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:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2022

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere è anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, è uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poiché la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso è invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. È doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo è il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, è perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte già realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato “not one inch” e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia «cortina di ferro».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso Oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralità o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrà che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, è ormai divenuta una «Nazione marionetta», alla quale non è concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata “guerra delle ombre”, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra “calda” che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia così ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di «apprendista stregone». In realtà, il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralità dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si è trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterà, per così dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrà direttamente in Ucraina. Si avrà solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita è ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrà certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle già elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, già auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE è diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perché la Federazione Russa è un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltà interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

:: L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann (Giuntina 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2022

L’orologio di papà

Perché ad Auschwitz,
oltre alla fame, il freddo e la fatica,
mio padre soffriva di non avere l’orologio,
una volta tornato e fatti un po’ di soldi
si comprò un bel Patek Philippe,
che poi mi lasciò in eredità,
e che io pensavo di lasciare a mio figlio.
Ma un giorno me l’hanno rubato.
Per cui a mio figlio gli lascerò questa poesia
che nessuno gli ruberà.

L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, che consiglio assieme a Piccola autobiografia di mio padre sempre di Daniel Vogelmann, è un libriccino sottile ricco di aneddoti e ricordi su ben tre generazioni di Vogelmann: il padre Schulim, il figlio Daniel (autore del libro) e il nipote di Schulim, Shulim. E’ un libro breve, che con voce poetica parla di memoria, di ricordi familiari che si fanno memoria storica, della storia di una famiglia che di generazione in generazione dalla tipografia Giuntina ha portato avanti poi la casa editrice Giuntina (fondata nel 1980 da Daniel) e celebre per aver pubblicato, a spese dell’autore, il celeberrimo Lady Chatterley’s Lover di David Herbert Lawrence. Schegge di memoria, ricordi dolci o più dolorosi soffusi di malinconia e gioia di vivere, rassegnazione e divertito ottimismo. Si ride spesso, si piange, ci si commuove, e si vedono scorrere tanti ritratti familiari di persone di cui ci piacerebbe sapere di più: come di Anna Dissegni, prima moglie di Schulim, e della piccola Sissel, sua figlia, perite ad Auschwitz il giorno stesso del loro arrivo al campo, mentre Schulim dopo la prigionia soppravviverà e potrà tornare a Firenze, e continuare la sua vita. Il mondo può essere un luogo crudele, ma gli affetti sembrano portare un po’ di luce. Schulim, l’unico italiano a far parte della famosa lista di Schindler, viene ricordato da suo figlio Daniel con affetto e tenerezza e diventa quasi un amico anche per chi legge. Buona lettura!

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marilù Oliva, autrice del libro “Biancaneve nel Novecento”(Solferino Edizioni) che ha vinto la dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Marilù su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e all’estero sempre libri interessanti. Il mio premio è nato per questo, per dare visibilità ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che tu sia qui. Già abbiamo parlato del tuo bel romanzo in una scorsa intervista, ne ricordo il link per chi è interessato, per cui questa volta certo parleremo del libro ma anche dei tuoi progetti attuali e futuri. Per prima cosa, tu che sei stata proposta allo Strega, cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo è un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Sono stata molto felice, eravamo un bel gruppo nella rosa finale e mando un caro saluto anche ai colleghi/e in finale. Seguo il tuo blog dagli esordi e questa vittoria mi ha fatto molto piacere proprio perché è un riconoscimento “democratico”, non ci sono giurie di pochi eletti ma sono i lettori e le lettrici che decidono. Il fatto che non si possano fare previsioni lo rende ancora più avvincente.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

“Biancaneve nel Novecento” è stato il mio libro più amato in assoluto, addirittura più delle “Sultane”, con cui già avevo sentito il forte abbraccio dei lettori/trici. Prima che uscisse avevo già previsto una serie di critiche su come avevo messo in luce, in narrativa, questa triste parentesi della storia delle donne nei campi di concentramento: questo è il primo romanzo scritto da un’italiana in cui se ne parla molto diffusamente, almeno così è emerso dalle mie ricerche, magari mi è sfuggito qualcosa. Invece i commenti hanno ribaltato le previsioni: non ho mai ricevuto tanto affetto, tanti messaggi di gente che si calava nei panni delle mie protagoniste (anche di Bianca). In questo senso “Biancaneve nel Novecento” mi ha insegnato che in editoria non ha senso fare troppe previsioni, perché c’è un margine di imprevedibilità che potrebbe mandare tutto all’aria ogni congettura. Ma in fondo anche questo è il suo bello.

A proposito di critiche e previsioni, c’è una critica che non ti aspettavi e hai ricevuto nel corso della tua carriera?

