Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Recensione di Il silenzio della neve di Jenny Milchman (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 luglio 2013

silenzio della neveIl silenzio della neve (Cover of snow, 2013), romanzo di esordio di Jenny Milchman, tradotto da Lucio Carbonelli ed edito in Italia da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, ci porta in una piccola cittadina di provincia, persa tra le nevi dei monti Adirondack, nello Stato di New York. Nora Hamilton, restauratrice di case d’epoca, sposata con Brendan, poliziotto in forze al distaccamento locale, conduce una vita felice, tranquilla. Ha una bella casa, un lavoro che le piace, una bella famiglia: un padre e una madre presenti e disponibili, una sorella, Teggie, ballerina di danza professionista, dalla lingua forse un po’ troppo lunga ma simpatica.
Tutto scorre nei binari della normalità, dandole l’illusione che niente possa incrinare il suo piccolo mondo perfetto. Brendan la ama, la chiama nocciolina, la circonda di attenzioni, la fa sentire protetta, al sicuro. Cosa può desiderare di più? Poi una mattina di inverno, mentre la sua grande casa è circondata dal silenzio rarefatto della neve, si sveglia nel suo letto da sola, un po’ intontita. Nessun rumore di acqua che scroscia in bagno, nessun rumore in cucina. Che Brendan sia già uscito per una chiamata urgente? Senza svegliarla? Nora inizia a vagare per casa, finché non lo trova. Impiccato ad un lampadario. Senza un biglietto, senza una spiegazione.
All’incredulità subentra la disperazione e il senso di colpa. Che matrimonio era stato il loro? Come aveva fatto a non accorgersi che qualcosa non andava? Poi i resti di un sonnifero in uno dei due bicchieri con cui avevano bevuto in veranda la notte prima le fa supporre che Brendan avesse organizzato tutto. Da tempo. La medicina era stata infatti preparata diversi giorni prima da un farmacista, che sembra nascondere qualcosa. Perché?
Non può più riprendere a vivere se prima non lo scopre. Così inizia ad indagare sul passato di suo marito. E più fa domande, più avverte che nessuno è disposto a darle alcuna risposta, né i colleghi poliziotti di suo marito, né sua suocera, che neanche tanto velatamente la odia. Inaspettatamente, sarà Dugger, il ragazzo autistico della stazione di servizio, a darle una traccia su cui investigare, a parlarle del lago ghiacciato e di lacci per pattini usati da Brendan. Quando lei aveva sempre saputo quanto odiasse pattinare. Cosa le aveva taciuto, quale oscuro segreto tutti si affaccendano a tenerle nascosto? Perché sua suocera ha nel sottoscala una stanza piena di foto del fratello di Brendan, morto tanti anni prima, ancora bambino?
Il silenzio della neve è un romanzo accolto dalla critica americana in modo pressoché entusiasta. Kirkus Reviews lo definisce thriller magistrale, Il New York Times ricco di personaggi veri e profondi, Booklist definisce la Milchman una nuova straordinaria autrice di thriller. Qualcuno poi accosta il romanzo a Il senso di Smilla per la neve dello scrittore danese Peter Høeg, non potevo quindi non esserne incuriosita. Anche il prezzo è decisamente ragionevole, poco meno di dieci Euro.
L’inizio è drammatico e angosciante. La protagonista, che narra la vicenda in prima persona, si sveglia una mattina e trova suo marito morto. Apparentemente impiccatosi ad un lampadario. A questo punto l’abusato dilemma, si è suicidato, o l’hanno ucciso, si stempera in un dramma familiare avvenuto nel passato. La protagonista infatti nella sua ricerca dei motivi di questa morte, necessaria per liberarsi dal terribile senso di colpa che prova, si imbatte in una morte avvenuta venticinque anni prima.
Ora non vorrei esagerare a parlarvi della trama, privandovi degli iniziali colpi di scena, ma la tensione nasce da questo avvenimento oscuro che determina il comportamento ambivalente di molti dei personaggi. L’autrice è abile a costruire un castello narrativo plausibile e solidamente strutturato, depistandoci volontariamente, e portandoci a chiederci quale sia la verità o le verità. Un thriller ambientato nel grande Nord, scorrevole e veloce. Adatto a queste sere d’estate.

Jenny Milchman tiene corsi di scrittura e di editoria per il NewYork Writers Workshop. È ideatrice e promotrice della Giornata internazionale del Portailtuobambinoinlibreria. Ha pubblicato una raccolta di racconti. Questo è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 luglio 2013

karimVincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara,  questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Arab Jazz, già dal titolo (lo dice espressamente in una pagina fintamente citazionista) un omaggio neanche tanto velato a White Jazz di James Ellroy, potremmo definirlo un poliziesco esistenzialista, contaminato da sprazzi vividi e caldi di colore locale, multietnici suoni di un’ umanità variopinta e caratterizzata da usanze, culture, credi religiosi contrapposti e spesso stridenti. Arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, mille volti di un quartiere parigino dove convivono varie comunità che quasi si ignorano tra loro, chiuse nelle loro enclavi etniche, familiari, sociali e che fa da sfondo a una storia amara e crudele, che come ogni poliziesco inizia con un delitto.
Laura, giovane hostess dell’Air France, viene ritrovata cadavere nel suo appartamento, legata al balcone, lasciata a dissanguare dopo innumerevoli coltellate inferte con efferata violenza. La tavola apparecchiata per due, il coltello conficcato in un trancio di maiale. Una messinscena grottesca, apparentemente legata a qualche fanatismo religioso, di impurità e punizione.
Ad avvisare la polizia una telefonata anonima, ma anche Ahmed, il vicino del piano di sotto, vede piovere delle gocce di sangue sul suo balcone e alzando la testa vede i piedi della ragazza. Una ragazza che forse lo amava, ma lui questo amore non è mai riuscito a ricambiare chiuso nella sua depressione cronica e senza speranza. Per lei, solo un rituale che paradossalmente lo pone in una posizione delicata. Ha le chiavi di casa della ragazza, perché si era offerto di innaffiare le sue orchidee durante le sue lunghe trasferte. Solo lui era abbastanza ossessivo e fanatico per dare la giusta acqua a fiori così bizzarri e incontentabili.
La portinaia lo sa, e non mancherà di dirlo alla polizia, facendo di Ahmed il primo sospettato. Ma i due poliziotti incaricati dell’indagine fanno presto, vedendolo, a capire che lui non centra niente. Il suo sguardo è troppo dolce, fragile, la sua casa piena di romanzi polizieschi comprati un tanto al chilo da Paul, il librario armeno, che per lui ha sempre qualche raro volume da aggiungere ai suoi acquisti, non è la casa di un assassino. Jean il poliziotto bretone, figlio di comunisti e Rachel la rossa poliziotta ebrea lo capiscono subito, per istinto, per esperienza.
Ma Ahmed, sa che quei due strani poliziotti, non verranno mai a capo di quella storia, deve indagare lui, deve scoprire lui chi ha ucciso Laura, non può certo cambiare il passato, vivere quell’ amore ormai irraggiungibile, ma può scoprire la verità. Glielo deve.
Ecco un accenno di trama, una breve traccia che ci porta nel cuore di questo romanzo, scritto al presente, in un susseguirsi di accelerazioni e cambi di prospettiva. Punti focali Ahmed, Rachel e Jean, in un’ alternanza di vie di fuga narrate da un narratore partecipe che analizza fatti e pensieri dei personaggi, e ci porta nel loro mondo, nel segreto labirinto che è la loro anima.
Vagamente joyciano il dormiveglia solitario di Rachel, mentre immagina di consumare un infuocato amplesso con Tony Leung, a questo servono i divi cinematografici considera quasi in un’ epifania catartica. Vagamente proustiano l’attaccamento di Jean verso il cibo, la bistecca sognata e condivisa con Rachel, le patatine ai gamberetti prese al ristorante cinese. Miské crea con eleganza uno stile insolitamente raffinato per un polar, letterariamente denso e per alcuni versi anche d’avanguardia. Una lettura interessante. Forse non per tutti, ma personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Karim Miskè è nato nel 1964 ad Abidjan da padre mauritano e madre francese. Cresciuto a Parigi, si è trasferito a Dakar per gli studi in giornalismo. È da più di vent’anni regista di documentari che vengno trasmessi su Arte, France 2 e Canal+. A partire dal 2010 pubblica numerosi articoli sul tema del razzismo e tiene un blog sul sito de «les inrockuptibles». Arab Jazz è il suo primo romanzo. Nel 2012 ha vinto il Grand prix de littérature policière.

:: Un’ intervista con Matti Rönkä a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2013

fratelloSalve Mr Rönkä. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matti Rönkä? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo di mezza età che cerca di osservare e comprendere la vita di un uomo di mezza età. Sono nato in campagna, sono andato a scuola, ho fatto il servizio militare, mi sono trasferito a Helsinki per studiare all’università … Sono andato in una scuola di giornalismo molto famosa, e così ho lavorato per quasi 30 anni in un giornale, alla radio e alla televisione … poi ho deciso di fare qualcosa di più appagante, e ho scritto il mio primo libro … Potrei descrive me stesso come un uomo giovane, insicuro e coraggioso!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Beh, sono nato e cresciuto vicino al confine sovietico, e la guerra era ancora molto vicina – mio padre e tutti i miei zii hanno combattuto – qualcuno è morto, altri sono stati feriti e così via … Così sono stato allevato in modo che sapessi chi fosse il nemico. E allo stesso tempo abbiamo sempre cantato le melodie malinconiche russe, e l’Unione Sovietica era un paese così romantico durante la mia infanzia e la mia adolescenza. E da giovane studente ho viaggiato molto in URSS, e ho capito quanto il paese fosse pieno di contraddizioni. I servizi igienici sono sporchi, ma possono volare verso la luna, non funziona niente ma tutto può essere aggiustato, lo stato può essere molto crudele, ma gli abitanti sono molto amichevoli …

Sei un giornalista televisivo finlandese, sei stato anchorman dal 2003 su YLE del telegiornale quotidiano 8:30 National Report, e ora sei un romanziere. Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi polizieschi?

Quando ho creato Viktor, quando stavo progettando il mio primo romanzo, ho voluto creare un protagonista che fosse unico, diverso dagli altri. Non un poliziotto o un gruppo di poliziotti e poliziotte (normale struttura del poliziesco scandinavo …). E un detective privato nello stile americano non si adatta alla realtà finlandese. La questione delle persone che si spostavano in Finlandia dalla ex Unione Sovietica era un argomento molto discusso in quel periodo, e mi resi conto che avrei potuto usare una persona così. Dandogli un background da esule, capacità speciali e così via. E allo stesso tempo facendo osservazioni sulla società finlandese. E in realtà, lo ammetto, ho fatto un “ pastiche ” di un eroe chandleriano …

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho sempre letto molto, così posso dire che ci sono molte opere classiche che hanno influenzato la mia idea di una buona trama o alcuni paragrafi e così via. Nei miei romanzi ho cercato di utilizzare alcuni elementi della tradizione del noir americano … Posso dire che ho provato a fare una pastiche del romanzo chandleriano (Raymond Chandler) e combinarlo con alcune caratteristiche del romanzo giallo scandinavo, e con alcuni elementi di umorismo finlandese.

Hyvä veli, paha veli, ora pubblicato in Italia con il titolo Fratello buono, fratello cattivo, è il secondo libro della serie di Viktor Kärppä, ora in Finlandia al sesto romanzo. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando stavo progettando il mio primo libro, ho voluto creare un tipo di eroe diverso, una location e una scena diverse …. e mi sono reso conto che questi argomenti erano molto dibattuti . Ho anche capito che dovevano essere cose che conoscevo (il mio interesse per la storia, la mia formazione, i miei studi, i miei viaggi in Unione Sovietica negli anni 80 ….)
E ho pensato di poter dare un’ immagine della gente e degli affari che la gente della classe media “normale” non vede.

