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:: Recensione di Glister di John Burnside a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2010
glister

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Ammettiamolo, leggere Irvine Welsh che scrive: “Glister si colloca mille miglia dall’intrattenimento di massa dei polpettoni polizieschi che riempiono gli scaffali delle librerie ed è una delle più originali e entusiasmanti letture dell’anno” è senz’altro qualcosa che mette curiosità.
Cos’è Glister?
E’ innanzitutto un libro originale, e diverso dal solito, non solo una crime novel, ma un piccolo gioiello che trasmette al lettore un’ansia e un’inquietudine davvero rari. Parte della magia è creata senz’altro dal paesaggio e dall’ambientazione, una città postindustriale, circondata dallo scenario spettrale di un bosco avvelenato. I personaggi si muovono allucinati e straniti, e vagano come anime in pena in un deserto metropolitano, che rispecchia la desolazione che cola come lava incandescente e che come una ruggine sgretola ogni cosa.
L’inquinamento, dovuto ad una fabbrica chimica ormai chiusa, cosparge di un umore di morte ogni cosa, non solo gli alberi, l’aria, l’acqua ma anche l’anima degli abitanti, spettri, più che personaggi, di un dramma gotico senza redenzione o riscatto. Oltre a morire a casua dell’inquinamento, un’altra ombra nera pesa su Innertown. Ogni anno scompaiono, e presumibilmente vengono uccisi, i ragazzi del luogo.
Morrison, l’unico poliziotto di Innertown, invece che indagare sulle loro morti le occulta, e celebra uno strano rito costruendo – un giardino altare – nel bosco nel quale tenta di esorcizzare il suo senso di colpa e la sua debolezza e inettitudine.
Finchè Leonard, un ragazzo con l’hobby della lettura, si improvvisa detective e con l’aiuto degli altri ragazzi inizia a indagare, fino al terribile e sorprendente finale.
Glister, edito nella collana Le Strade di Fazi Editore, è un libro sorpendente; leggerlo è un’ esperienza insolita e sconcertante. John Burnside ha qualcosa in più, un valore aggiunto capace di trasformare un semplice giallo in un libro catartico e senza tregua. Che Burnside sia un poeta, oltre che un romanziere, è evidente dal culto che ha per la parola: ogni frase è cesellata e tornita come un merletto e sprigiona un fascino nero di indubbia suggestione. Poco alla volta si rimane catturati dal fascino ipnotico di questa prosa poetica, e non si può smettere di leggere fino alla fine.

John Burnside è nato nel 1955 a Dunfermline, in Scozia, ed è docente di scrittura creativa presso The University of St Andrews, a nord di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica è stata insignita nel 2008 di uno dei più importanti premi di poesia del Regno Unito, The Cholmondeley Award, e la sua raccolta The Asylum Dance ha vinto nel 2000 il Whitbread Poetry Award. Autore di un memoir sul suo drammatico rapporto con il padre ( A Lie about My Fatheter, scelto dallo Scottish Arts Council come Non- finction Book of the Year), un uomo tirannico e violento che per anni ha vessato lui e la madre – tanto da spingere John all’alcolismo e alla droga prima, e più tardi a un temporaneo ricovero in un istituto psichiatrico -, Burnside ha scritto inoltre la raccolta di racconti Burning Elvis (2000) e numerosi romanzi: The Dumb House (La casa del silenzio, Meridiano Zero , 2007), The Mercy Boys (1999), insignito dell’Encore Award, The Locust Room (2001), Living Nowhere (2003) e The Devil’s Footprints (2007), finalista al James Tait Black Memorial Prize 2008 e all’International IMPAC Dublin Literary Award 2009. Glister è stato candidato al Warwick Prize 2009. John Burnside vive a Fife, in Scozia, con la moglie e i due figli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2010

Maledetta fabbrica a cura di Simona MammanoNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.

Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura,  Euro 14,00

:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2010

Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare  una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.

Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).

:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2010

Sebastian FitzekCiao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?

Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il  dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page:  http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8

Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?

Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano  alle mie storie così tanto.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.

Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?

Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così  anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.

Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.

Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una  ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto  “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in  tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado  da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.

C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?

Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.

