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:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2013

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo significava che era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova a indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. In fondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito a ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.

:: Recensione di Zitto e muori di Alain Mabanckou (66th and 2nd, 2013) a cura di Giulietta Iannone

29 ottobre 2013

mabanckou_zitto_coverxwebNon smetto di pensare un solo istante al fatidico giorno che mi ha portato qua, al tardo pomeriggio di quel venerdì 13 in cui, invece di godermi l’estate appena arrivata, i parchi di Parigi, i lungosenna pieni di gente, le donne che passeggiavano mezze nude per la città, all’improvviso, in quella strada poco frequentata del XVIII arrodissment, ho visto calare una cortina scura sulla mia vita. Nessun altro ricordo mi ha mai tormentato tanto, e sono addirittura arrivato a credere di essere in balia di una specie di incubo, e che la mia esistenza attuale sia soltanto un miraggio che al mio risveglio svanirà.  

Oggi voglio parlarvi di un piccolo gioiellino noir che ho scovato prima leggendone la segnalazione su un blog, e poi leggendone la recensione di Lorenzo Mazzoni sul Fatto Quotidiano.
Si intitola Zitto e muori (Tais-toi et meurs, 2012) dello scrittore congolese Alain Mabanckou. Edito da 66thand2nd, giovane casa editrice romana che vi consiglio di tenere d’occhio, (ha una collana B-Polar con titoli decisamente interessanti come Non sta al porco dire che l’ovile è sporco del beninese Florent Couao- Zotti, e La bionda e il bunker della scrittrice francese, nata a Parigi da madre bosniaca e padre montenegrino, Jakuta Alikavazovic) e tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, questo surreale e divertente noir ci porta nella multietnica e colorata Parigi dei giorni nostri, abitata da immigrati di tutte le nazionalità, la cui convivenza spesso turbolenta e indisciplinata, fatta non solo di solidarietà e aiuto reciproco ma anche di rivalità, gelosie e antagonismi, fa i conti con integrazione e razzismo.
La comunità congolese che ruota intorno al quartiere di Chateau-Rouge, definito con scherno e disprezzo da Mama La Padrona, proprietaria del ristorante l’Ambassade il “ghetto congolese”, fa da sfondo a questo romanzo insolitamente corale, sebbene narrato in prima persona da Julian Makambo, giunto a Parigi dal Congo-Brazzaville in cerca del suo pezzetto di futuro, in un mondo in cui il successo si misura anche solo nel potere mandare soldi a casa, o nei vestiti sgargianti dei Sapuer, membri del Sape (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes), capaci di saltare i pasti pur di avere il guardaroba fornito di abiti firmati e scarpe di anaconda.
Ma Makambo, in lingala significa “guai” e al protagonista, sebbene clandestino con i falsi documenti di un certo Josè Monfort, i guai non mancheranno. Infatti l’amico e cognato Pedro Bolawa, piccolo delinquente che campa di espedienti e traffici illeciti, fornendo documenti falsi e abitazione e “lavoro” al clan di Rue de Paradis, è stato contattato per un colpo davvero grosso, pagato in contanti duecentomila euro, una sorta di regolamento di conti, perché il razzismo ha una doppia faccia ed esiste anche quello dei neri nei confronti dei bianchi, sembra dire l’autore con sincero disincanto, e sceglie proprio Julian come spalla e capro espiatorio. Perché nella comunità vige la legge dell’omertà e zitto e muori può essere inteso in modo metaforico o letterale, come spiega  Shaft al nostro esterrefatto Makambo che non ha nessuna intenzione di andare in galera per un crimine non suo.
Ecco in breve la trama di Zitto e muori, un noir africano che con ironia e sprazzi di vera comicità ci racconta di un mondo ai margini, vitale e pittoresco, se vogliamo anche naif, ma governato da regole spietate. La comunità africana a Parigi non è fatta tutta di delinquenti più o meno piccoli, ma c’è anche questo volto che Mabanckou ci descrive senza ipocrisie o falsità, ed è il bello di questo romanzo, privo di quel “buonismo” ipocrita che spesso accompagna il concetto che hanno alcuni dell’identità nera in Europa, e privo nello stesso tempo dei rugginosi preconcetti che fanno degli africani persone rozze e ignoranti. Esempio ne è lo stesso autore che ora vive in California e insegna alla Ucla.
Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi.
La letteratura dell’immigrazione è ricca di perle come questa e dona nuova linfa ad un genere che sembra rinascere sempre con nuove facce. Spero di leggerne altri romanzi così. Vorrei segnalare come ultima cosa il simpatico disegno in copertina di Gigi Pescoldeung.                   