È successo con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre”, che è diventato un long seller e mi ha dato molte soddisfazioni, non solo per le vendite. Un libro andato contro tutte le previsioni: uscito in un periodo sfortunatissimo in cui l’editoria crollava (durante il primo lockdown) è stato accolto con entusiasmo, ha avuto un sacco di ristampe e resiste tutt’ora, nonostante siano passati due anni. Io ero un po’ spaventata da una eventuale reazione rigida dei classicisti, dei grecisti, insomma: mi aspettavo qualche bacchettata e invece niente. Forse perché c’è un lavoro filologico, dietro, abbastanza attento (anche da parte dell’editore Solferino). Invece le critiche che non mi aspettavo riguardano il tipo di approccio con i personaggi: mi hanno rimproverato di non aver rivisitato abbastanza queste donne epiche, di averle lasciate così come Omero le dipingeva. Ma quello era proprio il mio intento: restare il più fedele possibile ad Omero! Ed è anche il motivo per cui il libro è stato tanto adottato nelle scuole.

Immagino che “Biancaneve nel Novecento” sia anche diffuso nelle scuole e consigliato come lettura per i ragazzi se non proprio delle medie almeno dalle superiori in su. L’hai potuto presentare nelle scuole?

Certo, soprattutto nel triennio delle superiori e non solo in occasione del Giorno della Memoria, è stato una lettura accolta in generale. Per le presentazioni nelle scuole mi appoggio a un’associazione che è attivissima, Demea Eventi Culturali, che cura ogni dettaglio, dalla consegna dei libri agli incontri online. Ho incontrato studenti e studentesse sensibili, curiosi, attenti, che mi hanno rivolto domande molto interessanti, stimolando anche in me ulteriori riflessioni.

Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, anche il tuo libro può rientrare tra le letture propedeutiche atte a conservare la memoria. Ti senti anche tu parte di questo circolo virtuoso?

Uno dei miei intenti era proprio questo, alimentare il ricordo, tenerlo vivo. Fedele alla lezione di Primo Levi, quando, nella “Shemà” introduttiva a “Se questo è un uomo”, si raccomanda di scolpirci nel cuore le sue parole, di meditare su quel che è stato. Altrimenti, sarà un disastro per tutti e lui ce lo racconta lapidariamente con la sua maledizione finale.

Proposte di traduzioni all’estero?

Proprio in questi giorni stiamo firmando con la Serbia.

Progetti attuali, di cosa ti stai occupando in questi giorni?

Mi sto preparando all’uscita imminente del mio nuovo romanzo, “L’Eneide di Didone” (Solferino). L’idea è nata da una riflessione: Come è possibile che la leggendaria Didone, personaggio straordinario, unica donna a capo di una spedizione e fondatrice di una città, si sia uccisa per Enea, un uomo che, si sapeva fin da subito, era solo di passaggio? Non mi era piaciuta la conclusione del IV libro dell’Eneide, in cui lei, ferita e rabbiosa (isterica, direbbe qualcuno che ama questo aggettivo), si uccide quasi per ripicca. Così ho ripreso l’opera di Virgilio e ho cercato di raccontarla abbastanza fedelmente variando però un particolare importante. Questa volta ho rivisitato molto il personaggio. Ma non posso anticipare altro.

Grazie Marilù, nell’augurarti il meglio per i tuoi progetti futuri, la storia di Didone mi ha sempre affascinata, ti ringrazio di questa intervista e del tempo che ci hai dedicato.

:: Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2022

Il 15 settembre 2020 don Roberto Malgesini, 51 anni, viene ucciso a Como da una delle moltissime persone cui forniva aiuto ogni giorno. La sua morte ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ed è stata ricordata con intensa partecipazione da papa Francesco. Questo libro ricostruisce il percorso di un sacerdote umile e concreto che ha offerto le sue risorse, le sue intuizioni e il suo sorriso perché tutti i dimenticati e scartati dalla società potessero trovare accoglienza, ascolto e aiuto. L’autore ha intervistato i famigliari, gli amici, i confratelli e i fedeli, tra i quali molti volontari che oggi stanno continuando l’opera del loro “don”.

Passi che consolano, accanto a una figura riservata e solida: un prete con il sorriso che ha vissuto secondo il cuore di Cristo e si è guadagnato la riconoscenza di tutta la città in cui ha operato.

