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:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2013

confini nullaEccoci di nuovo a Niceville, ridente e solare (quanto le apparenze ingannano…) cittadina del Sud degli Stati Uniti, simile per certi versi a tante cittadine di provincia che hanno popolato i racconti sulfurei di Stephen King o i film malsani e onirici di David Lynch. Si sa la linda e irreprensibile provincia americana nasconde mostri e a Niceville sicuramente non mancano. A Niceville alberga il Male, entità ben poco filosofica e capace di entrare nella vita delle persone con le più funeste conseguenze.
Abbiamo conosciuto Niceville e i suoi personaggi nell’omonimo romanzo che da l’avvio alla trilogia thriller – horror di Carsten Stroud ed ora ne I confini del nulla, (The Homecoming, 2013) secondo episodio della medesima, sempre edito da Longanesi e tradotto da  Michele Fiume, veniamo a conoscenza di sempre nuovi dettagli di questo puzzle in cui soprannaturale e trama poliziesca si intrecciano con bizzarre e insolite conseguenze. La paura serpeggia sinistra, o meglio più che paura la potrei definire inquietudine, non che poi sia infatti un horror esplicito, molti romanzi di Stephen King mi hanno messo molta più paura, tuttavia anche la trilogia di Stroud non scherza, e se lo leggete di notte, attenti alle ombre e agli scricchiolii.
Dunque cercherò di non perdere il filo della trama, pericolo piuttosto insidioso dato il modo piuttosto ellittico di raccontare di Stroud. Innanzitutto è bene avere fresco in mente il romanzo precedente, e per chi l’avesse letto l’anno scorso, è bene fare un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe imperdonabile non tenerne conto.
I confini del nulla riprende esattamente dove Niceville finiva: uno stormo di corvi vola in formazione contro un aereo e lo fa precipitare in un campo da golf. Eviterò di dirvi chi c’era a bordo e cosa stava trasportando, limitandomi a dirvi che il soprannaturale non è estraneo a questo incidente. Due poi sono le sottotrame principali  che si dipanano parallele: le conseguenze della rapina in banca finita nel sangue che aveva visto protagonisti Charlie Danziger, Cocker, e Merle Zane, a cui si collega la fuga rocambolesca di Byron Deitz, deciso a uccidere i veri responsabili e prendersi il bottino, (se non fosse che un misterioso killer a pagamento lo segue passo passo) e gli avvenimenti legati al piccolo Rainey Teague, (il ragazzino scomparso nel romanzo precedente e ritrovato in una cripta), ora affidato a Nick Kavanaugh e Kate Walker.
Allora non dirò troppo per non rovinare i momenti di suspense e imprevisto, (ce ne sono meno che nel capitolo precedente) tuttavia vi basti sapere che Cocker sarà un osso duro e sarà difficile da tenere a bada, Merle Zane conserva i suoi segreti mettendo a  dura prova il senso della realtà di Nick Kavanaugh, e tra sogni, allucinazioni, specchi come porte di mondi sconosciuti, fantasmi che avvertono di pericoli, ragazzini che parlano tra loro linguaggi sconosciuti, non c’è di che annoiarsi.
Tutto ciò che rimane in sospeso, troverà “forse” spiegazione nell’ultimo capitolo della trilogia probabilmente incentrato sul personaggio di Rainey Teague. Qualche ipotesi sulla piega che potrebbero prendere i fatti me la sono fatta, anche se Stroud ha l’abilità di spiazzare con un certo anarchico gusto per l’assurdo e il bizzarro. Ma ho la sensazione che qualcosa continuerà sempre a sfuggirci, e forse è proprio questo il fascino di questa serie. Meno adrenalinico del primo, ma sicuramente un bel romanzo. Divertente, ironico, scritto e tradotto con originalità e un pizzico di sovversiva oscurità.

Carsten Stroud, uno scrittore bestseller in cima alle classifiche del New York Times e vincitore di numerosi premi letterari. Nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, vive a Toronto. Prima di diventare un autore best seller internazionale è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California e poliziotto nella squadra omicidi di New York.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Recensione di Un passato imperfetto di Julian Fellowes (Beat, 2013) a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2013
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La cultura era effettivamente impregnata di droghe e musica pop, Marianne Faithfull, barrette Mars e libero amore, ma la maggior parte dei giovani guardava ancora agli anni Cinquanta, all’Inghilterra tradizionale, dove i comportamenti delle persone erano stabiliti da usanze antiche, se non di millenni, almeno di un secolo, dove ogni cosa, dall’abbigliamento alla condotta sessuale, era rigidamente codificata, e le regole, pur non essendo necessariamente rispettate, esistevano ancora. Infondo era trascorso meno di un decennio da quando quel codice regnava incontrastato. Le ragazze che non si lasciavano baciare al primo appuntamento, i ragazzi immancabilmente in cravatta, le madri che non uscivano di casa senza guanti e cappello, i padri che si avviavano verso la City con bombetta in testa, tutto ciò faceva parte degli anni Sessanta non meno del lato libertino costantemente rievocato dai documentari televisivi. La differenza era che si trattava di una cultura in declino, mentre ne avanzava una nuova, la cultura decostruita. Alla fine si sarebbe rivelata vincente e, come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia.