Raccontaci qualcosa in più del tuo protagonista, Viktor Kärppä?

Viktor è solo un uomo, che vuole vivere una vita normale e tranquilla. Ma ci sono molte cose che gli sono successe – cose che non ha effettivamente scelto che accadessero!
Ho descritto Viktor come un uomo, il cui cervello è fatto di acciaio inossidabile, e il cuore di puro ghiaccio …
Ha avuto un addestramento speciale nell’Armata Rossa, e forse avrebbe dovuto agire come un agente in futuro – per il KGB o il GRU (L’intelligence militare). Ma in realtà è solo un ragazzo normale, a cui è capitato di nascere in URSS, a cui è capitato di essere uno sportivo di talento e così via … e il suo paese natale è appena scomparso … tutte cose che non ha scelto. E le cose e le persone del suo passato, della sua storia, ritornano sempre nella sua vita. Puoi vendere o comprare o cambiare quasi tutto – ma non il tuo passato … Ogni persona ha le sue contraddizioni – e questo è quello che è interessante. Credo che, per me la cosa più importante sia, che Viktor è un outsider, o meglio non è completamente integrato nella società finlandese. Le cose si vedono sempre più chiaramente dal di fuori, quando non si è nel mezzo delle situazioni. Ha la sua chiara morale, e cerca di seguire il suo personale codice morale con la sua famiglia e le persone, ma quando le cose diventano più grandi di lui, oppure quando Viktor è trattato male, a volte passa dalla parte sbagliata. Lo seguo ormai da dieci anni, e cerca di muoversi in affari sempre più legali, ma … È possibile acquistare o vendere o dare via quasi tutto, ma non il passato. E questo è qualcosa che continua a tornare da Viktor. Le persone e le cose che ha fatto nella sua vita.

Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003) è una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Come è cambiata la Finlandia dai primi anni del 2000?

Alcune strutture della società sono cambiate. Per esempio molti luoghi in Carelia ora sono luoghi di villeggiatura per i ricchi di San Pietroburgo. Anche San Pietroburgo è molto cambiata – ora l’ élite politica (Putin-Medvedev, ecc) ha alcune cose in comune – il KGB e San Pietroburgo!
Si possono vedere un sacco di russi in Finlandia al giorno d’oggi, che spendono denaro per le loro vacanze nei centri benessere, negli alberghi e nei negozi di lusso. C’è sempre più traffico attraverso il confine!

Puoi parlarci un po’ del libro senza rivelarci il finale?

La cosa più difficile per me è quella di creare il “crimine” … Non mi interessa descrivere la criminalità e la violenza o qualche mistero da risolvere … I miei libri non sono il tipo di romanzi in cui è importante il “chi è stato”. Ho letto che Raymond Chandler scrive grande letteratura poliziesca in modo che puoi strappare via le ultime 20 pagine e apprezzare ancora il libro. Questo è quello che voglio fare anche io.
La trama è come una corda, e io appendo le mie piccole storie e gli episodi dei miei romanzi su di essa. Sto pubblicando il mio sesto romanzo qui in Finlandia, e le mie trame sono sempre più deboli e meno importanti rispetto al resto. Eppure, in questo genere di storie, si deve creare un po’ di tensione e di pericolo, ma per me questo non è il problema principale!

Perché hai ambientato la storia ad Helsinki? Come i luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

Credo che sia una location unica – una società molto chiusa, l’impero, il crollo dell’ URSS e tutte le vecchie strutture che scompaiono. Ciò significa un nuovo inizio, ed è possibile vedere il rapido sviluppo di un capitalismo selvaggio … e si possono vedere i problemi legati all’ immigrazione, alla povertà, alla criminalità … Helsinki è come un laboratorio sociale!

Come è cambiata la tua vita dopo il successo?

Sembra che le persone amino veramente Viktor! Dopo aver vinto il Glass Key, un premio riservato ai migliori autori scandinavi di crime, tutto è cambiato. Da allora sono stato classificato tra i primi 10 o 15 scrittori in Finlandia e i diritti dei libri sono stati venduti in 15 paesi stranieri. E’ stato incredibile.

Verrai in Italia, di nuovo, per presentare i tuoi romanzi?

Sì, certo che verrò in Italia per presentare i miei nuovi romanzi e conoscere i lettori di italiani.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando su alcune cose, ma per ora è tutto top secret!

:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di Innocenti di Cristina Fallarás (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2013