Eclettico e irriverente, il poeta e romanziere Alain Mabanckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto nella caotica Pointe-Noire, capitale economica del paese, insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: non a caso tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e si scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per Memorie di un porcospino e il premio Georges Brassens per Domani avrò vent’anni. Attualmente Mabanckou insegna alla Ucla dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Nel frattempo Black Bazar è diventato un disco, sono in preparazione due film tratti dai suoi libri e l’Académie française gli ha attribuito il Grand Prix de Littérature Henri Gal 2012 per l’insieme della sua opera.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2013

alcazarAnno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione degli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.

Così inizia Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini. Con una partenza. Una compagnia al completo: l’orchestra, le ballerine, un comico, la coppia di cantanti, un prestigiatore, l’affascinante Cordera, al secolo Gino Santoni un cantante dalla voce di usignolo in fuga dalle avances di un gerarca fascista che lo credeva davvero una donna, e  infine lei Silvana Landi capocomico e vedette dello spettacolo, la grande attrazione, accompagnata dalla madre, la signora Giuseppina e dall’assistente Vittoria, la trasformista, unica donna in Europa a potere cambiare aspetto in pochi secondi sotto le luci del palcoscenico, sulle orme del grande Fregoli.
Fuggono dall’Italia, dalla fame, dal fascismo, dalle leggi razziali, dalle persecuzioni contro antifascisti, zingari, ebrei, omosessuali. Ad attenderli Marsiglia, e l’Alcazar. Les Italiennes sont arrivées annunciano i dockers con il loro francese strampalato. L’accoglienza è variopinta e calorosa, come la città in cui hanno trovato rifugio, li aspetta il Grand Hotel e uno dei teatri più rinomati di Francia. Le poltrone di velluto scuro, le logge stile moresco, il caffè, la puzza di sigarette: un luogo, un tempio, un simbolo. Non era un teatro qualunque l’Alcazar. Chevalier, Fernandel, Montand e tanti altri erano passati da qui, su questo palcoscenico, prima di spiccare il volo. (…) Le ultime stagioni erano state il trionfo dell’operetta marsigliese di Pagnol. Ma in città da qualche anno si cantava meno.
Siamo nel 1939, la guerra è alle porte, anche la Francia sarà occupata, dovrà subire il governo di Vichy del maresciallo Pétain, i bombardamenti, l’entrata in città dei nazisti a cavallo seguiti dai loro carriarmati. Marsiglia diventerà centro di spie collaborazionisti, anche il Milieu la mafia marsigliese si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo. La lotta intestina sarà inevitabile, sullo sfondo della grande guerra. Della coraggiosa opera di Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti. Per un attimo ho sperato che Silvana Landi si innamorasse di lui e non di Alfred Morello, il Chevalier, affascinante uomo di punta del Milieu.
Ma l’amore è misterioso ha le sue vie e Silvana Landi arriverà a mettere la sua vita nelle mani sue mani, combattuta tra l’amore e l’odio per la violenza che il suo uomo è costretto ad accettare. Si trasformerà in assassino Alfred, la tradirà, i regali, i pranzi abbondanti mentre tutti vivono la miseria sono frutto di traffici illeciti, di contrabbando, di commercio di droga, di traffico d’armi, di sfruttamento dei bordelli, di regolamenti di conti spietati. Ma prima di tutto ciò l’Alcazar vivrà la sua ultima stagione. La compagnia Landi porterà in scena Pioggia di stelle, un successo, un trionfo, un inno alla vita, alla bellezza, prima che tutto diventi terrore, macerie, morte.
Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini è tutto questo, ma è anche una storia d’amicizia, quella che lega Cordera a Silvana. Cordera sparirà, forse rapito dall’Ovra che con i suoi tentacoli arrivò fino a Marsiglia in cerca degli oppositori del regime di Mussolini. E Silvana lo cercherà disperatamente, arrivando ad andare sull’ isola di San Domino, una delle isole Tremiti, lager per antifascisti, partigiani, omosessuali. Le pagine più toccanti sono racchiuse qui, ho capito qui che era una storia vera, ispirata alla madre dell’autrice Silvana D’Agostino in arte Silvana Landi, (l’ho letto solo alla fine, nei ringraziamenti).
Alcazar ultimo spettacolo è un romanzo bellissimo, autentico, che racchiude uno straordinario personaggio femminile e un affresco storico attento ai dettagli e senza sbavature. Dramma e melodramma si intrecciano, lasciando emergere raggi di poesia, specialmente quando l’autrice parla di Marsiglia, dell’acqua del suo mare, del suo Mistral, dei quartieri più poveri e delle vie piene di caffè, ristoranti e bistrot, della gente accogliente e generosa, che ti offre le sue teglie di alici o ti invita a sorseggiare un pastis. Non ho letto abbastanza di Jean-Claude Izzo per fare raffronti, ma ho letto la biografia di questo scrittore scritta dalla Nardini, e molto dell’atmosfera me la richiama.

