:: Il covo di Lambrate di Gino Marchitelli (Fratelli Frilli Editori 2018) a cura di Paola Rambaldi

30 gennaio 2021 by

La ragazza gli stava di fronte impettita con il mento sollevato. Lo osservava con uno sguardo nel quale parevano ardere davvero le fiamme di un braciere. Alle richieste del caporale l’interprete le chiese il nome.
“Picchi u vuliti sapiri?” rispose lei fiera.
“Il qui presente soldato Roger Miller della 1° Divisione di fanteria canadese vorrebbe conoscere il suo nome.”
“Nun ciù vogliu diri a stù straneru” insiste lei.
“Non ve lo dice” rimarcò l’interprete.
“Dille che la prego di dirmelo.”
“Senti Miller abbiamo troppe cose da fare” rispose spazientito Laurent “non possiamo prendere tempo dietro a queste idiozie.”
Roger non gli diede retta, afferrò delicatamente una mano della donna e si portò l’altra al petto.
“My name is Roger Miller.”
“Ma chi sta dicennu? No capisciu.”
“Ha detto che si chiama Roger Miller e che vorrebbe conoscere il tuo nome” spiegò il conterraneo della ragazza. A quel punto lei si voltò sorridendo verso il canadese. “Ah, capii, dicci chi mi chiamu Cuncetta Lauria, Cuncittina…”
E i loro occhi si scambiarono una impossibile promessa.”

Dicembre 2010 – fuori Lambrate. Scenario spettrale. Strutture dimesse. Non passa nessuno. Anche le prostitute si tengono alla larga. Il capo banda è cauto, il suo amico ha commesso troppi sbagli e non è più affidabile e per lui non sarà un problema eliminarlo. C’è una brutta storia che non deve venire a galla.

Concetta è anziana e la figlia Stella incarica il professor Palermo di cercare notizie del canadese Roger Miller, il padre che Stella non ha mai conosciuto.
Concetta l’ha incontrato nel luglio del 1943 quando le truppe alleate sbarcarono in Sicilia per liberare l’Italia. Fu amore a prima vista. Un amore che dura pochi giorni, perché Roger viene subito mandato al fronte. Concetta fa appena in tempo a dargli una catenina col crocefisso in bronzo. Promettono di scriversi e di rivedersi, ma lei riceve una sola lettera e una foto. E quella che spedisce lei non arriverà mai. Roger, catturato dai tedeschi, risulterà disperso e non saprà mai di essere diventato padre.
Dopo nove mesi nasce Stella. Così chiamata perché concepita in una notte stellata. In paese nessuno si scandalizza di una figlia senza padre, sono molti i bambini nati dopo la Liberazione.
Intanto Sara, figlia di Stella, si offre di aiutare il professor Palermo nelle ricerche di Roger. Gliel’ha presentato sua madre. La nonna ha parlato di Roger Miller solo dopo molti anni. Sara e il professore si innamorano. Lei è sposata con figli ma ogni momento è buono per stare insieme. A casa racconta di certi corsi di aggiornamento e il marito non ha sospetti. Poi il professore ha trovato informazioni importanti per sua nonna su un sito che raccoglie documenti sui campi d’internamento fascisti nelle campagne milanesi, dove i prigionieri venivano segregati e impiegati come schiavi.
Purtroppo, quando Palermo si reca sul posto per fare domande viene aggredito, e la stessa sorte tocca al suo assistente. E questo sarà solo l’inizio per una nuova complicata indagine del commissario Lorenzi.

Gino, militante nella CGIL e in Democrazia Proletaria ha partecipato alle lotte dei lavoratori delle piattaforme petrolifere e alla stesura di un dossier parlamentare di denuncia che ha contribuito allo scoppio dello scandalo ENI negli anni ‘80. Vice presidente dell’ANPI di S. Giuliano Milanese. Iscritto all’Associazione Libera è componente del direttivo che unisce artisti, musicisti, cantanti e narratori per la difesa della memoria della Resistenza e contro le Mafie nel sud di Milano.
Marchitelli è un guerriero che non molla mai e ne Il covo di Lambrate imparerete ad amarlo.

Luigi Pietro Romano Marchitelli detto Gino, ha lavorato per molti anni sulle piattaforme petrolifere della Saipem come tecnico elettronico. È cantautore, autore di libri di testimonianze e di noir come: Morte nel trullo, Qvimera, Il barbiere zoppo, Il pittore, Milano non ha memoria, Sangue nel Redefossi, Il segreto di Piazza Napoli, L’assenza, Panico a Milano, Una storia di tutti – le stragi in Italia e Campi fascisti.

Source: libro del recensore.

:: Non salvarmi di Livia Sambrotta (SEM 2021) a cura di Federica Belleri

30 gennaio 2021 by

Non salvarmi, perché non ho speranza. Non salvarmi, perché ho troppa paura. Non salvarmi, perché non so amare. Non salvarmi, perché sono invincibile… Torna in libreria Livia Sambrotta con un romanzo completo, intenso, psicologico. Ci conduce nel mondo del cinema e all’interno di famiglie potenti che trascurano i propri figli. La conseguenza è la crescita di ragazzi viziati ma non amati. Dipendenti da droghe o sesso ma soli in modo definitivo. Belli ma contenitori vuoti da usare a piacere. In Arizona forse una soluzione si può trovare.  Un ranch, ippoterapia e duro lavoro. Giovani trasportati nel nulla e nel deserto bollente dai propri genitori benestanti,  ghettizzati e impegnati dall’alba al tramonto per poi crollare a letto sfiniti. Ma è davvero tutto così facile? Io l’ho scoperto durante la lettura, che mi ha coinvolta emotivamente. Ho scoperto le ossessioni, la profonda solitudine, l’innamoramento. Ho vissuto la morte, il dramma dell’abbandono, l’egoismo malato e respingente di chi non tollera errori. Ho sentito il peso sopportato da madri rassegnate e il perbenismo di padri che negano l’evidenza di azioni orribili. Ho supportato i sogni e i desideri di questi giovani, la loro voglia di rinascere e di avere una seconda possibilità. Non salvarmi è un romanzo di molte verità o forse di una sola. Di speranza. È un racconto di trappole psicologiche, di ricatti e dubbi. È una storia da immaginare sul grande schermo, dove il backstage e la produzione non sono ciò che sembrano. Da leggere, da interiorizzare. Assolutamente consigliato.

