Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di peQuod, a cura di Maurizio Landini.

La peQuod nasce come collana de Il Lavoro editoriale-Transeuropa nel 1996. Come è cambiato il mondo dell’editoria italiana da allora?

In questi quindici anni, ma soprattutto negli ultimi sette, otto, l’editoria libraria è molto cambiata. In peggio, neanche a dirlo. Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo e non mi sembra il caso, qui, di dilungarmi troppo. Il problema è lo stesso che riguarda tutta l’editoria in generale (giornali, televisioni): quello delle concentrazioni editoriali. Un tempo ci si poteva almeno “consolare” facendo riferimento all’eterno scontro industria editoriale contro editoria di cultura. Adesso, in definitiva, non c’è più neanche quello. Le librerie sono ormai “occupate militarmente” dai gruppi editoriali più grandi e importanti e, anche noi piccoli, o ci si piega alle “logiche del mercato” (ma è una lotta impari!) o si rischia di scomparire. Per chi non lo conoscesse, comunque, consiglio la lettura del saggio “Editoria senza editori” di André Schiffrin edito da Bollati Boringhieri che racconta meglio di ogni altro come è cambiata l’editoria da un po’ di tempo a questa parte.

Marco, la tua Editrice è famosa per aver pubblicato per prima molti talenti della narrativa italiana: Mancassola, Pallavicini, Genna… Come ti trovi nella veste di talent scout?

La mia casa editrice, posso dirlo senza timore di smentita (non sapendo, altresì, se è un vanto o un rammarico), è stata quella più saccheggiata dagli editori più grandi (che non sempre sono grandi editori) negli ultimi dieci, dodici anni. Quelli che citi, purtroppo (o per fortuna?), sono solo una minimissima parte degli autori  che son passati da peQuod, potrei continuare l’elenco (e comunque ne dimenticherò qualcuno) con Severini, De Silva, Desiati, Gozzi, Lerro, Majorino, Santi, Bajani, D’Amicis, Parente, Domanin, Antonelli, Monina, Scanzi, Goisis, Mancinelli…mi fermo qui. Ci si ricollega, in qualche modo, al discorso che facevamo prima. Si, perché poi, alla fin fine, i grandi editori altro non fanno se non offrire agli autori anticipi sulle royalties rispetto ai quali io non posso competere. Qualsiasi scrittore si “sente un po’ più scrittore” di fronte a un anticipo importante. E’ sacrosanto, è umano, io non ci trovo niente di strano o di male. Mi consolo pensando che se i miei autori non fossero finiti in quei cataloghi “prestigiosi”, quasi nessuno li conoscerebbe e, conseguentemente, quasi nessuno conoscerebbe me. Io, d’altronde, mi trovo a ricoprire, come molti altri “piccoli”, il doppio ruolo di editore/editor. L’editor (senza e finale), definizione che preferisco a talent scout,  è colui che sa vedere prima che lo vedano gli altri il talento, è colui che lo intuisce prima ancora che si faccia sentire davvero.

Quanto pesa avere “piccole” dimensioni e nel contempo disporre di un catalogo qualitativamente indiscutibile?

Bella domanda. Il grande editore Valentino Bompiani, già negli anni ’60, profetizzava: “Nelle case editrici avanzano i nuovi redattori. Li incontro secchi, precisi, nei corridoi. Tra qualche anno saranno i capi. Il linguaggio è cambiato: non si offre più questo o quel libro indicandone il prestigio letterario, ma la tiratura.”. Pesa, quindi, pesa essere consapevoli di disporre della qualità e sapere invece di dover soccombere a vantaggio della quantità. Anche perché, lo dicevo prima, è una lotta impari. Io, per quel che mi riguarda, ho ancora ben presente in cosa consiste il mio lavoro. So, cioè, che dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

PeQuod ha riproposto nel tempo classici perduti come La distruzione di Dante Virgili. È difficile conciliare passato e presente nella tua proposta editoriale?