I tuoi personaggi di fantasia, sono  spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto  – per cui  a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.

Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?

Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.

Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?

Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.

Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?

In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i  brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia  l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!

Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.

Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?

Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)

Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?

Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e  rispondo a tutti il più rapidamente possibile.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel  tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …

:: L’abisso della solitudine di Boston Teran a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2010

51yIcacXrBL._SX317_BO1,204,203,200_Mi è capitato questo libro tra le mani quasi per caso, non è recentissimo avverto è uscito per la Fanucci nell’ottobre del 2005, ma devo dire che mi sono chiesta come fosse possibile che in tutto questo tempo non abbia mai sentito parlare di Boston Teran. Davvero una rivelazione.
Ma partiamo dall’inizio.
L’abisso della solitudine è innanzitutto la storia di una vendetta, la vendetta di un uomo John Victor Sully, sceriffo anonimo della contea di Los Angeles, che per ironia del caso finisce al centro delle macchinazioni di una banda di criminali che prima costruiscono delle prove a suo carico e poi lo vogliono morto. Ad occuparsi dell’incarico mandano un killer spietato, crudele, fatto di anfetamine, una donna Dee Storey che decide di portare con se la figlia tredicenne Shay per insegnarle cosa significa uccidere.
Ma tutto non va come previsto.
Sully è un osso duro, pure se sopraffatto, ferito, sepolto nel deserto, trova la forza di emergere dalla sua tomba, di sopravvivere. Comunque non potendo discolparsi dall’accusa di colpe non commesse decide semplicemente di sparire, attendendo il momento per vendicarsi e riscattare il proprio nome. L’occasione gli arriva undici anni dopo quando il destino riporta sulla sua strada sia Dee Storey, che sua figlia,  ma questa volta le cose andranno diversamente, Sully ormai ha cambiato nome si fa chiamare Victor Trey, tutto è cambiato tranne gli abissi più oscuri del cuore umano pronti a sanguinare rabbia e disperazione.
L’abisso della solitudine è una scheggia impazzita tra il pulp e il noir, la storia di una vendetta con personaggi sopra le righe e bizzarri che difficilmente si dimenticheranno. I dialoghi sono acidi, fulminanti, pieni di feroce ironia. La solitudine e soprattutto la violenza filo conduttore di tutta la storia è descritta quasi al rallentatore in un montaggio di immagini iperrealistiche e sgranate. Non c’è redenzione ne possibile riscatto, tutti i personaggi sono vinti e battuti e in questo l’anima noir del libro accresce la tensione creata magistralmante e alimentata da uno stile diretto, allucinato, al vetriolo, pieno di accelerazioni, di scoppi improvvisi.

L’abisso della solitudine di Boston Teran Collana  Dark , Fanucci Editore, pag. 463 , traduzione di Umberto Rossi.

Boston Teran è lo pseudonimo di uno scrittore statunitense. È nato nel South Bronx, a New York. Vive a Los Angeles. È diventato famoso con il suo primo romanzo “Dio è un proiettile”, (“God is a Bullet”, 1999) un thriller noir, crudo e spietato ambientato nella California della fine del XX secolo. Teran ha vinto importanti premi tra cui il premio “Winner of the 1999 Stephen Crane Literary First Fiction Award” per il suo primo romanzo “God is a Bullet”. Ha ottenuto anche delle nomination in altre competizioni letterarie