Livia Sambrotta, laureata in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo spettacolo, dopo aver lavorato come redattrice per i magazine di promozione cinematografica 35mm e Primissima, nel 2015 pubblica il primo romanzo noir Amazing Grace (Tragopano Edizioni) e diverse short stories. Nel 2017 vince con un suo racconto il premio letterario Torinoir Memonoir 2017 del gruppo letterario fondato dall’autore Enrico Pandiani. Dal 2015 ha condotto diversi seminari di scrittura creativa a Milano.
Nel 2017 ha pubblicato il romanzo noir Tango Down (Edizioni Pendragon). Il romanzo è stato selezionato tra i finalisti al Festival Giallo al Centro Rieti e ha ricevuto il Premio Menzione Speciale al Festival Garfagnana in Giallo. Attualmente lavora a Milano per la company internazionale UCI Cinemas come Film Promotion Coordinator Southern Europe.

Fonte: omaggio dell’autrice.

:: Le biblioteche come case del dialogo interculturale e agenti di sviluppo di comunità

30 gennaio 2021 by

Mutuando l’esperienza francese di Bibliothèques sans Frontiers, al fine di rispondere ai bisogni informativi, formativi, sociali e culturali dei residenti stranieri, il corso si propone di fornire un percorso di formazione ai bibliotecari del sistema SBAM di Torino organizzato in due incontri.

Nel primo appuntamento, saranno alcuni testimoni privilegiati appartenenti alle tre comunità target del progetto (Cina, Marocco, Romania) a fornire elementi socio-economici e culturali per poter conoscere gli aspetti che oggi caratterizzano le tre comunità presenti sul territorio metropolitano. Sarà anche approfondito il tema dell’accesso all’istruzione da parte delle fasce di popolazione straniera grazie all’intervento di ricercatrici dell’Osservatorio del sistema formativo dell’Ires-Piemonte. Verrà quindi messo in relazione il dato della scolarizzazione con l’accesso alla cultura da parte delle nuove generazioni.

Nel secondo incontro, i partecipanti del corso avranno l’occasione di ascoltare alcune persone di origine straniera che nel mondo della cultura si esprimono e lavorano. Scrittori, registi, ricercatori, giornalisti esprimeranno le loro considerazioni in dialogo con chi, cittadino italiano impegnato nella cultura, si sta accorgendo di loro. Di una lingua in movimento e di una società che in realtà è già mutata.
Come promuovere dunque un nuovo approccio al tema dell’intercultura? Quale ruolo possono avere gli stranieri e le seconde generazioni nell’accelerare un processo che non vuole decollare? Forse riconoscendo loro un ruolo di agenti di promozione culturale?

I INCONTRO 15 febbraio ore 10-13
L’immigrazione a Torino e dintorni: numeri, persone, storie. Accesso ai servizi e inclusione culturale

“Seconde generazioni nella scuola e all’università: scelte ed esiti” a cura di DANIELA MUSTO e CARLA NANNI, ricercatrici dell’Osservatorio sul sistema formativo regionaleIres Piemonte

Le comunità si raccontano

ROMANIA
MARCELIN ENASCUT, sindacalista;
MIRELA RAU (mediatrice interculturale).

MAROCCO
ABDESSALAM
Jaouhari, sindacalista; Karim Hsikou, presidente Ass. Bizeffe;
EMANUELE MASPOLI
autore di “Torino è Casablanca”, Ananke 2012.

CINA
CHEN MING, presidente ANGI;
AI LIAN, presidente ZHISONG.

II INCONTRO 22 febbraio 10-13

Immigrazione e cultura. Tavola rotonda con testimoni privilegiati quali agenti di promozione culturale

ROMANIA
ANDREEA LUMINITA DRAGOMIR: mediatrice culturale, vincitrice del Concorso letterario Lingua Madre, esperta di scrittura creativa e gruppi di lettura. Ha lavorato in progetti con le biblioteche

MAROCCO
WAFA EL ANTARI: scrittrice, attualmente impegnata nella realizzazione di un film tratto dal racconto con cui ha vinto il Concorso Lingua Madre

CINA
LUISA ZHOU: scrittrice, vincitrice del Concorso letterario Lingua Madre. Studia Story Design e Digital Communication alla Scuola Holden di Torino

discutono con:

 ADIL AZZAB: regista e scrittore di origine marocchina

YASSINE DIA: ricercatrice Fieri, di origine senegalese

DANIELA FINOCCHI: ideatrice e responsabile del Concorso letterario nazionale Lingua Madre

PAOLA GALLO: curatrice per la casa editrice Einaudi della pubblicazione di autori italiani

KARIM METREF: giornalista e promotore dei diritti dei giornalisti stranieri in Italia

L’evento sarà trasmesso in diretta sulla Pagina Facebook di BiblioBabel  e sul sito della Fondazione Amendola