La mia casa editrice, oltre a “La distruzione” di Dante Virgili, ha riproposto anche altri grandi autori che le “regole del mercato” avevano fatto sì che fossero finiti nell’oblio. Cito, ad esempio, uno scrittore di straordinaria bravura come Vincenzo Pardini. Pardini ha esordito con Mondadori nel 1983 ed è passato poi per editori importanti come Bompiani e Rizzoli, per poi venire letteralmente accantonato, dimenticato quasi. Io, nel 2003, me lo sono andato a cercare, ho pubblicato un suo meraviglioso romanzo inedito (“Lettera a Dio”) e con il libro successivo, “Tra uomini e lupi”, una raccolta di racconti del 2005, abbiamo vinto il Premio Viareggio nel 2006. Pardini, Virgili, comunque, sono in buona compagnia. Nel mio catalogo ci sono anche Barbolini, Parazzoli, Siciliano e ancora piccoli classici come Piersanti, Tamburini o lo stesso Severini.  No, non è  affatto difficile, quindi, conciliare passato e presente nella mia proposta editoriale. Anzi, ritengo che dovrebbe essere un dovere di tutti gli editori.

In peQuod non mancano pubblicazioni che si distanziano dalla sua consueta linea editoriale, come l’antologia cyberpunk Sangue Sintetico o il simpatico tributo al Solitario di Providence de Le rane di Ko Samui. C’è ancora spazio, in Italia, per una letteratura fantastica di qualità?

Non so se in Italia ci sia ancora spazio per la “letteratura fantastica di qualità”. Non lo so, davvero. Io, personalmente, sono abbastanza contrario a tutte le definizioni di genere. Penso, quindi, che ci sia solo la “letteratura di qualità” punto e basta. Allora la risposta è no, non c’è più spazio in Italia per la letteratura di qualità.

Dall’autoritratto in versi de la Donna d’oro di Cristina Babino all’isola di dolente inquietudine di Giuseppe Donnini in Il Disperso e altre poesie,c’è un filo che unisce le “Rive poetiche” di peQuod?

Innanzitutto, io credo fortemente che un editore con le nostre caratteristiche, anche per tutto quello che ho detto in precedenza, non possa prescindere dalla poesia. Questo,  esclusivamente questo, è il filo che unisce la collana Rive. La poesia in Italia non ha praticamente mercato, ma noi, ostinatamente, continuiamo a pubblicarla. Ci tengo a ricordare qui anche Stefano Simoncelli e i suoi “Giocavo all’ala”, che nel 2006 ha vinto il Premio Gozzano, e “La rissa degli angeli”, e ancora Carlo Carabba che nel 2009 con “Gli anni della pioggia” si è aggiudicato il Premio Mondello Opera Prima. Piccole, ma grandi, gratificazioni.

Vuoi parlarci della nuova avventura Italic ?

Italic non è una nuova avventura, è sempre la solita vecchia avventura. La verità è che con le nostre dimensioni, ciclicamente, ci si ritrova davanti al fatidico “Che faccio smetto? Lascio?”. Ebbene, no. Noi non abbiamo lasciato, abbiamo deciso invece di raddoppiare. Veste grafica nuova, un po’ minimale, formato più pic
colo, ma dietro la solita voglia di scoprire o riscoprire scrittori autentici, veri. Sono ancora talmente pochi, Italic ha iniziato a ottobre del 2009, che potrei nominarli tutti. Ma qui voglio segnalarvene tre: Francesco Savio e il suo “Mio padre era bellissimo”, già in corso di traduzione in Francia, il portentoso esordio di Silvia Colangeli, “Energia di digestione”, forse l’opera prima più bella che ho mai pubblicato e, infine, “Cuore e fantasmi” di Enzo Siciliano che non ha certo bisogno di commenti .

Quali sono, secondo te, “gli spazi lasciati indebitamente vuoti dalla grande editoria italiana”?

