:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini

by
Lilin

Nicolai Lilin – foto Stefano Fusaro

Apriamo questa breve intervista parlando del suo nuovo libro, “Caduta libera” (Einaudi 2010): qual è il motivo che l’ha spinta a condividere un periodo così duro e doloroso della sua vita, come la partecipazione alla seconda campagna di Cecenia, e cosa le premeva comunicare ai lettori quando ha deciso di scrivere questo romanzo-reportage?

Credo che quando una persona ha qualcosa da comunicare al mondo, attraverso qualsiasi modo, deve farlo assolutamente. Tenere per se stessi le proprie esperienze, le conclusioni, i cambiamenti interni è sbagliato e poco saggio. Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.
Per quanto riguarda il senso di ciò che comunica il mio libro, credo che ogni lettore percepisca quello che cerca tra le righe, quello che ognuno di noi vuole vedere: il proprio riflesso. Noi leggiamo per confrontarci con la vita, per immaginare noi stessi nei panni dei personaggi, per sentire con la nostra pelle e poi capire chi siamo, cosa vogliamo dalla vita e dove essa ci trascina. Io ho solamente raccontato come è andata la mia esperienza, tocca al lettori misurare se stesso con la realtà descritta da me.

Secondo lei, il romanzo di guerra contribuisce a trasmettere al lettore il reale dramma di un conflitto o rischia di perdersi in un susseguirsi di azioni militari avvincenti? 

Il “dramma di un conflitto” è una frase che non significa niente e non rappresenta il vero carattere di una guerra. Per me il vero dramma non è nella guerra, ma altrove, nella società pacifica. Io penso a tutte le persone che continuano a vivere, consumare, divertirsi, moltiplicarsi in santa pace, mentre da qualche parte sulla stessa terra, sotto stesso cielo, respirando la stessa aria, altre persone sono costrette a fare la guerra. Per me l’orrore è questo, la linea tra guerra e pace che si definisce con l’indifferenza e l’ipocrisia delle persone che vivono nella pace e si permettono di fare affermazioni sulla guerra, senza averla mai sentita veramente sulla pelle, senza averla mai vissuta. Dalla guerra spesso si torna puri, perché in una situazione così estrema e terribile cadono le barriere delle falsità umane. Le persone pure poi non riescono più a stare nel mondo pacifico, perché la pace forzata crea una sensazione di falsità, per questo le persone che tornano dalla guerra hanno difficoltà a vivere con le altre persone. Io nel mio libro ho cercato di raccontare le situazioni importanti, le situazioni che cancellano l’idea comune del bene e del male, delle possibilità umane. Cerco di spiegare come si trasforma l’essere umano e come diventa puro alla fine. Lo diventa attraverso un duro percorso, attraverso le atrocità e le ingiustizie. In situazioni come queste è necessario perdersi completamente per poi ritrovare se stessi. E quando si riconquista la propria anima, allora quella, strappata alle mani del diavolo, diventa pura come un diamante…

Siamo una civiltà  “fondata” sulla guerra: al giorno d’oggi, la compravendita delle armi coinvolge non solo la Russia ma anche la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, rendendo ogni conflitto un grande business. Ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica su questa piaga, anche attraverso la testimonianza del dramma della guerra, possa contribuire a diffondere una “cultura della pace”?

Noi (intendo voi, come la maggior parte dei civili che non hanno mai vissuto o partecipato ad un conflitto armato) per quanto possiamo credere di essere intelligenti e capaci, non sappiamo veramente niente sulla guerra. Questa è la triste realtà dei nostri giorni. Nemmeno la parola pace significa qualcosa oggi, è uno strumento con cui i poteri corrotti e interessati nel creare una società consumista e indifesa operano un lavaggio dei cervelli di interi popoli. L’uomo deve comprendere i propri limiti, deve sapere cosa significa la guerra, il servizio militare, le armi e come si uccide. Solo allora potrà capire il vero prezzo della pace e imparare a rispettare innanzi tutto la propria vita e poi gli altri. Solo così può essere costruito un mondo vero e puro, composto da persone che conoscono e rispettano se stesse, perché solo attraverso il rispetto per se stessi si impara a rispettare gli altri, il mondo e ogni cosa che ci circonda. Non bisogna avere paura delle armi, ma degli uomini che le maneggiano. L’arma trattata con educazione e filosofia diventa uno strumento importante, una chiave filosofica ed etica nella vita delle persone, chi tiene l’arma, la rispetta e la conosce, non la userà mai contro un umano, se non nel caso di estremo pericolo. Ci preoccupiamo del traffico di armi, ma l’arma più pericolosa è il consumismo, il petrolio, il denaro, i meccanismi corrotti che ci spingono a diventare una massa di ignoranti, talmente terrorizzati da aver paura della propria ombra e permettere ogni ingiustizia. Questa è l’opinione pubblica moderna, influenzata da un branco di incapaci a pensare, ridotta a misurarsi con decisioni importanti guidata da istinti primari fuorviati. Forse la vera “cultura della pace” nascerà solo dopo la quarta guerra mondiale, quella che secondo le previsioni di Einstein sarà combattuta con pietre e bastoni.