Che sia la sceneggiatura di Downton Abbey o un romanzo (e sospetto anche la lista della spesa) è sempre un piacere leggere Julian Fellowes. Il suo stile, mix di eleganza, arguzia, british humour (fatto di ironia a tratti anche feroce) e un tocco di tenera e scontrosa malinconia per il tempo che passa e si porta via giovinezza e fascino d’un mondo perduto, unito alla sua singolare capacità di osservazione, focalizzata non solo sui dettagli più minimi dei luoghi, delle abitazioni, delle musiche suonate ai balli, dei vestiti, dei cibi, dei codici tribali e delle usanze del paese, ma più che altro sulle persone che lo circondano o meglio l’hanno circondato, facendogli intravedere dolorose verità sotto la patina frivola e vuota di un mondo (che lui ha avuto modo di conoscere molto da vicino) ormai irrimediabilmente in declino, – l’ upper class inglese, così tradizionalista e fuori dal tempo-, rendono la lettura dei suoi testi un vivace gioco di intelligenza, divertente e nello stesso tempo spiazzante.
Julian Fellowes non si limita a fare una satira, pungente e provocatoria di difetti e debolezze di una società in piena trasformazione e di come era il mondo dorato pre rivoluzione anni Sessanta, ma si ingegna a scoprire tutto ciò che di quel mondo lontano ci mancherà: l’educazione, la raffinatezza, la sobrietà, la dignità, il garbo e la gentilezza. Valori non monetizzabili e forse inutili, ma così stranamente capaci di ricordarci che volgarità e bassezza offuscano quel poco di grazia e bellezza ancora capace di rendere la vita un’ esperienza piacevole.
Non a caso proprio i nuovi ricchi e i parvenus con il loro denaro, con le loro ville maestose, le limousine lungo i viali, le siepi perfettamente curate, i muretti di pietra, i prati lisci come tavoli da biliardo e ghiaino lucente, sembrano incarnare il male dove scagliare tutte le frecce che l’arguzia gli fornisce. Come nelle opere di Moliere, penso al Il borghese gentiluomo, Fellowes deride gli arricchiti, seppure a differenza di Moliere non combatta per difendere un ordine costituito. Fellowes è infatti conscio che l’aristocrazia con i suoi privilegi, le sue rigide convenzioni e i suoi antiquati perbenismi ancora al comando prima della Guerra, sia una classe, sebbene ancora in cima alla piramide sociale, ormai in via di scomparire, essendo stati gli anni Sessanta un punto di svolta e di non ritorno, e pur tuttavia conserva un rimpianto e una sottile nostalgia per il tempo in cui una certa gentilezza e una dolcezza del vivere rendevano tutto più lieve e meno gretto. Forse idealizza, forse rimpiange un mondo mai esistito, troppo ingenuo, naif, ma la sua abilità è farcelo credere vero anche a noi, farci provare la sua stessa malinconica rassegnazione.
E proprio un parvenu è l’anima di Un passato imperfetto (Past imperfect, 2008), secondo romanzo di Julian Fellowes dopo Snob, ripubblicato quest’anno da Beat, (era già uscito nel 2009 con Neri Pozza), e tradotto in modo impeccabile da Massimo Ortelio. Damian Baxter, un cinico arrampicatore direbbero alcuni, un arricchito senz’anima incapace di vera amicizia e di affetti sinceri e duraturi direbbero altri, un uomo di per sé ripugnante e umanamente fallito, seppure il fascino carismatico che aveva in giovinezza, con i suoi ricci, il sorriso smagliante e i pantaloni a zampa di elefante, ancora traspaia nelle sue rughe di vecchio ingobbito, ormai giunto al capolinea della sua vita.
Cancro al pancreas, inoperabile. Questa è la sua condanna. Inappellabile, spietata, una sentenza che né i suoi soldi, né il suo charme da ex-simpatica canaglia possono annullare o anche solo posporre. Potrebbe accettare la fine vicina senza combattere, rassegnandosi ma invece qualcosa può ancora fare, chiamare il suo vecchio amico-nemico di Cambridge, uno scrittore non-troppo-famoso che anni prima l’aveva introdotto nel bel mondo facendolo invitare ai party della “Stagione” londinese del 1968, voce narrante del romanzo, e formulargli una strana richiesta un po’ nello stile con cui i vecchi milionari di Raymond Chandler proponevano a Philippe Marlowe le loro bizzarre pretese (vedi Il grande sonno).
Questa volta c’è da trovare una donna, nascosta tra le frequentazioni giovanili di Baxter e probabile madre del suo unico figlio, concepito prima che una parotite giovanile contratta nel fatidico “viaggio” in Portogallo lo rendesse sterile. Vent’anni prima infatti una lettera anonima lo metteva al corrente di questa paternità e ora che il tempo sta giungendo alla fine quale occasione migliore che riscattare la sua vita dando un senso alla sua ricchezza, cinquecento milioni di sterline al netto delle imposte di successione, e facendola avere a suo figlio?
Damian Baxter non ha amici, non ha nessuno e solo questo stravagante ed eccentrico scrittore può aiutarlo, infatti solo lui può avvicinare queste donne dell’alta società e fargli domande tanto intime e imbarazzanti. Sarà disponibile ad accontentarlo, a passare sopra ad un vecchio e rugginoso litigio che aveva per sempre separato le loro vite?
Alternando passato e presente, Julian Fellowes è uno scrittore che ama divertire i suoi lettori, e lo fa con stile e verve tutta britannica. Presenta una commedia umana screziata di lacrime e sorrisi, priva della banalità della vita di tutti giorni, bandita con sacro orrore, e lo fa con l’intento preciso di intrattenere un pubblico colto e un po’ complice, capace di ridere di difetti e debolezze di una generazione dorata e intanto riflettere senza esprimere giudizi inficiati dal greve moralismo e dalla superiorità di classe. Ama le sfumature, Fellowes, le mille sfaccettature, le dettagliate derive di un’ intelligenza brillante e cosmopolita, i motti di spirito, le arguzie, ama con le parole ricreare un mondo da sempre enclave di una certa elite poca avvezza a mischiarsi con la gente comune.
Con la chiarezza e l’acutezza di una Jane Austen del Ventunesimo secolo nella sua disamina a volte impietosa di un mondo, di cui non risparmia i lati grotteschi, o forse con la leggerezza e spietata lucidità di una Edith Wharton “britannica”, Fellowes ci lascia intravedere un “come eravamo” carico di nostalgia verso un “come siamo” in cui amaramente dobbiamo constatare che fallimenti, delusioni, amori non ricambiati, amicizie tradite, e infelicità forse meritate, ma mai completamente, ci portano ad essere uomini e donne per lo meno diverse dall’immagine scintillante e splendente, proiettata in gioventù. Colpo di scena finale, compreso.