SCARICA LA LOCANDINA

(Fonte: http://www.migrantitorino.it/?p=52387)

Guida ai narratori italiani del fantastico di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo, Andrea Vaccaro (Odoya, 2018) a cura di Elena Romanello

30 gennaio 2021 by

fantastico_itaSpesso non si pensa all’Italia come ad una terra del fantastico, nel sentire comune si preferisce importare e non produrre, senza dimenticare la poca considerazione verso chi scrive fantascienza, fantasy e horror.
Questi però sono spesso luoghi comuni, il nostro Paese ha in fondo dato i natali a nomi fondamentali del genere, come Ariosto, Tasso, Basile, senza contare l’interesse crescente che c’è alle nostre latitudini, con eventi e iniziative editoriali e non. 
I tre studiosi ed esperti del genere  Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro si sono cimentati per Odoya con una Guida ai narratori italiani del fantastico, parlando di chi, in Italia, dall’Ottocento ad oggi si è cimentato nei vari tipi di letteratura d’immaginazione, dal gotico al fiabesco, dal fantastico tout court al weird fino appunto ai contemporanei horror, fantascienza e fantasy.
Una guida organizzata in ordine alfabetico, dove si scoprono sorprese: Emilio Salgari, noto per le sue storie di pirati e corsari, scrisse anche fantascienza, abbastanza inquietante e distopico, Giacomo Leopardi si confrontò con la letteratura speculativa nelle Operette morali, Luigi Capuana praticò la corrente verista ma anche le fiabe, mentre Giovanni Verga non si occupò solo dei drammi del Sud ottocentesco, ma anche di storie gotiche. 
Tra i nomi presenti in questa esauriente guida non mancano ovviamente Dino Buzzati, Italo Calvino,  unico italiano a venire insignito con il prestigioso World Fantasy Award alla carriera e voci di oggi, come Valerio Evangelisti, Dario Tonani, Mariangela Cerrino, Licia Troisi, Barbara Baraldi, simbolo di un interesse che è evoluto e aumentato nel corso degli anni.
Il volume ospita anche alcuni box che approfondiscono singoli aspetti del fantastico di casa nostra, come il Premio Urania, una palestra per voci nuove e molto interessanti, l’apporto dato alla Scapigliatura ottocentesca al genere, i vampiri italiani, l’horror alle nostre latitudini e altro ancora. 
La Guida ai narratori italiani del fantastico si presenta come una guida fondamentale per capire generi e filoni e scoprire voci anche insolite, per chiunque si sia confrontato, per passione e lavoro, con mondi che non stancano mai di stupire e far evadere.

La città di ottone di S. A. Chakraborty, (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

30 gennaio 2021 by

10050530La collana Oscar Fantastica presenta il primo libro della Trilogia Daevabad, La città di ottone, che coniuga il fantasy con le atmosfere del mondo arabo. Quando si parla di cultura islamica si pensa subito ad altro, a cose ben più tristi del mondo di oggi, ma in realtà il mondo che va dal Nord Africa al Medio Oriente fino all’India ha prodotto cose incomparabili per l’immaginario fantastico, a cominciare da un capolavoro assoluto capace ancora oggi di appassionare come Le Mille e una Notte.
Siamo nell’Egitto della fine del XVIII secolo, diviso tra l’Impero ottomano e l’invasione dell’esercito napoleonico, con solo una vaga cognizione in molte persone di cosa era stato il passato glorioso di una civiltà che stava appunto per essere riscoperta.
Nahri vive nei bassifondi del Cairo, non ha mai creduto davvero nella magia, ma millanta poteri straordinari, legge le mani e sostiene di essere un’abile guaritrice e di saper condurre l’antico rito della zar, una specie di esorcismo. In realtà Nahri, orfana da tanto, troppo tempo, è solo una truffatrice, che cerca di spillare soldi ai nobili ottomani o a nuovi arrivati dalla Francia, per campare in attesa di impossibili tempi migliori.
Un giorno Nahri fa uno di quegli incontri che cambiano la vita, incrociando la sua strada con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero e scoprendo che la magia in cui lei non crede in realtà è reale, e anche lei ne è parte.
Nahri fugge dal Cairo con Dara, su un tappeto volante, attraversando il deserto e scoprendo luoghi dove vivono creature che non pensava che esistessero, uccelli mostruosi, esseri di fuoco e altri, tra fiumi, oasi, città in rovina.
Alla fine del suo viaggio Nahri arriva a Daevabad,  la leggendaria città di ottone, in cui scopre il suo destino oltre che i poteri che la abitano. Ma Daevabad è abitata da sei tribù di jinn, da sempre in lotta tra di loro e l’arrivo della ragazza può scatenare una guerra che covava da secoli, proprio per quello che lei rappresenta.
La città di ottone, magico e ipnotico, presenta quindi una nuova strada per il fantasy, quella di pescare dal mondo medio orientale e dalle sue leggende, alcune note con il loro archetipi anche da noi, perché i jinn altri non sono che i geni, che abitano lampade e anelli, come in Aladino. La visione dei jinn è però molto può profonda, sono esseri temibili e affascinanti, nati nella cultura preislamica, e capaci di creare un immaginario che giunge fino a noi, reinventato, come nelle pagine del libro.
Nahri è un personaggio di eroina interessante, una ragazza con il chador che nasconde il suo vero potenziale, pronta ad emergere e a scoprire di essere qualcosa di ben diverso, in un nuovo archetipo di protagonista su cui sarà interessante tornare.
La città di ottone è un fantasy quindi originale, con nuove ambientazioni rispetto al Medio Evo europeo reinventato o a regni alternativi su modello di Tolkien, capace di dar voce ad una cultura altra e per molti nuovi, con echi delle Mille e una notte e delle storie d’avventura con cui nell’Ottocento si andò alla scoperta dell’Oriente. Una storia per chi ama le protagoniste forti e per chi è affascinato dall’Oriente e dai suoi miti, con un mondo di jinn crudeli e in lotta tra di loro che non hanno nulla da invidiare alle casate dei Sette Regni di Martin. In attesa ovviamente dei prossimi capitoli.

