Fino a che punto può spingersi l’arte? Quali sono i confini che separano il lecito dall’illecito, la sete di gloria, di oro, il desiderio smodato di superare se stessi, di trascendere, di sconfinare al di là del possibile? Hao Myung è un chirurgo plastico cinese, un uomo pericoloso, un uomo che vuole trasformare il corpo umano in tante tragiche opere d’arte, forzandone i contorni, violentandone la natura, per accrescere la sua fama, il suo genio, per non avere limiti e imposizioni. Il suo progetto scellerato necessita di un appoggio, di finanziatori che diano concretezza ai suoi vaneggiamenti, di un mecenate, di una struttura che ne gestisca la logistica e Hao Myung è un uomo dannatamente fortunato e li trova, trova Metafisica, un’associazione internazionale che in cambio dell’esclusiva gli permette di creare la sua personale galleria d’arte o meglio dire galleria degli orrori. Hao Myung cerca i suoi corpi tra i suoi pazienti, tra persone che detestano se stesse e cercano il loro vero fine ultimo, la loro essenza. E così è Ester, la splendida e bellissima Ester, che accetta questo patto infernale, accetta di diventare l’opera numero sei. Ma qualcuno non ci sta, i suoi genitori vogliono salvarla, trovarla, riportarla a casa, così Ivan si mette sulle sue tracce, il temibile Ivan, una spia delle spie, un uomo solo contro tutti, ma la sua lotta è impari specialmente perché la ragazza non ha nessuna voglia di essere salvata e vuole sublimarsi, diventare arte. Opera sei, strano libro di esordio di David Riva, è un ibrido, in bilico tra l’horror, la fantascienza, il thriller gotico, il saggio metafisico e ci porta in un mondo alternativo, un mondo dove l’orrore è voce del quotidiano e l’arte una quarta dimensione onrica e distorta. Edizioni XII ama rischiare, scommettere sui giovani, portarci in una terra di nessuno in cerca del fantastico, della meraviglia. Lo stile è crepuscolare, nero, pieno di sublimazioni distorte e tragiche. Si parla di bellezza e di percezione, di un qualcosa di effimero e nello stesso tempo terribilmente reale, di quel demone forse inconscio che spinge l’autore a creare una rivisitazione di Frankestein. Segnalo l’interessante copertina degli artisti di Diramazioni.
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:: Recensione di Opera sei di David Riva (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone
14 Maggio 2010:: Recensione di Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone
7 Maggio 2010
Dieci anni fa, sembra ieri ma ormai sono passati già dieci anni, moriva a Marsiglia Jean Claude Izzo e per celebrare questo anniversario Perdisa ha deciso di dedicargli una monografia che inaugura la collana “Rumore Bianco” creata e diretta da Luigi Bernardi. Ogni storia d’amore è unica a suo modo e racchiude sempre qualcosa di tragico perché l’amore è fatto così se è autentico, vero. Conobbi Jean Claude Izzo attraverso i suoi libri e me ne innamorai per una ragione semplicissima non potevo farne a meno. Leggendo Jean Claude Izzo- Storia di un marsigliese della giornalista e scrittrice Stefania Nardini ho provato uno strano senso di deja vu, una fortissima nostalgia e mi sono accorta che le ragioni di un amore possono essere molteplici ma ci accomunano in maniera impressionante. Jean Claude Izzo era un uomo che viveva la scrittura con passione, la stessa passione che metteva nel suo impegno politico o nel suo amore per le donne. “Jean Claude Izzo era un uomo che portava con sé un mistero”. Ecco penso sia questa frase ad avermi dato la certezza che ciò che sfugge alla nostra comprensione è sempre la parte che ci manca e dalla quale siamo inarrestabilmente attratti. Che Jean Claude Izzo sia uno tra i più grandi autori di noir mai esistiti, il padre del noir mediterraneo poco importa, pochi non conoscono la sua trilogia marsigliese composta da Casino Totale, Chourmo – Il