Don Roberto Malgesini nacque a Morbegno il 14 agosto del 1969 in una famiglia benestante, i suoi genitori sono proprietari di un’autofficina. Cresce coi suoi fratelli, frequenta l’oratorio, i campi estivi, studia e si diploma in ragioneria. Finita la scuola trova impiego in banca, presso la Banca Popolare di Sondrio, ma dopo alcuni anni sente che quella vita non fa per lui ed entra in Seminario. Da quel momento la sua vita prende una direzione nuova che lo porterà come sacerdote a dedicare tutto il suo tempo al prossimo dentro e fuori le anguste mura della sua sagrestia. Leggendo Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono si capisce subito che sarebbe facile generalizzare, ridurre il suo operato terreno a frasi fatte come “prete di strada” o “prete degli ultimi” o “prete degli immigrati” anche se fu molto di più, soprattutto per il fatto che non faceva alcuna distinzioni tra persone (forse “prete di tutti” gli sarebbe piaciuto come termine), né accostava con pietismo o superiorità le persone che ha incontrato durante il suo mandato terreno e che sono diventati essenzialmente suoi amici prima di essere persone che necessitavano del suo aiuto. Eugenio Arcidiacono con uno stile semplice e diretto tenta far luce sulla vita di un uomo schivo, di poche parole, mingherlino, sempre sorridente, che amava la montagna, il Milan, la musica e aveva poca dimestichezza con l’oratoria o la parola scritta. Era un uomo di fatti, ma di poche parole, di fatti concreti, essenziali che toccavano il cuore e l’intimo anche delle persone più refrattarie od ostili. Che a ucciderlo con alcune coltellate, mentre si preparava per il suo giro di colazioni, sia stata proprio una delle persone a cui aveva dato aiuto, e ora leggo condannata all’ergastolo per questo crimine, sgomenta, crea sconcerto anche se lui per primo lo sapeva, era cosciente dei rischi che correva. Non era un ingenuo, né un irresponsabile, ha chiuso il suo percorso terreno con il martirio consapevole di questa eventualità, retto dalla fede che tanto dopo non c’è che l’incontro con Gesù, modello su cui aveva costruito la sua vita. Non nascondiamocelo la Chiesa è fatta più di peccatori che di santi, ma quando si incontrano persone come don Roberto davvero la distanza dal Cielo sembra meno remota. Chi l’ha conosciuto serberà sempre in cuore questa amicizia, chi lo conosce solo attraverso i libri e le testimonianze può comunque entrare in contatto con una creatura che può ancora arricchire e servire come modello delle proprie vite. Una figura luminosa di cui sentiremo ancora parlare.

Eugenio Arcidiacono, nato a Torino nel 1975, è un giornalista di Famiglia Cristiana, dove si occupa di attualità e spettacoli. Vincitore nel 2008 e nel 2017 del “Premio Vergani Cronista dell’anno” del Gruppo cronisti lombardi per le sue inchieste, per San Paolo è stato coautore del libro Testimone di ingiustizia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.

:: Intervista con Michele Venanzi a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michele Venanzi, autore del libro “Il ritorno del Samaritano” (Marna) terzo classificato alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Michele su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo terzo posto al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il ritorno del Samaritano edito da Marna. Ci parli innanzitutto di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale, della sua vita.

Grazie a voi dell’invito! Per me è in effetti un po’ inusuale ritrovarmi in ambienti letterari, dato che la mia quotidianità mi porta perlopiù altrove… Sono uno psicologo psicoterapeuta di 43 anni, sposato e con tre figli: abitiamo in provincia di Como, a Rovellasca, paese nel quale ho anche il mio studio professionale. Da una decina d’anni, metà del mio tempo lavorativo lo dedico a una casa di cura del comasco, condotta dalle Suore Ospedaliere, per le quali ricopro il ruolo di coordinatore del servizio di pastorale della salute.
Vengo da studi classici, presso i Salesiani di Milano, mia città di nascita. Ho poi frequentato la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica. Mi sono infine specializzato, più tardi, in psicoterapia sistemico-relazionale presso il CMTF, sempre a Milano.

La sua attività principale è quella di psicologo e psicoterapeuta. Da credente come integra psicologia e spiritualità?

Per molti anni queste due dimensioni hanno viaggiato su percorsi paralleli, quasi indipendenti l’uno dall’altro. L’incontro con la Congregazione delle Suore Ospedaliere, poi, ha fatto sì che questi due ambiti si incontrassero, “costringendoli” a convivere nell’incarico di responsabile di un servizio di pastorale della salute: un modo di vivere non più solo nel privato la dimensione di Fede. Fare testimonianza, elemento essenziale per un credente, ma non facile almeno per me, è così diventato più semplice, venendo quasi “obbligato” a farlo attraverso il ruolo stesso ricoperto all’interno della struttura ospedaliera. E quindi è l’agire pastorale che richiede l’integrazione (ma anche la distinzione) tra psicologia e spiritualità: ricercarne aree di sovrapposizione e insieme di confine è diventata una delle occupazioni mentali più interessanti per me, in questo periodo. E la stesura del racconto, in parte, è anche un modo di rappresentare questo tentativo di tenere insieme e al tempo stesso di distinguere aspetti psicologici e spirituali della vita.
Per quanto riguarda la psicologia in sé, non ho mai creduto che fosse inconciliabile con la religione, né che lo psicologo cattolico svolgesse una professione “diversa” da uno psicologo non credente. Semplicemente, come diceva un mio maestro, psicologo e sacerdote camilliano, “lo psicologo cattolico non esiste: c’è lo psicologo, il suo essere cattolico non riguarda la professione”. La Fede aiuta semmai a vivere la propria professione, qualunque essa sia, con un certo “stile”: ma non incide sulle competenze e abilità professionali, né togliendone alcune né aggiungendone altre.

