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Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di peQuod, a cura di Maurizio Landini.

7 luglio 2010

La peQuod nasce come collana de Il Lavoro editoriale-Transeuropa nel 1996. Come è cambiato il mondo dell’editoria italiana da allora?

In questi quindici anni, ma soprattutto negli ultimi sette, otto, l’editoria libraria è molto cambiata. In peggio, neanche a dirlo. Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo e non mi sembra il caso, qui, di dilungarmi troppo. Il problema è lo stesso che riguarda tutta l’editoria in generale (giornali, televisioni): quello delle concentrazioni editoriali. Un tempo ci si poteva almeno “consolare” facendo riferimento all’eterno scontro industria editoriale contro editoria di cultura. Adesso, in definitiva, non c’è più neanche quello. Le librerie sono ormai “occupate militarmente” dai gruppi editoriali più grandi e importanti e, anche noi piccoli, o ci si piega alle “logiche del mercato” (ma è una lotta impari!) o si rischia di scomparire. Per chi non lo conoscesse, comunque, consiglio la lettura del saggio “Editoria senza editori” di André Schiffrin edito da Bollati Boringhieri che racconta meglio di ogni altro come è cambiata l’editoria da un po’ di tempo a questa parte.

Marco, la tua Editrice è famosa per aver pubblicato per prima molti talenti della narrativa italiana: Mancassola, Pallavicini, Genna… Come ti trovi nella veste di talent scout?

La mia casa editrice, posso dirlo senza timore di smentita (non sapendo, altresì, se è un vanto o un rammarico), è stata quella più saccheggiata dagli editori più grandi (che non sempre sono grandi editori) negli ultimi dieci, dodici anni. Quelli che citi, purtroppo (o per fortuna?), sono solo una minimissima parte degli autori  che son passati da peQuod, potrei continuare l’elenco (e comunque ne dimenticherò qualcuno) con Severini, De Silva, Desiati, Gozzi, Lerro, Majorino, Santi, Bajani, D’Amicis, Parente, Domanin, Antonelli, Monina, Scanzi, Goisis, Mancinelli…mi fermo qui. Ci si ricollega, in qualche modo, al discorso che facevamo prima. Si, perché poi, alla fin fine, i grandi editori altro non fanno se non offrire agli autori anticipi sulle royalties rispetto ai quali io non posso competere. Qualsiasi scrittore si “sente un po’ più scrittore” di fronte a un anticipo importante. E’ sacrosanto, è umano, io non ci trovo niente di strano o di male. Mi consolo pensando che se i miei autori non fossero finiti in quei cataloghi “prestigiosi”, quasi nessuno li conoscerebbe e, conseguentemente, quasi nessuno conoscerebbe me. Io, d’altronde, mi trovo a ricoprire, come molti altri “piccoli”, il doppio ruolo di editore/editor. L’editor (senza e finale), definizione che preferisco a talent scout,  è colui che sa vedere prima che lo vedano gli altri il talento, è colui che lo intuisce prima ancora che si faccia sentire davvero.

Quanto pesa avere “piccole” dimensioni e nel contempo disporre di un catalogo qualitativamente indiscutibile?

Bella domanda. Il grande editore Valentino Bompiani, già negli anni ’60, profetizzava: “Nelle case editrici avanzano i nuovi redattori. Li incontro secchi, precisi, nei corridoi. Tra qualche anno saranno i capi. Il linguaggio è cambiato: non si offre più questo o quel libro indicandone il prestigio letterario, ma la tiratura.”. Pesa, quindi, pesa essere consapevoli di disporre della qualità e sapere invece di dover soccombere a vantaggio della quantità. Anche perché, lo dicevo prima, è una lotta impari. Io, per quel che mi riguarda, ho ancora ben presente in cosa consiste il mio lavoro. So, cioè, che dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

PeQuod ha riproposto nel tempo classici perduti come La distruzione di Dante Virgili. È difficile conciliare passato e presente nella tua proposta editoriale?