cuore di Marsiglia e Solea, e i suoi due romanzi Marinai perduti e Il sole dei morenti a mio avviso il più bello e dolente, ciò che veramente lascia il segno e oltrepassa l’indifferenza e la mediocrità e che Izzo era una persona autentica, con pregi e difetti, che non si mascherava per apparire migliore ne recitava la parte del grande scrittore, del giornalista e del poeta. Era tutte queste cose più molte altre ancora non ostante la sua breve vita, fa rabbia perché il cancro se lo portò via a soli cinquantacinque anni, morendo infatti così giovane lasciò un vuoto, uno strappo triste come una promessa non mantenuta e Stefania Nardini questo l’ha capito e nel suo omaggio, struggente e poetico come una dichiarazione di amore, si allontana dalle solite monografie, o biografie e abbraccia tanti generi diversi identificando l’uomo con Marsiglia la città simbolo per molti versi dell’universo Izziano. Ad impreziosire questo volume, cesellato come uno scrigno, testi inediti e per la prima volta tradotti in italiano dallo stesso Bernardi, tra cui brani delle sue poesie, e le bellissime illustarzioni in bianco e nero di Ivana Stoyanova. Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini Perdisa Pop collana Rumore Bianco, 2010, pagine 174, Euro 14,00
:: Intervista a Francisco Pérez Gandul a cura di Giulietta Iannone
6 Maggio 2010
Benvenuto Francisco su Liberidiscrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori italiani: nato a Siviglia nel 1956, sceneggiatore, scrittore, giornalista. Vuoi aggiungere qualcosa?
Cantastorie, paroliere di canzoni popolari, inventore di giochi per bambini … Lo sai che ho brevettato un album di figurine sui cui fogli il bambino può incollare le immagini e riprodurre una vera partita di calcio. L’album del 21 ° secolo. Sto cercando un agente in Italia per vendere l’album alla Panini, vuoi essere tu?
Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupi prevalentemente, per quali giornali scrivi, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare lo scrittore?
Sono essenzialmente un giornalista e sono diventato scrittore essenzialmente per vendetta, poiché non volevo rimanere legato alla realtà, caratteristica imposta dalla mia professione, ma volevo sognare, immaginare, scrivere fiction tutte cose che non avrei potuto fare scrivendo per un giornale.
Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?
No, no, no, il romanziere ha diritto di essere un bugiardo compulsivo. Quale gioia poter mentire liberamente ed essere lodato proprio per quanto lo fai bene!
Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti, i classici spagnoli come Don Chichotte della Mancia di Cervantes? Come è stato crescere nella Spagna degli anni 50?
Ero un bambino solitario che amava specialmente leggere: fumetti, Enyd Blyton, Verne, Salgari, Stevenson, poi i classici non solo Don Chichotte ma anche Quevedo con il suo meraviglioso “El Buscon”. Poi amavo Frederic Forsythe, Lapierre e Collins, Follet di ieri e di oggi, Arturo Perez Reverte e Andrea Camilleri, Paul Auster e chiunque avesse una buona storia e la raccontasse bene.
Parlaci ora della tua città Siviglia. Che cosa ami di più, ci sono luoghi che ti commuovono, irritano, fanno innamorare?
Siviglia è come dico sempre la Firenze della Spagna devastata dai sivilliani. C’è stato un tempo in cui il suo patrimono artistico non fu protetto e furono commesse tali atrocità che oggi ci impediscono di avere una città da sogno. Ma è veramente molto bella, conserva molti posti dove è piacevole camminare facendoti sentire il depositario di molte culture e delle parole e dei fatti di molti grandi personaggi. E’ una città che cattura il cuore nonostante i suoi grandi difetti.
Parlaci dei tuoi studi. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Era un tuo sogno fin da ragazzo o i tuoi genitori ti hanno educato con il mito del posto fisso?