“Era questo che mi piaceva di lui. Apparteneva al futuro”. Dagmar mi guardò di sottecchi. “Non al futuro che immaginavamo: pace, amore e fiori tra i capelli. Non quello. Il mondo vero, che si è sviluppato di soppiatto negli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. L’ambizione, la rapacità. Sapevo che una nuova classe dominante sarebbe salita al potere prima o poi, ed ero certa che Damian ne avrebbe fatto parte”.

Julian Fellowes è un celebre sceneggiatore (Oscar per la sceneggiatura con il film Gosford Park). Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo di esordio Snob e il suo secondo romanzo Un passato imperfetto. Entrambi ripubblicati da Beat.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Håkan Östlundh a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2013

viperaCiao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.

Credo di essere una persona molto sensibile, che in realtà è una grande risorsa per il mio lavoro di scrittore, ma a volte può essere uno svantaggio nella vita.

Hai studiato letteratura comparata e storia delle idee presso l’Università di Stoccolma. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in un sobborgo a nord di Stoccolma, in una zona piuttosto noiosa abitata dalla classe media. Verso i dieci anni ho deciso che sarei diventato uno scrittore e che sarei andato via da lì il più presto possibile. Il più presto arrivò cinque giorni dopo il mio diploma di scuola superiore, quando mi sono trasferito in città e ho cominciato a lavorare come giornalista.

Hai lavorato come giornalista per il Dagens Nyheter. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Ho lavorato soprattutto per i supplementi dei giornali del fine settimana, scrivendo di cultura, eventi e vita notturna. Questo è successo circa 20 anni fa, quando la carta stampata  aveva ancora una certa importanza ed i giornalisti potevano fare un buon lavoro. A parte quello che sto facendo ora, penso che quello sia stato il miglior periodo della mia carriera, finora. Mi è piaciuto davvero molto lavorare lì.

Sei stato influenzato dal partito socialdemocratico e dal movimento operaio.

Beh, ci sono nato dentro. Mio padre proveniva dai piccoli agricoltori e mugnai su al nord. Era molto attivo politicamente fin dall’inizio e dopo aver frequentato l’università di Uppsala lavorò come dirigente nella pubblica amministrazione. Svolsi il mio primo lavoro dopo la scuola, in realtà, in una agenzia di stampa collegata ai giornali socialdemocratici.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Ho scoperto di avere qualche tipo di talento in età precoce (a dieci anni). La mia famiglia si era trasferita e ho iniziato ad andare, in quarta elementare, in una nuova scuola. All’inizio ci avevano assegnato di scrivere un saggio. L’ insegnante lesse il mio ad alta voce davanti a tutta la classe e piacque molto a tutti. Da quel momento non sono più tornato indietro.

Bolt, ora pubblicato in Italia da Fazi Editore con il titolo La Vipera – Un Nuovo Omicidio dell’Isola di Gotland, è un romanzo giallo della serie di Fredrik Broman. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La famiglia è il tema ricorrente in un sacco di miei libri. In questo caso ho rubato la maggior parte della trama ad una tragedia dell’Antica Grecia.

Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro?

Un padre di famiglia torna a casa dopo aver lavorato diversi anni in Giappone. Pochi giorni dopo la moglie e il cugino sono trovati brutalmente assassinati nella sua casa e l’ uomo stesso scompare senza lasciare traccia. I suoi due figli, ormai adulti, sono travolti dal dolore e dalla confusione. Il loro padre è davvero un assassino?

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Il personaggio ricorrente nella serie di Gotland – è Fredrik Broman, un detective della polizia che si è trasferito sull’isola con la sua famiglia pochi anni prima. Quello che succede ne La Vipera influenzerà per sempre la sua vita e la sua carriera.

L’ isola di Gotland è uno scenario molto interessante per un romanzo. Può descrivercelo?

Gotland è la più grande isola svedese del Mar Baltico. E ‘ un luogo esotico, la natura e l’atmosfera sono molto diverse dal resto della Svezia. La città principale, Visby, è una vecchia Hansa-city (città commerciale) sin dal Medioevo. Nelle famiglie di campagna che coltivano la stessa terra da secoli le vecchie ingiustizie sono difficili da dimenticare.
Gotland è anche il luogo in cui il regista Ingmar Bergman ha scattato un sacco di foto.

Ci sono progetti cinematografici ispirati ai tuoi libri?

Molti.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Io uso solo le mie paure e le mie esperienze personali.

Nelle interviste citi Dennis Lehane, Sjöwall & Wahlöö e Haruki Murakami come tuoi autori preferiti. Leggi altri scrittori contemporanei? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

A parte quelli che hai già citato amo molto Joyce Carol Oates e Jonathan Franzen. Penso che lo svedese Henning Mankell sia lo scrittore di crime che maggiormente mi ha ispirato a utilizzare l’ambientazione locale nei miei libri .

I tuoi romanzi sono diversi dai soliti thriller scandinavi più lenti e introspettivi, sono più simili ai thriller americani per ritmo e azione. Questo è voluto?

Sì, scrivere romanzi veloci e pieni di suspense era certamente un obiettivo, ma sono stato più influenzato dai film e dalla tv che dai thriller americani. Ho un background come sceneggiatore e questa esperienza ho voluto utilizzarla quando ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere un nuovo libro sugli agenti della CIA che si trasferiscono in paesi dove possono torturare i sospetti di terrorismo senza infrangere le leggi americane. E’ stata una lettura molto interessante in quanto descriveva in dettaglio un evento accaduto a due egiziani che vivono in Svezia, che è stato fonte di ispirazione per il mio penultimo libro uscito in Italia, Gotland – L’isola di Dio. Ora sto iniziando il nuovo romanzo di Jonathan Lethem, Dissident Gardens.