Shannon A. Chakraborty è nata nel 1985 nel New Jersey e risiede nella zona dei Queens di New York con il marito e la figlia. Si è convertita all’Islam da adolescente ed è da sempre appassionata di Storia. Con la trilogia di Daevabad si è imposta all’attenzione e la saga è già stata opzionata da Netflix per fare una serie televisiva. Al momento sta lavorando ad un’altra storia ambientata nel XII secolo nell’Oceano indiano, incentrata su una piratessa in cerca di un misterioso tesoro. Il suo sito ufficiale è https://www.sachakraborty.com

Provenienza: libro del recensore.

:: Gli habitué dei caffè di Joris-Karl Huysmans (Bordeaux 2020) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2021 by

« Alcune bevande presentano la particolarità di perdere sapore, gusto, ragion d’essere, se bevute altrove che nei caffè. In casa propria o da un amico diventano apocrife, come volgari, quasi indecenti. »

Joris-Karl Huysmans nacque a Parigi nel 1848,  l’anno della Terza Rivoluzione che terminò con la proclamazione della Seconda Repubblica, e passò alla storia come uno tra i padri del romanzo decadente europeo, grazie al suo capolavoro A Rebours (1884). Tra gli autori ottocenteschi forse altri nomi vi risulteranno più familiari come Balzac o Flaubert, che come sottolineano Paolo Bellomo e Luca Bondioli nella nota di traduzione introduttiva di Gli habitué dei caffè, edito da Bordeaux, per il gran studio che si è fatto dei loro testi hanno quasi perso quel fascino singolare ed esotico che al contrario Huysmans conserva interamente. Immergersi nella sua scrittura ti permette quasi di fare un viaggio nel tempo, in un mondo scomparso e misterioso, fatto di tradizioni, abitudini, modi di pensare ormai scoloriti come le immagini color seppia di qualche antico dagherrotipo. Gli habitué dei caffè raccoglie alcuni tableaux di Huysmans apparsi su quotidiani, riviste o altre pubblicazioni collettive tra il 1880 e il 1898: Les Habitus de Café (1889) Le Buffet des Gares (1898), Une Goguette (1880) e Le Point-du- Jour (1885).  Un mondo scomparso, ma il mondo di Huysmans anche mentre lo raccontava con la sua penna caustica e schiva stava scomparendo. Per riportare in vita quel mondo morente Bellomo e Bondioli hanno fatto delle scelte privilegiando la comprensione e la semplicità, molti modi di dire non diranno più nulla all’uomo di oggi, molte allusioni, rimandi, assonanze, per cui per evitare di riportare al lettore un testo criptico per iniziati hanno fatto un lavoro certosino di scavo come novelli archeologi alle prese con qualche antico mausoleo. Il risultato è brillante, limpido, scorrevole e pieno di fascino. Io soprattutto che amo Parigi e l’Ottocento con i suoi velluti, i suoi ori antichi, i suoi Vermut, i derivati dell’assenzio, i suoi caffè, i suoi ritrovi musicali, i luoghi di passaggio come i ristoranti delle stazioni mi sono persa in queste pagine. Huysmans poi di quel mondo ne vede le luci e le ombre, e descrive tutto con naturalezza e disincanto. Riti mondani, piaceri a buon prezzo per le tasche di tutti, vizi e poche virtù.         

Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore di madre francese e di padre olandese. È noto per i romanzi naturalisti Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e per la collaborazione al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Narratore di sofisticate ambizioni, ha dipinto  le bassezze della vita e al contempo il raffinato estetismo decadente. Successiva è la svolta verso un satanismo che gli aprì la strada della conversione al cattolicesimo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Bordeaux.

:: Nasceva oggi: Virginia Woolf

25 gennaio 2021 by

Nasceva oggi a Londra, il 25 gennaio 1882, Virginia Woolf.

Intervista a Paolo Venturini per “Michele Dancelli, l’asso di fiori”, Compagnia della stampa Massetti Rodella (2020) A cura di Viviana Filippini

25 gennaio 2021 by

“Michele Dancelli, l’asso di fiori” è il libro del giornalista Paolo Venturini con protagonista il ciclista bresciano Michele Dancelli attivo dal 1963 al 1974 nel mondo del ciclismo con 54 successi, tra i quali la Milano-San Remo del 1970 con una fuga in solitaria di 70 chilometri. Il libro edito da Compagnia della Stampa Massetti Rodella, grazie alle fotografie e ai testi di Venturini ripercorre le imprese sportivi di Dancelli e, allo stesso tempo, lo racconta dal punto di vista umano e emotivo, dando al lettore un ritratto completo di Dancelli sportivo e uomo. Ne abbiamo parlato con l’autore. Prefazione Ernesto Colnago.