:: Recensione de Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2010

Il porto degli spiritiDomarő è un luogo che non è tracciato sulle carte nautiche, una piccola isola a nord di Stoccolma, vicino alla terra ferma, al limite del mare aperto, un angolo misterioso di Svezia fatto di ghiaccio e neve. A Domarő si erge il faro di Gåvasten che domina il villaggio vecchio, il piccolo porto, la cappella, la campana che avverte dell’arrivo delle tempeste. Tutto è pace e bellezza a Domarő, un rassicurante luogo in cui portare la famiglia in gita e Anders, Cecilia e la piccola Maja sono una famiglia, una famiglia felice piena di tenerezza e calore. Poi un giorno di febbraio un avvenimento inspiegabile giunge inatteso a rovinare la pace, a frantumarla come uno specchio in tante schegge scintillanti. Anders, Cecilia e Maja escono per fare una piccola gita fino al faro di Gåvasten, il vecchio faro di pietra simbolo solitario dell’isola. Avevano aspettato tutto l’inverno una giornata luminosa e serena come quella per andarci. Il vento si era placato, la neve scintillava ovunque in un accecante biancore e nessun pericolo sembrava dare pensiero. Il ghiaccio sotto gli sci era spesso, il cielo terso e rassicurante. Ad attenderli la porta del faro è aperta, possono entrare e visitarlo. Salgono la scala che porta al riflettore, il cuore del faro, le pareti circolari sono interamente in vetro, sembra di essere sospesi nel cielo e da li il panorama è mozzafiato. Maja con gli occhi e le mani schiacciate contro il vetro indica qualcosa sul ghiaccio, qualcosa che solo i suoi occhi possono vedere e un attimo dopo lascia i genitori per controllare la cosa o la persona misteriosa che ha appena visto. Da quel momento la piccola Maja svanisce nel nulla. Anders e Cecilia la cercano ovunque ma sembra quasi che sia stata inghiottita dal ghiaccio, pure le impronte sembrano scomparse. Sembra impossibile ma della bambina non c’è più alcuna traccia. Anni dopo Anders ormai quasi alcolizzato, con un matrimonio distrutto alle spalle, torna sull’isola come ubbidendo ad uno oscuro richiamo, non ancora rassegnato, sempre in cerca della sua bambina. Avvenimenti strani e minacciosi iniziano a costellare la sua indagine, inquietanti presenze popolano l’isola e solo indagando sul suo passato arriverà a scoprire che l’amore è una forza che supera ogni ostacolo e che fa attraversare anche gli abissi del mare e il regno dell’altrove pur di liberare la piccola Maja e riportarla alla realtà. Il porto degli spiriti appena uscito per Marsilio è il terzo romanzo dopo Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi, di John Ajvide Lindqvist autore di culto scandinavo che a differenza dei suoi celebri colleghi interessati al poliziesco puro esplora il sovrannaturale con venature horror di notevole impatto emotivo. La trama è semplice si parte dalla scomparsa di una bambina per indagare su gli abissi di orrore e disperazione in cui cala un padre non rasseganato a perderla. Le frequenti incursioni nel sovrannaturale sono così immediate e spontanee che quasi ci fanno dimenticare che stiamo toccando le dimensioni dell’impossibile. Lo stile è limpido, a tratti brillante e poetico seppure utilizza un linguaggio semplice e diretto che ricorda il migliore King. Il protagonista Anders poi raggiunge quasi una dimensione epica nel suo ergersi contro le forze oscure che dominano gli abissi del mare e dell’inconscio. Con apprensione e tifando per lui seguiamo la sua indagine immersi nell’atmosfera inquietante, se non proprio angosciante dell’isola, e arriviamo allo stupendo finale sconcertati e nello stesso tempo avvolti da un che di liberatorio.

Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist, Marsilio editore, collana Farfalle, brossura,  2010, 493 pagine, traduttore Giorgio Puleo, prezzo di copertina 19,00 Euro.

