:: Intervista a Francisco Pérez Gandul

franciscoperezgandulBenvenuto Francisco su Liberidiscrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori italiani: nato a Siviglia nel 1956, sceneggiatore, scrittore, giornalista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Cantastorie, paroliere di canzoni popolari, inventore di giochi per bambini …  Lo sai che ho brevettato un album di figurine  sui cui fogli il bambino può incollare le immagini e riprodurre una vera  partita di calcio. L’album del 21 ° secolo. Sto cercando un agente in Italia per vendere l’album alla Panini, vuoi essere tu?

Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupi prevalentemente, per quali giornali scrivi, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare lo scrittore?

Sono essenzialmente un giornalista e sono diventato scrittore essenzialmente per vendetta, poiché non volevo rimanere legato alla realtà, caratteristica imposta dalla mia professione, ma volevo sognare, immaginare, scrivere fiction tutte cose che non avrei potuto fare scrivendo per un giornale.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

No,  no, no, il romanziere ha diritto di essere un bugiardo compulsivo. Quale gioia poter mentire liberamente ed essere lodato proprio per quanto lo fai bene!

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti, i classici spagnoli come Don Chichotte della Mancia di Cervantes? Come è stato crescere nella Spagna degli anni 50?

Ero un bambino solitario che amava specialmente leggere: fumetti, Enyd Blyton, -è possibile che possano dire ora che era un naziasta – Verne, Salgari, Stevenson, poi i classici non solo Don Chichotte ma anche Quevedo con il suo meraviglioso “El Buscon”. Poi amavo Frederic Forsythe, Lapierre e Collins, Follet di ieri e di oggi, Arturo Perez Reverte e Andrea Camilleri, Paul Auster e chiunque avesse una buona storia e la raccontasse bene.

Parlaci ora della tua città Siviglia. Che cosa ami di più, ci sono luoghi che ti commuovono, irritano, fanno innamorare?

Siviglia è come dico sempre la Firenze della Spagna devastata dai sivilliani. C’è stato un tempo in cui il suo patrimono artistico non fu protetto e furono commesse tali atrocità che oggi ci impediscono di avere una città da sogno. Ma è veramente molto bella, conserva molti posti dove è piacevole camminare facendoti sentire il depositario di molte culture e delle parole e dei fatti di molti grandi personaggi. E’ una città che cattura il cuore nonostante i suoi grandi difetti.

Parlaci dei tuoi studi. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Era un tuo sogno fin da ragazzo o i tuoi genitori ti hanno educato con il mito del posto fisso?

Sin da quando ero ragazzo ho scritto e letto in maniera compulsiva. E’ divertente, il giornalismo invece di esacerbare la mia passione per la lettura  e la scrittura mi ha reso per un po’ indifferente. Io ero, e sono, un giornalista sportivo e sono stato per anni ossessionato dal mondo e dal mio lavoro tutti fatti che mi hanno tenuto in un certo senso lontano dai libri. Oggi che sono un editorialista ho recuperato la gioia di leggere e scrivere.

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

Ho scritto una storia che mia ha ronzato per la testa per tre anni poi ho fatto il classico giro di porta in porta domandando un’ opportunità. Io credevo in Cella 211 e sapevo che era una grande storia. Poi non sono una persona che da consigli, solo mi piacerebbe dire ai giovani di fare quello che amano e di crederci. Ciò non gli aprirà ogni porta, ma li farà felici.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Tutti gli scrittori della mia adolescenza che mi hanno invogliato a continuare a leggere.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo  “The Music of Chance” di Auster. Ho così tanta pace nella mia vita che ho bisogno di un po’ di movimento.

Parliamo adesso del tuo romanzo di esordio Cella 211, un thriller carcerario, duro, disturbante, la storia di un uomo qualunque che all’improvviso si trova in una situazione etrema e deve fare di tutto per sopravvivere e riacquistare la libertà. Cos’è la libertà per te? Il tuo romanzo in un certo senso vuole essere un inno alla libertà?

Libertà? E’ una cosa impossibile, un’utopia, si è sempre legati a qualcosa o a qualcuno. In realtà siamo tutti colpevoli di qualcosa e tutti viviamo in una sorta di libertà condizionata. La verità è che è certo più difficile per molte persone che sono chiuse fra quattro mura o che sono portatori di handicap che gli impediscono di muoversi liberamente. Cella 211 è una finzione, non ha altro scopo che intrattenere. Dal momento che i politici si sono appropriati dell’inno alla libertà preferisco non cantare questa canzone.

Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare delle carceri, parlare con i prigionieri?

No, non mi sono documentato affatto. Devi ricordare che volevo fuggire dal giornalsimo. Non avevo bisogno di descrivere un carcere, ciò avrebbe distratto l’attenzione del lettore. Tutto quello che volevo fare era raccontare la lotta per la sopravvivenza di un uomo incarcerato per sbaglio e per fare ciò erano sufficienti i sentimenti che sentivo in me.