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Partirei dai grandi classici: in alcuni romanzi si ritrovano impareggiabili tratteggiamenti di profili psicologici dei personaggi. Come diceva un mio docente, alcune descrizioni di Tolstoj e Dostoevskij non hanno nulla da invidiare a manuali specialistici di settore: aveva ragione.
Per quanto riguarda i temi di spiritualità, mi sentirei di consigliare i testi di Vittorio Messori: un laico che, con stile elegante e al tempo stesso molto accessibile, si addentra in riflessioni e testimonianze su varie figure centrali per la Fede cristiana: da Gesù stesso a Maria, fino agli Angeli custodi.
Un altro autore da segnalare potrebbe essere Don Luigi Maria Epicoco: con stile diretto e quasi provocatorio, ci pone questioni spirituali irrinunciabili, senza nascondere come la Fede non preservi di per sé dalle difficoltà della vita: il testo “Sale, non miele”, con il suo titolo molto evocativo, già ci lascia intendere molto…
Infine, come non suggerire di rispolverare la Bibbia, in particolare il suo incantevole e a tratti quasi poetico Libro della Sapienza?

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Sa che non saprei neanche se chiamarlo “amore”? Pensi che è nato addirittura come “avversione”!… Non ero particolarmente bravo a scrivere da piccolo e da ragazzo. Soprattutto ero molto sintetico, all’eccesso. Scrivevo correttamente, sì, ma molto poco (anche Il ritorno del Samaritano, in effetti, è molto breve: evidentemente ho conservato questa mia caratteristica!). Per questo i miei temi erano in definitiva giudicati male e col tempo mi ero convinto che lo scrivere non fosse certo una mia abilità. E quasi per estensione, per di più, non mi piaceva nemmeno leggere! Poi un professore, al terzo anno di liceo classico, mi diede fiducia, apprezzando comunque il mio modo di stendere un testo, seppur molto conciso. Da lì, ho scoperto tutto sommato di saperci fare, passando per redazioni di articoli di settore, capitoli per manuali scolastici, fino al piacere di scrivere semplici biglietti personalizzati… Insomma, chi lo avrebbe mai detto? Di certo, però, non pensavo di poter scrivere un racconto, e che per giunta venisse pubblicato! Si è trattato quindi più che altro di una sfida con me stesso, unita alla necessità di intrecciare, qui in forma narrata, psicologia e spiritualità.

Ci parli del suo racconto “Il ritorno del Samaritano”. Ha cercato di attualizzare la parabola evangelica con una narrazione semplice e comprensibile da tutti. E’ ancora oggi così difficile farsi prossimo degli altri?

Alcune professioni, tra cui la mia, si avvicinano già di per sé all’altro e quindi si fanno “prossime”. Quello che è più raro è il trovare elementi di “gratuità”, in generale: è difficile andare oltre al previsto, fare un gesto in più, uscire da uno schema, concedersi del tempo extra non preventivato… I ritmi forsennati di oggi non aiutano certo ad andare oltre al dovuto, già molto oneroso di suo solitamente, per cui si sta perdendo la bellezza di quel di più connotato da gratuità, derivante a sua volta da compassione: quasi sempre gesti o parole molto piccoli, ma che fanno una grande differenza agli occhi di chi li riceve. A questo proposito invito a incuriosirsi circa il concetto di “eleogenetica”, un approccio che intende riscoprire il volto umano di “Eleos”, attraverso lo studio dei processi che facilitano ed implicano misericordia.

Con il suo lavoro di psicologo e psicoterapeuta tende una mano al prossimo, si può dire. Questa parabola descrive bene la sua scelta di vita. In che modo la lettura del brano di Luca ha influenzato la sua vita?

Di questa parabola mi piace innanzitutto come parta spazzando via subito i pregiudizi più radicati: si ferma infatti colui sul quale non avrebbe scommesso proprio nessuno. Il Samaritano si sente “chiamato” dalla situazione stessa: sa che in quel momento “tocca a lui” e si lascia guidare da un istinto umano e umanizzante che va ben oltre ciò che la razionalità suggerirebbe: non pensa “chi me lo fa fare?” o “che c’entro io con questo tizio?”, ma agisce, semplicemente si lascia guidare dai propri istinti più profondi. Da cristiani potemmo dire che si lascia guidare dallo Spirito Santo.
Poi, riguardo al rapporto tra la parabola e la mia vita, torna di nuovo decisivo l’incontro con le Suore Ospedaliere: il loro carisma è l’Ospitalità, la loro icona biblica il Buon Samaritano. Nell’occuparmi di pastorale della salute per loro, l’immagine del Samaritano faceva avanti e indietro nella mia mente quasi quotidianamente… E quindi ho deciso di provare ad andare oltre. Questo punto desidero sottolinearlo: il mio racconto non è un tentativo di “riscrivere” la parabola (non mi permetterei mai), ma in qualche modo di “proseguirla”. Credo infatti che il Vangelo esista perché noi possiamo agire, fare delle cose, vivere. Così come la parabola (come qualsiasi parola o azione, in realtà) innegabilmente ha degli effetti su di noi, la sua vicenda ne avrebbe sortiti di certo sui personaggi in essa coinvolti: ed ecco che allora può prendere corpo anche Il ritorno del Samaritano.