:: Recensione di La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg

31 Maggio 2010

Venite a Fjallbacka, un incantevole angolo di Svezia di fronte all’arcipelago, dove regnano pace e tranquillità. Beh forse non d’estate, quando i turisti sciamano a frotte e trasformano il piccolo paesino di pescatori in un villaggio turistico. Ma gli altri nove mesi, ah c’è silenzio, pace , bellezza. Anche se diciamolo Fjallbacka non è più come un tempo, quando la pesca delle aringhe era l’unico mezzo di sostentamento e l’asperità dell’ambiente e la continua lotta per la sopravvivenza aveva forgiato una popolazione temprata e forte.
Certo ora Fjallacka è solo più un luogo pittoresco per turisti danarosi, ma i vecchi sognano come era allora  e dopo tutto d’inverno la neve scintilla e l’unico rumore che sentireste sarebbe quello del vostro respiro. Ma come David Lynch ci ha insegnato spesso le piccole città di provincia nascondono un lato oscuro, dietro le tendine inamidate delle simpatiche casette di legno piene di mobili di betulla dipinti di bianco. Spesso vicende strane e inquietanti trovano vie misteriose per manifestarsi e non è sempre facile indagare sui numerosi segreti degli abitanti del luogo.
Certo c’è un mondo di facciata, perfetto, edulcorato, patinato, costruito su misura per ben figurare a servizio del temibile “ quel che dice la gente”.
Erica Falck lo sa bene che queste sono le regole del villaggio, e quando si trova a scoprire il cadavere di Alexandra sua amica di infanzia immersa nel ghiaccio della sua vasca da bagno con i polsi tagliati in una pantomima che dovrebbe far pensare a tutti ad un suicidio beh un po’ della vernice perfetta che ricopre ogni cosa a Fjallbacka inizia a scrostarsi, a rivelare crepe, ragnatele che in controluce non si vedevano, perché niente è come sembra e la polvere che si nasconde sotto il tappeto basta un colpo di vento per farla disperdere. Segreti incofessabili tornano alla luce, e l’acqua limpida del mare che scintilla nell’arcipelago da cartolina diventa ben presto un acquitrino, un pantano di delitti, di odio e di vendetta.
La principessa di ghiaccio folgorante libro di esordio di Camilla Lackberg è ora disponibile in Italia grazie a Marsilio e all’ottima traduzione di Laura Cangemi, primo in patria di una lunga serie di sette titoli, tradotto in più di 24 lingue, vanta già milioni di lettori sparsi per il mondo.
Nell’onda lunga del giallo scandinavo, ormai una vera  e propria scuola di pensiero, la Lackberg è accomunata a nomi come Stieg Larsson e Henning Mankell, se non addirittura alla regina incontrastata del giallo inglese dame Agatha Christie, cosa che farà sicuramente sorridere i puristi ma un fondo di verità ci dovrà pur essere se no non si spiegherebbe l’incredibile successo di vendite raggiunto. Innanzitutto è un libro di facile lettura, le pagine scorrono fluide e non si ha la tentazione di saltare capitoli interi per arrivare alla conclusione anche se è da notare che i capitoli in questo libro non ci sono affatto.
C’è molta attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori o che compaiono anche una sola volta, una spruzzata di indagine psicologica per spiegare motivazioni, antefatti, intrecci e un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena che rendono la trama tutt’altro che scontata o monotona. A differenza dei succitati Larsson e  Mankell la Lasckberg da molto spazio al lato sentimentale della vicenda dedicando pagine intere alla storia d’amore tra la protagonista e Patrick Hedstrom il fascinoso poliziotto, amico di infanzia, con cui porta avanti l’indagine.
A mio avviso la bellezza del libro non risiede tanto nel lato thriller della vicenda, ma soprattutto nel fatto che un romanzo di genere dove il delitto e l’indagine sono più che altro un pretesto per parlare d’altro, per svelare il lato oscuro, il cuore nero, di una società quella svedese solo apparentemente solare e rassicurante.

:: Recensione di Acquaragia di Stefano Domenichini a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2010

StefanoAllora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.

Leggendo la raccolta di racconti contenuta in Acquaragia sembra infatti di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio multicolore  ed esplorare stati di coscienza alterati a bordo del Volksvagen bus, elemento caratteristico della cultura hippy, che campeggia in copertina decorato con fiori e simboli della pace. La scrittura è anarchica, la totale libertà espressiva ricorda quei racconti umoristici un po’naif che traggono le loro radici dai racconti surreali della tradizione hiddish .

Domenichini passa con elegante ironia dal nonsense più estremo, pericolosamente in bilico con l’assurdo, alla favola, alla filastrocca infantile, al grottesco, sperimentando vari registri linguistici e non disdegnando un soffio di poesia come quando racconta con tenerezza la storia d’amore tra due bambini. Se ci interroghiamo sul perché le donne sposano dei cretini, se fantastichiamo con la biografia non autorizzata del dottor Gibaud o se scopriamo gli effetti esilaranti che produce una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d’America non può non sfuggire un sorriso perché così è la vita, bizzarra, bislacca, eccentrica, il buffo spesso convive con il tragico, il commovente e ancora più spesso tra il ridere e il piangere non c’è poi così tanta differenza.

Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.