Hai un agente letterario?

Si, ho un agente che lavora duro e che ha appena aggiunto la Francia ed Israele alla lista delle traduzioni .

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Quando sono arrivato, con 20 minuti in ritardo, alla fiera del libro di Anversa (in Belgio ), c’era una fila di persone lunga 50 metri in attesa che gli autografassi i loro libri. Se non l’avevo fatto prima, ho capito allora di avere un sacco di lettori in tutto il mondo. E ‘stato un momento molto speciale.

Come è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ricevo un sacco di e-mail di incoraggiamento tramite il mio sito e la mia pagina fan di Facebook. E’ sempre fonte di grande ispirazione per me sentire i miei lettori.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è nessun progetto al momento, che io sappia. Ma mi piacerebbe venire in Italia.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando attualmente?

Al settimo libro della serie di Gotland, intitolato Men of Darkness.

:: Un’intervista con Louise Penny a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2013

penny_250X_Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.

Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.

Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets.  A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning.  Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?

E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?

No. Ho rifiutato tutte le offerte.

Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.

Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?

Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?

Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?

Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.

:: Recensione di Ragazzi di belle speranze di Nathalie Bauer (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2013

ragazzi-di-belle-speranze“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.

E’ difficile non pensare ad Addio alle armi di Ernest Hemingway leggendo Ragazzi di belle speranze (Des garçons d’avenir, 2011) della scrittrice e traduttrice francese Nathalie Bauer. Non certo per lo stile o le capacità tecniche, che fanno di Hemingway un colosso della letteratura mondiale, ma più che altro per una sensazione, una consapevolezza, un sentimento di perdita, di spreco: l’ olocausto di un’intera generazione, quella della belle époque, sacrificata nelle trincee della Grande Guerra. Una guerra sporca, disperata, che probabilmente non trova riscontri nell’intera storia dell’umanità per ferocia e per barbarie. Una guerra combattuta con i gas, violando sistematicamente le convenzioni umanitarie, con vittime civili quasi comparabili a quelle militari, una guerra combattuta con anni e anni di guerra di trincea, con pile e pile di cadaveri ammonticchiate in fosse comuni.
L’antimilitarismo di Hemingway definitivo, feroce, disarmante, traspare in filigrana anche in questo romanzo difficilmente classificabile. E’ un romanzo di formazione, forse, parla infatti della maturazione e dell’affacciarsi alla vita del protagonista, Raymond Bonnefous, giovane studente di Medicina, narratore in prima persona di una storia in parte autentica, tratta dai diari, dalle lettere del vero Raymond Bonnefous, nonno dell’autrice. E’ quindi una biografia, narrata con le cadenze di una confessione, di un diario intimo e spirituale, inframmezzato di foto, anch’esse autentiche, scattate dallo stesso Raymond con una vecchia Kodac, comprata  a Bruey nel 1915. E’ un romanzo storico, in cui l’affresco d’epoca costruito tramite un attento studio e una certosina attenzione per i particolari, anche minimi, si amalgama alla parte romanzata, altrettanto credibile e verosimile. E’ un romanzo psicologico scritto da una donna, che vede l’amicizia, il coraggio, l’amore, la morte con gli occhi di suo nonno, con affetto, tenerezza, immedesimazione quasi completa.
La scrittura è sontuosa, ricca, densa, interpretata dal traduttore Carlo Mazza Galanti, con intensità e profondità, più attenta alle delicate modulazioni psicologiche dei personaggi che al desiderio di stupire, intrattenere, commuovere. L’amicizia che lega i tre personaggi principali, Bonnefous, Declercq e Morin, sovrasta tutte le restanti voci del romanzo, con un intensità quasi dolorosa, tormentata. E’ fatta di solidarietà, di affetto virile, di comunione, di fraterna comunanza resa più profonda dalla stretta vicinanza, quasi una voce che supera l’insensatezza della guerra in cui i ragazzi sono immersi, il frastuono dei mortai, le grida strazianti dei feriti e dei moribondi. E questa amicizia, più forte anche dell’amore che Raymond prova per Zouzou, la protagonista femminile, esce in fondo vincitrice non ostante tutto, non ostante il mondo che conoscono muoia per sempre, non ostante il futuro non sia come lo sognavano, o come desideravano che fosse.
E’ strano che il racconto di una guerra così lontana possa evocare sentimenti e speranze tanto attuali, moderne, forse perché la giovinezza con i suoi ideali, i suoi sogni e le sue speranze, è la stessa anche oggi, e i ragazzi di allora sono identici ai ragazzi di oggi. Un romanzo che andrebbe letto nelle scuole, assieme ai libri di storia della Prima Guerra Mondiale, per capire il passato e comprendere meglio se stessi. Da leggere.

Nathalie Bauer è nata a Parigi nel 1962 dove si è laureata in Storia. Impara l’italiano per passione, da sola, e nel 1990 comincia la sua carriera di traduttrice diventando una delle più importanti traduttrici dall’italiano (fra i suoi lavori: Primo Levi, Natalia Ginzburg, Paolo Giordano, Margaret Mazzantini, Antonio Pennacchi). Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Le feu, la vie. Nel 2011 pubblica Ragazzi di belle speranze con il quale è stata finalista al prestigioso Premio Femina.

:: Recensione di Dormi bene, amore mio di Hillary Waugh (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2013

dormi beneDopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.

