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:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Recensione di Un giorno, altrove di Federico Roncoroni (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2013

roncoroniHo sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?

Così inizia Un giorno, altrove, romanzo d’esordio di Federico Roncoroni, edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani. Un esordio tardivo nella narrativa a lungo respiro, Roncoroni è già autore di una raccolta di racconti, Sillabario della memoria, edito nel 2010 con Salani, che si inserisce in una tradizione piuttosto elitaria, il romanzo epistolare, ma riveduto nell’era di internet, dove a carta e penna si preferisce una più impersonale mail, che nello spazio di un click collega persone sparse per i quattro angoli della terra.
Rendere poetico e denso di significato questo scambio di comunicazioni è la sfida che Roncoroni si impegna a intraprendere, trasformando in letteratura ciò che sbrigativamente ci rassegniamo a considerare messaggi senza importanza, troppo veloci, scritti quasi sempre col tono ripetitivo e prosaico di avvisi commerciali, sciupati quasi, per la fretta e la scarsa cura che dedichiamo nel nostro vissuto a ciò che risulta troppo facile. E se possiamo con certezza arguire qualcosa di questo romanzo, è che non è stato scritto con facilità o leggerezza. I temi trattati sono troppo intimi e personali, e coinvolgono qualcosa di profondo e a volte segreto, nascosto sia nell’animo di chi scrive, ma soprattutto di chi legge.
E il coraggio di trasformare la vita in letteratura, con una sincerità a volte dolorosa se non addirittura inopportuna, si trasforma in forza che porta ad entrare in empatica relazione con Filippo Linati, uno dei due corrispondenti di questo scambio di messaggi, uniche parole che leggiamo. I messaggi di lei, Isa, li possiamo solo ricavare per riflesso dalle parole di lui, in un gioco di suggestioni e di assenza che si fa presenza, che per quanto dettato da contingenze esterne, acquista una dimensione evocativa, che a mio avviso è la parte più riuscita e interessante del romanzo.
Filippo Linati è un personaggio complesso, sicuramente non facile e nemmeno eccessivamente simpatico. Un intellettuale di successo, uno scrittore famoso, oltre la cinquantina, che ha scelto la solitudine del suo eremo privilegiato, una sontuosa villa adagiata sulle rive del lago di Como e circondata da un parco, come rifugio per dedicarsi con l’ostinazione del sopravvissuto alle sue grandi passioni i libri e le donne. Ha lottato infatti contro un linfoma che oltre al dolore gli ha portato una ricchezza e un attaccamento alla vita capace di permettergli di trovare un senso anche alle piccole cose che gli succedono, alle schegge di quotidiano che per alcuni sono senza importanza, e né la malattia, né l’abbandono, o la morte di suo padre e di sua madre sono stati capaci di fiaccare il suo animo combattivo e proiettato verso il futuro.
Filippo ama le donne, tutte sensualmente, per un’ esigenza forse più fisica, ma capace di sublimare il sesso nella sua personale fame di vita, di consapevolezza, di necessità di trovare un senso, anche spirituale, non dogmatico, al suo vissuto. Tra le donne della sua vita, Isa ha un posto privilegiato nelle geografie misteriose della sua anima, e quando si rifà viva dopo anni, dopo averlo abbandonato nel periodo della malattia, con una mail, la sorpresa si trasforma in desiderio di riallacciare l’antica relazione, mai dimenticata, di riprendere possesso della sua donna, che invita ripetutamente quasi con rabbia nel suo rifugio, offeso e ferito dalla ritrosia di lei.
Dopo una iniziale e oscura intuizione, forse una premonizione, che si perderà nel flusso di coscienza che seguirà e che verrà sommersa dall’esigenza quasi irrefrenabile di parlare di sé, di confessarsi, di aprire la sua anima alla donna che sembra l’unica capace di comprenderlo e completarlo, Filippo vivrà tutte le sfumature della rabbia, della delusione, dell’incapacità di comprendere, fino all’ultima mail, quella decisiva, quella che illuminerà di una luce nuova l’intero scambio “epistolare”.