Passa un uomo di chiesa e passa oltre, passa un levita, maestro della legge e passa oltre. Si ferma un Samaritano. Uno degli ultimi nella scala sociale del tempo. Che lezione ha da insegnarci questo?

Come accennavo, la lezione è quella prima di tutto di non fermarci agli stereotipi e ai pregiudizi. Attenzione, però, a non rovesciarli! Intendo dire, non è che ora, constatando come è andata, si debba iniziare a pensare che sacerdoti e leviti siano persone ipocrite e incoerenti e solo prese dai loro affari. Semplicemente, occorre ricordarsi che l’altro possa sempre stupirci, chiunque egli sia, e a prescindere dai nostri pregiudizi che, volenti o nolenti, tutti abbiamo: l’uomo infatti, per “necessità” di economia mentale, è portato a categorizzare e semplificare il mondo. Il punto importante quindi non è il non avere pregiudizi, ma l’essere pronti a sconfessarli e a rimuoverli, restando sempre disponibili a constatare quanto le persone e le situazioni possano di volta in volta sorprenderci.

Infine, ringraziandola della disponibilità, l’ultima domanda. Sta lavorando a un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Non credo che questa sia una “svolta” nella mia carriera professionale, continuerò a fare il mio mestiere e gli impegni, tra lavoro e famiglia, non mancano di certo. Ma d’altronde perché escludere l’elaborazione di un nuovo scritto? Un’idea peraltro ci sarebbe anche, ma… Occorrerebbe quantomeno lo slancio e l’ispirazione avuti, oserei dire “in dono”, un paio di anni fa.
Grazie a voi e complimenti per tutte le vostre belle iniziative!

:: Un’intervista con Oriana Ramunno a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Oriana Ramunno, autrice del libro “Il bambino che disegnava le ombre”(Rizzoli) seconda classificata alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Oriana su Liberi di scrivere e complimenti per il secondo posto. Ho sentito davvero pareri lusinghieri sul tuo libro, per alcuni uno dei migliori libri editi l’anno scorso in Italia. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a voi per aver scelto Il bambino che disegnava le ombre tra i libri votabili, ve ne sono davvero grata.Questo libronasce in un momento più maturo del mio percorso di scrittrice, iniziato ormai dieci anni fa, in cui mi sono sentita finalmente pronta a raccontare l’Olocausto. Da piccola ho ascoltato e trascritto i ricordi di mio zio Angelo, un sopravvissuto ai lager nazisti, e nel tempo ho provato a capire i suoi racconti studiando la Storia, cercando di capire le origini di quella che è stata una delle pagine più brutte dell’umanità. Dopo aver sviscerato ogni aspetto di quelle pagine terribili, ho voluto raccontarle e ho deciso di farlo con un genere che da sempre sonda le ombre e le luci dell’animo umano, mettendoci di fronte alle nostre più grandi paure, ma offrendoci anche delle soluzioni finali catartiche: il giallo.

Vivi a Berlino è vero? Parlaci un po’ di te della tua infanzia, del tuo lavoro?

Ho vissuto a Berlino per tre anni, da settembre sono ritornata bolognese insieme a tutta la mia famiglia. Berlino è stata un’esperienza unica. È una città che ha un’anima, che si porta addosso i segni della Storia visibili in ogni angolo, nei buchi delle granate sui muri, nei memoriali che si trovano a ogni angolo di quartiere, nei pezzi di muro conservato a memoria di tutti. Berlino mi ha insegnato la malinconia di una città sospesa nel tempo ma anche l’ecletticità di una città trasgressiva e proiettata verso il futuro. In ultimo, mi ha offerto la possibilità di approfondire le mie ricerche sul tema dell’Olocausto.
Nonostante sia una girovaga, però, io sono e sempre sarò una ragazza del Sud. Sono nata a Rionero in Vulture, in Basilicata, ed è lì che ho imparato ad amare i libri grazie a una zia bibliotecaria. È in Basilicata, o Lucania come mi piace chiamarla, che sono cresciuta, assorbendo le energie di una terra che ancora vive di realismo magico, tradizioni e passato.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura? Ricordi il primo libro che hai letto da sola?

Il mio amore per i libri è nato a sette anni, quando passavo i pomeriggi nella Biblioteca comunale dove lavorava mia zia. Avevo a disposizione qualunque libro. Il primo fu il GGG, il Grande Gigante Gentile. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai a leggerlo.