Se come me siete appassionati di police procedural vintage, rigorosamente anni Cinquanta, non vi sarà sfuggito questa primavera Dormi bene, amore mio (Sleep Long, My Love, 1959) di Hillary Waugh, tradotto da Giovanni Viganò per la collana I mastini della Polillo, già edito alcuni anni fa per la collana I classici del Giallo della Mondadori con il titolo Un fantasma ha ucciso.
Il nome Hillary Waugh a dire il vero non mi ha detto granché, ma sono andata a spulciare la bio nella aletta posteriore del volume e risulta essere uno scrittore nato nel Connecticut nel 1920, decisamente prolifico, avendo al suo attivo una cinquantina di opere firmate sia con il suo nome che con vari pseudonimi, di cui alcune già edite in Italia sempre dalla Mondadori. Un maestro del police procedural insomma, famoso soprattutto per E’ scomparsa una ragazza, (Last Seen Wearing, 1952), considerato da alcuni critici uno dei migliori police novel mai scritti.
Dormi bene, amore mio inizia senza clamore, quasi in punta di piedi: un uomo e una donna, sullo sfondo di una squallida stanza da letto, parlano della loro storia ormai giunta al capolinea. L’uomo è stanco, vuole rompere la relazione e tornare dalla moglie, mentre la donna si aggrappa all’ultimo scampolo di speranza: non può lasciarla, è incinta. Dopo questa rivelazione l’uomo capisce di non avere scelta: l’unica sua via d’uscita è ucciderla.
Poi la scena cambia, un dipendente scopre un’effrazione in un’ agenzia immobiliare di Stockford e chiama il suo capo, che a sua volta si rivolge alla polizia locale e parla con il capitano Fred Fellows che manda a rilevare le impronte il sergente investigativo Sid Wilks. La cassaforte non è stata toccata, manca solo dall’archivio la cartellina con i contratti di affitto. Potrebbe essere un caso senza importanza ma il capitano Fellows sospetta che l’effrazione nasconda un crimine ben più grave. Approfondisce le ricerche e arriva nella villetta data in affitto dall’agenzia ad un certo Campbell, e nella cantina, in un baule, fa una macabra scoperta: il tronco di una donna. Pochi indizi: il monogramma sbiadito su alcune valigie, un indirizzo di una donna scarabocchiato su un block notes, una vaga descrizione dei presunti coniugi Campbell fatta dai vicini, un garzone che consegna a domicilio la spesa che li ha visti da vicino come l’impiegato dell’agenzia immobiliare, l’unico ad aver incontrato Mr Campbell alla stipula del contratto, la presunta auto della coppia una Ford 1957, color avana con targa del Conneticut e parafanghi ammaccati, ma l’identità della donna e del fantomatico Mr Campbell sembrano fumose, quanto questo intricatissimo caso. Ogni traccia sembra portare in un vicolo cieco, ma Fred Fellows e Sid Wilks non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
Police procedural classico, Dormi bene, amore mio, è un romanzo costruito intorno a un delitto che si potrebbe definire perfetto. Mi stupisco che il grande Alfred Hitchcock non ne abbia tratto uno dei suoi magistrali thriller tutta suspense e inquietudine, anche se esiste una versione cinematografica del 1960, Jigsaw, diretta da Val Guest e interpretata da Jack Warner nei panni di Fellows e da Moira Redmond come Joan Simpson. Per tutto il romanzo infatti, seguiamo l’indagine investigativa dei due poliziotti protagonisti, una classica caccia all’uomo in piena regola disseminata da una ridda di vicoli ciechi: la donna di cui trovano l’indirizzo, certi che sia la morta, si rivela essere una ragazza abbordata dal fantomatico Mr Campbell, un tipo anonimo, corporatura media, capelli scuri, occhi marroni, vestiti di buona fattura per un testimone, ordinari per un altro, simile a migliaia di altri, perso in un’indefinita folla senza volto e senza identità; la Ford color avana risulta essere l’auto di un venditore di aspirapolvere con cui la vittima trascorse una breve avventura. Poi un’intuizione del capitano porta a fare un controllo tra tutti i dentisti di Townsend e finalmente il nome della morta viene scoperto, ma l’identità dell’assassino resta ancora un mistero.
Niente DNA, niente tecniche investigative alla CSI, siamo alla fine degli anni Cinquanta, tutto si basa su riscontri, controlli telefonici, deduzioni investigative, a volte fortuite come l’ultima sul finale che smonta la confessione dell’assassino, e anche solo fare un identikit del probabile assassino viene suggerito da un reporter intraprendente e fatto eseguire da una sedicenne di una scuola d’arte. Sullo sfondo la provincia americana conservatrice e un po’ bigotta, e la condizione della donna che se a trent’anni non era sposata era considerata finita. Memorabile il finale. Per intenditori.

Hillary Waugh (1920-2008), nato a New Haven, Connecticut, dopo la laurea all’Università di Yale prestò servizio in aeronautica, ottenendo i gradi di pilota nel maggio del 1943. Il suo primo romanzo, un mystery classico intitolato Madam Will Not Dine Tonight, fu pubblicato nel 1947. Dopo altre due storie con le medesime caratteristiche, Waugh decise di passare a un genere diverso, il giallo procedurale, quello cioè in cui il lettore, in un crescendo di tensione, viene accompagnato passo per passo nelle indagini della polizia fino alla soluzione finale. Lo scrittore divenne uno dei più illustri specialisti in questo campo a partire dal 1952, anno in cui pubblicò Last Seen Wearing (È scomparsa una ragazza), che il critico inglese Julian Symons ha incluso nella lista delle 100 migliori crime novels di tutti i tempi. Di stampo analogo è l’altrettanto famoso Sleep Long, My Love (Dormi bene, amore mio). Molto più violenti sono invece i romanzi con protagonista Frank Sessions, un detective della Squadra Omicidi di New York. Nel corso della sua carriera Waugh scrisse oltre cinquanta opere firmandole col suo vero nome e con gli pseudonimi di Harry Walker, H. Baldwin Taylor ed Elissa Grandower. Nel 1989 fu insignito del titolo di Grand Master dai Mystery Writers of America.

:: Un’ intervista con Janet Evanovich

17 settembre 2013

otto volanteCiao Janet. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Janet Evanovich? Punti di forza e di debolezza .