Federico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria (Salani 2010), è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di Quando si spengono le luci di Erika Mann (Il Saggiatore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2013

quandoÈ piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
Anche la figlia di Mann scelse l’esilio e oltre a spingere suo padre ad opporsi alla dittatura nazista, fu lei stessa una strenua paladina di quell’intellighenzia che non aveva accettato la “barbarie” o si era prostituita al regime come il fratello Klaus accusa il poeta Gottfried Benn, durante uno scambio di punti di vista piuttosto vivaci. Troverete questo accenno nella postfazione di Agnese Grieco, Un nuovo tipo di scrittrice,  curatrice di Quando si spengono le luci (The Lights Go Down, 1940), per la prima volta proposto in italiano da Il Saggiatore, come numerosi altri spunti di riflessione e informazioni biografiche su Erika Mann e il periodo in cui visse.
Comunque non è solo impegnativo trovarsi ad essere l’erede morale di un genio della letteratura tedesca, e un’ intellettuale impegnata, in un certo senso combattere è anche necessario e inevitabile. Un intellettuale naturalmente non utilizza armi, la sua unica forza è il pensiero e Erika Mann scelse anche la forma del racconto per poterlo trasmettere a più persone possibili. Quando si spengono le luci è infatti una raccolta di racconti, l’ultimo dei quali da il titolo al libro, pubblicata in America da Farrar & Rinehart nel 1940, e solo nel 2005 in versione tedesca col titolo Wenn die Lichter ausgehen. E dobbiamo aspettare appunto il 2013 per leggerne l’edizione in lingua italiana grazie alla ricercatrice, scrittrice e drammaturga Agnese Grieco. Condizione bizzarra per un libro che ci riporta indietro nel tempo, quasi fotografando squarci di vita “reale” di personaggi anch’essi reali anche se filtrati dalla sensibilità artistica dell’autrice.
Paragoni col padre è ingeneroso farne, e li eviterò con cura,  tuttavia un respiro di epica drammaticità soffia sulle pagine dandogli vita. Con stile secco, tagliente, quasi corrosivo quando usa l’ironia per difendersi dalla disperazione di un mondo troppo sinistro e inquietante, Erika Mann ci tratteggia vite normali, personaggi normali, imprigionati in vicende dominate dal caos morale e materiale che caratterizzò la Germania ante guerra. Gente comune che si trova a fare i conti con la propria coscienza, a volte anestetizzata, a volte colpevolmente incapace di avvertire il baratro che si nasconde dietro l’accettazione di un regime inutilmente feroce, caparbiamente dispotico.
Lo straniero che si muove ne La nostra città, racconto introduttivo, sorta di prefazione, ci da il benvenuto in un viaggio didascalico nell’orrore, raggelante e raggelato proprio perché comune, rassegnato, privo di picchi di coscienza. Lo straniero attraversa una tipica città bavarese (che sarà scenario di tutti i dieci racconti) al crepuscolo, sentendo una voce lontana che scambia per il latrato di un cane. E’ la voce di Hitler che tutti i tedeschi sono obbligati ad ascoltare se non vogliono incorrere in spietate repressioni, controllati da una polizia che si aggira furtiva, che ascolta le delazioni di nemici e rivali, che impone scelte forse non condivise, ma inevitabili. Come le trombe del giorno del giudizio, della fine del mondo, la voce di Hitler pervade le coscienze dei tedeschi, alcuni vittime e alcuni complici, e ci apre le porte dell’abisso.