:: Intervista a Jacopo De Michelis responsabile della narrativa della Marsilio Editori a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2010

indexBenvenuto Jacopo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Parliamo di te. Chi è Jacopo De Michelis?

Ho 42 anni, sono sposato con un figlio, laureato in filosofia, nato a Milano, da cinque anni vivo a Venezia. Lavoro in Marsilio come responsabile della narrativa e insegno narratologia alla Naba di Milano.

Responsabile della narrativa di Marsilio Editori, editor, traduttore, consulente editoriale, hai un curriculum di tutto rispetto per essere così giovane. La scrittura in un certo senso è tutta la tua vita; cosa in realtà ami di più fare?

Più che la scrittura, la lettura. Sono in un certo senso un lettore professionista. E quello che amo fare è precisamente ciò che faccio. Il mio è un lavoro che si può svolgere solo se mossi da una grande passione, un’ossessione quasi, perché lo spunto per un buon libro può nascere in qualsiasi momento e occasione della giornata, bisogna tenere le antenne drizzate ventiquattrore su ventiquattro.

Sei sicuramente un sensibile talent scout. Cosa deve scattare secondo te perché  un autore esordiente diventi tra virgolette di successo?

Posso dire cosa deve scattare perché mi venga voglia di pubblicare un esordiente: devo sentire nel testo una voce autentica, personale, originale, e devo trovarci una storia capace di coinvolgere il lettore e di suscitargli delle emozioni. Quanto al successo, è  determinato da fattori così aleatori e imprevedibili che è  impossibile darne la ricetta. Il successo, diceva qualcuno, è un participio passato, lo si riconosce solo dopo che è arrivato, se ne può parlare solo ex post.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte e diventare anche scrittore?

Credo che chiunque faccia questo lavoro prima o poi abbia ceduto alla tentazione di scrivere, ma passare buona parte delle mie giornate a stroncare le aspirazione letterarie altrui mi ha reso iper-critico verso le mie.

Alla Marsilio avete un catalogo di tutto rispetto per una casa editrice medio-piccola. Quali sono i segreti che vi hanno permesso di raggiungere un tale obbiettivo di prestigio. La cura dei dettagli, l’amore per il rischio, la fortuna? Suggeriscimi tu altre motivazioni.

In parte quelli che hai citato, tranne il rischio: per arrivare a festeggiare cinquant’anni di attività come farà l’anno prossimo la Marsilio, è molto più importante la virtù della prudenza. E poi: passione, fiuto, impegno, determinazione, rigore. E comunque, negli ultimi anni grazie a una crescita straordinaria siamo diventati una casa editrice medio-grande, e faremo di tutto per restarlo!

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

La rete è il terreno d’elezione in questo senso: attenzione verso blog e siti letterari, presenza sui social network, i booktrailer che siamo stati la prima casa editrice in Italia a utilizzare, ecc. Con che risultati? Posso citare due casi a titolo di esempio: Studio illegale di Federico Baccomo alias Duchesne, un romanzo nato da un blog che ha venduto 30.000 copie e diventerà presto un film, e L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi, un thriller d’esordio giunto alla seconda edizione quasi esclusivamente grazie agli entusiastici apprezzamenti ricevuti da siti e blog letterari e al passaparola in Rete.

Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

In parte cerchiamo di pubblicare anche libri che possano incontrare i loro gusti, in parte cerchiamo di promuoverli con un linguaggio e delle modalità diversi da quelli tradizionali, che riescano a suscitare il loro interesse. Ma è assai difficile, confesso.

Il mercato editoriale sta per essere travolto dal digitale e dalle nuove tecnologie. Come vi state preparando a questo grande balzo? L’ebook sostituirà davvero il libro di carta?

Innanzitutto stiamo aggiornando tutti i contratti dei libri che ci interessa pubblicare in edizione elettronica. Dal punto di vista tecnico, saremo facilitati dalla partecipazione a Edigita, la piattaforma di distribuzione digitale creata da RCS (gruppo di cui facciamo parte), Feltrinelli e Gems/Messaggerie. Da alcuni mesi poi abbiamo istituito un gruppo di lavoro, che studia la questione, formula e valuta nuove idee e progetti ecc. E’ possibile che prima o poi l’ebook sostituirà del tutto il libro, ma credo che ci vorrà molto tempo, si tratterà di un passaggio generazionale. Certo è che in tempi brevi si ritaglierà una fetta del mercato, per cui sarà importante esserci fin da subito e sapersi muovere nel modo giusto.