Parlaci dei tuoi esordi, come è andata. Hai avuto qualcuno che ti ha incoraggiata, spronata a scrivere?

Ho iniziato a scrivere al liceo per esigenza personale, ma ho continuato in maniera consapevole solo dopo i trent’anni, quando ho capito che non basta avere una passione ma che questa, come in ogni mestiere, va supportata dagli strumenti giusti. Ho iniziato a studiare da autodidatta le tecniche narrative e ho deciso di mettermi in gioco con alcuni racconti editi da Delos Digital, poi con vari concorsi della Mondadori. Dopo aver vinto il GialloLuna NeroNotte ed essere arrivata finalista al prestigioso Premio Tedeschi, l’editor Franco Forte mi ha commissionato un romanzo sul femminicidio per la collana de I gialli Mondadori, uscito col titolo “L’amore malato” nella raccolta “Amori malati”. Ho avuto anche l’occasione di partecipare, sotto pseudonimo, alla saga de “I Sette Re di Roma”, edita da Oscar Historica, col romanzo “Tullo Ostilio, Il lupo di Roma”, scritto con Scilla Bonfiglioli e Franco Forte.

Torniamo al libro, come è nato il tuo interesse per le tematiche legate all’Olocausto e ai campi di concentramento nazisti. Sei partita da ricordi familiari?

Come raccontavo nella domanda precedente, tutto parte dai ricordi di mio zio, internato prima in un campo di lavoro tedesco e poi trasferito in quello che veniva definito “campo di morte”. Le sue memorie, insieme a quelle di altri sopravvissuti del mio paese di origine, sono raccolte nel libro “Fiotti di memoria”, editato dal comune di Rionero in Vulture in occasione della Giornata della Memoria.

Come ti sei documentata?

Lo studio sull’Olocausto è una cosa che ho fatto a prescindere dal romanzo, e che ha impiegato numerosi anni e due esami monografici all’università. Di vitale importanza è stata, sicuramente, l’esperienza a Berlino, che oltre a fornirmi documenti introvabili in Italia mi ha offerto la possibilità di “sentire” la Storia. La stessa cosa vale per i campi di Auschwitz e Birkenau, di Sachsenhausen e di Ravensbrück che ho potuto visitare.

Parlaci del tuo personaggio principale, Hugo Fischer, come è nato?

Hugo Fischer nasce dall’esigenza di raccontare l’Olocausto dagli occhi di un tedesco comune, uno di quei cittadini che non appoggia Hitler, ma che per quieto vivere e paura non si oppone e per continuare a lavorare si iscrive addirittura al partito. Incarna la maggior parte di noi: difficilmente si è eroi, in certe circostanze.

E’ una storia di indagine, la vittima è Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con il famigerato Josef Mengele. Ci vuoi parlare di come questa indagine si dipana nella narrazione?

Quello che mi premeva mostrare, scegliendo il giallo come genere portante del romanzo, era la visione che i tedeschi avevano di coloro che chiamavano “subumani”: Sigismund Braun viene assassinato in un luogo in cui vengono uccise migliaia di persone al giorno, eppure la sua morte è l’unica che merita un’indagine, mentre le morti dei subumani sono considerate giuste, normali, necessarie a un bene comune. Hugo Fischer, che nulla sa di Auschwitz, si ritrova a indagare sulla morte di Braun, ma al tempo stesso è costretto a fare luce anche su un genocidio. Si ritrova, insomma, a cercare un assassino tra un sacco di assassini. Nella sua indagine, sia professionale che personale, viene aiutato da Gioele, un bambino ebreo con il dono del disegno. Ed è grazie ai suoi disegni che molte ombre si dipanano.

La popolazione civile tedesca sapeva ben poco di cosa succedeva nei campi, degli orrori indicibili che nascondevano, una mia zia tedesca mi ha assicurato che era così, che hanno scoperto tutto dopo la guerra. Hai anche tu testimonianze in merito?

È vero. Per tratteggiare il personaggio di Hugo Fischer mi sono servita di diverse testimonianze. Hugo Fischer è a conoscenza del dislocamento degli ebrei tedeschi, ma non sa dove effettivamente finiscano. In patria circolano voci di corridoio, ma è il caso di dire che nei lager la realtà superava la fantasia, e molti tedeschi non potevano immaginare che quei campi di detenzione fossero in realtà una vera e propria industria di morte. Quando anche le voci arrivavano chiare e precise, come nel caso di Fischer, subentrava un meccanismo di rifiuto e rimozione della realtà molto comune tra gli esseri umani.

Molti medici e scienziati tedeschi hanno usato i prigionieri come vero e proprio “materiale” di ricerca spingendosi ben oltre ai precetti deontologici considerando questi prigionieri “non persone” su cui si poteva perpetrare ogni abuso. Come ti spieghi tutto questo?