Stefania Nardini, nata a Roma nel 1959, è una scrittrice e giornalista innamorata delle due città dove ha trascorso parte della sua vita: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Francia. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984), e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Nel 2009, sempre con Pironti, ha pubblicato Gli scheletri di via Duomo, noir ambientato nella Napoli anni ’70. Nel 2010 con Perdisa Pop ha pubblicato Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, una biografia sul famoso autore di romanzi noir. Alcuni suoi racconti compaiono su internet e su riviste letterarie e antologie. È collaboratrice del quotidiano Corriere Nazionale.

:: Recensione di L’amore ai tempi della neve di Simon Montefiore (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2013
amore neve

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Scrittore, giornalista, storico Simon Montefiore è un personaggio interessante quanto i personaggi dei suoi libri. Nato a Londra nel 1965 in una famiglia di origine ebraica, sua madre proveniva da una famiglia ebrea lituana, i cui genitori fuggirono dall’Impero Russo all’inizio del XX secolo, mentre suo padre discendeva da una famiglia ebrea di banchieri e diplomatici, Simon Montefiore ha sempre frequentato l’alta società inglese e non è difficile vederlo fotografato con gli stessi reali inglesi.
Sposato con una scrittrice, ha da sempre maturato un grande interesse per la storia russa arrivando a scrivere diversi saggi storici, di cui due incentratati sulla figura di Stalin, che lo spinsero a documentarsi su carte private dello stesso dittatore georgiano, e sembra che lo stesso Putin sia un suo assiduo lettore. Non che ciò deponga o meno a suo favore, ma lo dico tanto per darvi un’ idea del personaggio. Oltre ai saggi ha comunque scritto anche alcuni romanzi, King’s Parade, My Affair with Stalin, e Sasenka, suo primo romanzo pubblicato in Italia da Corbaccio nel 2009.
Ora da pochi giorni è uscito sempre con lo stesso editore il suo nuovo romanzo, L’amore ai tempi della neve  (One Night in Winter, 2013), tradotto da Silvia Bogliolo, romanzo che a quanto pare si giova del grande lavoro di ricerca storica effettuato per i suoi saggi, anche se l’autore ci tiene a precisare che non è un romanzo che parla di politica ma di vita privata: amori giovanili e tra persone più avanti con gli anni, famiglia, figli e sentimenti.
Premetto che mi è giunto inaspettato e probabilmente mi sarebbe sfuggito, come a suo tempo mi è sfuggito Sasenka, chi l’avesse letto avrà il piacere di ritrovare anche in questo vecchi personaggi del primo, pur essendo il romanzo uno stand-alone.
Ambientato in Russia, dal 1945 a fin dopo la morte di Stalin,  L’amore ai tempi della neve è dunque una storia di sentimenti, di quanto anche i sentimenti erano un affare di stato al tempo di Stalin, sempre preoccupato di vedere i suoi più stretti collaboratori rivoltarsi contro di lui, tanto da vedere in un innocuo progetto romantico giovanile di un nuovo governo, una cospirazione antisovietica e filonazista.
Siamo dunque nel 1945, una notte di giugno, alla fine della Seconda guerra Mondiale. L’intellighenzia russa festeggia il potente Stalin, che presiede la parata della Vittoria, complimentandosi per come sia risuscito a sconfiggere i nazisti. Tra i brindisi e i festeggiamenti, due spari e poi a terra i corpi senza vita di due allievi della Scuola 801. Presto Stalin verrà informato, presto le vite di tutti quelli coinvolti saranno attraversate dalla sua feroce caccia per capire se c’è sotto una cospirazione.
La Scuola 801, di via Ostozenka, è una scuola speciale, frequentata solo dai rampolli dei più importanti potenti sovietici. Una scuola in cui un romantico professore ha organizzato un corso di letteratura sulle opere di Puskin, autore che piace molto ai suoi ragazzi. Sono giovani appassionati specialmente dell’Eugene Onegin dove si narra di un duello per motivi d’amore. I ragazzi hanno creato finanche un club degli Inguaribili Romantici.
Un club che è difficile per il potere non vedere come una setta di cospiratori. Si riuniscono in segreto in cimiteri e luoghi pubblici dove recitano poemi di Puskin. Niente di più innocuo, inoffensivo. Ma un giorno una riunione su un ponte finisce appunto con la morte dei due ragazzi. Sembra un suicidio-omicidio passionale, i due si frequentavano, ma viene rinvenuto un quaderno con le date degli incontri del Club. C’è anche un elenco di Segretari e Ministri, nominati dai ragazzi, sempre come scherzo, per un ipotetico nuovo governo. Ma Stalin, ormai anziano, prende tutto sul serio quando c’è in gioco il suo potere. Alcuni ragazzi vengono arrestati e portati nella famigerata Lubianka. Sono tutti figli di persone importanti, e i loro genitori temono per la loro sorte ma anche per la propria.
Un bel romanzo, ottimo affresco di un’ epoca per molti versi ancora sconosciuta, certo sono le storie d’amore dei personaggi che alimentano le pagine, e la figura di Stalin ormai anziano, preoccupato che i suoi più stretti collaboratori vogliano prendere il suo posto è sullo sfondo, tuttavia si legge con interesse. Lo stile è pulito, la traduzione scorrevole. La ricostruzione di Montefiore è parziale, come tutte le ricostruzioni storiche, ma molti personaggi sono realmente esistiti e ancora viventi, come Hugh Lunghi, interprete nei colloqui sta Stalin e Churchill, che è servito come fonte di ispirazione per un personaggio fondamentale del romanzo. Per chi ama i romanzi storici.

