati descritti con i loro pregi e le loro debolezze, e di un’ ambientazione ben curata.
Poi la Ohlsson scrive davvero bene, le pagine scorrono fluide e si ha quasi la sensazione di essere un personaggio all’interno della narrazione tanto è coinvolgente.
Nel panorama della letteratura scandinava una piccola piacevole sorpresa. Consigliatissimo.
Traduzione di Alessandro Bassini e Sara Caleddu.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

fanPhilip K. Dick – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott- non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi con alterne fortune ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958 – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press – racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla trascina i suoi giorni ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e nonostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene apertamente non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, quasi scarno, come era tra l’altro nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

PHILIP KINDRED DICK nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. Negli anni Settanta esce la sua ultima opera, La Trilogia di Valis, pubblicata da Fanucci Editore in un unico volume. Muore il 2 marzo 1982. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), ScreamersUrla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006). Nel 2008 è uscito il film Next, con Nicholas Cage, tratto dal racconto The Golden Man; mentre I guardiani del destino (2011) trae ispirazione dal racconto Squadra riparazioni. Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione di Philip K. Dick, considerato uno dei più importanti autori della narrativa americana del secondo dopoguerra.

:: Recensione di Fredda è la notte di Carlene Thompson a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

1Blaine Avery ha tutto per essere felice: è bella, è giovane, ha un marito facoltoso che la ama, una figliastra adolescente da crescere, una casa bellissima immersa nel verde del West Virginia e può permettersi il lusso di ignorare chi la invidia e al massimo si limita a spettegolare alle sue spalle finché la vita non le presenta il conto e di colpo si trova sull’orlo dell’abisso ad un passo da perdere tutto.
Martin, suo marito, muore in circostanze misteriose, apparentemente si tratta di suicidio ma è impossibile che non si annidi il tarlo del dubbio: e se fosse stata lei a ucciderlo per ereditare l’ingente patrimonio?
Anche la figliastra Robin sembra pensarlo e quando la più cara amica della ragazza Rosie Van Zandt viene trovata morta nella sua proprietà alcuni particolari sembrano avvalorare l’ipotesi che Blaine sia la colpevole e i sospetti sembrano diventare certezze.
E’ questo è solo l’inizio.
Nuovi delitti si susseguono e Blaine non ha alibi credibili, anzi  è sempre nelle vicinanze dei ritrovamenti dei cadaveri, oltre a comportarsi in modo sfuggente come se nascondesse qualcosa.
Solo lo sceriffo Logan Quincey, ancora innamorato di lei dai tempi del liceo, sembra ostinatamente credere alla sua innocenza ed è il solo a fare di tutto per scagionarla trovando il vero colpevole.
Ma Blaine Avery è davvero innocente?
Questo dubbio accompagnerà il lettore fino al sorprendente finale.
Fredda è la notte  seconda opera della talentuosa Carlene Thompson  edito dalla Marcos Y Marcos, è un thriller psicologico singolare e ricco di atmosfera nella raffinata traduzione di Marzia Luppi Cortaldo.
Già edito come Giallo Mondadori n°2835 con il titolo Tutto ha una fine, titolo originale All fall down, unisce al classico mystery un tocco di romanticismo, imbastendo una storia d’amore che stempera la tensione e accresce l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Come in un gioco di specchi, false piste si intrecciano accrescendo la suspance e il dubbio sembra giocare una carta importante nello svolgimento della trama incentrata sul classico gioco dell’innocente accusato ingiustamente.
Il finale del tutto inaspettato e sconcertante accresce il fascino di questo piccolo gioiellino.
Dell’autrice potete leggere sempre per Marcos y Marcos In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi e Stanotte sei mia.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

:: Intervista a Lars Rambe a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2010

Lars Rambe 2013Ciao Lars. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lars Rambe?

Ciao. Grazie. Piacere mio. Sono un avvocato e scrittore svedese, attualmente vivo con la mia famiglia a Nairobi, in Kenya. Ho 41 anni. Io e mia moglie Anna  abbiamo due figlie, Astrid e Hedda.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono di Stoccolma, la capitale della Svezia. Nel 2005 mi sono trasferito con la mia famiglia nella piccola città di Strängnäs 80 km da Stoccolma. E ‘un posto veramente bello sul lago Mälaren.
Ho studiato giurisprudenza all’università di Uppsala, poi ha lavorato come avvocato per una azienda la  Pharmacia (oggi Pfizer). Ho iniziato a lavorare in proprio circa dieci anni fa. Quando sono arrivato a Strängnäs ho anche finalmente trovato il tempo di cominciare a scrivere romanzi sul serio, era qualcosa che avevo sognato per molto tempo.