Paolo ben trovato a Liberi di scrivere, perché hai scelto di scrivere un libro sul ciclista Dancelli? L’idea è nata a fine 2019 dal momento che nel 2020 si celebravano i 50 anni dalla vittoria alla Milano Sanremo di Michele Dancelli al termine di un’impresa epica che fotografa in pieno il carattere di attaccante e ribelle di Michele Dancelli. La vittoria alla Sanremo è il successo più prestigioso nella carriera del ciclista bresciano. ma non l’unico. Purtroppo la sua immagine è legata a quell’impresa e quasi tutti gli appassionati lo ricordano solo per questo. Così ho pensato di rendergli omaggio raccontando la sua figura affinché non fosse dimenticato. In fondo si dice che i libri donino l’eternità. A parte questo non volevo emulare altri che hanno scritto in passato sul campione di Castenedolo ed ho pensato di legare la sua figura al momento storico, ovvero la fine degli anni ‘60 per contestualizzarlo e farlo diventare a suo modo un figlio del suo tempo, ovvero un corridore e un uomo ribelle alle convenzioni, istintivo e rivoluzionario nel modo di interpretare la corsa senza eccessivi tatticismi, ma con tanta creatività. Tant’è che il titolo originale dell’opera doveva essere “Il Ribelle”, poi…

“L’asso di fiori” del titolo che cosa rappresenta? Quando stavo raccogliendo il materiale per la pubblicazione del libro ho scoperto che la vittoria alla Milano Sanremo di Dancelli funge da ispirazione a Ernesto Colnago, oggi ambasciatore del made in Italy per quanto riguarda le bici da corsa e profondo innovatore tecnico (introdusse per primo il telaio in carbonio e i freni a disco), per la creazione del suo logo famoso in tutto il mondo, l’asso di fiori. Ma pochi sanno che quel simbolo nacque proprio in seguito alla vittoria di Michele a Sanremo. Colnago all’epoca, il 19 marzo del 1970, è il meccanico di Dancelli, lo segue in ammiraglia con la bici in spalla durante la sua fuga e gioisce con lui per la vittoria. Al ritorno entusiasta da Sanremo, la sera si ferma a cenare in un ristorante di Laigueglia dove incontra Bruno Raschi, storica firma della Gazzetta dello sport intento a scrivere per il giornale sportivo dell’impresa di Dancelli. Confidandosi con il giornalista, Colnago gli rivela che sta cercando un nuovo logo per la produzione delle sue biciclette e vorrebbe fare qualcosa in ricordo di quella straordinaria giornata. Raschi gli suggerisce l’asso di Fiori, perché l’asso è lui Colnago, re della bici, ma è anche Dancelli, il fuoriclasse e i fiori che ricordano la Riviera dove si è celebrata l’impresa. Da lì inizia una storia imprenditoriale tutta nuova e di grande soddisfazione per Colnago. In senso più esteso però l’asso di fiori rappresenta anche una carta vincente, proprio come Dancelli, capace se vuole ed ha fortuna, di qualsiasi impresa.

Come è stato ricostruire la vita del ciclista bresciano? Naturalmente alla base ci sono stati una serie di colloqui interviste nelle quali ho sollecitato alcune risposte e ho chiesto di raccontarmi qualche aneddoto. Per fortuna Dancelli è stato molto lucido e alcuni episodi li ricordava perfettamente, come fosse ieri, regalandomi anche alcune chicche. Poi però ho dovuto fare un grande lavoro di ricerca per ricostruire gli avvenimenti sportivi e non solo di quel periodo per arricchire il racconto che non vuole essere una semplice biografia.

Quale è l’aspetto che più ti ha colpito di Dancelli sportivo e di Dancelli uomo? Innanzitutto la sua carica umana, correva per passione ma anche per mangiare, la bici era per lui un mezzo di riscatto sociale da una condizione iniziale di povero muratore orfano. Eppure una delle prime cose che mi ha detto è che vincere in fondo gli dispiaceva per chi veniva battuto, soprattutto se batteva non campioni per i quali una vittoria in più poteva fare la differenza. Poi nella vita privata è stato uomo di grandi passioni, ha vissuto a tratti intensamente, ha commesso errori, ma mai senza intenzionalità o peggio cattiveria.

Come definiresti la pedalata del ciclista nativo di Castenedolo (Brescia)? In gergo tecnico si dice rotonda e pulita quando un ciclista sa esprimere a pieno le sue potenzialità tecniche. Il problema di Dancelli non erano le gambe, finché non ha patito infortuni, fisicamente era fra i migliori corridori della sua epoca ricca peraltro di grandissimi campioni (Anquetil, Merckx, Gimondi, Motta solo per citarne alcuni); bensì la testa. Perchè quando si abbassava la bandiera di una gara equivaleva per lui al drappo rosso per un toro nell’arena e si scatenava. Ma come il toro, per la sua prematura irruenza, spesso veniva infilzato dagli avversari.

Michele Dancelli ha partecipato alla stesura del libro? Che impressione ha avuto nel momento in cui si è ritrovato protagonista di una biografia? Senza il suo consenso questo libro non avrebbe visto la luce. Ho dovuto corteggiarlo per qualche mese affinché accettasse di fare il libro e sottoporsi alle domande. Avevano già scritto qualche biografia su di lui, ma le precedenti non avevano mai scavato nella sua vita privata e da lì è nata la sua ritrosia. Poi quando ha letto le prime pagine del libro, allora è stato molto contento, direi lusingato.

Quanto è stato sofferto l’abbandono del ciclismo per Dancelli?

Più di quanto non si creda. Oggi buona parte dei corridori di livello che non vogliono abbandonare l’ambiente si ricicla come direttore sportivo o manager, ai suoi tempi non c’era questa possibilità. Ha fatto il possibile per restare nell’ambiente e la nostalgia per la competizione l’ha portato ad affrontare per qualche tempo le gare amatoriali della domenica.