La mia casa editrice, oltre a “La distruzione” di Dante Virgili, ha riproposto anche altri grandi autori che le “regole del mercato” avevano fatto sì che fossero finiti nell’oblio. Cito, ad esempio, uno scrittore di straordinaria bravura come Vincenzo Pardini. Pardini ha esordito con Mondadori nel 1983 ed è passato poi per editori importanti come Bompiani e Rizzoli, per poi venire letteralmente accantonato, dimenticato quasi. Io, nel 2003, me lo sono andato a cercare, ho pubblicato un suo meraviglioso romanzo inedito (“Lettera a Dio”) e con il libro successivo, “Tra uomini e lupi”, una raccolta di racconti del 2005, abbiamo vinto il Premio Viareggio nel 2006. Pardini, Virgili, comunque, sono in buona compagnia. Nel mio catalogo ci sono anche Barbolini, Parazzoli, Siciliano e ancora piccoli classici come Piersanti, Tamburini o lo stesso Severini.  No, non è  affatto difficile, quindi, conciliare passato e presente nella mia proposta editoriale. Anzi, ritengo che dovrebbe essere un dovere di tutti gli editori.

In peQuod non mancano pubblicazioni che si distanziano dalla sua consueta linea editoriale, come l’antologia cyberpunk Sangue Sintetico o il simpatico tributo al Solitario di Providence de Le rane di Ko Samui. C’è ancora spazio, in Italia, per una letteratura fantastica di qualità?

Non so se in Italia ci sia ancora spazio per la “letteratura fantastica di qualità”. Non lo so, davvero. Io, personalmente, sono abbastanza contrario a tutte le definizioni di genere. Penso, quindi, che ci sia solo la “letteratura di qualità” punto e basta. Allora la risposta è no, non c’è più spazio in Italia per la letteratura di qualità.

Dall’autoritratto in versi de la Donna d’oro di Cristina Babino all’isola di dolente inquietudine di Giuseppe Donnini in Il Disperso e altre poesie,c’è un filo che unisce le “Rive poetiche” di peQuod?

Innanzitutto, io credo fortemente che un editore con le nostre caratteristiche, anche per tutto quello che ho detto in precedenza, non possa prescindere dalla poesia. Questo,  esclusivamente questo, è il filo che unisce la collana Rive. La poesia in Italia non ha praticamente mercato, ma noi, ostinatamente, continuiamo a pubblicarla. Ci tengo a ricordare qui anche Stefano Simoncelli e i suoi “Giocavo all’ala”, che nel 2006 ha vinto il Premio Gozzano, e “La rissa degli angeli”, e ancora Carlo Carabba che nel 2009 con “Gli anni della pioggia” si è aggiudicato il Premio Mondello Opera Prima. Piccole, ma grandi, gratificazioni.

Vuoi parlarci della nuova avventura Italic ?

Italic non è una nuova avventura, è sempre la solita vecchia avventura. La verità è che con le nostre dimensioni, ciclicamente, ci si ritrova davanti al fatidico “Che faccio smetto? Lascio?”. Ebbene, no. Noi non abbiamo lasciato, abbiamo deciso invece di raddoppiare. Veste grafica nuova, un po’ minimale, formato più pic
colo, ma dietro la solita voglia di scoprire o riscoprire scrittori autentici, veri. Sono ancora talmente pochi, Italic ha iniziato a ottobre del 2009, che potrei nominarli tutti. Ma qui voglio segnalarvene tre: Francesco Savio e il suo “Mio padre era bellissimo”, già in corso di traduzione in Francia, il portentoso esordio di Silvia Colangeli, “Energia di digestione”, forse l’opera prima più bella che ho mai pubblicato e, infine, “Cuore e fantasmi” di Enzo Siciliano che non ha certo bisogno di commenti .

Quali sono, secondo te, “gli spazi lasciati indebitamente vuoti dalla grande editoria italiana”?

