:: Recensione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013)

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p015_1_01I fenomeni di brigantaggio, che si diffusero nella Maremma viterbese di fine Ottocento, fanno da sfondo alle vicende narrate nel nuovo romanzo di Franco Limardi, Il bacio del brigante, edito ad aprile da Mondadori nella collana Omnibus.
Forse meno noto del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia, che  vide le ex province del Regno delle Due Sicilie quasi al centro di vere sommosse contro il regno sabaudo, (ricordo ancora che una domanda di un mio esame universitario verteva proprio su questo argomento), il brigantaggio nelle campagne del viterbese, amministrate dallo Stato della Chiesa almeno fino al 1870, (esiste proprio un libro quasi dello stesso titolo edito nel 1994 da Scipioni editore e curato da Alfio Cavoli e Romualdo Luzi, in cui viene riproposta la ristampa di un classico del ribellismo tra Toscana e Lazio, di autore anonimo, al quale si può aggiungere Tiburzi. La leggenda della Maremma, e Lo sparviere della Maremma. Storia di Enrico Stoppa, il feroce brigante di Talamone (1834-1863) sempre di Alfio Cavoli, medesimo editore, per chi volesse approfondire l’argomento) si ricollega al tema dibattuto dagli storici sulla differenza tra banditismo come mera attività criminale comune e brigantaggio come fenomeno politico e sociale di ribellione contro un sistema fortemente disequilibrato e ingiusto, che privilegiava i latifondisti a discapito dei contadini, sfruttati e depredati, e vedeva i banditi come veri e propri eroi e difensori di una giustizia più alta contrapposta alla “legge”, strumento di oppressione dei ricchi e dei potenti. Materia per chi vi scrive estremamente interessante, tanto da dedicarci una tesi di laurea. Ma scusate della digressione e torniamo al romanzo.
Il bacio del brigante è essenzialmente un romanzo storico di ampio respiro, quasi un affresco epico di un’epoca relativamente lontana che se vogliamo, come giustamente accenna Giancarlo De Cataldo, ha il sapore del grande western. Osterie caserecce, invece che saloon, carabinieri e soldati regi al posto di sceriffi con la stella d’oro, ruspanti briganti con schioppi e coltellacci dediti alla macchia, invece che ladri di cavalli e assaltatori di treni e diligenze, ma lo spirito di libertà e di velata anarchia risuonano identici per boschi e piccoli paesi. Forse mancano i grandi spazi e le praterie sconfinate dell’America dell’Ottocento, ma abbiamo la Maremma una terra dura, fatta di orizzonti brulli e colline spoglie, una terra infame, buona appena per il grano e per far campare qualche animale come dice il conte Fabio Enrico Sarzani, grande latifondista, personaggio cardine del romanzo ed immagine dell’arroganza dei potenti assieme al delegato di polizia Giovanni Scapigliati.
Latifondisti e  briganti dunque che si fronteggiano, ma anche una caccia serrata tra il piemontese, il maggiore Carlo Alberto Carcano del regio esercito e Michele Pastorelli, il brigante più temuto della Maremma, evaso dal luogo di detenzione, dai lavori forzati in una salina per vendicarsi di coloro che l’avevano tradito e consegnato alla giustizia: Attilio Piconi e il suo padrone il conte Sarzani appunto, con il quale un tempo c’era un patto, un’alleanza. Ma mentre il vecchio brigante è un uomo di parola, che sigla gli accordi con una stetta di mano, il nobile pur di risultare impunito, e di stare al di fuori di ogni processo, è capace di ogni bassezza, di ogni slealtà.
Anche se il più grande tradimento sta forse per essere consumato da chi non ha scelta, da chi si trova a diventare strumento di un ingegnoso, quanto sleale, piano per catturare l’evaso, nel frattempo macchiatosi di nuovi ed efferati crimini che insanguinano la regione. Ma quale è la differenza tra legge e giustizia, quando sono i proprio i detentori dell’ordine i più feroci e spietati? Vale più la lealtà ad un vecchio compagno e amico, quasi un padre o l’amore per la propria famiglia, la propria moglie, i propri figli? Cosa si perde ad accettare un ricatto in cambio della certezza che i propri antichi crimini non troveranno più punizione, e una nuova speranza di vita, lontana dalla miseria e dagli stenti ci attende forse al di là dell’oceano, in America? Ma soprattutto sarà davvero in grado di tradire qualcuno che un tempo credeva nella giustizia dei poveri, qualcuno che una sua etica e una sua coscienza ancora la possiede a dispetto di tutto?
Romanzo di impianto classico, di solida struttura, caratterizzato da una scrittura corposa ed evocativa dal sapore antico, fatta di flashback in cui il passato emerge quasi trasfigurato, accurate descrizioni di ambienti domestici contadini e paesaggi minuziosamente tratteggiati, abiti, mezzi di trasporto, armi, e dialoghi verosimili con modi di dire, inflessioni dialettali e forme di cortesie dell’epoca.

Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, laureato in Filosofia, ha svolto lavori diversi e da alcuni anni insegna in un istituto di Viterbo. Esperto di cultura cinematografica e sceneggiatore, autore di testi teatrali, ha pubblicato Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), Lungo la stessa strada (Perdisa Pop 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009). Nel 1999 ha partecipato al premio Calvino con il suo primo romanzo, L’età dell’acqua (DeriveApprodi 2001), che ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

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