Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Badlands along Po river, Mirko Confaloniera (Parallelo45 Edizioni, 2015), a cura di Micol Borzatta

19 ottobre 2015
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Paul ha quarant’anni e vive nella provincia pavese.
Disoccupato, lasciato dalla fidanzata, senza stabilità di nessun genere, decide di percorrere il percorso del Po fino alla sua foce.
Viaggia con il suo pickup di paese in paese evitando l’autostrada ma percorrendo solo stradine secondarie, fermandosi nei bar per mangiare e facendo nuove conoscenze.
Arrivato nel Polesine però viene avvicinato dalla polizia che gli comunicano che quattro suoi amici sono stati uccisi, un colpo di pistola in fronte, una vera e propria esecuzione.
Iniziano indagini a tutto tondo sia per Paul che per la polizia, e quello che dovranno affrontare sarà inimmaginabile.
Un romanzo molto strano e particolare che non risulta di facile lettura nell’immediato. Infatti ha un inizio molto anonimo, ci troviamo a vivere la non vita del protagonista, a conoscere i suoi amici, a fare a botte con lui, iniziare il viaggio e perfino a condividere lati più intimi quando incontra una ragazza vicino a Cremona. Il tutto purtroppo in modo piatto, lineare, quasi noioso, ma se siamo in grado di sopportare tutto questo e continuare il viaggio con Paul ci troveremo verso la metà del libro a vivere un colpo di scena spettacolare con un aumento del ritmo narrativo che ci coinvolgerà appieno in una cascata di eventi inimmaginabili che ci terranno con il fiato sospeso fino alla fine.
Le descrizioni sono minuziosissime e sanno trasmettere al lettore la realtà dei luoghi e la profondità delle sensazioni.
Un romanzo che merita di essere letto e tutta la nostra attenzione.

Mirko Confaloniera nasce a Pavia nel 1975. Laureato in scienze politiche ha lavorato come radiocronista, giornalista, filmaker, assessore alla cultura e organizzatore di eventi musicali. Nel 1998 ha pubblicato Trilogia del fiume, nel 1999 Memoria e Oblio, nel 2006 Poesie sotto l’albero, nel 2007 Storie fra la vita e la morte, nel 2008 I misantropi, nel 2010 I misogini, nel 2012 I miscredenti, nel 2013 Racconti pavesi, nel 2015 I gatti del policlinico San Matteo.

Source: libro del recensore.

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:: Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, Stenio Solinas (Neri Pozza, 2015) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2015
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Henry de Monfreid è una leggenda – avventuriero, pirata, contrabbandiere d’armi e stupefacenti, spia, piantatore d’oppio nella provincia francese, scrittore, artista, collezionista di quadri di pregio.
Anche se si scoprì che erano tutti falsi, i quadri della sua collezione: li aveva dipinti lui, ma quando lo scoprirono, la collezione era già  stata venduta.
Quindi sì, anche falsario.
Nato nel 1879, de Monfreid non scoprì immediatamente la propria vocazione alla cialtroneria – ebbe una gioventù relativamente normale, e trovò un impiego come agente di commercio.
Ma non poteva durare – e una volta giunto sulle coste del Mar Rosso, fu chiaro che il giovane Henry avrebbe preferito di gran lunga la strada della pirateria a quella della partita doppia del ragioniere.
I libri di de Monfreid, alcuni dei quali sono stati anche tradotti in Italia, sono sempre stati una specie di culto, per appassionati di storia, di avventura, delle vite inimmaginabili di quei personaggi che, assolutamente romanzeschi all’apparenza, sono stati invece ben reali.
Ora Stenio Solinas ci offre, con “Il Corsaro Nero“, edito da Neri Pozza nella imprescindibile collana Il Cammello Battriano, una biografia di questo grande, ultimo (forse) grande avventuriero del ventesimo secolo.
E se “una biografia che si legge come un romanzo” è certamente una frase trita, in questo caso è perfettamente adatta a descrivere il volume, che segue le tracce di de Monfreid attraverso le sue avventure, senza badare alla mera cronologia, e vagando attraverso il tempo come de Monfreid vagò in lungo e in largo sulla mappa.
Solinas non ci presenta solo l’aventuriero, il francese di buona famiglia convertitosi all’Islam, il contrabbandiere e il seduttore. C’ è spazio anche per i legami familiari, per la politica, per il dipanarsi della storia come fondale davanti al quale l’ultimo avventuriero interpreta la sua parte fino alla fine, rifiutandosi sdegnosamente di ammettere l’esistenza di limiti, di regole, di convenzioni.
É un bel libro, quello di Solinas, così come è un personaggio fantastico Henry de Mongfreid – il genere di personaggio che, se venisse messo in un romanzo, verrebbe giudicato implausibile da coloro che hanno dimenticato cosa sia l’avventura.
Il libro di Solinas ci riporta proprio all’avventura – e spero possa suscitare un ritorno di interesse per Henry de Monfreid, e per tutti gli uomini e le donne che misero la propria vita al servizio dell’avventura.