In Italia, più che in altri paesi, esiste un fenomeno preoccupante: tutti leggono ossessivamente gli stessi libri (Camilleri, Carofiglio, Larsson, Giordano, Meyer, cito a caso). Non c’è più il gusto della scoperta. Questo provoca uno scenario che, giustamente, Ernesto Ferrero (il direttore del Salone del Libro di Torino) descrive come “fatto solo di picchi himalaiani o di pianure” e aggiunge “non esistono più le colline”. In pratica, sostiene Ferrero, in Italia i libri o vendono decine, centinaia di migliaia di copie o quasi nulla. Direi, allora, che gli spazi lasciati indebitamente vuoti sono “quelle colline”, libri, cioè, che si rivolgono a lettori con ancora la voglia e il gusto di scegliere, di non essere gregari. Perché  è vero che, comunque, siamo tutti “sul mercato”, ma un libro, prima che una merce, deve essere un libro e non si deve rivolgere a un cliente, ma a un uomo.

“Navigare in mare aperto, alla ricerca, tra recuperi e inediti, delle scritture di qualità”, dopo più di dieci anni di esperienza, significa affrontare una burrasca o godersi una crociera tranquilla?

Questa era, anzi è, la nostra “dichiarazione d’intenti” che, a distanza di anni, mi sembra ancora attualissima. Anzi, ancor più attuale di prima. E solo apparentemente banale. Metterla in pratica è stato, è, quanto di più difficile si possa immaginare.Perché  io credo fortemente che un editore, in definitiva, pubblica i libri che si merita. In un bellissimo saggio del 2001,  “L’editoria come genere letterario”, Roberto Calasso dell’Adelphi scrive: “Tutti i libri pubblicati da un certo editore possono essere visti come anelli di un’unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell’editore.” , aggiunge poi: “Questo, ovviamente, è il traguardo più audace e ambizioso per un editore.”. Se mi si passa, per l’appunto, “l’audacia” dell’accostamento con Calasso, io la penso alla stessa maniera. Burrasca o crociera tranquilla, mi chiedi. Con tanta “navigazione” ormai alle spalle, inesorabilmente, abbiamo sperimentato entrambe. Adesso, che siamo “nocchieri di lungo corso” , non ci facciamo più impressionare dalle burrasche e, al contempo, non ci facciamo illusioni quando la crociera sembra “tranquilla”: la burrasca è sempre lì in agguato, appena “girerà il vento”, quel che conta è saperla prevedere. Ovviamente, non possiamo dimenticare chi ha condiviso con noi anni di “crociere tranquille” e, ancor di più, chi ha condiviso le burrasche. Sono stati tanti e tutti ugualmente importanti per noi. Anche se alcuni, qui lo devo proprio dire, sono stati autentici maestri; “maestri”, quelli che, l’hai notato?, sembra  in giro non ci siano più. Non si sente dire di nessuno, ormai, “allievo di”. Noi “maestri”, per fortuna, ne abbiamo avuti. In ordine rigorosamente alfabetico: Ferruccio Parazzoli che, dall’alto della sua cinquantennale esperienza in Mondadori, ci ha insegnato che in editoria è già stato inventato tutto e che le soluzioni più semplici sono sempre le più efficaci; Claudio Piersanti e Gilberto Severini fratelli maggiori e, a volte, addirittura padri, per anni ci hanno accompagnato quotidianamente con i loro consigli, le loro telefonate, i loro incoraggiamenti; Enzo Siciliano che ci ha insegnato come la curiosità si accompagni sempre all’umiltà e che per tanti anni si è fatto carico dei nostri “sentiamo cosa ne dice Enzo…” , non lesinandoci mai consigli, pensieri e pareri preziosissimi. A loro la nostra incondizionata riconoscenza e gratitudine.

Ringraziamo Marco Monina per la gentilezza e la disponibilità.

:: Intervista a Helga Schneider a cura di Maurizio Landini

11 giugno 2010

SalaniSignora, Schneider, la sua vita è legata indissolubilmente al nazismo: l’incontro con Hitler da bambina, sua madre che rinunciò alla famiglia per entrare nella Waffen-SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio. A partire dal caso letterario de Il rogo di Berlino, la narrazione di storie terribili legate agli anni della guerra l’hanno aiutata in qualche modo ad attenuare l’inferno che si porta dentro?

