:: Intervista a Stefano Domenichini

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copertinaAcquaragiaCiao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello "impongo le mani" che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano. 

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?

Una Risposta to “:: Intervista a Stefano Domenichini”

  1. Sorella Says:

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