È il concetto di subumano di cui parlavo prima. Era molto radicato nei tedeschi. Il mito della razza ariana non viene inventato da Hitler, ma ha radici più vecchie. Hitler non ha fatto altro che riprenderlo in un momento storico favorevole ed esasperarlo. I medici che ottenevano di lavorare ad Auschwitz operavano sotto la ferma convinzione di non avere tra le mani degli esseri umani ma delle vere e proprie cavie, dei subumani. Mengele sosteneva di avere l’obbligo morale, in quanto scienziato e ariano, di far progredire la scienza attraverso la sperimentazione. E se in Germania era vietato l’uso di animali per la ricerca, nei campi tutto era consentito…

Tra i prigionieri c‘è un bambino Gioele, ci vuoi parlare di lui?

Gioele rappresenta una piccola luce dove tutto si sta spegnendo. È un bambino bolognese, ebreo, e insieme al suo gemello viene subito notato da Mengele. Ne diventa presto oggetto di studio perché in lui non c’è nulla di rappresentativo della razza ebraica, anzi: agli occhi di Mengele, che ragiona solo in termini razziali, Gioele ha più in comune con un bambino ariano che con un giudeo, con le sue iridi chiare, la spiccata intelligenza e la bravura nel disegno. Mengele si domanda come possa un subumano avere quelle potenzialità e ne rimane affascinato, al punto da tenerlo con sé al Blocco 10 per osservarlo.

È proprio Gioele ad aiutare Hugo Fischer nella risoluzione del caso e, prima ancora, a guidare la sua coscienza verso un cammino tortuoso, mostrandogli le ombre che gravano sul suo cuore, su quel lager e sulla Germania intera.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un romanzo, questa volta di ambientazione italiana, con una protagonista femminile in grado di sfidare un mondo maschile agli albori della Grande Guerra. Spero possa vedere la luce, perché questo personaggio mi sta donando tanto.

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari è davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o è una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, città che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu già fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacità strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la città a ogni costo, precludendosi così ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca è stato estremamente complesso. È durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

“Nel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non è andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, è esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacché esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensì, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrà, la bontà di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimenti…”

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

Sì, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremmo ancora qui? L’umanità sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler è una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtà storica è ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantità sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. Né va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interiorità del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più è restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. Così, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identità psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista l’affascinante e tormentato Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Agosto 1942-marzo 1943. Due sono i misteri al centro di questo romanzo, complesso e difficile forse ancora più dei romanzi precedenti dell’autrice: scoprire chi ha ucciso due famosi scienziati romeni, e scoprire il significato di un sogno ricorrente in cui appare la Sinagoga degli zingari, sempre sfuggente, che oltre a dare il titolo al romanzo è anche il titolo di un’opera musicale scritta dal padre di Bora.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora, mai come in questo libro nudo difronte al lettore.

Sullo sfondo l’assedio di Stalingrado, una delle pagine più dolorose e terribili della Seconda Guerra Mondiale, descritta da Pastor con una tale dovizia di particolari e una tale sensibilità da apparirci in tutto il suo agghiacciante orrore, tanto che Bora pure sopravvivendo ne uscirà sdoppiato, una frattura insanabile infatti avverrà nella sua anima, una frattura che gli farà prendere coscienza di essere morto anche lui con i suoi uomini in quell’inferno, e che il Bora che uscirà da Stalingrado non potrà che essere l’ombra di sé stesso, un golem, un feticcio proiettato verso l’insensatezza delle fasi finali di una guerra ormai perduta. Di un mondo ormai perso per sempre, la cui condanna è il vuoto e l’annientamento.

La sinagoga degli zingari è senz’altro il più drammatico e oscuro romanzo della serie, non solo per le pagine di guerra, ma per quello scavo nella mente devastata del protagonista, andato ben oltre ai limiti umani, tra malattia, freddo, ben oltre i trenta gradi sotto zero, la paura, la disperazione.

Tra la narrazione in terza persona e le parti in prima persona tratte dai diari e dalle lettere si compone un puzzle di straordinario nitore, un affresco che ho veduto scorrere sotto i miei occhi e mi ha ricordato l’impressione che ho avuto sfogliando Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell, che vi consiglio anche se è in tedesco, è una collezione di fotografie di cui ne ricordo soprattutto una in cui un soldato con la testa fasciata in una benda macchiata di sangue si accende una sigaretta. Lo regalò mio zio a mio nonno, generale in pensione, che trascorse la Seconda Guerra Mondiale prigioniero in India degli inglesi e ricordava che di tutti i suoi colleghi quelli che furono mandati sul fronte russo non fecero più ritorno.

Una pagina di storia, un ritratto psicologico e morale di indubbia intensità, che portano un nuovo tassello nella saga di Bora, e confermano Ben Pastor come uno dei più significativi e profondi scrittori di romanzi storici ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciole di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale è quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual è il senso della mia breve vita? Cosa ci sarà dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione è il fondamento stesso della fede. È un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perché non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, «ragiona» per operare e «crede» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. Perché è un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtà, nel mio libro non è stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: è la fede che mi dà il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perché nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia è una scienza, posta la prima premessa?