Scrivere é terapeutico, costringe a fare i conti con il proprio passato, ad analizzarlo, elaborarlo. Ma nello stesso tempo ho cercato di essere nei miei libri soprattutto la testimone di un regime devastante, anziché la vittima. Oggi sono sufficientemente serena, l’inferno, come dice lei, ha perso i suoi contorni più feroci, ho imparato a conviverci.

Sembra ciò che di più atroce sia stato vissuto nel corso della seconda guerra mondiale sia destinato a ripetersi anche nel Terzo Millennio: Africa, Bosnia, Iraq, Afganistan… Cosa manca ancora alla nostra modernità per riuscire a fare tesoro di uno dei momenti più orribili della storia umana?

Ma quale modernità? A me sembra che sia soprattutto tecnologica, umanamente la società sta regredendo. Quali miglioramenti ha acquisito la società globale? Il traffico e il consumo di droga sono aumentati. Il terrorismo internazionale é più che mai in agguato. Ancora oggi muoiono giovani, italiani compresi, per guerre che vorrebbero definirsi interventi di peacekeeping. Giornalmente migliaia di persone sono condannate a morte per fame. Nel 2010 esiste ancora il commercio di organi presi a bambini del terzo mondo. L’uomo si é sentito costretto a possedere atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta. Sempre l’uomo continua a distruggere l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquina e distrugge buona parte del globo. E i valori? Quelli che un tempo aggregavano la società, oggi la dividono. Potrei continuare ancora per un bel po’.

Nel suo libro La baracca dei tristi piaceri, affronta il tema sconcertante e assai poco conosciuto della prostituzione nei lager nazisti, rimasto tabù per decenni. Il silenzio accompagna le violenze sessuali subite dalle donne, oggi come ieri; un silenzio che non appartiene solo alle vittime, ma anche alle istituzioni, all’opinione pubblica. Perché tanto silenzio, signora Schneider?

La violenza sulle donne é antica come il mondo. Oggi si affrronta l’argomento, ma solo a parole. Invece bisognerebbe cambiare la mentalità delle persone. E’ diventato “moderno” uccidere semplicemente colui o colei che non vogliono più stare con te, assassinare i genitori considerati scomodi, perseguitare ed “eliminare” la moglie, compresi i figlioli, nel caso che la donna abbia deciso di divorziare. Forse dobbiamo ancora capire che nessun essere umano, una moglie, un marito, nemmeno i figli sono nostra proprietà. Questa é diventata una società intollerante e violenta. Ciò che di violenza verbale si sente oggi in televisione é inaccettabile. Oltre tutto – la violenza verbale é una porta aperta verso la violenza fisica. Che immagine offriamo ai nostri giovani?

Il pubblico ha il diritto e il dovere di sapere. Eppure in quest’epoca dove l’informazione sembra aver preso il posto di Dio, la verità ci viene nascosta. Siamo tenuti lontani dall’avere una presa conoscitiva sulle guerre, sulle violenze quotidiane, sulle ingiustizie, mentre divoriamo quintali di morte e sofferenza dalla cronaca nera dei giornali e della televisione. In che modo, secondo lei, la gente comune può riappropriarsi della verità?

E’ verissimo, esiste una diffusa insoddisfazione circa la credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi che a stampa: la non veridicità di molte informazioni, la tendenza a esagerare e a gonfiare le notizie, l’inesattezza dell’informazione, la dipendenza dei giornalisti al servizio di interessi specifici, l’abitudine a fornire informazioni “di parte” facendo prevalere l’appartenenza (per lo più politica), della testata o del singolo giornalista ecc. ecc. Come ottenere che la gente comune si riappropri della verità? Mi chiede una ricetta che nemmeno coloro che dovrebbero cambiare le cose posseggono, o ritengono attuabile.

Ritengo che il compito dello scrittore nel terzo millennio sia ancora quello di farsi “archeologo della verità”, forse anche di più che in passato; di scavare nel tentativo di riportare alla luce “tesori”, per quanto putridi e rivoltanti essi siano. È d’accordo?

E’ ciò che ho fatto nel mio piccolo in letteratura.