Così veniamo a conoscenza della storia di Peter e Marie, due giovani fidanzati che sognano di fare lei la maestra e lui l’avvocato, protagonisti di A causa di un deplorevole errore… I nomi sono cambiati, lo scenario è differente per non creare problemi ai protagonisti o a chi per loro ne ha raccontato la storia a Erika Mann, (in appendice la curatrice spiega le ragioni che hanno spinto l’autrice a scegliere alcune storie invece che altre e che il titolo originale era appunto Fatti, prima di scegliere il più poetico Quando si spengono le luci) ma appunto la consapevolezza che fosse una storia realmente accaduta mi ha accompagnato durante tutta la lettura assieme all’ammirazione per lo stile della Mann. E’ una storia tragica la loro, e la tragedia è tanto più dolorosa quanto appunto comune, quotidiana. Non sono ebrei né comunisti Peter e Marie, non sono oppositori politici, né eroici paladini di cause nobili o pericolose. Forse hanno qualche dubbio, almeno Marie li ha, ma sono due semplici ragazzi che si troveranno a vivere una vicenda che l’assurdo che la sovrasta rende ancora più tragica.
In Checks and Balances è il sospetto un sentimento sporco e paralizzante il vero protagonista. Un commerciante dalla faccia onesta e pulita, anche se i suoi tratti vagamente semiti gli hanno causato qualche guaio, decide di falsificare i libri contabili della sua drogheria che gestisce per dichiarare una cifra sufficiente a non fargli chiudere il negozio, ma non ha calcolato la reazione della moglie. E di nuovo l’assurdo e il grottesco entra prepotentemente in scena con il suo amaro sapore di fiele.
In Herr Huber proprietario di fabbrica è lo sforzo bellico analizzato sotto la lente di ingrandimento, con le sue contraddizioni e quel grottesco nome di “angeli della pace” dato alle armi. Materiali scadenti, ritmi di lavoro sfiancanti, Herr Huber ha seri dubbi che tutto questo possa portare a qualcosa di buono e mentre si confida con la segretaria e anzi le dichiara il suo amore, riceve la notizia che lei per metà è ebrea. “Tragica” fatalità che stempera i suoi sogni d’amore. E intanto l’ubbidienza sembra la sola legge che governa le coscienze.
In Giustizia è ciò che serve alla nostra causa, un professore universitario di diritto penale guida moralmente la sua aula in un atto di “sabotaggio” che porta a deridere con pungente sarcasmo e ironia l’azione di due SA venute ad arruolare studenti da mandare nella Prussia dell’Est.
In A ricordo di un eroe tutto inizia con una direttiva del capo della polizia municipale di arrestare gli ebrei di sesso maschile, di nazionalità tedesca, benestanti, non in età avanzata, che occupano una posizione rilevante nella società.
Il sesto racconto intitolato Un contadino fugge in città narra le peripezie di un giovane contadino che lascia la campagna per trasferirsi in città, che dista solo quattro ore di treno ma che per lui è un mondo sconosciuto, sullo sfondo della Germania trasformata nel Terzo Reich. Fa parte del fenomeno denominato “esodo dalle campagne” e intanto sente dentro di sé la sensazione di stare fuggendo.
In Compagni di sventura il contadino del racconto precedente si trova in cella con l’accusa di aver dato da mangiare mangime pregiato alle sue galline.
In L’ultimo viaggio Max Murks, giovane marinaio, parte per il suo viaggio verso NewYork e la madre lo prega di portarle un poco di caffé tostato, perché lì in città non se ne trova più. Ma il giorno in cui Max avrebbe dovuto tornare a casa per Natale si presenta un suo amico alla porta.
In Su indicazione medica il dottor Scherbach si trova a dirigere l’ospedale della città e si vede sostituite le suore che prima lavoravano da infermiere, con infermiere di provata fede nazista.
Infine nell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il membro del partito Hans Gottfried Eberhardt, redattore culturale presso “Der Anzeiger”, decide quasi per scherzo di correggere gli errori grammaticali, trentatrè gravi errori stilistici e grammaticali, di un discorso del Fuhrer del quale doveva scrivere la trionfale introduzione, chiudendo così per sempre la seppur modesta carriera di giornalista. Per sei anni aveva scritto quello che voleva il regime e passato sotto silenzio ciò che al regime non piaceva. E ora invece il visto d’ingresso per lui e la sua famiglia per gli Stati Uniti diventa l’unica cosa importante.