Simon Montefiore è autore di saggi storici fra cui Gli uomini di Stalin, Il giovane Stalin e Jerusalem: The Biography, che hanno ottenuto importanti premi e riconoscimenti, e del romanzo Sašenka, pubblicato in Italia da Corbaccio. I suoi libri sono bestseller in tutto il mondo e vengono pubblicati in 40 lingue. Durante le ricerche compiute su Stalin, Montefiore ha avuto modo di intervistare alcuni dei «ragazzi» arrestati nel caso straordinario che gli ha offerto l’ispirazione per L’amore ai tempi della neve. www.simonsebagmontefiore.com

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2013

confini nullaEccoci di nuovo a Niceville, ridente e solare (quanto le apparenze ingannano…) cittadina del Sud degli Stati Uniti, simile per certi versi a tante cittadine di provincia che hanno popolato i racconti sulfurei di Stephen King o i film malsani e onirici di David Lynch. Si sa la linda e irreprensibile provincia americana nasconde mostri e a Niceville sicuramente non mancano. A Niceville alberga il Male, entità ben poco filosofica e capace di entrare nella vita delle persone con le più funeste conseguenze.
Abbiamo conosciuto Niceville e i suoi personaggi nell’omonimo romanzo che da l’avvio alla trilogia thriller – horror di Carsten Stroud ed ora ne I confini del nulla, (The Homecoming, 2013) secondo episodio della medesima, sempre edito da Longanesi e tradotto da  Michele Fiume, veniamo a conoscenza di sempre nuovi dettagli di questo puzzle in cui soprannaturale e trama poliziesca si intrecciano con bizzarre e insolite conseguenze. La paura serpeggia sinistra, o meglio più che paura la potrei definire inquietudine, non che poi sia infatti un horror esplicito, molti romanzi di Stephen King mi hanno messo molta più paura, tuttavia anche la trilogia di Stroud non scherza, e se lo leggete di notte, attenti alle ombre e agli scricchiolii.
Dunque cercherò di non perdere il filo della trama, pericolo piuttosto insidioso dato il modo piuttosto ellittico di raccontare di Stroud. Innanzitutto è bene avere fresco in mente il romanzo precedente, e per chi l’avesse letto l’anno scorso, è bene fare un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe imperdonabile non tenerne conto.
I confini del nulla riprende esattamente dove Niceville finiva: uno stormo di corvi vola in formazione contro un aereo e lo fa precipitare in un campo da golf. Eviterò di dirvi chi c’era a bordo e cosa stava trasportando, limitandomi a dirvi che il soprannaturale non è estraneo a questo incidente. Due poi sono le sottotrame principali  che si dipanano parallele: le conseguenze della rapina in banca finita nel sangue che aveva visto protagonisti Charlie Danziger, Cocker, e Merle Zane, a cui si collega la fuga rocambolesca di Byron Deitz, deciso a uccidere i veri responsabili e prendersi il bottino, (se non fosse che un misterioso killer a pagamento lo segue passo passo) e gli avvenimenti legati al piccolo Rainey Teague, (il ragazzino scomparso nel romanzo precedente e ritrovato in una cripta), ora affidato a Nick Kavanaugh e Kate Walker.
Allora non dirò troppo per non rovinare i momenti di suspense e imprevisto, (ce ne sono meno che nel capitolo precedente) tuttavia vi basti sapere che Cocker sarà un osso duro e sarà difficile da tenere a bada, Merle Zane conserva i suoi segreti mettendo a  dura prova il senso della realtà di Nick Kavanaugh, e tra sogni, allucinazioni, specchi come porte di mondi sconosciuti, fantasmi che avvertono di pericoli, ragazzini che parlano tra loro linguaggi sconosciuti, non c’è di che annoiarsi.
Tutto ciò che rimane in sospeso, troverà “forse” spiegazione nell’ultimo capitolo della trilogia probabilmente incentrato sul personaggio di Rainey Teague. Qualche ipotesi sulla piega che potrebbero prendere i fatti me la sono fatta, anche se Stroud ha l’abilità di spiazzare con un certo anarchico gusto per l’assurdo e il bizzarro. Ma ho la sensazione che qualcosa continuerà sempre a sfuggirci, e forse è proprio questo il fascino di questa serie. Meno adrenalinico del primo, ma sicuramente un bel romanzo. Divertente, ironico, scritto e tradotto con originalità e un pizzico di sovversiva oscurità.

Carsten Stroud, uno scrittore bestseller in cima alle classifiche del New York Times e vincitore di numerosi premi letterari. Nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, vive a Toronto. Prima di diventare un autore best seller internazionale è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California e poliziotto nella squadra omicidi di New York.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Recensione di Un passato imperfetto di Julian Fellowes (Beat, 2013) a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2013
passato fellowes

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La cultura era effettivamente impregnata di droghe e musica pop, Marianne Faithfull, barrette Mars e libero amore, ma la maggior parte dei giovani guardava ancora agli anni Cinquanta, all’Inghilterra tradizionale, dove i comportamenti delle persone erano stabiliti da usanze antiche, se non di millenni, almeno di un secolo, dove ogni cosa, dall’abbigliamento alla condotta sessuale, era rigidamente codificata, e le regole, pur non essendo necessariamente rispettate, esistevano ancora. Infondo era trascorso meno di un decennio da quando quel codice regnava incontrastato. Le ragazze che non si lasciavano baciare al primo appuntamento, i ragazzi immancabilmente in cravatta, le madri che non uscivano di casa senza guanti e cappello, i padri che si avviavano verso la City con bombetta in testa, tutto ciò faceva parte degli anni Sessanta non meno del lato libertino costantemente rievocato dai documentari televisivi. La differenza era che si trattava di una cultura in declino, mentre ne avanzava una nuova, la cultura decostruita. Alla fine si sarebbe rivelata vincente e, come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia.