Nei suoi libri, ragazzi come Heike di Heike riprende a respirare o Willi de L’Albero di Goethe, si trovano ad affrontare realtà che sconvolgerebbero un adulto. La sua stessa infanzia è stata “bombe, terrore, fame, solitudine”. Che vivano nel primo o nel terzo mondo, nella povertà o nell’opulenza, in guerra o in pace, anche al giorno d’oggi molti ragazzi sono forzati a diventare adulti prima del tempo. Sfruttati per la guerra, per il sesso, per il lavoro o, nel migliore dei casi, scelti come bersaglio in operazioni di marketing che impongono loro modelli di “adulto” da imitare, i ragazzi hanno ancora spazio per vivere la loro età?

La società cosiddetta moderna ha defraudato le nuove generazioni di un diritto sacrosanto: essere bambini, essere ragazzi. Favorendo la loro fantasia, l’immaginazione, l’inventiva. Conservando la loro innocenza, il candore. Invece li abbiamo trasformati in ragazzi e ragazze cinici, precocemente erotizzati (sic!), e malati di telefonini e abiti griffati. E’ drammatico.

Ne La Baracca dei tristi piaceri, al tema della prostituzione dei lager, si affianca quello dell’omosessualità (si pensi alle vicende legate a personaggi come Marco e Roby) che bene si presta a una riflessione più estesa a tutte le discriminazioni: viste le violenze, le torture e le uccisioni ai danni del “diverso” perpetrate in alcune parti del mondo anche oggi, certe mostruosità ideologiche con cui il nazismo intendeva giustificare il suo operato non sembrano relegate in un tempo ormai lontano dal nostro. Che ne pensa in proposito?

Il “diverso” é ancora malvisto, guardato e trattato con diffidenza. Manca ancora una profonda cultura della serena convivenza con chi non é come noi, sia esso straniero, inabile, omosessuale. Siamo un bel po’ indietro.

Ne Il piccolo Adolf non aveva le ciglia la Lebensunwertes Leben di un bambino nato con delle imperfezioni porta a una presa di coscienza sulla reale identità del nazismo. L’impegno a tenere viva una memoria su questo e altri crimini contro l’umanità potrà vincere la banalità del male che non ha mai smesso di contaminare la nostra esistenza?

La Arendt ha c’entrato un concetto che valeva per i gerarchi nazisti. Ma a distanza di decenni quest
a “banalità del male” serpeggia ancora nella società odierna, seppure in un modo differente, più subdolo, più celato..

A tutt’oggi capita che in alcune parti del mondo, compresa la Germania, siano permesse manifestazioni a carattere neonazista. Che effetto fa vedere sfilare manifestanti che inneggiano al nazismo – o a ideali molto prossimi – a coloro, come lei, che lo hanno vissuto in prima persona? Questa sorta di libera e pericolosa “profanazione del dolore” è da ritenersi inclusa nel prezzo che deve pagare una democrazia?

Si. In Germania le manifestazioni neonaziste non sono permesse, ma se un qualsiasi partito esprime ideali simili al nazismo, dando loro un altro nome, può farlo. In un paese democratico, là dove chiunque può esprimere le proprie opinioni, certe manifestazioni non possono essere vietate.

Nel film Die Welle (l’Onda) il regista tedesco Dennis Gansel racconta l’esperimento di un professore per spiegare il nazismo ai suoi allievi, attraverso la creazione di un movimento (l’Onda), che finisce però col sfuggirgli di mano tragicamente; eppure gli allievi coinvolti avversavano apertamente il nazismo. È possibile che nella nostra Europa democratica si possa correre il rischio di non rendersi conto della potenziale pericolosità di certe posizioni politiche?

Ci si rende conto eccome, ma se queste posizioni politiche riscontrano il consenso dei votanti, significa che il popolo sta imboccando una determinata strada e – al contrario dei tedeschi dell’epoca di Hitler – questa volta in piena coscienza. E’ un segno dei nostri tempi e dà motivo per riflettere.

:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini

5 Maggio 2010
Lilin

Nicolai Lilin – foto Stefano Fusaro

Apriamo questa breve intervista parlando del suo nuovo libro, “Caduta libera” (Einaudi 2010): qual è il motivo che l’ha spinta a condividere un periodo così duro e doloroso della sua vita, come la partecipazione alla seconda campagna di Cecenia, e cosa le premeva comunicare ai lettori quando ha deciso di scrivere questo romanzo-reportage?

Credo che quando una persona ha qualcosa da comunicare al mondo, attraverso qualsiasi modo, deve farlo assolutamente. Tenere per se stessi le proprie esperienze, le conclusioni, i cambiamenti interni è sbagliato e poco saggio. Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.
Per quanto riguarda il senso di ciò che comunica il mio libro, credo che ogni lettore percepisca quello che cerca tra le righe, quello che ognuno di noi vuole vedere: il proprio riflesso. Noi leggiamo per confrontarci con la vita, per immaginare noi stessi nei panni dei personaggi, per sentire con la nostra pelle e poi capire chi siamo, cosa vogliamo dalla vita e dove essa ci trascina. Io ho solamente raccontato come è andata la mia esperienza, tocca al lettori misurare se stesso con la realtà descritta da me.

Secondo lei, il romanzo di guerra contribuisce a trasmettere al lettore il reale dramma di un conflitto o rischia di perdersi in un susseguirsi di azioni militari avvincenti? 

Il “dramma di un conflitto” è una frase che non significa niente e non rappresenta il vero carattere di una guerra. Per me il vero dramma non è nella guerra, ma altrove, nella società pacifica. Io penso a tutte le persone che continuano a vivere, consumare, divertirsi, moltiplicarsi in santa pace, mentre da qualche parte sulla stessa terra, sotto stesso cielo, respirando la stessa aria, altre persone sono costrette a fare la guerra. Per me l’orrore è questo, la linea tra guerra e pace che si definisce con l’indifferenza e l’ipocrisia delle persone che vivono nella pace e si permettono di fare affermazioni sulla guerra, senza averla mai sentita veramente sulla pelle, senza averla mai vissuta. Dalla guerra spesso si torna puri, perché in una situazione così estrema e terribile cadono le barriere delle falsità umane. Le persone pure poi non riescono più a stare nel mondo pacifico, perché la pace forzata crea una sensazione di falsità, per questo le persone che tornano dalla guerra hanno difficoltà a vivere con le altre persone. Io nel mio libro ho cercato di raccontare le situazioni importanti, le situazioni che cancellano l’idea comune del bene e del male, delle possibilità umane. Cerco di spiegare come si trasforma l’essere umano e come diventa puro alla fine. Lo diventa attraverso un duro percorso, attraverso le atrocità e le ingiustizie. In situazioni come queste è necessario perdersi completamente per poi ritrovare se stessi. E quando si riconquista la propria anima, allora quella, strappata alle mani del diavolo, diventa pura come un diamante…

Siamo una civiltà  “fondata” sulla guerra: al giorno d’oggi, la compravendita delle armi coinvolge non solo la Russia ma anche la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, rendendo ogni conflitto un grande business. Ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica su questa piaga, anche attraverso la testimonianza del dramma della guerra, possa contribuire a diffondere una “cultura della pace”?