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969), saggista, performer, scrittrice e giornalista, figlia primogenita di Thomas Mann e Katja Pringsheim, abbandona la Germania del Terzo Reich nel 1933 assieme al fratello Klaus, scegliendo la via dell’esilio che la porterà in Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Corrispondente per radio e giornali inglesi e americani, autrice di fortunati libri per l’infanzia, reporter di guerra, conferenziera di successo, curatrice del lascito letterario del padre e del fratello, Erika Mann attraversa anni cruciali all’insegna di un instancabile impegno intellettuale. Tra le pubblicazioni in italiano, Caro Mago. Lettere e risposte 1922-1969 (il Saggiatore 1990), che raccoglie la corrispondenza con il padre.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2013

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo significava che era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova a indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. In fondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito a ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.

:: Recensione di Zitto e muori di Alain Mabanckou (66th and 2nd, 2013) a cura di Giulietta Iannone

29 ottobre 2013

mabanckou_zitto_coverxwebNon smetto di pensare un solo istante al fatidico giorno che mi ha portato qua, al tardo pomeriggio di quel venerdì 13 in cui, invece di godermi l’estate appena arrivata, i parchi di Parigi, i lungosenna pieni di gente, le donne che passeggiavano mezze nude per la città, all’improvviso, in quella strada poco frequentata del XVIII arrodissment, ho visto calare una cortina scura sulla mia vita. Nessun altro ricordo mi ha mai tormentato tanto, e sono addirittura arrivato a credere di essere in balia di una specie di incubo, e che la mia esistenza attuale sia soltanto un miraggio che al mio risveglio svanirà.  

Oggi voglio parlarvi di un piccolo gioiellino noir che ho scovato prima leggendone la segnalazione su un blog, e poi leggendone la recensione di Lorenzo Mazzoni sul Fatto Quotidiano.
Si intitola Zitto e muori (Tais-toi et meurs, 2012) dello scrittore congolese Alain Mabanckou. Edito da 66thand2nd, giovane casa editrice romana che vi consiglio di tenere d’occhio, (ha una collana B-Polar con titoli decisamente interessanti come Non sta al porco dire che l’ovile è sporco del beninese Florent Couao- Zotti, e La bionda e il bunker della scrittrice francese, nata a Parigi da madre bosniaca e padre montenegrino, Jakuta Alikavazovic) e tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, questo surreale e divertente noir ci porta nella multietnica e colorata Parigi dei giorni nostri, abitata da immigrati di tutte le nazionalità, la cui convivenza spesso turbolenta e indisciplinata, fatta non solo di solidarietà e aiuto reciproco ma anche di rivalità, gelosie e antagonismi, fa i conti con integrazione e razzismo.
La comunità congolese che ruota intorno al quartiere di Chateau-Rouge, definito con scherno e disprezzo da Mama La Padrona, proprietaria del ristorante l’Ambassade il “ghetto congolese”, fa da sfondo a questo romanzo insolitamente corale, sebbene narrato in prima persona da Julian Makambo, giunto a Parigi dal Congo-Brazzaville in cerca del suo pezzetto di futuro, in un mondo in cui il successo si misura anche solo nel potere mandare soldi a casa, o nei vestiti sgargianti dei Sapuer, membri del Sape (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes), capaci di saltare i pasti pur di avere il guardaroba fornito di abiti firmati e scarpe di anaconda.
Ma Makambo, in lingala significa “guai” e al protagonista, sebbene clandestino con i falsi documenti di un certo Josè Monfort, i guai non mancheranno. Infatti l’amico e cognato Pedro Bolawa, piccolo delinquente che campa di espedienti e traffici illeciti, fornendo documenti falsi e abitazione e “lavoro” al clan di Rue de Paradis, è stato contattato per un colpo davvero grosso, pagato in contanti duecentomila euro, una sorta di regolamento di conti, perché il razzismo ha una doppia faccia ed esiste anche quello dei neri nei confronti dei bianchi, sembra dire l’autore con sincero disincanto, e sceglie proprio Julian come spalla e capro espiatorio. Perché nella comunità vige la legge dell’omertà e zitto e muori può essere inteso in modo metaforico o letterale, come spiega  Shaft al nostro esterrefatto Makambo che non ha nessuna intenzione di andare in galera per un crimine non suo.
Ecco in breve la trama di Zitto e muori, un noir africano che con ironia e sprazzi di vera comicità ci racconta di un mondo ai margini, vitale e pittoresco, se vogliamo anche naif, ma governato da regole spietate. La comunità africana a Parigi non è fatta tutta di delinquenti più o meno piccoli, ma c’è anche questo volto che Mabanckou ci descrive senza ipocrisie o falsità, ed è il bello di questo romanzo, privo di quel “buonismo” ipocrita che spesso accompagna il concetto che hanno alcuni dell’identità nera in Europa, e privo nello stesso tempo dei rugginosi preconcetti che fanno degli africani persone rozze e ignoranti. Esempio ne è lo stesso autore che ora vive in California e insegna alla Ucla.
Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi.
La letteratura dell’immigrazione è ricca di perle come questa e dona nuova linfa ad un genere che sembra rinascere sempre con nuove facce. Spero di leggerne altri romanzi così. Vorrei segnalare come ultima cosa il simpatico disegno in copertina di Gigi Pescoldeung.                   