Che sia la sceneggiatura di Downton Abbey o un romanzo (e sospetto anche la lista della spesa) è sempre un piacere leggere Julian Fellowes. Il suo stile, mix di eleganza, arguzia, british humour (fatto di ironia a tratti anche feroce) e un tocco di tenera e scontrosa malinconia per il tempo che passa e si porta via giovinezza e fascino d’un mondo perduto, unito alla sua singolare capacità di osservazione, focalizzata non solo sui dettagli più minimi dei luoghi, delle abitazioni, delle musiche suonate ai balli, dei vestiti, dei cibi, dei codici tribali e delle usanze del paese, ma più che altro sulle persone che lo circondano o meglio l’hanno circondato, facendogli intravedere dolorose verità sotto la patina frivola e vuota di un mondo (che lui ha avuto modo di conoscere molto da vicino) ormai irrimediabilmente in declino, – l’ upper class inglese, così tradizionalista e fuori dal tempo-, rendono la lettura dei suoi testi un vivace gioco di intelligenza, divertente e nello stesso tempo spiazzante.
Julian Fellowes non si limita a fare una satira, pungente e provocatoria di difetti e debolezze di una società in piena trasformazione e di come era il mondo dorato pre rivoluzione anni Sessanta, ma si ingegna a scoprire tutto ciò che di quel mondo lontano ci mancherà: l’educazione, la raffinatezza, la sobrietà, la dignità, il garbo e la gentilezza. Valori non monetizzabili e forse inutili, ma così stranamente capaci di ricordarci che volgarità e bassezza offuscano quel poco di grazia e bellezza ancora capace di rendere la vita un’ esperienza piacevole.
Non a caso proprio i nuovi ricchi e i parvenus con il loro denaro, con le loro ville maestose, le limousine lungo i viali, le siepi perfettamente curate, i muretti di pietra, i prati lisci come tavoli da biliardo e ghiaino lucente, sembrano incarnare il male dove scagliare tutte le frecce che l’arguzia gli fornisce. Come nelle opere di Moliere, penso al Il borghese gentiluomo, Fellowes deride gli arricchiti, seppure a differenza di Moliere non combatta per difendere un ordine costituito. Fellowes è infatti conscio che l’aristocrazia con i suoi privilegi, le sue rigide convenzioni e i suoi antiquati perbenismi ancora al comando prima della Guerra, sia una classe, sebbene ancora in cima alla piramide sociale, ormai in via di scomparire, essendo stati gli anni Sessanta un punto di svolta e di non ritorno, e pur tuttavia conserva un rimpianto e una sottile nostalgia per il tempo in cui una certa gentilezza e una dolcezza del vivere rendevano tutto più lieve e meno gretto. Forse idealizza, forse rimpiange un mondo mai esistito, troppo ingenuo, naif, ma la sua abilità è farcelo credere vero anche a noi, farci provare la sua stessa malinconica rassegnazione.
E proprio un parvenu è l’anima di Un passato imperfetto (Past imperfect, 2008), secondo romanzo di Julian Fellowes dopo Snob, ripubblicato quest’anno da Beat, (era già uscito nel 2009 con Neri Pozza), e tradotto in modo impeccabile da Massimo Ortelio. Damian Baxter, un cinico arrampicatore direbbero alcuni, un arricchito senz’anima incapace di vera amicizia e di affetti sinceri e duraturi direbbero altri, un uomo di per sé ripugnante e umanamente fallito, seppure il fascino carismatico che aveva in giovinezza, con i suoi ricci, il sorriso smagliante e i pantaloni a zampa di elefante, ancora traspaia nelle sue rughe di vecchio ingobbito, ormai giunto al capolinea della sua vita.