Dal momento che sto finendo il mio ultimo romanzo proprio in questo momento, consentitemi di dire solo che sono una moglie, una madre, una nonna e una scrittrice. La mia forza è la mia disciplina nella scrittura. La mia debolezza sono le torte.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice ?

Suppongo che volessi scrivere da quando ero una bambina. Ho iniziato da bambina infatti a inventare storie .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione .

Ho iniziato a scrivere a 30 anni, quando i miei figli erano piccoli. Scrivevo durante il giorno mentre loro erano a scuola. Ho scritto tre libri prima di avere successo e ho anche avuto un sacco di lettere di rifiuto. Dopo un decennio di scrittura, ho finalmente venduto il mio primo manoscritto – in realtà  una fama di breve durata!

Parlaci dei tuoi libri. Quale è o sono i tuoi romanzi preferiti?

Ho scritto più di quaranta libri. I primi erano romance . Poi ho avuto molto successo con la serie di Stephanie Plum, che io chiamo avventure romantiche. Chiedi alla maggior parte degli scrittori e vi diranno che il loro libro preferito è quello su cui stanno attualmente lavorando. Per me , questo è Takedown Twenty, che sarà pubblicato questo autunno.

Parlaci della tua protagonista della tua serie, Stephanie Plum.

Stephanie è come me – una rossa maldestra. L’ unica differenza è che Stephanie è più giovane, più sexy e può mangiare quello che vuole e non aumenta di peso.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Poichè lavoro 12 ore al giorno, sette giorni la settimana , non ho molto tempo per leggere libri. Ma nel corso degli anni, ho avuto i miei preferiti. Nella narrativa, mi piace tutto di Robert B. Parker e Robert Crais. Nella non-fiction amo Anthony Bourdain. Il suo libro, Media Raw, è stato davvero grande .

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto finendo il 20 ° romanzo della serie Plum – Takedown Twenty.

:: Recensione di La vipera di Håkan Östlundh (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2013

viperaDopo Anne Holt e Jussi Adler Olsen un altro giallista scandinavo mi ha tenuto compagnia quest’estate: Håkan Östlundh. Svedese, giornalista, forse meno conosciuto in Italia dei precedenti, ma altrettanto interessante, (ha accettato una mia intervista e spero di farlo di conoscere di più al pubblico italiano), autore di La vipera Un nuovo omicidio dell’isola di Gotland, (Blot, 2008) secondo episodio della serie di Fredrik Broman, tradotto dallo svedese da Alessandro Bassini ed edito fa Fazi editore.
Il primo episodio della serie Gotland, l’isola di Dio, sempre edito da Fazi, era uscito in Italia l’anno scorso e per una ragione o per l’altra si era perso nella grande produzione dei gialli e thriller che giungono dal grande Nord, non dandomi l’opportunità di leggerlo, ed è stato sicuramente un peccato. Lo stile di Östlundh è sicuramente gradevole, il ritmo più veloce del classico giallo rarefatto e introspettivo nordico, avvicinandosi forse più all’impianto narrativo d’oltre Oceano, sebbene l’autore non disdegni un accurato affresco della società svedese, descrivendone per esempio le rivendite statali dove si possono compare gli alcolici, non ancora disponibili almeno fino al 2008 nei supermercati, come la Coop Konsum, citata nel romanzo, i rapporti parentali allargati e parte del sistema giudiziario e penale.
Levide, isola di Gotland, costa orientale svedese. Kristina Tranues sta aspettando il ritorno a casa  del marito Arvid, stabilitosi da anni in Giappone per lavoro. Non è un ritorno gradito, la donna nel frattempo ad iniziato una relazione con il cugino del marito, suo vecchio corteggiatore e l’ansia la spinge a fare un sogno premonitore, una vipera che si insinua nel suo letto. Pochi giorni dopo il suo corpo e quello del suo amante vengono rinvenuti dalla donna delle pulizie nell’elegante salotto della loro villa. Il marito Arvid, presunto colpevole del duplice delitto, sembra scomparso. Ma sarà davvero lui l’assassino? E’ l’inizio di un’ indagine che coinvolgerà la squadra investigativa di Fredrik Broman, che si troverà ad indagare su una vicenda familiare complessa e dolorosa, in cui niente è quello che sembra, fino all’incidente che quasi costerà la vita al protagonista.
In effetti definire Fredrik Broman protagonista, è un po’ impreciso, l’autore rende protagonista tutta la squadra investigativa, Ove Gahnstrom, Sara Oskarsson, Gustav Wallin, Goran Eide, Eva Karlen, dando un afflato piuttosto corale, dove nessun personaggio prende completamente i riflettori su di sé. La struttura narrativa è duplice, accanto all’indagine vista come un lungo flashback, si alternano capitoli in cui viene descritta la degenza di Fredrik Broman, aggiungendo pathos drammatico ad una vicenda già drammatica di  per sé. Buoni i dialoghi, sicuramente funzionali ed efficaci, che si alternano alla parte descrittiva in modo complementare. Naturalmente si scoprirà il colpevole, mentre bisognerà aspettare il prossimo episodio della serie per scoprire la sorte che toccherà a Fredrik Broman.

Håkan Östlundh è nato nel 1962 a Uppsala e vive a Stoccolma. Giornalista per il quotidiano «Dagens Nyheter», da metà anni Novanta ha intrapreso la carriera di sceneggiatore per la tv. Della serie di Fredrik Borman, Fazi editore ha pubblicato nel 2012 Gotland, l’isola di Dio.