innocentiNoir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Innanzitutto la struttura narrativa stessa rende questo romanzo di non immediata comprensione. Si è parlato di stile destrutturato della trama e vorrei aggiungere, non so quanto coscientemente voluto dall’autrice o più che altro frutto del suo particolare modo di scrivere, (proprio per scelta di vocaboli e per costruzione delle frasi, e qui sicuramente centra anche il lavoro del traduttore), che tra l’altro ho apprezzato in maniera netta, più ancora se vogliamo di trama e personaggi.
Quando si scrive un romanzo poliziesco, con un detective implicato in un’indagine per quanto difficile e complessa, la chiarezza è forse un elemento essenziale, per sostenere anche una certa suspense e attesa di scoprire chi ha commesso il crimine, le sue motivazioni, e come questi fatti hanno influito sui personaggi principali o secondari direttamente o indirettamente collegati. L’autrice sembra prediligere una strada alternativa, labirintica, affascinante certo ma per alcuni tratti difficoltosa, fatta di una doppia indagine (svolta da un killer e dalla investigatrice privata), di pensieri e ricordi improvvisi a volte non nettamente comprensibili, che soprattutto non seguono sempre un ordine logico o cronologico, di suggestioni, di riflessioni, che a volte si interrompono come vicoli ciechi non portando ad alcuna conclusione. E il consiglio che la protagonista si da calma, Victoria, perché questa storia è appena iniziata. Vedrai che ogni parola pian piano acquisterà un senso, sembra un consiglio dato al lettore.
Le informazioni fondamentali sono immerse nel flusso narrativo in modo inatteso, e certo è divertente scoprirle ma a volte tocca tornare indietro e rileggere alcune pagine per capire quale fatto è occorso per portare le indagini in quella direzione o anche solo i fatti a quella svolta.
Faccio un esempio. All’inizio del romanzo la protagonista principale, l’investigatrice privata Victoria González si trova improvvisamente su una scena del crimine su invito della polizia; scopriremo solo che da tempo collabora con il commissario Toni Estella, con il quale ebbe una relazione clandestina. In un capitolo successivo il suo assistente Jesus accenna che qualcuno ha dato una somma (30.000 euro, lo sapremo a pagina 84) per portare avanti questa indagine, (sapremo solo molto dopo chi è stato) trovare due bambine scomparse, Andrea e Josefa Rebollo Sanchez de Andrade, e sospetta che sia stata la polizia stessa a dare questi soldi brancolando nel buio e quasi vergognandosi di chiedere aiuto a un investigatore privato per giunta donna e incinta.
Il tutto lo si ricostruisce, da schegge, frammenti, accenni, aggiungendo anche le informazioni legate appunto al killer Genaro che si occuperà del caso pagato dalla madre naturale delle due bambine, la rossa, facendone poi una vendetta personale. Due filoni narrativi paralleli che bisogna intrecciare e mediare per seguire la trama. Ecco, l’autrice non sceglie una narrazione piana, immediata, opta invece per una narrazione frammentata, ambigua, che se vogliamo è nello stesso tempo il suo punto di forza e di debolezza.
Per quanto riguarda i temi trattati, come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga, di per sé forti e disturbanti, temi che avrebbero di per sé potuto assumere una connotazione di denuncia, di analisi sociologica appunto da noir sociale, invece spiazzano, toccando vertici di disagio nella descrizione semiseria dei modi per uccidere piccoli animali, pratica con cui la protagonista sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione. Capitoletti che ad essere sincera io, per gusto personale, avrei evitato e che apparentemente non arricchiscono o spiegano alcunché. Ma è un noir, infondo queste coloriture sadiche e patologiche, possono avere una funzione, e lungi da valutazioni moralistiche o educative, forse possono in realtà, paradossalmente per contrasto, stigmatizzare comportamenti che molto probabilmente l’autrice fortemente deplora, tanto da inserirli nel suo romanzo. Sarebbe interessante chiedere se è vero a Cristina Fallarás.
Oltre alla scrittura davvero particolare, che ripeto è davvero il punto di forza di questo romanzo, è la città di Barcellona a emergere stagliata tra cielo e mare, diversa dalla solare e conosciuta città turistica, ricca di storia, arte e bellezza. Le pagine più belle sono dedicate a questa città, con le sue contraddizioni, i suoi locali dark, i suoi caseggiati formicaio abitazioni dei poveri e i vicoli malfamati, abitati da una folla multietnica e vitale a cui si aggiungono agli immigrati, drogati, spacciatori, musicisti, punk, motociclisti, prostitute, travestiti, barboni in compagnia dei loro cani, e poi i castagni rachitici, le palme da datteri, i platani di giardini che hanno l’ambizione di essere signorili, ma che finiscono col diventare solo un’ ostentazione esotica, o le zone dormitorio per operai non industrializzate che si trovano appena fuori città, sopra l’autostrada, in direzione della zona più grigia dell’area metropolitana. Barcellona: metropoli in miniatura, tegame per uno stufato di turisti senza patè.
In Spagna un romanzo di notevole successo, vincitore di numerosi premi tra cui l’El Hammett, per il romanzo poliziesco spagnolo dato nel corso del festival Semana Negra de Gijón, da non confondere con lo statunitense Hammett Prize. Molto particolare, ma da leggere sicuramente se amate il noir.

Cristina Fallarás (Zaragoza, 1968), giornalista e scrittrice, vive a Barcellona. Ha lavorato per numerosi giornali, radio e tv, tra cui “El Mundo”, “El Periódico de Catalunya”, “ADN”, Cadena Ser, RNE, Antena 3 Televisión e Cuatro Televisión, e gestisce il sito web letterario Sigueleyendo. In Spagna, Innocenti è stato accolto con grande favore da pubblico e critica e ha vinto numerosi premi, tra i quali il Premio Internacional de Novela Negra L’H Confidencial nel 2011. Inoltre, nel 2012, Cristina è stata la prima donna ad aver mai ottenuto il premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo.