Noi (intendo voi, come la maggior parte dei civili che non hanno mai vissuto o partecipato ad un conflitto armato) per quanto possiamo credere di essere intelligenti e capaci, non sappiamo veramente niente sulla guerra. Questa è la triste realtà dei nostri giorni. Nemmeno la parola pace significa qualcosa oggi, è uno strumento con cui i poteri corrotti e interessati nel creare una società consumista e indifesa operano un lavaggio dei cervelli di interi popoli. L’uomo deve comprendere i propri limiti, deve sapere cosa significa la guerra, il servizio militare, le armi e come si uccide. Solo allora potrà capire il vero prezzo della pace e imparare a rispettare innanzi tutto la propria vita e poi gli altri. Solo così può essere costruito un mondo vero e puro, composto da persone che conoscono e rispettano se stesse, perché solo attraverso il rispetto per se stessi si impara a rispettare gli altri, il mondo e ogni cosa che ci circonda. Non bisogna avere paura delle armi, ma degli uomini che le maneggiano. L’arma trattata con educazione e filosofia diventa uno strumento importante, una chiave filosofica ed etica nella vita delle persone, chi tiene l’arma, la rispetta e la conosce, non la userà mai contro un umano, se non nel caso di estremo pericolo. Ci preoccupiamo del traffico di armi, ma l’arma più pericolosa è il consumismo, il petrolio, il denaro, i meccanismi corrotti che ci spingono a diventare una massa di ignoranti, talmente terrorizzati da aver paura della propria ombra e permettere ogni ingiustizia. Questa è l’opinione pubblica moderna, influenzata da un branco di incapaci a pensare, ridotta a misurarsi con decisioni importanti guidata da istinti primari fuorviati. Forse la vera “cultura della pace” nascerà solo dopo la quarta guerra mondiale, quella che secondo le previsioni di Einstein sarà combattuta con pietre e bastoni.

Lei, recentemente, ha manifestato la sua solidarietà  nei confronti dei volontari di Emergency detenuti in Afganistan (1). Quanto, secondo la sua esperienza di guerra, è importante il contributo di queste associazioni?

Ho manifestato solidarietà ai volontari di Emergency perché sono miei concittadini e da cittadino italiano, che paga le tasse e fa parte di questo paese con tutti gli impegni che il mio governo mi richiede, mi disonora il fatto che delle persone con il mio stesso passaporto vengano trattate senza dovuto rispetto da un branco di terroristi, messi al potere per una ragione politica in una regione problematica. Noi spendiamo due milioni di euro ogni giorno per la nostra presenza in quel territorio come parte della ISAF, ed è così che ci trattano. Questa è nient’altro che l’ennesima riprova che non esiste “Peace-enforcing”, o fai la guerra come si deve, invadi un paese, spiani la resistenza e ricostruisci tutto come vuoi tu, oppure lascia tutto e torna a casa. Non sono un pacifista, almeno non per come questo termine viene usato e percepito nella società moderna, ma rispetto ed ammiro i nostri ragazzi che fanno volontariato nel mondo, loro sono il nostro orgoglio nazionale, dobbiamo essere vicini a loro, lasciando perdere la politica e cose varie. Senza parlare del fatto che, togliendo Emergency dalla scena afghana, i nostri servizi segreti si vedono mancare un canale sicuro e installato da anni, attraverso il quale si poteva instaurare un dialogo con i talebani. Chi partecipa a queste operazioni o non capisce niente dei meccanismi e particolarità della guerra, oppure volontariamente danneggia la posizione Italiana sulla scena internazionale.

Cosa pensa della guerra mediatica? Di come TV, giornali e internet comunicano la guerra al giorno d’oggi?

Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.

Dopo il suo libro “Educazione Siberiana“, qualcuno si è  affrettato a nominarlo il “Saviano russo”. È d’accordo? Cosa pensa dello scrittore Roberto Saviano? 

Roberto Saviano è la coscienza dell’Italia moderna. Spero che continuerà a portare avanti questa guerra. Lo rispetto perché è un guerriero e ha uno spirito veramente puro, non ha pietà per gli avversari e per questo gli esponenti della criminalità e la politica corrotta lo temono. Paragonare me a lui è sbagliato, io sono un umile ragazzo di trent’anni con varie esperienze alle spalle, che si è trovato un posto tranquillo e ha deciso di condividere le sue esperienze con le persone attraverso la letteratura. Lui è ancora in guerra e spero che il Signore gli dia sempre le forze per continuare a combattere il nostro male.

Dopo “Caduta Libera” ha dichiarato che scriverà un terzo libro autobiografico, incentrato sulla sua vita dopo l’esperienza della guerra in Cecenia: sarà anch’esso avventuroso come i precedenti?