Sin da quando ero ragazzo ho scritto e letto in maniera compulsiva. E’ divertente, il giornalismo invece di esacerbare la mia passione per la lettura e la scrittura mi ha reso per un po’ indifferente. Io ero, e sono, un giornalista sportivo e sono stato per anni ossessionato dal mondo e dal mio lavoro tutti fatti che mi hanno tenuto in un certo senso lontano dai libri. Oggi che sono un editorialista ho recuperato la gioia di leggere e scrivere.
Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?
Ho scritto una storia che mia ha ronzato per la testa per tre anni poi ho fatto il classico giro di porta in porta domandando un’ opportunità. Io credevo in Cella 211 e sapevo che era una grande storia. Poi non sono una persona che da consigli, solo mi piacerebbe dire ai giovani di fare quello che amano e di crederci. Ciò non gli aprirà ogni porta, ma li farà felici.
Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?
Tutti gli scrittori della mia adolescenza che mi hanno invogliato a continuare a leggere.
Che libro stai leggendo attualmente?
Sto leggendo “The Music of Chance” di Auster. Ho così tanta pace nella mia vita che ho bisogno di un po’ di movimento.
Parliamo adesso del tuo romanzo di esordio Cella 211, un thriller carcerario, duro, disturbante, la storia di un uomo qualunque che all’improvviso si trova in una situazione etrema e deve fare di tutto per sopravvivere e riacquistare la libertà. Cos’è la libertà per te? Il tuo romanzo in un certo senso vuole essere un inno alla libertà?
Libertà? E’ una cosa impossibile, un’utopia, si è sempre legati a qualcosa o a qualcuno. In realtà siamo tutti colpevoli di qualcosa e tutti viviamo in una sorta di libertà condizionata. La verità è che è certo più difficile per molte persone che sono chiuse fra quattro mura o che sono portatori di handicap che gli impediscono di muoversi liberamente. Cella 211 è una finzione, non ha altro scopo che intrattenere. Dal momento che i politici si sono appropriati dell’inno alla libertà preferisco non cantare questa canzone.
Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare delle carceri, parlare con i prigionieri?
No, non mi sono documentato affatto. Devi ricordare che volevo fuggire dal giornalsimo. Non avevo bisogno di descrivere un carcere, ciò avrebbe distratto l’attenzione del lettore. Tutto quello che volevo fare era raccontare la lotta per la sopravvivenza di un uomo incarcerato per sbaglio e per fare ciò erano sufficienti i sentimenti che sentivo in me.
Juan Oliver è in un certo senso il protagonista principale, un ragazzo a posto, timido, con una famiglia, dei valori che all’improvviso si trasforma, subisce quasi una metamorfosi, cambia pelle come un serpente. Pensi che realmente l’ambiente in cui viviamo abbia questo potere o Juan aveva già in sé i germi di questo cambiamento?
Tutti noi abbiamo un animale dentro, può essere domestico o selvaggio a seconda dell’ambiente in cui viviamo o degli avvenimenti che ci capitano. Sono convinto che solo noi conosciamo noi stessi, i nostri limiti, solo noi lasciamo emergere il male quando siamo di fronte a situazioni estreme. In queste situazioni infatti non conta l’educazione che abbiamo ricevuto, la nostra morale, niente conta tranne la nostra intelligenza al servizio della sopravvivenza.
Il personaggio che mi ha più colpito personalmente è Malamadre, un uomo violento, duro con tratti inaspettatamente infantili, dubbi, fede nell’amicizia. E’ un perosnaggio sorprendente, molto sfaccettato e complesso. Come è nato questo personaggio?