La teologia è una scienza, senza dubbio. Perché, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della «fiducia» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza è la prima a credere, ad aver fede. È, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, «Dio» non si vede e deducono che la teologia non è scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non «vede» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza è la rigorosità del metodo di indagine: cioè la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, è scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, è corretto?

Già G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo è. Ciò accade perché il «numero due» della Trinità si fa carne a Betlemme di Giudea e perché lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo è l’«hang-out» tra la divinità e l’umanità, quel «saldo nodo» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme è indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtà, è una sincerità infranta. In maniera radicale con Dio: questo è il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo «in carne», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attività teologica è amare Colui da cui si è amati. Che Dio sia amore è il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sé, nella Croce. È questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non è profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, è amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non è Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio è, è stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui è scaturito lo Spirito. Nella Croce la Trinità si è come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo «nasce sotto la croce» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i «non devoti», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio è, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro è la libertà. Libertà di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertà, sebbene la libertà umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertà coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertà è la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertà umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi è un abisso. Quella dell’uomo è tale perché condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertà di Dio, invece, non è sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertà dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. Cioè quando l’uomo compie la volontà di Dio. Obbedire a Dio è il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertà consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertà coincide con la salvezza perché il bene compiuto porta al «ben-essere» mio e degli altri: cioè alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie «liberamente» di «dannarsi»: non (solo) nell’eternità, ma fin da adesso, semplicemente perché compie del male per sé, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, è accettare liberamente il «mal-essere», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo è il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatré anni. Affermare che un giovane così «singolare» sia il senso di tutta la storia è piuttosto impegnativo. Perché nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerà (ancora). E perché nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che «Gesù Cristo» è il senso della storia? Sì, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù è «comune» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù è il senso della storia perché solo in lui la carne è stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto è questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perché il sole cesserà di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù è il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalità, a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perché Gesù Cristo è il senso di tutta la storia: «ante Christum natum» e «post Christum natum».

Libertà, responsabilità, e solidarietà sono tra loro collegate, in che modo?

Libertà, responsabilità e solidarietà sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per me», cioè al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo è rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. Perché l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire così: essere liberi, responsabili e solidali «toglie peso» a un modo solitario di vivere l’esistenza perché l’egoismo e l’irresponsabilità rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, è corretto?

L’uomo teme la morte non perché non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sé, dunque, la morte è percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. È la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perché soltanto nella morte in Croce Dio è diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacità dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtà naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale è la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine «miracolo» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, così dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorché avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea «meraviglia» («miraculum»). Questa è la concezione «popolare» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto è sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale è, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore «simbolico», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, è come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. È quanto accade con il concetto «creare dal nulla»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuità. Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante è Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda «cosa è la verità?» è quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù «sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più «romana» che ci fosse: «Cosa è la verità?» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perché la verità stava dinnanzi a Pilato in persona e perché la verità non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù è fondamentale: Dio è la verità, alla quale Gesù è venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della verità: l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della Verità perché essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia è, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che così Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Che mito! – Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero di Hélène Kérillis e Grégorie Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2021

Torna la serie Che Mito! con due nuovi bellissimi titoli: Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero sempre della coppia di autori Hélène Kérillis per i testi e Grégoire Vallancien per le illustrazioni. Per lettori dai 7 anni in su, quindi già bravi a passare da maiscolo a minusolo.

Amo molto questa serie di cui vi avevo già parlato che aiuta i più piccoli ad avvicinarsi ai miti e alle leggende dell’antichità. In questi due albi troviamo Ulisse, mitico re di Itaca, uno degli eroi achei della mitologia greca descritti e narrati da Omero sia nell’Iliade che nell’Odissea, e Ercole, eroe della mitologia sia greca che romana, l’uomo più forte del mondo, figlio di Zeus per i greci, e di Giove per i Romani, e della mortale Alcmena.

Ulisse e i suoi compagni di viaggio se la devono vedere prima con Circe, l’affascinante maga che con i suoi incantesimi li tiene prigionieri e poi niente meno che con le sirene, creature dal canto dolcissimo che spinge i marinai al naufragio e la morte. Ma Ulisse grazie all’aiuto di Circe ha in serbo una sopresa.

Ercole invece se la deve vedere con Cerbero il guardiano degli inferi, e con la sua forza prodigiosa che ancora non sa bene controllare, ma alla fine anche lui imparerà qualcosa sulla forza e sul coraggio. Due storie simili per certi versi capaci di insegnare ai più piccoli i primi segreti della vita. Buona lettura!

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia. 

Traduzione dal francese a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino con il coordinamento di Yasmina Melaouah

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.