:: Recensione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2013

CopBurattino_lowSiamo a Dip, Stato di Washington, un’afosa località persa tra campi di grano e fattorie. Mattie Brooke, ragazza di campagna un po’ invecchiata ma ancora attrente, lavora come cameriera nella tavola calda di Morderai Sturm e intanto sente che la vita le sta scorrendo attorno, mentre sogna che Jedediah Dowd, proprietario di un ranch nelle vicinanze, un giorno la sposi, innamorata, più che di lui, delle lettere struggenti e poetiche che sua madre aveva scritto negli anni 40, prima di morire.
Poi un giorno entra nella sua vita un forestiero di passaggio, Tucker Harris, reduce del Vietnam, commesso viaggiatore, dedito all’alcool e alle anfetamine. Passano insieme una notte selvaggia di sesso e passione (più lotta all’ultimo sangue di pesci siamesi combattenti nell’acquario), così lontana dalla noia e il solitario trantràn a cui Mattie è abituata e il giorno dopo Tucker le lascia una poesia di Verlaine, Clare de lune, scritta su un velo di Scottex, dandole appuntamento tra un anno.
Così inizia Il burattino (Death Puppet, 1989) noir sulfureo e feroce scritto magistralmente da un Jim Nisbet in stato di grazia. Difficile credere che sia stato un americano ad averlo scritto, sebbene personaggi e ambientazioni più americani di così si muore, non tanto per la trama quanto per la scrittura così barocca, eccessiva, bizzarra, colta, ricca di citazioni letterarie (la parodia blasfema dell’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è uno dei tanti esempi che mi vengono in mente) scevra dalla linearità ed essenzialità dei maestri del noir americano.
Tradotto da Jacopo Lencowicz ed edito da Fanucci nella sua collana TimeCrime, Il burattino, che ricordiamolo è figlio degli anni Ottanta, sebbene ancora inedito in Italia, fu infatti scritto da Nisbet nel 1989, in piena era reganiana, figli dei fiori, guerra del Vietnam e controcultura beat ancora un ricordo recente, (specie per uno scrittore di San Francisco), racchiude molta bellezza e qualche difetto, dovuto principalmente ad una certa disomogeneità e pesantezza quando descrive dall’interno, tramite un forsennato e debordante stream of consciousness, la follia di Tucker Harris, personaggio che vive con un ingombrante diavoletto nella testa che gli parla, lo sfotte, lo incita nelle sue nefande imprese.
Tornando alla trama: Mattie Brooke dopo l’incontro con Tucker Harris si trova ad un bivio, niente sarà più come prima. L’arrivo alla tavola calda di due hippy da San Francisco, che si mettono a litigare con un avventore e il proprietario, segna un suo crollo emotivo e una ribellione che la porterà ad essere licenziata in un’esplosione di caraffe di caffè e vetri infranti. Poi quando i due forestieri, Scott e Eddie, le chiedono di portarli da Jedediah, qualificandosi come suoi vecchi amici e compagni d’arme, Mattie, forse troppo fiduciosa, ma è un suo difetto o meglio parte del suo fascino, accetta e inizia un viaggio che la porterà a scoprire che Jedediah non è l’uomo che credeva che fosse, per non parlare dei due stranieri o dello stesso Tucker Harris, che a quanto pare non è andato lontano.
In un crescendo narrativo, che culmina in una ipercinetica resa dei conti nel ranch di Jedediah a base di marijuana, omicidi, esplosioni (e anticipa con un certo anticipo le derive iperrealistiche e splatter di alcuni narratori noir e registi contemporanei, in cui le esplosioni di violenza, con schizzi di sangue, corpi crivellati dai proiettili e cadaveri carbonizzati, si associano ad una graduale presa di coscienza e deframmentazione dei personaggi), Nisbet trascina il lettore suo malgrado in una vicenda al calor bianco in cui realismo e verosimiglianza vengono sospesi in favore di una accettazione quasi incondizionata di motivazioni e obbiettivi, giustificabili forse solo con la follia.
Ingenua, sensibile, fondamentalmente romantica, anche se si crede una ribelle, Mattie è senz’altro l’eroina principale del romanzo e la sua parabola discendente verso la dannazione e o la salvezza, (sta al lettore deciderlo in un finale quanto mai aperto), viene seguita dall’autore con partecipata tenerezza, lasciata sospesa come una promessa non mantenuta. Bellissimo.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di L’ex avvocato di John Grisham (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2013
ex avvocato