Un’ultima domanda Paolo. Questo è il tuo primo libro, come è stato scriverlo? Stai già pensando a qualcosa d’altro? È stato impegnativo perché ho dovuto conciliare il lavoro di redazione con questo. Spesso mi sono trovato a scrivere di notte. Ma alla fine è stato talmente eccitante che quando iniziavo a scrivere un capitolo andavo avanti senza sosta fino alle 6 del mattino. Mi ha particolarmente appassionato il lavoro di ricerca storica e la costruzione della storia stessa. Penso sia quello che ho sempre voluto fare nella vita e forse non ho avuto mai il coraggio, l’occasione o la giusta ispirazione per fare. E’ stato talmente eccitante e di soddisfazione la realizzazione del libro (anche se penso che avrei potuto fare meglio, col senno di poi) che ho già in cantiere altri lavori. Due libri in particolare dovrebbero vedere la luce entro fine anno, uno ancora in argomento ciclistico e un altro dedicato ad un tema completamente diverso. Entrambe saranno biografie romanzate. Di più non posso rivelare. Grazie.

La saga di Neapolis per Editrice La Torre a cura di Elena Romanello

25 gennaio 2021 by

neapolissmallLa Società Editrice La Torre, da tempo attiva a proporre testi relativi la cultura del fumetto, soprattutto quella legata a manga ed anime, ampia il suo raggio d’azione e d’interesse con due romanzi storici di ambientazione antica che raccontano una pagina poco nota e per questo molto interessante.
Marino Maiorino, casertano, astrofisico come lavoro e scrittore per diletto, ha studiato a Napoli prima di trasferirsi verso altri lidi, in Olanda prima e in Spagna poi, ha deciso di dedicare due libri alla storia della città a cui è legato per motivi universitari. Così sono nati Neapolis Il richiamo della Sirena, riproposto dalla Editrice La Torre, a cui si aggiunge il suo seguito, inedito, Neapolis I signori dei cavalli.
L’autore ci porta nell’epoca delle Guerre puniche che Roma combatté contro l’esercito cartaginese di Annibale, dove la Campania è tradizionalmente vista come lo scenario degli incerti ozi di Capua. In realtà, le cose non andarono proprio così, perché la città di Neapolis fu grande protagonista, in particolare quando  Hegeas, il comandante della cavalleria cittadina, affrontò i cartaginesi, nonostante la sconfitta di Canne fosse sulla bocca di tutti. Il romanzo parla proprio di questa resistenza, tra Storia e fantasia, raccontando come si tentò di impedire l’attracco delle navi puniche nel porto della città.
Negli ultimi anni la finzione storica scritta da autori e autrici di tutto il mondo è andata spesso a ripescare fatti lontanissimi, al confine con una leggenda fantasy: i due romanzi su Neapolis si mettono su questa strada, con risultati intriganti e appassionanti, per dare vita a vicende che molti ricordano vagamente dai libri di scuola.

Al via la collana I primi maestri del fantastico a cura di Elena Romanello

24 gennaio 2021 by

POSTRBA

Ultimamente, molti hanno abbandonato l’edicola come luogo dove cercare cose da leggere, si preferisce o andare on line o direttamente in libreria.
Ma c’è un’iniziativa che fa venire voglia di tornare dal giornalaio, come si faceva fino a qualche anno fa: la casa editrice RBA propone la collana I primi maestri del fantastico, una serie di volumi rilegati e con copertine con illustrazioni d’epoca, per ricordare che fantascienza, fantasy e horror non sono mode attuali, ma storie già raccontate e amate molto tempo fa.
In programma ci sono una sessantina di volumi, i primi due costano 2 euro e 99, dal 3 in poi il prezzo si assesterà su 11 euro e 99.
Il piano dell’opera, non ancora completo perché gli ultimi quindici titoli sono ancora da definire, comprende una serie di classici irrinunciabili non solo per chi ama i generi del fantastico. Si parte con La macchina del tempo di H. G. Wells, l’antesignano di tutti i viaggi in epoche diverse con i problemi che ne risultano, tra paradossi temporali e simili, da consigliare anche solo a tutti i fan di Doctor Who.
Il numero 2 è Frankenstein  di Mary Shelley, il primo romanzo di fantascienza di sempre, scritto da una donna, apologo contro la follia della scienza ma anche sul bisogno di essere amati da chi si viene messi al mondo. La terza uscita presenta la prima di varie raccolte previste di Edgar Allan Poe, con Il Gatto Nero e altri racconti del Mistero e dell’immaginazione, con una delle sue storie appunto più agghiaccianti e ben riuscita.
I volumi successivi non sono meno interessanti, con titoli quali La Guerra dei Mondi di Wells, la prima invasione aliena di sempre, l’imprescindibile storia di vampiri Dracula di Bram Stoker, l’antenato di Jurassic Park Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, l’iconico Il fantasma dell’opera di Gaston Leroux, oltre che ovviamente varie proposte di Lovecraft, come Le Montagne della Follia e Il Richiamo di Cthulhu.
Un modo per scoprire o riscoprire libri che hanno continuato ad ispirare la letteratura, il cinema, la serie televisive, i fumetti, i videogiochi fino ad oggi.
Il sito ufficiale della collana è sotto I maestri del fantastico.

:: Nasceva oggi: Edith Wharton

24 gennaio 2021 by

Nasceva oggi a New York, il 24 gennaio 1862, Edith Wharton.

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2021 by

Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo nuovo invito. Non potevo che non discutere con lei dei fatti accaduti in America in queste ultime convulse settimane. Il suo saggio Il destino americano, merita una nuova ristampa con nuovi capitoli, non crede?