Siamo tutti un poco poliedrici, non sei d’accordo? Malamadre è un semi analfabeta, rozzo, violento ma ha anche trascorso più di metà della sua vita rinchiuso in un carcere, conosce solo il suo lato oscuro, deve essere forte per mantenere la sua integrità fisica. Quando incontra Juan Oliver le personalità entrano in conflitto. Il giovane ha la meglio sul veterano e la tenerezza, la fiducia, la cieca fedeltà che Malamadre non ha mai ricevuto è come se li incontrasse per la prima volta. Non avevo nessun modello per Malamadre, forse è solo un’ esagerazione di noi stessi.
Nel tuo romanzo affronti temi seri come le condizioni dei prigionieri nelle carceri, il fatto che ad una loro possibile rieducazione nessuno ci creda veramente, parli del potere molto spesso corrotto, del terrorismo dell’Eta. Era tuo intento fare discutere, porre degli spunti di riflessione al lettore?
La letteratura spagnola e il cinema sono sempre stati estremamente politicizzati così almeno mi sembrava. E’ abituale che il messaggio che si vuole trasmettere prevalga sulla qualità della storia. Io ho cercato di evitarlo. Io discuto questi temi, suggerisco al lettore di discuterli, di prendere le sue posizioni, non impongo le mie. Se avessi voluto vendergli qualcosa sarei diventato un politico.
In che misura il “prison movie” statunitense ha infleunzato la stesura del tuo libro?
Il cinema e la narrativa poliziesca americana mi hanno molto influenzato, specialmente il cinema, Eastwood o Lancaster nei film su Alcatraz sono indimenticabili per me. Ad essere onesto sono sempre stato interessato a questo genere ma il fatto che ho fatto il mio debutto in letteratura proprio con un dramma carcerario è del tutto casuale.
Ad un tuo personaggio fai dire :”La parola ha un potere tale che chi la padroneggia ha in pugno l’arma più sofisticata del mondo”. Quanto questa afferamazione si adatta al tuo lavoro di scrittore?
La parola ammettiamolo è un’ arma sofisticata. Io mi considero più un giornalsita che uno scrittore e sono in un certo senso intimidito quando mi chiamano romanziere. Poi si sa Stendhal o Vargas Llosa sono romanzieri, io sono al limite un narratore maldestro.
Sei rimasto soddisfatto della trasposizione cinematografica di Cella 211? Se avessi scritto tu la sceneggiatura saresti rimasto più fedele al libro, avresti reso più camaleontico il personaggio di Juan Oliver e meno macho Malamadre?
Sì, penso che abbiano fatto un buon adattamento del romanzo, soprattutto fedele, che poi è la ragione per cui il romanzo ha avuto successo. Non mi piace discutere su cosa avrei tolto o aggiunto nello script. Penso che sarebbe una sorta di mancanza di rispetto nei confronti di Daniel Monzon e Jorge Guerricaechevarria, i quali hanno fatto un grande lavoro, dico solo che il finale del romanzo a mio parere mi sembra più giusto per Malamadre e Juan Oliver.
Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai per la Fiera del libro di Torino a maggio?
Amo l’Italia. Il caos di Roma, la serenità di Firenze, il paese delle meraviglie di Venezia, anche le colline di Siena! Sono anche un tifoso della Fiorentina! Se verrò inviatato a Torino, perché no. Non so ancora. In realtà non conosco molto la tua terra.
A che libro stai lavorando in questo momento, puoi anticiparci qualcosa?
Nel mio secondo romanzo cambierò una prigione con il mondo finanziario e sono proprio pronto per trattare questo nuovo argomento. Per favore sottolinealo in rosso perché sarà un successo sia in Spagna che in Italia.
:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone
2 Maggio 2010
In un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene, abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile. Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare, a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.
:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone
28 aprile 2010
Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.
:: Intervista a Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone
24 aprile 2010
Benvenuto Olle su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Puoi dirci qualcosa di te, i tuoi studi e il tuo background?