:: Recensione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2013

p015_1_01I fenomeni di brigantaggio, che si diffusero nella Maremma viterbese di fine Ottocento, fanno da sfondo alle vicende narrate nel nuovo romanzo di Franco Limardi, Il bacio del brigante, edito ad aprile da Mondadori nella collana Omnibus.
Forse meno noto del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia, che  vide le ex province del Regno delle Due Sicilie quasi al centro di vere sommosse contro il regno sabaudo, (ricordo ancora che una domanda di un mio esame universitario verteva proprio su questo argomento), il brigantaggio nelle campagne del viterbese, amministrate dallo Stato della Chiesa almeno fino al 1870, (esiste proprio un libro quasi dello stesso titolo edito nel 1994 da Scipioni editore e curato da Alfio Cavoli e Romualdo Luzi, in cui viene riproposta la ristampa di un classico del ribellismo tra Toscana e Lazio, di autore anonimo, al quale si può aggiungere Tiburzi. La leggenda della Maremma, e Lo sparviere della Maremma. Storia di Enrico Stoppa, il feroce brigante di Talamone (1834-1863) sempre di Alfio Cavoli, medesimo editore, per chi volesse approfondire l’argomento) si ricollega al tema dibattuto dagli storici sulla differenza tra banditismo come mera attività criminale comune e brigantaggio come fenomeno politico e sociale di ribellione contro un sistema fortemente disequilibrato e ingiusto, che privilegiava i latifondisti a discapito dei contadini, sfruttati e depredati, e vedeva i banditi come veri e propri eroi e difensori di una giustizia più alta contrapposta alla “legge”, strumento di oppressione dei ricchi e dei potenti. Materia per chi vi scrive estremamente interessante, tanto da dedicarci una tesi di laurea. Ma scusate della digressione e torniamo al romanzo.
Il bacio del brigante è essenzialmente un romanzo storico di ampio respiro, quasi un affresco epico di un’epoca relativamente lontana che se vogliamo, come giustamente accenna Giancarlo De Cataldo, ha il sapore del grande western. Osterie caserecce, invece che saloon, carabinieri e soldati regi al posto di sceriffi con la stella d’oro, ruspanti briganti con schioppi e coltellacci dediti alla macchia, invece che ladri di cavalli e assaltatori di treni e diligenze, ma lo spirito di libertà e di velata anarchia risuonano identici per boschi e piccoli paesi. Forse mancano i grandi spazi e le praterie sconfinate dell’America dell’Ottocento, ma abbiamo la Maremma una terra dura, fatta di orizzonti brulli e colline spoglie, una terra infame, buona appena per il grano e per far campare qualche animale come dice il conte Fabio Enrico Sarzani, grande latifondista, personaggio cardine del romanzo ed immagine dell’arroganza dei potenti assieme al delegato di polizia Giovanni Scapigliati.
Latifondisti e  briganti dunque che si fronteggiano, ma anche una caccia serrata tra il piemontese, il maggiore Carlo Alberto Carcano del regio esercito e Michele Pastorelli, il brigante più temuto della Maremma, evaso dal luogo di detenzione, dai lavori forzati in una salina per vendicarsi di coloro che l’avevano tradito e consegnato alla giustizia: Attilio Piconi e il suo padrone il conte Sarzani appunto, con il quale un tempo c’era un patto, un’alleanza. Ma mentre il vecchio brigante è un uomo di parola, che sigla gli accordi con una stetta di mano, il nobile pur di risultare impunito, e di stare al di fuori di ogni processo, è capace di ogni bassezza, di ogni slealtà.
Anche se il più grande tradimento sta forse per essere consumato da chi non ha scelta, da chi si trova a diventare strumento di un ingegnoso, quanto sleale, piano per catturare l’evaso, nel frattempo macchiatosi di nuovi ed efferati crimini che insanguinano la regione. Ma quale è la differenza tra legge e giustizia, quando sono i proprio i detentori dell’ordine i più feroci e spietati? Vale più la lealtà ad un vecchio compagno e amico, quasi un padre o l’amore per la propria famiglia, la propria moglie, i propri figli? Cosa si perde ad accettare un ricatto in cambio della certezza che i propri antichi crimini non troveranno più punizione, e una nuova speranza di vita, lontana dalla miseria e dagli stenti ci attende forse al di là dell’oceano, in America? Ma soprattutto sarà davvero in grado di tradire qualcuno che un tempo credeva nella giustizia dei poveri, qualcuno che una sua etica e una sua coscienza ancora la possiede a dispetto di tutto?
Romanzo di impianto classico, di solida struttura, caratterizzato da una scrittura corposa ed evocativa dal sapore antico, fatta di flashback in cui il passato emerge quasi trasfigurato, accurate descrizioni di ambienti domestici contadini e paesaggi minuziosamente tratteggiati, abiti, mezzi di trasporto, armi, e dialoghi verosimili con modi di dire, inflessioni dialettali e forme di cortesie dell’epoca.

Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, laureato in Filosofia, ha svolto lavori diversi e da alcuni anni insegna in un istituto di Viterbo. Esperto di cultura cinematografica e sceneggiatore, autore di testi teatrali, ha pubblicato Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), Lungo la stessa strada (Perdisa Pop 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009). Nel 1999 ha partecipato al premio Calvino con il suo primo romanzo, L’età dell’acqua (DeriveApprodi 2001), che ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

:: Recensione di Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2013

PerdisaImager.aspxCi sono romanzi misteriosi, che richiedono al lettore oltre ad una partecipazione attiva e consapevole – quale romanzo o qualsivoglia opera narrativa non lo richiedono, in fondo? – anche una precisa volontà creativa. Così è per Cattiverìa di Rosario Palazzolo, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e attore palermitano, già autore sempre per Perdisa di altre due novelle L’ammazzatore e Concetto al buio. Palazzolo richiede, anzi pretende con una certa forza, un lettore non spettatore, debordianamente considerato come un passivo consumatore a cui non resta che ammirare immagini che altri hanno scelto per lui, spot pubblicitari incanalati da un alter ego narrativo alternativo al tubo catodico (e il paragone televisivo non è pura speculazione ma, vedrete in seguito, ha una precisa ragione d’essere in tutto il romanzo). Se siete lettori pigri o distratti e non avete in voi un briciolo di sana follia, cambiate romanzo, Cattiverìa non fa per voi. Se viceversa amate l’esperienze un po’ estreme, e vi avviso subito Palazzolo non è un autore facile nè accomodante, leggendo questo libro vi divertirete, è un romanzo etremamente divertente, farete considerazioni profonde e inusuali, forse scomode, apprezzerete l’uso della parola creativamente proposta in molteplici e bizzarre combinazioni ai limiti della logica, ma comunque mai banali, mai consuete. L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Ho riletto La società dello spettacolo di Guy Dabord mentre leggevo Cattiverìa, per precisa scelta dei situazionisti libera da copyright  e qui disponibile e non posso non citare L. Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo. “E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.” Di verità si parla in Cattiverìa, di immaginario e di rappresentazione, e la chiave di lettura è in bella mostra nell’epigrafe tratta da Una specie di Alaska di Harold Pinter. Se seguirete i lunghi monologhi che si alternano nei capitoli, strumentalmente atti ad evocare i mondi interiori dei fittizi personaggi,  vi accorgerete del mistero sotteso, dell’equivoco di cui potreste essere vittime se non farete molta attenzione, e quando sul finale l’hitchcockiano colpo di scena vi svelerà tutto ribaltando le vostre certezze, avrete davvero la sensazione che Cattiverìa, (non vi svelo cos’è, lo scoprirete leggendolo, e anche il motivo di quello spostamento della ì, non temete), sia un ultimo scherzo, un’ illusione, un gioco in cui l’unico atto reale di  cattiveria dell’intero libro sia spiegarvelo, spiegarvi dove risiede la verità. Ma sarà un atto punito, in modo davvero definitivo. Ironica  e grottesca l’immagine di copertina: la caricatura di un tizio sbracato. Se fate attenzione noterete che tiene un telecomando in mano.

:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010) a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2013

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Recensione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2013

lee childChi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata (Rizzoli BUR, 1974) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
Koto

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero…”

Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata inizia così, con eleganza e semplicità, e da questa breve frase si avverte già il tono poetico e delicato che attraverserà tutta la narrazione.
Pubblicato a Tokyo nel 1962 con il semplice titolo di Koto, mi sfugge a dire il vero il motivo del titolo italiano che facilmente può creare una certa confusione, (premetto che non è un romanzo storico, non ci sono amanti, si parla di due sorelle e le loro relazioni sentimentali sono del tutto incidentali, e l’antica città imperiale è Kyoto ma in tempi relativamente moderni) è senz’altro uno dei più limpidi esempi che caratterizzano la poetica in prosa dell’autore.
Esiste in commercio un’ edizione BUR Rizzoli del 1997 facilmente reperibile, ho controllato, io comunque ho esaminato la prima edizione BUR del settembre del 1974, che sebbene ingiallita, e inframmezzata di vecchi fiori secchi, (temo ormai specie protette, che se le raccogliete in montagna vi danno la multa), contiene tutte le pagine e ha fatto egregiamente il suo dovere. E’ una rilettura, appositamente fatta per questa recensione, per cui avverto i miei lettori che parte della spontaneità e della meraviglia della prima lettura è stata sostituita da un analisi più razionale e sistematica del testo, che comunque non precluderà a voi affatto il piacere della lettura. Nella edizione da me considerata la traduzione è affidata a Mario Teti e vi è anche presente un’ introduzione di Carlo Cassola, che vi consiglio di leggere al termine del romanzo.
Koto, come dicevo, è un romanzo breve, poco più di 150 pagine, appartenente ad un genere narrativo del tutto particolare che fonde la poesia con la prosa. Genere apparentemente tipico della narrativa giapponese classica, anche se in Kawabata niente è comune o scontato. Tutto anzi acquista una forza tragica e dirompente, seppure ciò di cui si narra non sono altro che i sentimenti e i moti misteriosi dell’animo umano. Innovativo e rivoluzionario nello stile, molto moderno se vogliamo, il romanzo tratta temi universali, seppure Kawabata li analizzi partendo, oltre che dalla sua dolorosa e esasperata sensibilità, anche dalla tipica ottica di un giapponese conscio delle tradizioni del suo paese, consapevole che l’unicità del suo pensiero non può essere slegata dalla società in cui viveva, dalla mentalità che caratterizzava il suo stato sociale, e dalla consapevolezza che il tempo che passa è inarrestabile e la provvisorietà dell’esistenza, in cui tutto è instabile e fugace, non può dare all’uomo certezze, ma solo il senso della sua vulnerabilità.
Koto è un romanzo caratterizzato da una trama semplice e lineare, quasi assente. E’ innanzi tutto la storia di due vite, di due sorelle, Chieko e sua sorella Naeko, sparate dalla nascita, immagini speculari di una femminilità forse lontanissima dai canoni della sensibilità occidentale, che incidentalmente nel corso della vita, si incontrano e si riconoscono. Ciò che le separa purtroppo è più forte del sentimento che le lega e sarà dunque invitabile che questo delicatissimo legame si spezzi facendo sì che le sorelle si perdano nuovamente, questa volta per sempre, ognuna destinata a seguire il proprio destino.
I personaggi di questo romanzo, sebbene il tema centrale sia la solitudine, svolgono un ruolo corale. I rapporti che li legano sono caratterizzati da lievi legami d’amore e solidarietà. L’amore tra genitori e figli, l’amore tra fratelli, il rapporto di stima e rispetto tra allievo maestro, tutto concorre a dare una dimensione affettiva e intima, sebbene l’utilizzo della terza persona consenta un certo distaccato e deprivi il narrato da ogni deriva eccessivamente sentimentale o peggio zuccherosa. Koto ha per temi soggetti fondamentali del romanzo classico giapponese: la natura, la bellezza, la solitudine, la separazione. La natura, nello scintoismo sacra e un tutt’uno con il divino, per Kawabata non è altro che lo specchio in cui si riflettono i moti dell’animo, la delicatezza dei sentimenti, la percezione dell’unicità dell’esistenza, la bellezza dell’amore.
L’estetica di Kawabata è sintetizzata dal breve scambio di battute tra il padre di Chieko e Hideo Otomo dove il giovane paragona la bellezza della ragazza a quella dei dipinti di un tempio. Il padre si indigna e sottolinea che non ci può essere paragone tra la bellezza dell’arte e quella della vita, perchè Chieko invecchierà e la sua bellezza sarà sciupata dal tempo che passa, mentre la bellezza dell’arte è eterna.  Hideo Otomo ribatte che proprio per questo la bellezza della ragazza è ancora più preziosa, proprio perché effimera, ma nello stesso tempo è viva, a differenza di un semplice affresco per quanto magnificamente dipinto.
La delicatezza e l’eleganza dello stile sono assoluti. Ogni scena racchiude in sé una piccola miniatura, utilizzando una tecnica quasi pittorica di accostamento di colori, brevità di passaggi, leggerezza di tratto.
Stilisticamente perfetto, non perde né in naturalezza, né in spontaneità. Né mai prende i connotati di freddezza che caratterizzano le opere solo esternamente e formalmente ineccepibili. Non è uno sterile esercizio stilistico. Sotto la calma apparente di una struttura narrativa lenta e fluente si nasconde un sincero e autentico atto d’amore per l’arte, la vita e la letteratura.
Il linguaggio poetico, usato sia per descrivere la natura sia i sentimenti dei personaggi, trasmette con semplicità e dolcezza tutta la bellezza e l’intensità insita nei profondi abissi dell’animo umano in comunione con lo splendore della natura stessa.
La storia è ambientata a Kyoto, e si chiude nell’arco di poche stagioni passando dalla primavera all’inverno. Ovvero dalla nascita alla morte. Apparentemente formali i dialoghi, sono in realtà la forma con cui i personaggi combattono la loro solitudine. Non a caso quando un personaggio si chiude in se stesso tace ed evita ogni comunicazione. Il silenzio acquista quindi una dimensione importante, quasi quanto la conversazione, tenendo anche presente che i dialoghi rispettano le gerarchie sociali, i rapporti interpersonali e la schematica struttura della rigida società giapponese, molto sensibile alla forma esteriore, che diventa paradossalmente tessuto interiore e sostanza fondamentale.