Grazie per il rinnovato invito. Rispondendo a questa prima domanda, avverto subito che la mia posizione di fronte ai recenti eventi che potrebbero, in effetti, giustificare una ristampa del mio piccolo libro di due anni fa, è relativamente “fredda”, anche se plaudo incondizionatamente alla svolta istituzionale statunitense. Per dirla un po’ bruscamente: a me interessava dimostrare la principale linea di continuità della storia della politica estera americana, che ho sempre trovato aggressiva, superba e arrogante.
Aggiungo che se ho apprezzato la cerimonia dell’insediamento, sono rimasto ancora più colpito dall’assalto a Capitol Hill di pochi giorni prima: non tanto, o non soltanto, per la gravità simbolica del gesto (che ha anche mostrato che l’invulnerabilità totale non appartiene a nessuno), ma per la sua – peso le parole – stupidità. La volgare e insensata pagliacciata di travestirsi da sciamani o di posare i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi va al di là del vecchie storie dei dittatori da operetta dell’Africa di una volta: ci dice piuttosto quanto grave sia il degrado della società politica del nostro tempo. Tra Usa ed Europa ci sono molte differenze culturali, ma i risvolti politici sono sostanzialmente simili.
Il mio libro guardava al passato, piuttosto, cercando di far emergere quanto le novità apparenti di oggi siano invece perfettamente coerenti con il passato americano. E questa è la cosa che mi preoccupa.

Gli scontri di Capitol Hill hanno segnato una transizione di potere affatto facile ma non violenta come si pensava, tuttavia si è vista infranta una sorta di sacralità di quel tempio laico che è il Campidoglio. Come è stato possibile? Washington non era blindata? Gli sono sfuggite un po’ le cose di mano?

Credo si sia trattato, ad un tempo, di ingenuità e infiltrazioni: chi pensava a un semplice spirito goliardico; chi, che lo spirito di una cerimonia così importante non potesse venire svilito da “quattro” sciagurati qualsiasi; chi pensava a un puro e semplice sberleffo senza significato (ed è successo il contrario); chi davvero rifiutava di accettare la sconfitta di Trump. C’era anche un bel po’ di poliziotti “deviati”, dello stesso tipo di quelli che uccisero George Floyd nel maggio dell’anno scorso. Una brutta pagina, insomma, ma del tutto allineata con il cattivo gusto che Trump aveva seminato per 4 anni. Non è tutta colpa sua, ma è stato capace di rappresentare il lato peggiore dell’America.

Avrà senz’altro ascoltato in diretta l’emozionante discorso di ieri di insediamento di Biden, a caldo cosa ha provato ascoltandolo, cosa ha pensato?

Credo che la cerimonia del giuramento abbia offerto una prova (positiva) di de-sacralizzazione del potere politico, che (anche se la Dichiarazione del 1776 lo proclamava) ha abbattuto la religiosità di cui il giuramento è elemento centrale, per farla diventare una manifestazione dell’ortodossia costituzionalistica. Chi ha vinto le elezioni va al governo, lo farà con impegno e passione, senza invocare né santi né eroi! Un neo-eletto può commuoversi per l’immensità del cammino che ha saputo compiere, ma dubito che si senta sereno e privo di preoccupazioni.
Una volta “de-sacralizzata” o laicizzata, la politica estera potrà essere guardata con maggiore distacco, evitando che gli Usa si impiccino, di tanto in tanto, di questioni che non li riguardano direttamente. Altrimenti detto, gli Usa devono smettere di pensarsi al di sopra di ogni possibile classificazione: è vero che sono lo stato più importante al mondo, ma hanno la stessa natura e gli stessi diritti-e-doveri di tutti gli altri stati.

Paragonandolo a quello di quattro anni fa di Trump, con quel ipernazionalista “gli Americani per prima cosa”, da non americana ho avvertito in quello di Biden una maggiore consapevolezza nell’investitura (divina) di paladini del mondo libero. Ha provato la stessa cosa anche lei? Avremo una politica estera americana più espansiva con la nuova amministrazione?

La mia (aprioristica) sensazione è che Biden si occuperà molto più di politica interna che di politica internazionale, per il semplice fatto che i problemi immediati sono la salute, il lavoro, l’immigrazione, la povertà. Oggi come oggi, la politica internazionale viaggia su altri binari (e per fortuna, a scartamento ridotto), e Biden potrebbe approfittarne per smussare alcuni, almeno, degli angoli che Trump aveva invece acuminato.
La democrazia Usa è sotto schiaffo da molti di vista: dal monopolio dell’informazione e della manipolazione, dai social che hanno inventato, la cui influenza sulla società americana, che è normalmente meno smaliziata di quella europea (gli altissimi livelli scientifici non garantiscono nulla, da questo punto di vista) è immensa. La questione ecologica è gravissima e diventa ogni giorno più difficile risolverla o contenerla. La sanità: non è solo questione di covid ma anche di sicurezza sociale, di sanità meno costosa e aggressiva verso chi vi deve ricorrere. La povertà: e pensare che soltanto L. Johnson (chi ricorda ancora il successore di J. Kennedy alla Casa Bianca?) lanciò un vero e proprio piano di lotta alla povertà (che naturalmente fallì).

Quando Biden ha detto che la democrazia è una fragile cosa (che sottolineava tutta la nobiltà nel difenderla), penso il punto più alto del suo discorso, assieme al momento di silenzio per le vittime del Covid, ho pensato ai versi Some, too fragile for winter winds di Emily Dickinson, immagino che il testo del discorso sia stato scritto per evocare emozioni e sentimenti oltre che pensieri razionali. Pensa che anche fuori dai confini americani abbiano avvertito tutto ciò? Inoltre la politica come spettacolo, con la sua coreografia, i suoi riti, le sue tradizioni è un fatto rilevante nella storia americana. Il potere ha bisogno anche di questo per darsi legittimità?