Vivo con la mia famiglia a Lund, città universitaria vicino a Malmo, nel sud della Svezia. Mia moglie Ylva è un giudice e ho due figli, Fredrika, 22, e Jens 20. Sono cresciuto a Tomelilla, un piccolo paese nelle campagne, dove si svolge gran parte del mio romanzo. Dopo il servizio militare ho studiato legge, infatti avevo deciso di diventare un avvocato per i più poveri. Ma ho cambiato idea e sono diventato un giornalista. Adesso lavoro per il quotidiano Sydsvenska Dagbladet, e faccio il corrispondente politico in Svezia, Europa e Medio Oriente.
Raccontaci qualcosa della tua infanzia.
Sono cresciuto in una famiglia borghese. Mio padre era un ingegnere e mia madre una casalinga. Mia sorella ha tre anni più di me. Da adolescente ho fatto un sacco di sport. Tennis e calcio. Da giovane per la prima volta mi resi conto di quante ingiustizie sociali ci sono. E ho anche potuto sentire istintivamente la maledizione della cittadina: la paura e l’ansia per l’ignoto, le cose che non vanno.
Perché sei diventato uno scrittore?
Come ho già detto, prima di tutto sono diventato un giornalista. Per molti anni mi sono occupato unicamente di scrivere per i giornali e lo faccio tuttora. Ma dopo venti anni di giornalismo ho voluto provare un nuovo modo di raccontare storie. Il buon giornalismo consiste nel raccontare storie. Storie vere. Nel romanzo si può inventare, ossia se vogliamo dire bugie, anche se bisogna tuttavia far si che la storia che raccontiamo sia credibile.
Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.
Quando avevo circa vent’anni ho scritto una breve storia di un uomo su un treno che colpisce un alce. Era una storia veramente assurda. Ma è stata pubblicata in un’antologia. Poi mi sono concentrato sul giornalismo per molti anni fino a quando “Det som ska Sonas” è stato pubblicato l’anno scorso.
Ti sei ispirato ad eventi reali?
Sì e no. Penso che questa storia sia cresciuta in me per diversi anni fino a quando improvvisamente l’ho potuta scrivere. Che si svolga nella mia città natale Tomelilla era inevitabile. Ma una cosa che mi costrinse a scrivere il romanzo ambientandolo proprio lì fu quando lessi sul giornale che Sverigedemokraterna – un partito xenofobo di destra con le radici nel movimento neo nazista – aveva tenuto una manifestazione proprio a Tomelilla il 1 ° maggio 2007, festa internazionale dei lavoratori.
Quali scrittori ti hanno influenzato?
Ho letto un sacco di scrittori diversi. In realtà non ho letto così tanti romanzi polizieschi. Kerstin Ekman, Torgny Lindgren e Hakan Nesser sono alcuni buoni osservatori della storia svedese. Oran Pamuk della Turchia. Paul Auster degli Stati Uniti. Quando ero giovane ho letto la trilogia finlandese dello scrittore Väinnö Linnas che parla della trasformazione della Finlandia da una società di aziende agricole profondamente ingiusta ad uno stato moderno. Ho imparato molto da quel libro.
Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio “Det som ska Sonas”. Pubblicato in Italia da Newton Compton con il titolo “Il Bambino della Città ghiacciata”.
Konrad Jonsson è un giornalista free lance, con sede a Berlino. In una missione a Baghdad, viene ucciso Mahmoud, e Konrad perde il suo interesse per la vita e torna in Svezia. Tornato a Malmo viene a sapere che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati uccisi in Tomelilla. Konrad ritorna così nella cittadina da cui era fuggito da ragazzo. Presto si rende conto che la polizia lo sospetta degli omicidi. Allo stesso tempo, Konrad inizia a pensare a quello che è realmente accaduto a sua madre biologica, una donna polacca di nome Agnes che scomparve quando Konrad aveva sette anni.
Ci sonoprogetti cinematografici tratti dal tuo libro?
No. Non ancora. Ma sono in attesa.
Ti piace la trilogia Millennium di Stieg Larsson? L’hai conosciuto?