Eclettico e irriverente, il poeta e romanziere Alain Mabanckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto nella caotica Pointe-Noire, capitale economica del paese, insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: non a caso tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e si scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per Memorie di un porcospino e il premio Georges Brassens per Domani avrò vent’anni. Attualmente Mabanckou insegna alla Ucla dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Nel frattempo Black Bazar è diventato un disco, sono in preparazione due film tratti dai suoi libri e l’Académie française gli ha attribuito il Grand Prix de Littérature Henri Gal 2012 per l’insieme della sua opera.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2013

alcazarAnno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione degli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.

Così inizia Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini. Con una partenza. Una compagnia al completo: l’orchestra, le ballerine, un comico, la coppia di cantanti, un prestigiatore, l’affascinante Cordera, al secolo Gino Santoni un cantante dalla voce di usignolo in fuga dalle avances di un gerarca fascista che lo credeva davvero una donna, e  infine lei Silvana Landi capocomico e vedette dello spettacolo, la grande attrazione, accompagnata dalla madre, la signora Giuseppina e dall’assistente Vittoria, la trasformista, unica donna in Europa a potere cambiare aspetto in pochi secondi sotto le luci del palcoscenico, sulle orme del grande Fregoli.
Fuggono dall’Italia, dalla fame, dal fascismo, dalle leggi razziali, dalle persecuzioni contro antifascisti, zingari, ebrei, omosessuali. Ad attenderli Marsiglia, e l’Alcazar. Les Italiennes sont arrivées annunciano i dockers con il loro francese strampalato. L’accoglienza è variopinta e calorosa, come la città in cui hanno trovato rifugio, li aspetta il Grand Hotel e uno dei teatri più rinomati di Francia. Le poltrone di velluto scuro, le logge stile moresco, il caffè, la puzza di sigarette: un luogo, un tempio, un simbolo. Non era un teatro qualunque l’Alcazar. Chevalier, Fernandel, Montand e tanti altri erano passati da qui, su questo palcoscenico, prima di spiccare il volo. (…) Le ultime stagioni erano state il trionfo dell’operetta marsigliese di Pagnol. Ma in città da qualche anno si cantava meno.
Siamo nel 1939, la guerra è alle porte, anche la Francia sarà occupata, dovrà subire il governo di Vichy del maresciallo Pétain, i bombardamenti, l’entrata in città dei nazisti a cavallo seguiti dai loro carriarmati. Marsiglia diventerà centro di spie collaborazionisti, anche il Milieu la mafia marsigliese si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo. La lotta intestina sarà inevitabile, sullo sfondo della grande guerra. Della coraggiosa opera di Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti. Per un attimo ho sperato che Silvana Landi si innamorasse di lui e non di Alfred Morello, il Chevalier, affascinante uomo di punta del Milieu.
Ma l’amore è misterioso ha le sue vie e Silvana Landi arriverà a mettere la sua vita nelle mani sue mani, combattuta tra l’amore e l’odio per la violenza che il suo uomo è costretto ad accettare. Si trasformerà in assassino Alfred, la tradirà, i regali, i pranzi abbondanti mentre tutti vivono la miseria sono frutto di traffici illeciti, di contrabbando, di commercio di droga, di traffico d’armi, di sfruttamento dei bordelli, di regolamenti di conti spietati. Ma prima di tutto ciò l’Alcazar vivrà la sua ultima stagione. La compagnia Landi porterà in scena Pioggia di stelle, un successo, un trionfo, un inno alla vita, alla bellezza, prima che tutto diventi terrore, macerie, morte.
Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini è tutto questo, ma è anche una storia d’amicizia, quella che lega Cordera a Silvana. Cordera sparirà, forse rapito dall’Ovra che con i suoi tentacoli arrivò fino a Marsiglia in cerca degli oppositori del regime di Mussolini. E Silvana lo cercherà disperatamente, arrivando ad andare sull’ isola di San Domino, una delle isole Tremiti, lager per antifascisti, partigiani, omosessuali. Le pagine più toccanti sono racchiuse qui, ho capito qui che era una storia vera, ispirata alla madre dell’autrice Silvana D’Agostino in arte Silvana Landi, (l’ho letto solo alla fine, nei ringraziamenti).
Alcazar ultimo spettacolo è un romanzo bellissimo, autentico, che racchiude uno straordinario personaggio femminile e un affresco storico attento ai dettagli e senza sbavature. Dramma e melodramma si intrecciano, lasciando emergere raggi di poesia, specialmente quando l’autrice parla di Marsiglia, dell’acqua del suo mare, del suo Mistral, dei quartieri più poveri e delle vie piene di caffè, ristoranti e bistrot, della gente accogliente e generosa, che ti offre le sue teglie di alici o ti invita a sorseggiare un pastis. Non ho letto abbastanza di Jean-Claude Izzo per fare raffronti, ma ho letto la biografia di questo scrittore scritta dalla Nardini, e molto dell’atmosfera me la richiama.