In generale il mio sogno è che la politica venga vissuta evitando eccessi emozionali e retorici. Alla qualità del discorso politico si è sostituita l’immagine dei leader: so che è soltanto una delle tante battaglie perse che a una persona della mia età è toccato di subire. Ma non so come ci si possa “vaccinare” dalla retorica e dal personalismo. Temo enormemente la politica come spettacolo, che contribuisce alla perdita di razionalità e di ragionevolezza.

Trump è momentaneamente sceso dal ring, metaforicamente, ma non il trumpismo, che rispecchia il vero sentire di molti americani, (insomma Trump non ha inventato nulla). Che ruolo avrà il trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?

Vorrei che Trump e il trumpismo siano stati soltanto una malattia o un brutto sogno, senza tuttavia perdere la consapevolezza dei rischi che sono sempre dietro la porta. Per essere chiari: un mondo gestito di personaggi come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban, Erdogan e, perché no, Salvini mi spingerebbe a fuggire a Tahiti o alle Galapagos dove probabilmente non arrivano né giornali né emissioni televisive – e i cellulari? Proibiti!

Una cosa che mi ha colpito, non mi ricordo se detta da un giornalista, è che mentre Kennedy doveva rassicurare che il suo essere cattolico non l’avrebbe fatto agire agli ordini del Vaticano, (ricordiamo che Biden è il secondo presidente americano cattolico della storia), Biden al contrario avrà rapporti più facili con Papa Francesco che non con il clero americano. Cosa ne pensa?

Stupisco ancora che in politica si facciano riferimenti teologico-religiosi. Ha superato quella fase persino un Papa, possibile che non ci riusciamo tutti noi? La fede (o la sua assenza) è un fatto individuale, privato e intimo: non esiste motivo che giustifichi una decisione religiosamente ispirata di contro a una realmente democratica. Per fortuna, Biden ha usato molto meno del solito la carta religiosa e c’è da sperare che continui a farlo. Le religioni vanno rispettate e chi crede a una di esse ha tutto il diritto di seguirle. Chi non crede a nessuna ha il dovere di lasciare a chiunque la libertà di professare la propria. Ma in politica nessuno può anteporre la religione alla democrazia.

Biden, secondo lei, ascolterà i “consigli” di Kissinger? E la sua idea ben precisa dell’importanza di intessere rapporti diplomatici stabili e duraturi con questi paesi. Insomma uno scontro diretto non conviene a nessuno, si fronteggeranno sempre e solo sul campo economico e sulla questione dei diritti umani?

Per quanto poi riguarda i consigli di Kissinger, suggerirei a chiunque ne ricevesse da lui di non ascoltarli o quanto meno di dimenticarli subito, se non addirittura di fare il contrario!

Russia e Cina stanno a guardare, dal suo punto di vista di osservatore imparziale, si sa noi italiani siamo in una piccola provincia ai confini dell’Impero, che tipo di rapporti intesseranno con l’amministrazione Biden? Il nuovo presidente cercherà più il compromesso o lo scontro?

La teoria democratica consapevolmente vissuta e applicata ci indica una serie di soluzioni procedurali e non sostanziali che potrebbero aiutarci in ogni caso: più ancora che far cantare Lady Gaga, Jennifer Lopez e recitare poesie dalla futura Presidentessa del 2036 Amanda Gorman, cerchiamo di far agire la democrazia, che è – per natura – pacifica.

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo di cosa si sta occupando adesso. Progetti futuri.

Più che dire che cosa sto facendo – lavoro a un tentativo di ricostruzione teoretica dei principi di analisi della ricerca politologico-internazionalistica – vorrei, in conclusione, ribadire il concetto-chiave del libro da cui siamo partiti: gli Stati Uniti hanno sempre (dal XIX secolo) avuto una politica estera coerente e orientata alla dominazione internazionale.
In particolare, dopo il grandioso (e democratico) apporto alla vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Usa ripresero la linea storica della loro politica estera. Lo spauracchio dell’avanzata comunista nel mondo li spinse a intervenire a gamba tesa nella guerra di Corea; piegò ai suoi voleri (finanziari) l’America latina; si inventò una guerra in Vietnam che le costò 58.000 vittime (a parte ovviamente la mortalità locale); collaborò al colpo di stato di Pinochet in Cile; e poi c’è tutta la storia mediorientale nella quale le posizioni assunte annullarono sovente i passi avanti fatti dalla diplomazia internazionale; e infine e più recentemente l’Afghanistan, l’attacco all’Iraq, la maldestra partecipazione alla guerra in Siria, gli omicidi mirati, eccetera…
Non c’è altro stato che come gli Usa da 150 anni in poi abbia fatto politiche estere così spregiudicate. La loro continuità– ormai due secoli – è l’indicatore più suggestivo ed evocativo della natura di questo Paese: grande ma non sempre il migliore.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, ma sono un paese come gli altri, con pregi e difetti; alcune cose le fanno benissimo, altre meno bene. La società americana è meno spigolosa e agitata di quanto possa essere quella di un qualunque stato europeo, ma la loro distanza dalla politica fa sì che la loro attenzione per la politica estera sia molto bassa. Questa lascia, per un verso, ai suoi governi notevole libertà d’azione, e dall’altro non contribuisce alla consapevolezza che la società deve possedere di come va il mondo e di quale sia il posto del proprio paese.