Come giornalista ho avuto qualche contatto con Stieg Larsson, quando lavorava per la rivista Expo come esperto di neonazisti in Svezia. Ma non lo conoscevo personalmente. Come tutti gli altri trovo i suoi libri molto eccitanti.
Raccontaci qualcosa della tua Svezia.
Non ci sono gli orsi polari per le strade, almeno non al sud dove vivo. Normalmente abbiamo battuto l’Italia a calcio. Scherzi a parte, oggi la Svezia è un paese molto diverso da quando ero un bambino. Negli anni settanta siamo stati molto orgogliosi di avere il welfare più sviluppato del mondo. Oggi la rete di sicurezza sociale della Svezia è come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale. La Svezia è un paese diviso. Tra nord e sud. Tra la città e la campagna. Abbiamo avuto un grande immigrazione di rifugiati più di qualsiasi altro paese in occidente. Malmö, la città dove lavoro, ha ospitato più profughi iracheni che qualsiasi città USA. Abbiamo il Medio Oriente appena dietro l’angolo. Penso che sia una buona cosa, ma ovviamente significa anche un problema. Una cosa che la maggior parte degli svedesi hanno in comune è l’ amore per la natura dal Mar Baltico alle colline al di fuori Kivik dove ho una casetta, ed è un posto dove riesco a trovare veramente la pace.
Tu sei uno scrittore impegnato molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere crime?
In realtà non avevo in mente di scrivere un giallo. Più che altro volevo scrivere la storia di un uomo che cerca di trovare le sue radici in una piccola città. Naturalmente ci sono alcuni omicidi. Reati, in particolare gli omicidi, che spesso riflettono il conflitto finale tra le persone. E’ un romanzo che ha per tema i conflitti, e il genere crime è un valido strumento per utilizzarli.
Tu sei uno scrittore e un giornalista. Professioni molto diverse, ma forse c’è un filo conduttore, in grado di unirle?
Ci sono analogie. Entrambe trattano di storie. Bisogna indagare e scoprire come la gente pensa e perché agisce in un determinato modo. Persone reali nel giornalismo. Personaggi di finzione nel romanzo. Ma hai ragione. Si tratta di professioni molto diverse. E siccome faccio sia il giornalista che lo scrittore devo essere molto chiaro su come mantenere separate le due cose. I lettori del mio giornale, naturalmente, devono essere sicuri che ciò che scrivo è la verità e nient’altro che la verità.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Carsten Jensen. Un giornalista danese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo fantastico ambientato nella città di Marstal. Intitolato “Noi che affoghiamo”.
Che cosa è la libertà per te? Una utopia? Uno stato d’animo? La Svezia è un paese libero?
Penso che ogni libertà sia relativa. E così deve essere. La libertà può diventare un carcere. In Svezia spesso la libertà è usata come uno slogan politico. Ma un povero non è mai veramente libero. Penso comunque che la Svezia sia un paese abbastanza libero. È un paese laico, probabilmente uno dei più laici nel mondo. E questa è una buona cosa. La religione, in pratica, è spesso l’opposto della libertà, non da ultimo per le donne.
Conosci assai bene il Medio Oriente. Quale paese ha avuto maggiore impatto su di te?
Israele e Palestina. Gran parte della storia del mondo, tre religioni e molti conflitti moderni sono focalizzati in questa piccola zona di terra.
Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?
Vado sul posto. Parlo con la gente. Respiro l’aria e l’odore. E leggo molto.
Ti piacciono gli scrittori italiani contemporanei?
Ne ho letti alcuni e alcuni di loro mi piacciono molto. Elsa Morante. Roberto Saviano. E Nicolò Amaniti.
Ti piace l’Italia? Quando verrai nel nostro paese per presentare il tuo libro?
Ho fatto un sacco di vacanze in Italia e alcune volte ho visitato il tuo paese per lavoro. E ho sempre incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti. La cultura, il cibo, il vino e il calcio … Allo stesso tempo, l’Italia mi sta confondendo. La politica è molto difficile da capire. Penso che sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale avere un premier che controlli una così grande parte dei media.