Stefania Nardini, nata a Roma nel 1959, è una scrittrice e giornalista innamorata delle due città dove ha trascorso parte della sua vita: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Francia. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984), e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Nel 2009, sempre con Pironti, ha pubblicato Gli scheletri di via Duomo, noir ambientato nella Napoli anni ’70. Nel 2010 con Perdisa Pop ha pubblicato Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, una biografia sul famoso autore di romanzi noir. Alcuni suoi racconti compaiono su internet e su riviste letterarie e antologie. È collaboratrice del quotidiano Corriere Nazionale.

:: Recensione di L’amore ai tempi della neve di Simon Montefiore (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2013
amore neve

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Scrittore, giornalista, storico Simon Montefiore è un personaggio interessante quanto i personaggi dei suoi libri. Nato a Londra nel 1965 in una famiglia di origine ebraica, sua madre proveniva da una famiglia ebrea lituana, i cui genitori fuggirono dall’Impero Russo all’inizio del XX secolo, mentre suo padre discendeva da una famiglia ebrea di banchieri e diplomatici, Simon Montefiore ha sempre frequentato l’alta società inglese e non è difficile vederlo fotografato con gli stessi reali inglesi.
Sposato con una scrittrice, ha da sempre maturato un grande interesse per la storia russa arrivando a scrivere diversi saggi storici, di cui due incentratati sulla figura di Stalin, che lo spinsero a documentarsi su carte private dello stesso dittatore georgiano, e sembra che lo stesso Putin sia un suo assiduo lettore. Non che ciò deponga o meno a suo favore, ma lo dico tanto per darvi un’ idea del personaggio. Oltre ai saggi ha comunque scritto anche alcuni romanzi, King’s Parade, My Affair with Stalin, e Sasenka, suo primo romanzo pubblicato in Italia da Corbaccio nel 2009.
Ora da pochi giorni è uscito sempre con lo stesso editore il suo nuovo romanzo, L’amore ai tempi della neve  (One Night in Winter, 2013), tradotto da Silvia Bogliolo, romanzo che a quanto pare si giova del grande lavoro di ricerca storica effettuato per i suoi saggi, anche se l’autore ci tiene a precisare che non è un romanzo che parla di politica ma di vita privata: amori giovanili e tra persone più avanti con gli anni, famiglia, figli e sentimenti.
Premetto che mi è giunto inaspettato e probabilmente mi sarebbe sfuggito, come a suo tempo mi è sfuggito Sasenka, chi l’avesse letto avrà il piacere di ritrovare anche in questo vecchi personaggi del primo, pur essendo il romanzo uno stand-alone.
Ambientato in Russia, dal 1945 a fin dopo la morte di Stalin,  L’amore ai tempi della neve è dunque una storia di sentimenti, di quanto anche i sentimenti erano un affare di stato al tempo di Stalin, sempre preoccupato di vedere i suoi più stretti collaboratori rivoltarsi contro di lui, tanto da vedere in un innocuo progetto romantico giovanile di un nuovo governo, una cospirazione antisovietica e filonazista.