Il giallo scandinavo e più precisamente svedese sta vivendo un vero e proprio boom ed è ricordiamolo un tratto distintivo della Marsilio. Pensate che questo fenomeno durerà ancora nel tempo e si consoliderà? Quali sono i nuovi autori scandinavi su cui puntate?

Credo che in questo momento la situazione del giallo svedese sia paragonabile al culmine di una bolla speculativa. C’è oggi una frenesia e direi quasi un’isteria al riguardo, si pubblica praticamente qualsiasi cosa venga da quell’area, presentandola con toni a dir poco enfatici. E come tutte le bolle più prima che poi si sgonfierà. La moda passerà, ma gli autori davvero validi resteranno. Noi continuiamo a puntare su tutti gli autori già presenti nel nostro catalogo, Henning Mankell e Camilla Lackberg in primis, di cui in autunno pubblicheremo due nuovi romanzi. E poi a gennaio 2011 uscirà la nostra nuova grande scoperta, un libro non ancora pubblicato neppure in Svezia i cui diritti di traduzione sono già stati venduti dopo aste accanite in 14 paesi: si tratta di La stella di Strindberg di Jan Wallentin (http://www.bonniergroupagency.se/1100/1100.asp?id=3812), un romanzo davvero strepitoso tra Il senso di Smilla per la neve, Il codice Da Vinci e i Viaggi straordinari di Jules Verne. 

Parliamo del lavoro dell’editor. Esiste una scuola che formi gl
i editors? Quali sono le doti principali richieste per questo difficile mestiere molte volto poco considerato? Consiglieresti ai giovani di intraprendere questa carriera?

Esistono buoni master per redattori editoriali, ma l’editor è un mestiere sotto molti aspetti artigianale, che si impara facendo una lunga gavetta. La dote principale è il fiuto: la capacità di intuire le qualità letterarie e le potenzialità commerciali di un testo. Lo consiglierei sono a chi fosse molto intraprendente, determinato, e spinto da una fortissima e profonda motivazione.

Parliamo degli errori più frequenti che rilevi nei manoscritti degli esordienti che a volte inficiano anche lavori con buone potenzialità. 

L’errore in assoluto più frequente – e più grave – è quello di non avere costantemente presente che si scrive per dei lettori, pochi o tanti che possano essere. Chi non lo fa ha ottime chance di non venire letto da nessuno.

Tra i vostri titoli di punta del 2010 c’è sicuramente Cella 211 di Fransico Perez Gandul, un libro interessante, innovativo, scritto da diverse prospettive, anche difficile per certi versi. Vi sta dando soddisfazioni?

Cella 211 è indubbiamente un ottimo thriller, originale e di qualità, e sta andando discretamente, anche se lo scarso successo avuto in Italia dal film (che in Spagna era stato una clamorosa rivelazione) ha dato al libro una spinta minore di quello che speravamo.

Sinceramente cosa ne pensi dell’ editoria a pagamento? Consiglieresti ad un autore esordiente per esempio di autoprodursi?

L’editoria a pagamento non è editoria, sconsiglierei decisamente.

Cosa bolle in pentola alla Marsilio? Progetti per il futuro?

Tanti altri buoni libri. Mi limito a citarne uno piuttosto curioso in quanto è già un caso a diversi mesi dalla pubblicazione (prevista per settembre): si tratta de L’eroe dei due mari dell’esordiente Giuliano Pavone.

:: Recensione di I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin (Scrittura & Scritture 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2010

LeoniIn una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin,  scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora  a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.

I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin Scrittura & Scritture collana Catrame pagine 404, 2009, Euro 13,50.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova. Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per la lettura, si aggiunge la curiosità per la storia. Quando, con un racconto, vince un premio letterario, le viene il sospetto che forse può mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Così, mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, ha scritto Le righe nere della vendetta (2011) e Un sicario alla corte dei Gonzaga (2014), entrambi pubblicati da Scrittura & Scritture.