Io non definirei i miei libri autobiografici, l’autobiografia è un genere letterario ben definito, al quale non mi permetterei mai di paragonare i miei lavori. I miei libri sono romanzi, scritti attingendo alle esperienze reali vissute, e non solo da me in prima persona, ma da tanta gente che conoscevo e con cui ho condiviso varie esperienze. Sinceramente non capisco il significato della frase “avventuroso come i precedenti”. Credo che la parola “avventura” stia meglio se riferita alle storie del Barone di Münchausen, o alle vicissitudini di Topolino. Io parlo della vita, di cose accadute realmente, di gente che non è stata così fortunata come me ed ha terminato l’“avventura” prematuramente e per sempre. E in modo atroce, ad esempio fatti a pezzi sotto il fuoco dei mortai, mischiati nel fango in qualche campo sotto le montagne del Caucaso. Secondo me, meritano di essere raccontati come parte di una vita, di un’esperienza profonda e indimenticabile, totale e solida. Non di un’avventura, altrimenti rischiano di perdere dignità, diventando il “retroscena” volto solamente a stuzzicare l’immaginazione del lettore.

Un’ultima domanda che esula dal contesto letterario: vuole raccontare ai nostri lettori come è nata la sua passione per i tatuaggi?

Tutto quello che riguarda il tatuaggio rappresenta per me un tema profondamente personale e cerco di condividerlo con gli estranei il meno possibile, è uno dei temi che preferisco tenere solo per gli amici stretti, un racconto che riservo alle persone con cui mi sento particolarmente in confidenza. Non è un argomento che mi piace affrontare nelle interviste. Posso solo dirvi che disegnavo da quando ho memoria e mi sono fatto da solo il primo tatuaggio all’età di undici anni. Poi è andata come è andata.

(1) si legga: http://www.libreidee.org/2010/04/lilin-conosco-lorrore-per-questo-stimo-emergency/ 

:: Recensione di Maurizio Landini: Caduta libera di Nicolai Lilin

30 aprile 2010

Caduta libera di Nicolai LilinSenza entrare nel merito della questione “Ma l’autore ha vissuto realmente quanto scrive?”, visto che in proposito si sono già espressi giornalisti, critici e lo stesso Lilin (1), personalmente ritengo che “Caduta Libera” possa essere letto come un romanzo di guerra a tinte forti, che può ricordare (mi si conceda l’accostamento azzardato) più le avventure del battaglione disciplinare di Willy “Sven Hassel” Arberg che i Dispacci di Michael Herr…

Lilin, già autore di “Educazione siberiana” (Einaudi), narra la sua esperienza di cecchino (2) nei due anni di leva trascorsi in un gruppo di sabotatori dell’esercito russo, durante la seconda campagna cecena (1999-2009).
Dopo l’incursione in Daghestan da parte delle milizie islamiche nell’agosto del 1999 e gli attentati in diverse città della Russia, Putin ordina un nuovo attacco in Cecenia. Questa seconda guerra è un vero e proprio genocidio. L’esercito russo è accusato di violare i diritti umani torturando e massacrando civili inermi, saccheggiando, distruggendo interi villaggi.
In questo sfondo tutt’altro che confortante, “Caduta libera” è un susseguirsi di azioni militari “eroiche” e atrocità assortite messe in atto da entrambi gli schieramenti e rese più “vivide” da una narrazione semplice e, a tratti, quasi infantile.

Accantonando per un istante il proposito di leggerlo come un dettagliato reportage di guerra, il libro dell’autore-tatuatore russo, nella sua semplicità stilistica, raggiunge il lettore come la pallottola di un cecchino, e apre una nuova ferita destinata a rimanere infetta e purulenta: il dramma inaccettabile che accomuna ogni guerra combattuta nel mondo.

(1) si legga per esempio:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=267623333439

La maledizione-siberiana-lilin-attaccato-al-chiambretti-show/

Il_saviano_russo_scala_classifiche_ma_mafia_siberiana_sa_bluff

(2) per farsi un’idea della complessità del tiro di precisione e sulla figura del “cecchino”, si consiglia la lettura del “Compedio tecnico al moderno tiro d’interdizione” di Stefano Scaglia, ad uso delle FF.AA. di tutte le Armi e Specialità.