Juan Oliver è in un certo senso il protagonista principale, un ragazzo a posto, timido, con una famiglia, dei valori che all’improvviso si trasforma, subisce quasi una metamorfosi, cambia pelle come un serpente. Pensi che realmente l’ambiente in cui viviamo abbia questo potere o Juan aveva già in sé i germi di questo cambiamento?

Tutti noi abbiamo un animale dentro, può essere domestico o selvaggio a seconda dell’ambiente in cui viviamo o degli avvenimenti che ci capitano. Sono convinto che solo noi conosciamo noi stessi,  i nostri limiti, solo noi lasciamo emergere il male quando siamo di fronte a situazioni estreme. In queste situazioni infatti non conta l’educazione che abbiamo ricevuto, la nostra morale, niente conta tranne la nostra intelligenza al servizio della sopravvivenza.

Il personaggio che mi ha più colpito personalmente è Malamadre, un uomo violento, duro con tratti inaspettatamente infantili, dubbi, fede nell’amicizia. E’ un perosnaggio sorprendente, molto sfaccettato e complesso. Come è nato questo personaggio?

Siamo tutti un poco poliedrici, non sei d’accordo? Malamadre è un semi analfabeta, rozzo, violento ma ha anche trascorso più di metà della sua vita rinchiuso in un carcere, conosce solo il suo lato oscuro, deve essere forte per mantenere la sua integrità fisica. Quando incontra Juan Oliver le personalità entrano in conflitto. Il giovane ha la meglio sul veterano e la tenerezza, la fiducia,  la cieca fedeltà che Malamadre non ha mai ricevuto è come se li incontrasse per la prima volta. Non avevo nessun modello per Malamadre, forse è solo un’ esagerazione di noi stessi.

Nel tuo romanzo affronti temi seri come le condizioni dei prigionieri nelle carceri, il fatto che ad una loro possibile rieducazione nessuno ci creda veramente, parli del potere molto spesso corrotto, del terrorismo dell’Eta. Era tuo intento fare discutere, porre degli spunti di riflessione al lettore?

La letteratura spagnola e il cinema sono sempre stati estremamente politicizzati così almeno mi sembrava. E’ abituale che il messaggio che si vuole trasmettere prevalga sulla qualità della storia. Io ho cercato di evitarlo. Io discuto questi temi, suggerisco al lettore di discuterli, di prendere le sue posizioni, non impongo le mie. Se avessi voluto vendergli qualcosa sarei diventato un politico.

In che misura il “prison movie” statunitense ha infleunzato la stesura del tuo libro?

Il cinema e la narrativa poliziesca americana mi hanno molto influenzato, specialmente il cinema, Eastwood o Lancaster nei film su Alcatraz sono indimenticabili per me.  Ad essere onesto sono sempre stato interessato a questo genere ma il fatto che ho fatto il mio debutto in letteratura proprio con un dramma carcerario è del tutto casuale.

Ad un tuo personaggio fai dire :”La parola ha un potere tale che chi la padroneggia ha in pugno l’arma più sofisticata del mondo”. Quanto questa afferamazione si adatta al tuo lavoro di scrittore?

La parola ammettiamolo è un’ arma sofisticata. Io mi considero più un giornalsita che uno scrittore e sono in un certo senso intimidito quando mi chiamano romanziere. Poi si sa  Stendhal o Vargas Llosa sono romanzieri, io sono al limite un narratore maldestro.

Sei rimasto soddisfatto della trasposizione cinematografica di Cella 211? Se avessi scritto tu la sceneggiatura saresti rimasto più fedele al libro, avresti reso più camaleontico il personaggio di Juan Oliver e meno macho Malamadre?

Sì, penso che abbiano fatto un buon adattamento del romanzo, soprattutto fedele, che poi è la ragione per cui il romanzo ha avuto successo. Non mi piace discutere su cosa avrei tolto o aggiunto nello script. Penso che sarebbe una sorta di mancanza di rispetto nei confronti di Daniel Monzon e Jorge Guerricaechevarria, i quali hanno fatto un grande lavoro, dico solo che il finale del romanzo a mio parere mi sembra più giusto per Malamadre e Juan Oliver.

Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai per la Fiera del libro di Torino a maggio?

Amo l’Italia. Il caos di Roma, la serenità di Firenze, il paese delle meraviglie di Venezia, anche le colline di Siena! Sono anche un tifoso della Fiorentina! Se verrò inviatato a Torino, perché no. Non so ancora. In  realtà non conosco molto la tua terra.

A che libro stai lavorando in questo momento, puoi anticiparci qualcosa?

Nel mio secondo romanzo cambierò una prigione con il mondo finanziario e sono proprio pronto per trattare questo nuovo argomento. Per favore sottolinealo in rosso perché sarà un successo sia in Spagna  che in Italia.

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