In Italia, più che in altri paesi, esiste un fenomeno preoccupante: tutti leggono ossessivamente gli stessi libri (Camilleri, Carofiglio, Larsson, Giordano, Meyer, cito a caso). Non c’è più il gusto della scoperta. Questo provoca uno scenario che, giustamente, Ernesto Ferrero (il direttore del Salone del Libro di Torino) descrive come “fatto solo di picchi himalaiani o di pianure” e aggiunge “non esistono più le colline”. In pratica, sostiene Ferrero, in Italia i libri o vendono decine, centinaia di migliaia di copie o quasi nulla. Direi, allora, che gli spazi lasciati indebitamente vuoti sono “quelle colline”, libri, cioè, che si rivolgono a lettori con ancora la voglia e il gusto di scegliere, di non essere gregari. Perché  è vero che, comunque, siamo tutti “sul mercato”, ma un libro, prima che una merce, deve essere un libro e non si deve rivolgere a un cliente, ma a un uomo.

“Navigare in mare aperto, alla ricerca, tra recuperi e inediti, delle scritture di qualità”, dopo più di dieci anni di esperienza, significa affrontare una burrasca o godersi una crociera tranquilla?

Questa era, anzi è, la nostra “dichiarazione d’intenti” che, a distanza di anni, mi sembra ancora attualissima. Anzi, ancor più attuale di prima. E solo apparentemente banale. Metterla in pratica è stato, è, quanto di più difficile si possa immaginare.Perché  io credo fortemente che un editore, in definitiva, pubblica i libri che si merita. In un bellissimo saggio del 2001,  “L’editoria come genere letterario”, Roberto Calasso dell’Adelphi scrive: “Tutti i libri pubblicati da un certo editore possono essere visti come anelli di un’unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell’editore.” , aggiunge poi: “Questo, ovviamente, è il traguardo più audace e ambizioso per un editore.”. Se mi si passa, per l’appunto, “l’audacia” dell’accostamento con Calasso, io la penso alla stessa maniera. Burrasca o crociera tranquilla, mi chiedi. Con tanta “navigazione” ormai alle spalle, inesorabilmente, abbiamo sperimentato entrambe. Adesso, che siamo “nocchieri di lungo corso” , non ci facciamo più impressionare dalle burrasche e, al contempo, non ci facciamo illusioni quando la crociera sembra “tranquilla”: la burrasca è sempre lì in agguato, appena “girerà il vento”, quel che conta è saperla prevedere. Ovviamente, non possiamo dimenticare chi ha condiviso con noi anni di “crociere tranquille” e, ancor di più, chi ha condiviso le burrasche. Sono stati tanti e tutti ugualmente importanti per noi. Anche se alcuni, qui lo devo proprio dire, sono stati autentici maestri; “maestri”, quelli che, l’hai notato?, sembra  in giro non ci siano più. Non si sente dire di nessuno, ormai, “allievo di”. Noi “maestri”, per fortuna, ne abbiamo avuti. In ordine rigorosamente alfabetico: Ferruccio Parazzoli che, dall’alto della sua cinquantennale esperienza in Mondadori, ci ha insegnato che in editoria è già stato inventato tutto e che le soluzioni più semplici sono sempre le più efficaci; Claudio Piersanti e Gilberto Severini fratelli maggiori e, a volte, addirittura padri, per anni ci hanno accompagnato quotidianamente con i loro consigli, le loro telefonate, i loro incoraggiamenti; Enzo Siciliano che ci ha insegnato come la curiosità si accompagni sempre all’umiltà e che per tanti anni si è fatto carico dei nostri “sentiamo cosa ne dice Enzo…” , non lesinandoci mai consigli, pensieri e pareri preziosissimi. A loro la nostra incondizionata riconoscenza e gratitudine.

Ringraziamo Marco Monina per la gentilezza e la disponibilità.

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