Cancro al pancreas, inoperabile. Questa è la sua condanna. Inappellabile, spietata, una sentenza che né i suoi soldi, né il suo charme da ex-simpatica canaglia possono annullare o anche solo posporre. Potrebbe accettare la fine vicina senza combattere, rassegnandosi ma invece qualcosa può ancora fare, chiamare il suo vecchio amico-nemico di Cambridge, uno scrittore non-troppo-famoso che anni prima l’aveva introdotto nel bel mondo facendolo invitare ai party della “Stagione” londinese del 1968, voce narrante del romanzo, e formulargli una strana richiesta un po’ nello stile con cui i vecchi milionari di Raymond Chandler proponevano a Philippe Marlowe le loro bizzarre pretese (vedi Il grande sonno).
Questa volta c’è da trovare una donna, nascosta tra le frequentazioni giovanili di Baxter e probabile madre del suo unico figlio, concepito prima che una parotite giovanile contratta nel fatidico “viaggio” in Portogallo lo rendesse sterile. Vent’anni prima infatti una lettera anonima lo metteva al corrente di questa paternità e ora che il tempo sta giungendo alla fine quale occasione migliore che riscattare la sua vita dando un senso alla sua ricchezza, cinquecento milioni di sterline al netto delle imposte di successione, e facendola avere a suo figlio?
Damian Baxter non ha amici, non ha nessuno e solo questo stravagante ed eccentrico scrittore può aiutarlo, infatti solo lui può avvicinare queste donne dell’alta società e fargli domande tanto intime e imbarazzanti. Sarà disponibile ad accontentarlo, a passare sopra ad un vecchio e rugginoso litigio che aveva per sempre separato le loro vite?
Alternando passato e presente, Julian Fellowes è uno scrittore che ama divertire i suoi lettori, e lo fa con stile e verve tutta britannica. Presenta una commedia umana screziata di lacrime e sorrisi, priva della banalità della vita di tutti giorni, bandita con sacro orrore, e lo fa con l’intento preciso di intrattenere un pubblico colto e un po’ complice, capace di ridere di difetti e debolezze di una generazione dorata e intanto riflettere senza esprimere giudizi inficiati dal greve moralismo e dalla superiorità di classe. Ama le sfumature, Fellowes, le mille sfaccettature, le dettagliate derive di un’ intelligenza brillante e cosmopolita, i motti di spirito, le arguzie, ama con le parole ricreare un mondo da sempre enclave di una certa elite poca avvezza a mischiarsi con la gente comune.
Con la chiarezza e l’acutezza di una Jane Austen del Ventunesimo secolo nella sua disamina a volte impietosa di un mondo, di cui non risparmia i lati grotteschi, o forse con la leggerezza e spietata lucidità di una Edith Wharton “britannica”, Fellowes ci lascia intravedere un “come eravamo” carico di nostalgia verso un “come siamo” in cui amaramente dobbiamo constatare che fallimenti, delusioni, amori non ricambiati, amicizie tradite, e infelicità forse meritate, ma mai completamente, ci portano ad essere uomini e donne per lo meno diverse dall’immagine scintillante e splendente, proiettata in gioventù. Colpo di scena finale, compreso.