Lei, recentemente, ha manifestato la sua solidarietà  nei confronti dei volontari di Emergency detenuti in Afganistan (1). Quanto, secondo la sua esperienza di guerra, è importante il contributo di queste associazioni?

Ho manifestato solidarietà ai volontari di Emergency perché sono miei concittadini e da cittadino italiano, che paga le tasse e fa parte di questo paese con tutti gli impegni che il mio governo mi richiede, mi disonora il fatto che delle persone con il mio stesso passaporto vengano trattate senza dovuto rispetto da un branco di terroristi, messi al potere per una ragione politica in una regione problematica. Noi spendiamo due milioni di euro ogni giorno per la nostra presenza in quel territorio come parte della ISAF, ed è così che ci trattano. Questa è nient’altro che l’ennesima riprova che non esiste “Peace-enforcing”, o fai la guerra come si deve, invadi un paese, spiani la resistenza e ricostruisci tutto come vuoi tu, oppure lascia tutto e torna a casa. Non sono un pacifista, almeno non per come questo termine viene usato e percepito nella società moderna, ma rispetto ed ammiro i nostri ragazzi che fanno volontariato nel mondo, loro sono il nostro orgoglio nazionale, dobbiamo essere vicini a loro, lasciando perdere la politica e cose varie. Senza parlare del fatto che, togliendo Emergency dalla scena afghana, i nostri servizi segreti si vedono mancare un canale sicuro e installato da anni, attraverso il quale si poteva instaurare un dialogo con i talebani. Chi partecipa a queste operazioni o non capisce niente dei meccanismi e particolarità della guerra, oppure volontariamente danneggia la posizione Italiana sulla scena internazionale.

Cosa pensa della guerra mediatica? Di come TV, giornali e internet comunicano la guerra al giorno d’oggi?

Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.

Dopo il suo libro “Educazione Siberiana“, qualcuno si è  affrettato a nominarlo il “Saviano russo”. È d’accordo? Cosa pensa dello scrittore Roberto Saviano? 

Roberto Saviano è la coscienza dell’Italia moderna. Spero che continuerà a portare avanti questa guerra. Lo rispetto perché è un guerriero e ha uno spirito veramente puro, non ha pietà per gli avversari e per questo gli esponenti della criminalità e la politica corrotta lo temono. Paragonare me a lui è sbagliato, io sono un umile ragazzo di trent’anni con varie esperienze alle spalle, che si è trovato un posto tranquillo e ha deciso di condividere le sue esperienze con le persone attraverso la letteratura. Lui è ancora in guerra e spero che il Signore gli dia sempre le forze per continuare a combattere il nostro male.

Dopo “Caduta Libera” ha dichiarato che scriverà un terzo libro autobiografico, incentrato sulla sua vita dopo l’esperienza della guerra in Cecenia: sarà anch’esso avventuroso come i precedenti?

Io non definirei i miei libri autobiografici, l’autobiografia è un genere letterario ben definito, al quale non mi permetterei mai di paragonare i miei lavori. I miei libri sono romanzi, scritti attingendo alle esperienze reali vissute, e non solo da me in prima persona, ma da tanta gente che conoscevo e con cui ho condiviso varie esperienze. Sinceramente non capisco il significato della frase “avventuroso come i precedenti”. Credo che la parola “avventura” stia meglio se riferita alle storie del Barone di Münchausen, o alle vicissitudini di Topolino. Io parlo della vita, di cose accadute realmente, di gente che non è stata così fortunata come me ed ha terminato l’“avventura” prematuramente e per sempre. E in modo atroce, ad esempio fatti a pezzi sotto il fuoco dei mortai, mischiati nel fango in qualche campo sotto le montagne del Caucaso. Secondo me, meritano di essere raccontati come parte di una vita, di un’esperienza profonda e indimenticabile, totale e solida. Non di un’avventura, altrimenti rischiano di perdere dignità, diventando il “retroscena” volto solamente a stuzzicare l’immaginazione del lettore.

Un’ultima domanda che esula dal contesto letterario: vuole raccontare ai nostri lettori come è nata la sua passione per i tatuaggi?

Tutto quello che riguarda il tatuaggio rappresenta per me un tema profondamente personale e cerco di condividerlo con gli estranei il meno possibile, è uno dei temi che preferisco tenere solo per gli amici stretti, un racconto che riservo alle persone con cui mi sento particolarmente in confidenza. Non è un argomento che mi piace affrontare nelle interviste. Posso solo dirvi che disegnavo da quando ho memoria e mi sono fatto da solo il primo tatuaggio all’età di undici anni. Poi è andata come è andata.

(1) si legga: http://www.libreidee.org/2010/04/lilin-conosco-lorrore-per-questo-stimo-emergency/ 

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Una Risposta to “:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini”

  1. lauraetlory Says:

    Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.Questo e' uno dei numerosi punti di questa intervista che non condivido. Leggo che la guerra rende puri, che chi sopravvive a una guerra non riesce a tollerare la pace. Leggo che chi vive in pace non capisce niente e non sa neanche cosa voglia dire "pace". Ma leggo anche molte cose che e' importante leggere e approfondire.Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.Sottoscrivo questo punto completamente e apprezzo la sincerita' di questa intervista, anche se arriva come un pugno nello stomaco. O forse proprio per questo.Laura Costantini

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