Yasunari Kawabata nacque ad Osaka nel 1899. Rimase orfano in tenera età e la morte di genitori incise grandemente sulla sua visione pessimistica della vita e sul costante senso di separazione che caratterizzò tutte le su opere. Nel 1924 si laureò a Tokyo in letteratura inglese e giapponese in questi anni fondò il movimento letterario Sensazioni nuove. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera, La danzatrice di Izu, e fu accolta con un enorme successo. Oltre che romanzi scrisse saggi di critica e racconti. Ottenne il Nobel per la letteratura nel 1968 e fondò il più grande premio letterario giapponese L’Akugawata. Morì suicida nel 1972. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Mille gru, Il suono della montagna, Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate, Koto, Bellezza e tristezza, Diario di un sedicenne e Gente di Tokyo.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (Einaudi, 1979) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
morte commesso

Clicca sulla cover per l’acquisto

Titolo originale: Death of a Salesman
Autore: Arthur Miller
Anno di pubblicazione: 1979
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Introduzione di Elena De Angeli
Casa editrice: Giulio Einaudi Editore

Nel teatro di Miller l’uomo comune e la vita di ogni giorno vengono nobilitati e acquistano valenza epica. Oltre a usare strumenti di analisi psicologica, l’originalità di Miller sta nell’introdurre metodi di analisi antropologica, sociologica, economica, e politica – non dimenticando di filtrare tutte le scuole di teatro precedenti- cercando di cogliere ciò che di meglio hanno  prodotto.
Rifiuta il teatro come mera forma di intrattenimento e rivendica la sua natura di rappresentazione della vita contemporanea e pretesto per analizzare argomenti di interesse pubblico e politico, sull’esempio del teatro sociale di Ibsen.
Inoltre inizia a elaborare un’ idea del teatro come laboratorio di formazione, cercando di sviluppare un senso critico nei suoi spettatori, coinvolgendoli sia intellettualmente che emozionalmente, fornendo strumenti per riflettere, per formare giudizi liberamente, acquistando così una coscienza critica e indipendente, strumento necessario e indispensabile per ottenere la vera libertà. Miller si interessa prevalentemente agli aspetti tragici del reale per dare più forza e veridicità alle sue opinioni.
Detto questo, che mi sembrava in un certo senso necessario, inizierò ad analizzare “Morte di un commesso viaggiatore”, pietra miliare del teatro americano del dopoguerra. Sicuramente l’opera teatrale più conosciuta e rappresentata di Miller e, nella sua apparente semplicità, la più complessa e difficile sia per struttura, sovrapposizione di tempi, analisi psicologica dei personaggi.
Tema conduttore di tutto il testo è il dualismo tra realtà e sogno e come questa  contrapposizione si risolve nella mente del protagonista, e per riflesso nei personaggi a lui collegati.
La trama di Morte di un commesso viaggiatore è molto semplice: l’intera opera si limita a essere una parabola morale che parte da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza, che porterà il protagonista nel suo punto massimo di consapevolezza nel momento del licenziamento,  oltre al quale  tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale. Più in dettaglio narra la vita di Willy Loman, un tipico rappresentante di commercio, mediocre esponente di un’ intera classe sociale che vive nel mito del “Denaro” e del “Successo” come unica ragione di vita e affermazione.
Loman è il tipico uomo qualunque, senza particolari qualità che lo caratterizzino, anzi racchiude in sé più difetti che pregi, ma nello stesso tempo è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli che venera e per cui spreca la sua vita, gli fornirà la sua unica occasione di riscatto.
Proprio la sua onestà ne conserva la dignità e gli impedisce di diventare l’uomo di successo, eroe del Sogno americano, caricaturalmente delineato nella figura del fratello Ben, sicuro di sé, spavaldo, conscio del suo valore, l’uomo capace di cogliere le opportunità, ma animato dalla certezza che per vincere bisogna trattare gli altri da nemici e non giocare pulito con loro.
Loman, esponente di quella middle class frustrata che non riesce a emergere dalla sua mediocrità inseguendo il classico Sogno Americano, l’Alaska terra dell’oro, l’Eldorado consumistico che promette falsi paradisi di benessere, serenità e felicità, dedica tutta la sua vita inseguendo quel sogno, popolato solo da illusioni e progetti irrealizzabili, per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio, solo fumo, e che le cose concrete che veramente contano gli sono sfuggite e non c’è più modo di tornare indietro a recuperarle. Questo senso del tempo perduto viene sottolineato dall’uso incrociato del passato e presente, coesistenti nella mente del protagonista. Non a caso il titolo originario dell’opera doveva essere proprio “Dentro la sua testa”.
Il “common sense ”, il modo giusto e normale di vedere le cose, viene dissolto e si stempera in un’apparente incoerenza, sintomo della sua mente ormai disturbata e della sua identità distrutta che lo porterà inarrestabilmente al suicidio. Loman sente la vecchiaia assalirlo, sente le forze abbandonarlo e guardando in sé non trova niente che veramente valga. Ripercorre la sua vita, che sperava costellata di grandi imprese, costellata invece di squallidi atti senza importanza. La sua intera vita spesa a comprare quel sogno, costellata solo di meschinità e mediocrità,  di rate e cambiali, di conti, di debiti, ora lo ripaga tradendolo e non tributandogli nemmeno quel minimo di considerazione, che in realtà è la sola cosa che ha sempre cercato.
Morte di un commesso viaggiatoreLa sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie,  da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