“Era questo che mi piaceva di lui. Apparteneva al futuro”. Dagmar mi guardò di sottecchi. “Non al futuro che immaginavamo: pace, amore e fiori tra i capelli. Non quello. Il mondo vero, che si è sviluppato di soppiatto negli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. L’ambizione, la rapacità. Sapevo che una nuova classe dominante sarebbe salita al potere prima o poi, ed ero certa che Damian ne avrebbe fatto parte”.

Julian Fellowes è un celebre sceneggiatore (Oscar per la sceneggiatura con il film Gosford Park). Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo di esordio Snob e il suo secondo romanzo Un passato imperfetto. Entrambi ripubblicati da Beat.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Håkan Östlundh a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2013

viperaCiao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.

Credo di essere una persona molto sensibile, che in realtà è una grande risorsa per il mio lavoro di scrittore, ma a volte può essere uno svantaggio nella vita.

Hai studiato letteratura comparata e storia delle idee presso l’Università di Stoccolma. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in un sobborgo a nord di Stoccolma, in una zona piuttosto noiosa abitata dalla classe media. Verso i dieci anni ho deciso che sarei diventato uno scrittore e che sarei andato via da lì il più presto possibile. Il più presto arrivò cinque giorni dopo il mio diploma di scuola superiore, quando mi sono trasferito in città e ho cominciato a lavorare come giornalista.

Hai lavorato come giornalista per il Dagens Nyheter. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Ho lavorato soprattutto per i supplementi dei giornali del fine settimana, scrivendo di cultura, eventi e vita notturna. Questo è successo circa 20 anni fa, quando la carta stampata  aveva ancora una certa importanza ed i giornalisti potevano fare un buon lavoro. A parte quello che sto facendo ora, penso che quello sia stato il miglior periodo della mia carriera, finora. Mi è piaciuto davvero molto lavorare lì.

Sei stato influenzato dal partito socialdemocratico e dal movimento operaio.

Beh, ci sono nato dentro. Mio padre proveniva dai piccoli agricoltori e mugnai su al nord. Era molto attivo politicamente fin dall’inizio e dopo aver frequentato l’università di Uppsala lavorò come dirigente nella pubblica amministrazione. Svolsi il mio primo lavoro dopo la scuola, in realtà, in una agenzia di stampa collegata ai giornali socialdemocratici.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Ho scoperto di avere qualche tipo di talento in età precoce (a dieci anni). La mia famiglia si era trasferita e ho iniziato ad andare, in quarta elementare, in una nuova scuola. All’inizio ci avevano assegnato di scrivere un saggio. L’ insegnante lesse il mio ad alta voce davanti a tutta la classe e piacque molto a tutti. Da quel momento non sono più tornato indietro.