Quando ti sei accorto che avresti voluto diventare uno scrittore?

Già da bambino mi piaceva scrivere storie e lavorare con la parola scritta. E da allora ho sempre scritto anche se c’è voluto molto tempo prima che effettivamente abbia potuto pubblicare un romanzo.

Come ti sei avvicinato al genere poliziesco?

Mi è sempre piaciuto leggere storie poliziesche. Se scritte bene queste storie ci dicono molto sulla società in cui viviamo. E’anche qualcosa di stimolante ed emozionante  il modo in cui è costruito un giallo. Tutte le domande che vengono poste di solito trovano una risposta. E’ una cosa che coinvolge il lettore ed è importante per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo libro è stato costruito  scena per scena dalle mie scoperte e impressioni in Strängnäs. Mi ci è voluto un anno per scriverlo, utilizzando principalmente la sera e il fine settimana. Quando il libro è stato pubblicato all’inizio ha interessato molto le persone a livello locale, ma ben presto è andato oltre.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Dal momento che mi piace molto Henning Mankell e Håkan Nesser penso che in una certa misura mi abbiano influenzato. Poi abbiamo anche una forte tradizione in Svezia di storie basate saldamente in diversi luoghi dove la geografia ha in realtà un impatto su ciò che sta accadendo. Questo mi piace.

Alcune critiche hanno influenzato il tuo lavoro?

No, non proprio. Cerco sempre di migliorare la mia scrittura. Pertanto, lavoro a stretto contatto con editori e altre persone con competenze di scrittura e ascolto sempre molto attentamente i miei lettori. Tuttavia, una volta che il libro è uscito ho bisogno di passare al mio prossimo progetto. I critici letterari possono guidare i lettori, ma di rado uno scrittore.

Che cosa ha portato al tuo primo libro per essere pubblicato?

In realtà, ho iniziato una piccola casa editrice, al fine di ottenere la pubblicazione. Non ho nemmeno contattare uno qualsiasi delle case editrici. Invece ho appena andato avanti e ha fatto da solo. Forse era una strategia rischiosa, ma ha funzionato molto bene per me. Un editore importante presto si è interessato al mio lavoro e ho riscosso grande interesse nei media.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri ragazzo?

Ho letto molto e tanti generi diversi. Ho letto molte storie di avventura, ma anche classici. Ero molto appassionato di Stephen King. Quando sono diventato più grande ho iniziato a leggere un bel po ‘di fantasy e di fantascienza, e, naturalmente  storie poliziesche.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Consiglio di trovare una storia che vi interessi veramente. Innanzitutto deve piacere a voi. Se ciò non avviene, è probabile che non vada bene neanche agli altri lettori . Non rinunciare. Prendete tutti i
consigli e aiuti che potete ottenere.

Vuoi descrivere una tipica giornata di lavoro?

Faccio colazione con la mia famiglia. Poi porto i bambini a scuola. Dopo di che comincio a scrivere. Alcuni giorni è facile, alcuni giorni non lo è. Cerco di mantenere una disciplina dura, ma non sempre ci riesco. E ‘facile essere distratti da tutte le piccole cose. E ‘molto più facile scrivere una e-mail piuttosto che lavorare su uno script. Per andare avanti di solito cerco un compromesso tra il lavoro creativo sul testo nuovo e le modifiche al testo già esistente. A volte vado in un bar vicino e ascolto la gente. E’ abbastanza interessante, a volte è più facile per me concentrarmi quando c’è qualche rumore di fondo. Quando la struttura di una storia diventa più consolidata, a volte salto avanti e indietro nella storia a seconda di cosa mi ispiri di più in quel momento. Una volta che i bambini tornano a casa di rado faccio molti progressi. Quando sono molto concentrato di solito riesco a scrivere anche di notte.

Hai un agente letterario?

Sì.. E ‘ per me molto prezioso. E’ un grande aiuto. In Italia sono rappresentati da Pontas.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi  o i dialoghi?

Tutto è necessario. Io costruisco le mie storie partendo dai personaggi e dai luoghi in cui vivono. Scrivere un buon dialogo è molto difficile, ma estremamente efficace. E ‘anche un ottimo modo per creare un personaggio.

Cos’è  il talento per te? Un dono o un lavoro artigianale?

Un dono che aumenta di valore se ci si lavora su.

Scrivi anche  racconti o solo romanzi ?

Mi concentro prevalentemente sui romanzi, ma occasionalmente scrivo anche storie brevi.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Assolutamente. Ci sono molte prove di questo. I libri diffondono idee e conoscenze. Questo è ciò di cui sono fatti i sogni.