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L’ ex avvocato, (The racketeer, 2012), del maestro indiscusso del legal thriller John Grisham, uscito in Italia a gennaio 2013 per Mondadori nella collana Omnibus, e tradotto da Nicoletta Lamberti, è forse l’unico caso, nella nutrita produzione dell’ ex avvocato di Jonesboro, autore di vere e proprie pietre miliari del genere come Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, che vede come protagonista principale un (ex)avvocato afro-americano. Nell’era di Obama presidente, casualmente anche lui avvocato, anche un mostro sacro come Grisham ha pensato bene di immedesimarsi nelle vicissitudini di un ex Marine, ex avvocato, ex paladino della giustizia, figlio di un integerrimo poliziotto che ha dedicato tutta la sua vita a proteggere e servire, per lanciare un vero atto di accusa contro i difetti e le carenze del sistema giudiziario e penale americano.
Per farlo ha scelto di narrare la storia di una vendetta, contro il sistema federale, e l’FBI principalmente, che verrà sbertucciata alla grande in modo a dire il vero un po’ sleale e paradossale, (con tutto il rispetto per Grisham non credo proprio che all’ FBI siano tutti così sprovveduti), di un uomo, novello Robin Hood, che si vede rovinate vita e carriera da un’ ingiusta condanna. Vendetta che porterà il protagonista a commettere poi veri e propri reati e raggiri con una naturalezza da consumato delinquente (pensiamo solo alla scena in cui vende alcuni lingottini al corpulento siriano dalla barba grigia), ormai svincolato dalla giustizia grazie all’immunità completa che si è guadagnato, lui e alcuni sui complici, patteggiando con l’FBI, perdendo la sua aura di eroe positivo, o per lo meno vittima del sistema, con cui lo conosciamo all’inizio, in favore di una patina da vero e proprio “villain”(quando non dice con una certa perfidia a Vanessa della presenza dei serpenti nel capanno i punti da cattivo se li guadagna tutti, per non parlare dell’ironia e indifferenza per la sorte del “povero” Nathan, che certo anche lui non è uno stinco di santo, ma insomma…).
Più action noir che legal thriller dunque, trama ideale per uno sciupato e cattivissimo Denzel Washington, (che tra l’altro ha impersonato nella mia mente Malcolm/Max durante tutta la lettura) già protagonista dell’ action thriller “Safe House” – “Nessuno è al sicuro” del regista, metà svedese, metà cileno, Daniel Espinosa, regista che sembra destinato a dirigere anche l’adattamento cinematografico de L’ex avvocato, secondo The Hollywood Reporter.
Ma torniamo alla trama del romanzo. Malcolm Bannister, ex avvocato di un modesto studio legale di provincia, radiato dall’albo della Virginia perché coinvolto suo malgrado in una vicenda piuttosto complicata di riciclaggio di denaro sporco, sta scontando la sua pena di dieci anni in un carcere di minima sicurezza vicino Frostburg, nel Maryland. Detenuto modello, passa il suo tempo come bibliotecario e aiutando i suoi compagni di pena nelle loro beghe legali. Quando lo conosciamo noi ormai sono passati cinque anni dalla condanna e sembra che non ci sia altro da fare che aspettare di scontare l’intera pena, con vita distrutta e corollario completo di marchio infamante di ex galeotto, una volta uscito.
Ma il nostro “eroe” ha altri progetti, ha infatti escogitato un piano ingegnoso, quanto diabolico, per uscire di galera svincolato da qualsiasi pendenza legale, conquistarsi le grazie di Vanessa, una sventola da paura molto intraprendente, tipica ragazza da gangster da film noir, (il divorzio dalla moglie e la perdita del figlio sembra che l’abbia lasciato senza ferite evidenti) e ciliegina sulla torta guadagnarsi un futuro tranquillo e privo di preoccupazioni economiche mettendo le mani su una classica pentola piena d’oro.
Ora, se sospendete per un attimo la sete di verosimiglianza e plausibilità, nei ringraziamenti l’autore mette le mani avanti e avverte che è tutta fantasia, forse ancora più del solito, e che ha ampiamente fatto uso dell’immaginazione per evitare di verificare date e fatti, è un romanzo godibile e soffuso da una vena anarchica che ai miei occhi pone Grisham sotto una nuova luce. Il classico tema dell’eroe solitario che lotta contro il sistema viene rivisitato in una sorta di gangster story un po’sgangherata in cui un apprendista “malvivente”,(vertiginosamente conscio che la sua storia di menzogne e di raggiri, ha ben poche probabilità di andare a buon fine e invece, a dispetto di tutto, funziona davvero), batte il sistema quattro a zero.
Certo i tizi dell’FBI con cui ha a che fare sono emeriti imbecilli, prima gli credono senza subodorare niente, certo presi dal vortice “è un giudice federale, cazzo, non abbiamo uno straccio di pista”, poi sono incapaci di seguire le sue tracce (fidandosi unicamente di un gps, facilmente neutralizzato dal nostro), e vedere cosa stia combinando, tra un jet privato per la Giamaica e l’altro. Perché il nostro eroe, sfuggendo ai controlli, viaggia come il più efficiente degli agenti segreti, si procura documenti falsi, contatta ex trafficanti di droga, crea una “finta” società di produzione cinematografica, affiancata da una società di Miami che risponde al telefono facendo finta che ci siano soci e dipendenti, apre e chiude conti e cassette di sicurezza in paradisi fiscali o meno, si fa la plastica a spese dei contribuenti, per non essere riconosciuto nei momenti più delicati del suo piano, e infine incastra il vero colpevole forse non troppo sveglio ma capacissimo di non lasciare alcuna traccia sul luogo del delitto, (questo sì davvero incredibile dato il personaggio).
Insomma ci si diverte. Complice l’ottima traduzione, scorrevole e ironica di Nicoletta Lamberti e i veloci colpi di scena posizionati da Grisham per tenere il lettore sulla corda non c’è tempo per annoiarsi. Malcolm ha un’ occasione di riscatto e di rivincita e la piglia al volo, in un susseguirsi di avvenimenti che si incastrano alla perfezione permettendogli di mettere in atto la sua macchinazione. La suspense è al massimo, il lettore brancola nel buio più fitto domandandosi dove l’autore voglia andare a parare, finché non succede un fatto tanto inverosimile quanto bizzarro, che non vi anticipo, starà a voi scoprirlo, che accende i riflettori su tutta l’intricata vicenda e che da quel momento in poi mi ha indirizzato sulla strada giusta.
Certo se gli agenti dell’FBI fossero stati meno gonzi, i suoi soci meno efficienti e leali, la vittima “principale” di tutto questo castello di carte meno ingenua e credulona, ma che importa Malcolm Bannister è nato infondo sotto una buona stella, e la simpatia che riesce ad ispirare pure negli FBI gabbati, rende accettabile anche il chiassoso ed esagerato happy ending. Se si deve sognare tanto vale farlo in grande sembra dirci ammiccando Grisham, che forse anche lui in fondo in fondo sogna di fare il colpaccio e non sembra calcare la mano sul biasimo morale che il protagonista dovrebbe ispirare (ok, non traffica in droga, non uccide nessuno, si limita ad entrare nelle pieghe oscure del sistema, forzandolo dall’interno), e noi lettori in questa vertiginosa sarabanda dell’inverosimile non possiamo che abbozzare, forse un po’ storditi, ma complici.

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l’8 febbraio 1955. Si è laureato in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell’Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell’University of Mississippi. È l’autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L’appello, L’uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L’avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L’allenatore, L’ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), tutti editi da Mondadori. Vive in Virginia e in Mississippi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ufficio stampa Mondadori.

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