Bolt, ora pubblicato in Italia da Fazi Editore con il titolo La Vipera – Un Nuovo Omicidio dell’Isola di Gotland, è un romanzo giallo della serie di Fredrik Broman. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La famiglia è il tema ricorrente in un sacco di miei libri. In questo caso ho rubato la maggior parte della trama ad una tragedia dell’Antica Grecia.

Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro?

Un padre di famiglia torna a casa dopo aver lavorato diversi anni in Giappone. Pochi giorni dopo la moglie e il cugino sono trovati brutalmente assassinati nella sua casa e l’ uomo stesso scompare senza lasciare traccia. I suoi due figli, ormai adulti, sono travolti dal dolore e dalla confusione. Il loro padre è davvero un assassino?

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Il personaggio ricorrente nella serie di Gotland – è Fredrik Broman, un detective della polizia che si è trasferito sull’isola con la sua famiglia pochi anni prima. Quello che succede ne La Vipera influenzerà per sempre la sua vita e la sua carriera.

L’ isola di Gotland è uno scenario molto interessante per un romanzo. Può descrivercelo?

Gotland è la più grande isola svedese del Mar Baltico. E ‘ un luogo esotico, la natura e l’atmosfera sono molto diverse dal resto della Svezia. La città principale, Visby, è una vecchia Hansa-city (città commerciale) sin dal Medioevo. Nelle famiglie di campagna che coltivano la stessa terra da secoli le vecchie ingiustizie sono difficili da dimenticare.
Gotland è anche il luogo in cui il regista Ingmar Bergman ha scattato un sacco di foto.

Ci sono progetti cinematografici ispirati ai tuoi libri?

Molti.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Io uso solo le mie paure e le mie esperienze personali.

Nelle interviste citi Dennis Lehane, Sjöwall & Wahlöö e Haruki Murakami come tuoi autori preferiti. Leggi altri scrittori contemporanei? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

A parte quelli che hai già citato amo molto Joyce Carol Oates e Jonathan Franzen. Penso che lo svedese Henning Mankell sia lo scrittore di crime che maggiormente mi ha ispirato a utilizzare l’ambientazione locale nei miei libri .

I tuoi romanzi sono diversi dai soliti thriller scandinavi più lenti e introspettivi, sono più simili ai thriller americani per ritmo e azione. Questo è voluto?

Sì, scrivere romanzi veloci e pieni di suspense era certamente un obiettivo, ma sono stato più influenzato dai film e dalla tv che dai thriller americani. Ho un background come sceneggiatore e questa esperienza ho voluto utilizzarla quando ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere un nuovo libro sugli agenti della CIA che si trasferiscono in paesi dove possono torturare i sospetti di terrorismo senza infrangere le leggi americane. E’ stata una lettura molto interessante in quanto descriveva in dettaglio un evento accaduto a due egiziani che vivono in Svezia, che è stato fonte di ispirazione per il mio penultimo libro uscito in Italia, Gotland – L’isola di Dio. Ora sto iniziando il nuovo romanzo di Jonathan Lethem, Dissident Gardens.

Hai un agente letterario?

Si, ho un agente che lavora duro e che ha appena aggiunto la Francia ed Israele alla lista delle traduzioni .

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Quando sono arrivato, con 20 minuti in ritardo, alla fiera del libro di Anversa (in Belgio ), c’era una fila di persone lunga 50 metri in attesa che gli autografassi i loro libri. Se non l’avevo fatto prima, ho capito allora di avere un sacco di lettori in tutto il mondo. E ‘stato un momento molto speciale.

Come è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ricevo un sacco di e-mail di incoraggiamento tramite il mio sito e la mia pagina fan di Facebook. E’ sempre fonte di grande ispirazione per me sentire i miei lettori.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è nessun progetto al momento, che io sappia. Ma mi piacerebbe venire in Italia.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando attualmente?

Al settimo libro della serie di Gotland, intitolato Men of Darkness.

:: Un’intervista con Louise Penny a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2013

penny_250X_Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.

Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.

Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets.  A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning.  Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?

E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?

No. Ho rifiutato tutte le offerte.

Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.

Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?

Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?

Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?

Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.