Rileggi i tuoi libri?

Alcuni libri li ho letti sicuramente più di una volta. C’è sempre una buona probabilità di scoprire cose nuove quando si legge di nuovo un libro.

Hai rapporti di amicizia con altri scrittori?

Sì! Mi piace incontrare e parlare con altri scrittori. Conosco abbastanza bene  molti degli scrittori svedese di oggi. E ‘un vero privilegio. Tra i miei amici ci sono  Varg Gyllander, Dan Buthler e Kajsa Ingmarsson.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Ha ha. Mi auguro di si. Mi piace molto la letteratura comica, come quella dello scrittore finlandese Arto Paasalinna. Uno scherzo? Permettetemi di citare un uomo molto divertente, Woody Allen:
“Non ho paura di morire. Vorrei solo piuttosto non essere lì quando succede. ”
Ed essendo io stesso un avvocato, ti racconto una barzelletta:
Un avvocato e la sua cliente sono a passeggio, quando si imbattono in un animale selvaggio che corre verso di loro, ringhiando con la bava alla bocca. Rapidamente l’avvocato tira fuori un pa
io di scarpe da corsa dalla sua borsa e se le mette. La cliente guarda con stupore l’avvocato.
“Non sarà mai in grado di correre più veloce di quella bestia selvaggia”.
“Lo so, ma penso di essere in grado di correre solo un po’ più veloce di te.”

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una convinzione forte nelle propriecapacità di scrivere in combinazione con l’umiltà di comprendere la necessità di lavorare con gli altri per perfezionare il lavoro. Questo, e un sacco di testardaggine.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Morte di un uomo senza ombra di Caroline Graham, il secondo libro della serie. Il mio editore pensa che i miei libri, soprattutto il secondo – ora pubblicato in Svezia, abbiano un tono molto simile a quelli della Graham così ho pensato che sarebbe una lettura interessante. E lo è davvero.

Dimmi qualcosa sul tuo processo di scrittura.

Io inizio sempre con alcune idee, di solito fortemente ispirate da un luogo o da una situazione che ho vissuto realmente. Poi costruisco la storia scena per scena, ma non necessariamente in ordine. Penso molto ai miei personaggi per farli sentire vivi. E ‘molto importante, perché di solito è nello spazio tra i personaggi che la tensione e l’eccitazione si crea.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Non ne ho letto tanti, ma quello che ho letto mi è piaciuto. Mi piace soprattutto Umberto Eco.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, un thriller psicologico ambientato a Stoccolma. Ho anche alcune idee per il terzo libro della mia serie ambientata a Strangnas in cui spero di raccontare alcune mie esperienze in Kenya.

:: Recensione di Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

21 luglio 2010

Sangue di mezz’inverno di Mons KallentoftLinkoping, cuore della Svezia più profonda, campagna innevata, bucolica tranquillità agreste, sembra di vederla emergere dall’opuscolo pubblicitario di qualche tour operator specializzato in vacanze nei fiordi nordici. L’inverno è freddo a Linkoping e febbraio è il cuore dell’inverno, un inverno in cui la colonnina di mercurio è capace di scendere a distanze vertiginose dallo zero. Il cadavere di un uomo obeso viene rinvenuto nella campagna, nudo, impiccato ad un albero, con evidenti segni di torture. A Malin Fors, giovane e determinata detective della polizia locale con un vissuto tormentato, divorziata, troppa propensione per il bere e una figlia da crescere da sola, spetta l’ingrato compito di fare luce sul caso partendo dallo scoprire chi era la vittima, per poi procedere tra deduzioni e indizi semi ingoiati dalla neve e raggiungere il colpevole, capire le sue motivazioni, fare luce sull’intricato ginepraio che può generare un delitto. Perché le vittime sono indissolubilmente legate ai colpevoli e uccidere è sempre come morire un poco. Uscito il 10 giugno per l’ Editrice Nord, Sangue di mezz’inverno è il libro d’esordio di Mons Kallentoft un talentuoso giovane scrittore svedese che, osannato dalla critica e forte del successo ottenuto in patria con più di 300.000 copie vendute nella sola Svezia, si appresta a diventare un caso editoriale internazionale approdando contemporaneamente in ben 12 paesi europei tra cui l’Italia. Originalità del racconto è che anche i morti hanno voce. Segnalo tra l’altro l’ottima distribuzione, in tutte le librerie che ho visitato la sua copertina rossa era in bella mostra tra le novità. 

Traduttore Alessandro Storti

:: Intervista a Stefano Domenichini, a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2010

Ciao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello “impongo le mani” che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano.

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?