Siamo dunque nel 1945, una notte di giugno, alla fine della Seconda guerra Mondiale. L’intellighenzia russa festeggia il potente Stalin, che presiede la parata della Vittoria, complimentandosi per come sia risuscito a sconfiggere i nazisti. Tra i brindisi e i festeggiamenti, due spari e poi a terra i corpi senza vita di due allievi della Scuola 801. Presto Stalin verrà informato, presto le vite di tutti quelli coinvolti saranno attraversate dalla sua feroce caccia per capire se c’è sotto una cospirazione.
La Scuola 801, di via Ostozenka, è una scuola speciale, frequentata solo dai rampolli dei più importanti potenti sovietici. Una scuola in cui un romantico professore ha organizzato un corso di letteratura sulle opere di Puskin, autore che piace molto ai suoi ragazzi. Sono giovani appassionati specialmente dell’Eugene Onegin dove si narra di un duello per motivi d’amore. I ragazzi hanno creato finanche un club degli Inguaribili Romantici.
Un club che è difficile per il potere non vedere come una setta di cospiratori. Si riuniscono in segreto in cimiteri e luoghi pubblici dove recitano poemi di Puskin. Niente di più innocuo, inoffensivo. Ma un giorno una riunione su un ponte finisce appunto con la morte dei due ragazzi. Sembra un suicidio-omicidio passionale, i due si frequentavano, ma viene rinvenuto un quaderno con le date degli incontri del Club. C’è anche un elenco di Segretari e Ministri, nominati dai ragazzi, sempre come scherzo, per un ipotetico nuovo governo. Ma Stalin, ormai anziano, prende tutto sul serio quando c’è in gioco il suo potere. Alcuni ragazzi vengono arrestati e portati nella famigerata Lubianka. Sono tutti figli di persone importanti, e i loro genitori temono per la loro sorte ma anche per la propria.
Un bel romanzo, ottimo affresco di un’ epoca per molti versi ancora sconosciuta, certo sono le storie d’amore dei personaggi che alimentano le pagine, e la figura di Stalin ormai anziano, preoccupato che i suoi più stretti collaboratori vogliano prendere il suo posto è sullo sfondo, tuttavia si legge con interesse. Lo stile è pulito, la traduzione scorrevole. La ricostruzione di Montefiore è parziale, come tutte le ricostruzioni storiche, ma molti personaggi sono realmente esistiti e ancora viventi, come Hugh Lunghi, interprete nei colloqui sta Stalin e Churchill, che è servito come fonte di ispirazione per un personaggio fondamentale del romanzo. Per chi ama i romanzi storici.

Simon Montefiore è autore di saggi storici fra cui Gli uomini di Stalin, Il giovane Stalin e Jerusalem: The Biography, che hanno ottenuto importanti premi e riconoscimenti, e del romanzo Sašenka, pubblicato in Italia da Corbaccio. I suoi libri sono bestseller in tutto il mondo e vengono pubblicati in 40 lingue. Durante le ricerche compiute su Stalin, Montefiore ha avuto modo di intervistare alcuni dei «ragazzi» arrestati nel caso straordinario che gli ha offerto l’ispirazione per L’amore ai tempi della neve. www.simonsebagmontefiore.com

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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