A quali progetti stai lavorando ora?
Ho appena finito il mio prossimo romanzo. Sarà pubblicato in Svezia nel mese di settembre. Il titolo in svedese sarà: “Mike Larssons ha un grande cuore”. Ha per protagonista un uomo che viene rilasciato dal carcere e torna nella sua città natale (Tomelilla) per tentare di riconquistare il cuore e la mente di suo figlio di 14 anni . Lì incontra Amela, una rifugiata della Bosnia. La sua è una storia emozionante e divertente. Mi piace molto il personaggio di Mike, anche se molti lo considerano un teppista. Quando il mio primo editore mi ha mandato una e-mail dicendomi che leggendolo ha sia riso e che pianto, beh mi ha fatto molto felice.
:: Recensione di Maschera Bianca di Edgar Wallace (Polillo Editore 2010) a cura di Giulietta Iannone
20 aprile 2010
Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
La Polillo Editore con una passione da archeologo ha raccolto questi libri, a volte introvabili, a volte mai pubblicati in Italia, nella collana i Bassotti e ce li presenta pronti da collezionare e da leggere.
Già dissi che i classici delitti della camera chiusa non sono il mio forte ma ad un’occasione così non si può rinunciare, per cui inforco metaforicamente gli occhiali, mi siedo comoda e inizio a leggere. Senza andare in ordine cronologico pesco nel mucchio e inizio con il numero 37 “Maschera Bianca” 1930 di Edgar Wallace, portato sul grande schermo nel 1932 dal regista T. Hayes Hunter e interpretato da Hugh Williams, Norman McKinnell e Renèe Gadd.
Per le vie di Londra si aggira un ladro ineffabile, con il volto nascosto da una maschera bianca, entra nei ristoranti di lusso e alleggerisce le signore dei loro gioielli. I giornali ne parlano, il panico dilaga poi succede un fatto strano, anomalo: nel malfamato quartiere di Tidal Basin, non insolito scenario di risse tra ubriachi e delinquenti, un uomo misterioso viene pugnalato al cuore, un uomo assurdamente vestito da sera, un uomo senza identità di cui nessuno sembra saperne niente.
Anche i testimoni sono inaffidabili, nessuno ha visto niente o meglio non ha nessuna intenzione di dire cosa ha visto alla polizia. L’ispettore capo Mason chiamato ad indagare sul caso ha subito le sue perplessità e sente che i casi sono legati, ma come?, perché?, Quello che è certo è che il colpevole non ha scampo ed è solo questione di tempo.
Ecco questa in breve è la trama, non mancheranno poi giornalisti intraprendenti, belle ragazze dal cuore d’oro, dottori spiantati e senza il becco di un quattrino, misteriosi avvocati provenienti dal Sud Africa, anche solo per chi fosse curioso di conoscere un mondo che non c’è più, una Londra aristocratica e decadente, narrata da un Edgard Wallace ironico e disincantato al suo meglio.
Letto in meno di un giorno, lieto fine al cianuro.