La figura di Biff soprattutto si eleva tra le altre e pone Loman di fronte a uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di onestà, di rettitudine, laboriosità lo pone seriamente a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere i suoi sogni di sportivo fallire, i suoi vagabondaggi inutili, che l’hanno portato a essere senza casa, lavoro e prospettive sono l’unico fallimento dal quale non sa riprendersi.
Infine la moglie Linda, l’unico suo sostegno, la sola che tenga veramente a lui, anche lei ormai è vecchia e senza alcuna prospettiva di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in serenità.
Nonostante questa lenta presa di coscienza, Loman si ostina a credere di avere ancora un’altra occasione, che il suo lavoro, con cui afferma la sua identità, non è inutile e la sua clientela, che ha coltivato negli anni cercando di farsi amare e benvolere, continueranno a dare uno scopo, e un senso, alla sua esistenza. Il crollo e la disintegrazione della sua identità avverrà quando il giovane Howard Wagner, titolare della sua ditta, lo licenzia senza preavviso e senza fornirgli alcuna liquidazione o indennizzo, abbandonandolo alla più completa miseria con la giustificazione  “gli affari sono affari”.
Loman parla da solo, confonde presente e passato, soffre di allucinazioni e annaspa nel suo lungo calvario che lo accomuna agli uomini di ogni epoca, tormentato dalla lenta percezione dell’assurdo, del tradimento, dell’ingiustizia insita in una promessa non mantenuta. Dopo aver speso una vita per gli altri, al servizio dei suoi clienti, per la famiglia, per l’azienda, per il paese che in un certo modo ha contribuito a costruire, fisicamente usurato, con la vecchiaia che avanza, vede la sua ricompensa trasformarsi in condanna, vede i suoi figli persi, sua moglie destinata alla miseria, l’irriconoscenza e il cinismo dei datori di lavoro, il biasimo della società. La sua vita non raggiunge un compimento, l’uomo che sognava di essere si è dissolto.
Quando si lamenta “Non c’è niente di seminato nel mio pezzetto di terra, il mio giardino è senza piante” afferma il diritto e nello stesso tempo il dovere di dare concretezza alla sua umanità, un segno del suo passaggio, costruendo qualcosa non per sé ma per gli altri, superando il suo egoismo con l’unico atto eroico di cui è capace, sacrificare la sua vita per permettere alla moglie di percepire l’assicurazione.
La morte gli consente la sua ultima occasione di riscatto e liberazione da una vita mediocre, permettendogli di affermare il valore della sua persona e trasformandolo da semplice e volgare piazzista in un “uomo”.  Il protagonista condizionato dall’ambiente in cui vive accetta acriticamente e persegue una filosofia materialistica che fa dei soldi e del mito del successo un idolo vendicativo e crudele.
Willy non è un eroe nel senso classico del termine, anzi è pieno di difetti, e anche la sua scelta finale, seppure determinata da buone motivazioni, non è dall’autore della piece del tutto giustificata. La vita, la famiglia, gli affetti sono più importanti della sicurezza economica e il non capirlo decreterà la grande sconfitta e la inesorabile tragicità di quest’uomo irrimediabilmente solo. I personaggi non comunicano realmente tra loro. Un senso di grande solitudine, infatti, pervade tutta l’opera.  L’unica interazione reale, che supera l’isolamento in cui i personaggi si trovano, è il rapporto conflittuale tra Biff e suo padre, costellato da litigi, separazioni, abbandoni, ritorni che pur tuttavia permette di manifestare sentimenti sinceri. Quando realizza che suo figlio non lo odia, Willy percepisce che il suo fallimento non è completo, che qualcosa di sacro è riuscito a conservare e proprio questo se vogliamo è la molla che farà scattare la sua risoluzione finale.
La narrazione oscilla tra realismo ed espressionismo e utilizza il tempo cronologico con continui spostamenti tra passato e presente, per caratterizzare la sua mente disturbata. Oltre a usurargli il fisico, la sua vita spesa inseguendo falsi ideali ha corroso anche la sua mente e la sua anima. L’apparente realismo che pervade il testo crea un senso di familiarità con la vita privata dei personaggi che assumono una valenza universale rispecchiando problematiche, sentimenti, emozioni, comuni a tutti gli esseri umani. L’influenza del cinema nel teatro di Miller è evidenziata dallo specifico uso di tecniche narrative prevalentemente visive (uso dei flashback, delle luci, della musica).
Diamo infine, per concludere, un breve sguardo ai personaggi:   Linda, coscienza critica del testo, paziente e amorevole moglie del protagonista, partecipe del dramma del marito, avverte che sta pensando di suicidarsi e tenta di spingere i figli ad aiutarlo impedendo la tragedia. Happy è l’emblema del conformismo acritico e standardizzato, omologato. Vede nel conformismo l’unica via per affrontare la lotta per la sopravvivenza, e tenta di tramandarlo anche ai suoi figli e facendo anche di loro dei “prodotti in serie”, gli stessi prodotti che ha sempre venduto. Biff emblema della ribellione senza logica, che lo spinge alla cleptomania. Ben caricatura del “self made man”. Charley filantropo saccente che non stima Willy, ma lo aiuta per pietà e per sentirsi migliore. (Il rifiuto di Willy di accettare il suo aiuto è il suo ultimo risveglio di dignità). Willy ha sempre tenuto un registro dei sui debiti e non vuole elemosina ma giustizia. Howard Wagner spietato, indifferente, egoista, imprenditore sterile figura apparentemente realizzata e vincente ma dietro la maschera del potere e dell’efficienza nasconde una disumanità, che ne fa un arido burattino in una pantomima crudele e vuota di ogni significato. Le voci registrate dei suoi cari danno un senso di quanto i suoi legami siano vuoti e privi di senso.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.