Edgar Wallace (1875-1932), passato alla storia come “the King of Thrillers”, fu il primo scrittore a raggiungere lo status di vera e propria star. Era nato a Greenwich, in Inghilterra, figlio illegittimo di attori. Adottato da una famiglia di pescivendoli che aveva già dieci figli, Edgar crebbe con il nome di Dick Freeman salvo scoprire, all’età di 11 anni, le sue vere origini. Dopo una serie infinita di lavori di vario genere, a 18 anni si arruolò nel Royal West Kent Regiment per poi passare nei Corpi Medici. Corrispondente dal Sud Africa per la Reuters e per vari giornali inglesi e sudafricani durante la guerra dei Boeri, rientrò in patria nel 1900. Dopo vari infruttuosi tentativi di trovare un editore, nel 1905 pubblicò a proprie spese il suo primo romanzo, The Four Just Men (I quattro giusti). In meno di trent’anni scrisse oltre 170 libri, di cui più della metà di genere giallo, una ventina di drammi e centinaia di racconti e articoli. Popolarissimo fra i lettori – si dice che tra il 1920 e il 1930 su ogni quattro libri letti in Inghilterra uno fosse di Wallace – negli ultimi dieci anni di vita arrivò a guadagnare oltre 250.000 dollari l’anno, anche grazie agli innumerevoli film tratti dalle sue storie. Amante del lusso, del gioco e della vita sregolata, morì a soli 56 anni a Hollywood, mentre era al lavoro sulla sceneggiatura di King Kong, lasciando in eredità una montagna di debiti.
:: Recensione Solo Fango di Giancarlo Narciso (Edizioni Ambiente collana Verdenero, 2010) a cura di Giulietta Iannone
15 aprile 2010
Cosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.
:: Recensione di Six Shots di Alfredo Mogavero (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone
14 aprile 2010
Il weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano; facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare; siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.
:: Recensione de La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone
11 aprile 2010
Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
Avviso subito che non è il genere di letture che prediligo pur tuttavia anche se è essenzialmente una storia d’amore ambientata nel Giappone di metà Ottocento tra una missionaria americana Emily Gibson e un giapponese Genji ultimo discendente del clan Okumichi, devo dire che l’esperienza di lettura è stata davvero piacevole.
Comunque non è solo una storia d’amore, ci sono spruzzate fantasy, streghe, fantasmi, leggende che danno alla narrazione, a tratti poetica, nel più tipico spirito nipponico, una dimensione onirica e ricca di fascino.
La trama è tutto sommato semplice. Emily arriva in Giappone con l’incarico di tradurre in inglese la storia della potente dinastia di samurai sulla quale aleggia un’ inquietante leggenda: in ogni generazione uno dei suoi membri viene investito del dono della preveggenza. Emily con l’aiuto di Genji affronta l’impresa con dedizione e spirito critico, per nulla disposta a credere alle leggende finchè non scopre uno scrigno di pergamene che contengono messaggi indirizzati a lei e scritti dalla dama Shizuka, una donna misteriosa vissuta cinque secoli prima e da tutti considerata una strega per il suo potere profetico. Presto Gengji per proteggere Emily, di cui non ostante l’appartenenza a due mondi diversi si è perdutamente innamorato, sarà disposto a sacrificare tutto pur di salvarla.
Per essere una storia d’amore comunque non è affatto sdolcinata o melensa anzi ci sono alcune scene davvero forti la cui lettura è consigliata ad un pubblico adulto. Tra le cose che ho amato di più la forte impronta poetica e l’amore per i dettagli. L’ambientazione è accurata, ben documentata, l’attenzione per i particolari è notevole dalla foggia dei vestiti, alla descrizione delle armi, alla psicologia dell’uomo orientale di fine Ottocento, lo scontro incontro tra oriente e occidente è non solo di maniera, ma ricco di riflessioni interessanti e perspicaci. In fondo è una favola dal retrogusto un po’ amaro che appassiona e incanta, un modo piacevole per passare alcune ore nulla più, ma in fondo cosa si può chiedere a un buon libro ben scritto.
Takashi Matsuoka è nato in America da genitori giapponesi che l’hanno fatto appassionare alla storia e alla letteratura nipponiche. Vive alle Hawaii dove lavorava in un tempio buddista zen prima che il successo del suo primo romanzo Nube di passeri lo spingesse a diventare uno scrittore a tempo pieno.
Source: acquisto personale.
:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone
9 aprile 2010I
mmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.
Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.
Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.
Source: acquisto personale.
:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani
5 aprile 2010
In una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.
mmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
