Stenio Solinas è nato a Roma. Giornalista, vive e lavora a Milano. Tra i suoi libri, Compagni di solitudine, L’onda del tempo, Percorsi d’acqua, Vagamondo, Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di chateaubriand, Gli ultimi Mohicani. Un suo racconto, “Il Lunatic Express”, è compreso nel volume Quel treno per Baghdad edito da Neri Pozza.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa di Neri Pozza Edizioni.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: The Cartel, Don Winslow (Knopf, 2015), a cura di Stefano Di Marino

16 ottobre 2015

51vc-6vtUzLSeicento pagine per raccontare un grande affresco che segue e completa Il potere del cane e ci restituisce un Winslow che da tempo non vedevamo. Una storia complessa, documentata ma anche drammatizzata, umanissima e feroce sul narcotraffico in Messico. Non solo la lotta tra Arthur Keller, poliziotto americano, e Adàn Barrera, re del cartello di Sinaloa, ma anche la vita a Juárez, a Città del Messico, nelle giungle del Pèten, nei vicoli di Nueva Laredo sino a una breve ma incisiva parentesi europea, giusto per dimostrare che il traffico di coca è un fil rouge che unisce differenti e quasi inconciliabili realtà. Traditori, donne appassionate, coraggiose, giornalisti in cerca di redenzione, politicanti, bambini killer. Se anche alcuni incisi possono sembrare fuorvianti, tutto fa parte di un grande arazzo dove, alla fine, tutto tiene, ogni tassello va al suo posto. Lo stile poi è limpido, rapido eppure evocativo di atmosfere e ambienti tra i più disparati. Val la pena leggerlo questo libro non solo per seguire la storia (che è interessantissima e in qualche modo rimanda a Sicario di Villeneuve), ma anche per capire i meccanismi narrativi, la disciplina richiesta all’autore per padroneggiare una materia così complessa e ricca di sfumature. Senza eccessi anche quando i fatti raccontati sono di una crudeltà fuori dal comune, la narrazione procede rapida, priva di sottolineature inutili perché la materia è già altamente drammatica. Un piacere per chi legge e una lezione per chi vuol scrivere.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker.

Source: libro del recensore.

:: I reni di Mick Jagger, Rocco Fortunato (Fazi, 2015), a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2015
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I reni di Mick Jagger son sani e, a quanto pare, filtrano sangue che è una meraviglia. Ben diversa è la situazione del giovane protagonista di I reni di Mick Jagger, di Rocco Fortunato, edito da Fazi. Il ragazzo, nonostante abbia trentatré anni e in apparenza scoppi di salute, in realtà è costretto ad “allearsi” con la dialisi quotidiana, per poter sopravvivere e affrontare il domani. Il romanzo autobiografico di Fortunato è una bella storia nella quale emergono la forza e la tenacia nell’attaccamento alla vita. Il mondo di Rocco è fatto di cure, medicinali, di attività, di passatempi e di cibi accantonati, perché incompatibili con la malattia e con quegli organi che, a un certo punto, hanno deciso di non smaltire la giusta quantità di creatinina per lasciare in salute il loro proprietario. Rocco si trova dividere la sua esistenza tra la propria casa e l’ospedale, dove ogni giorno si reca a fare la dialisi. Le parti del romanzo ambientate nella casa di cura sono importanti, poiché mostrano al lettore quello che è il mondo dei dializzati. L’autore non ci racconta solo il reparto e la tipologia di cure che si svolgono in esso per far star meglio il malato, ma ci porta a scoprire la varietà umana in esso presente unita a tutte le gioie, alle paure che assillano e tormentano i pazienti. Quello che emerge è un piccolo universo, nel quale le persone ricoverate sono uomini, donne, giovani, anziani, tutti afflitti da malattie ai reni. Tra di loro spiccano personaggi come l’enorme Farini, un individuo un po’ losco che sembra essersi scordato chissà dove il valore dell’onestà, per lasciare campo libero ad affari loschi, sempre pronti ad attenderlo. Accanto troviamo Michele. Lui, giovanissimo, pensa solo all’amore per quelle donne reali solo nella sua fantasia e all’adorata pistola che nasconde come se fosse un bene d’inestimabile valore. Il protagonista e tutti i suoi comprimari, parlano e trovano anche spazio per momenti di divertimento, ma sono sempre sotto controllo, attenti a verificare il valore delle analisi mediche. I risultati sono sempre, e spesso, troppo uguali, stabili e monotoni. Un esito che ricorda ad ognuno dei pazienti che non devono sgarrare nel vivere. Rocco cerca di non eccedere, ma non smetterà mai di ascoltare la musica dei Rolling Stones o di amare la sua fidanzata, anche se imprevisti esistenziali lo porteranno a riavvicinarsi, molto, alla sua ex fiamma Barbara. La trama creata da Fortunato è dinamica, frizzante e chi scrive, riesce a trattare con ironia e con una fine sensibilità, accompagnata al massimo rispetto, il mondo dei dializzati. I reni di Mick Jagger di Rocco Fortunato è un romanzo che fa sorridere, ma allo stesso tempo commuove, perché fa conoscere tutti i lettori, gli ostacoli e gli imprevisti, fisici e non, che la dialisi determina in chi la fa ogni giorno, per poter vedere l’alba del domani, nella speranza di un trapianto.

Rocco Fortunato, ufficialmente architetto, nella sua vita precedente vestiva i panni del rocker. Fino al 1990 infatti è stato il cantante e chitarrista degli “I Miss Daisy”, con cui ha anche inciso un disco nel 1989, Pizza Connection, prodotto da uno dei più prestigiosi gruppi hard rock inglesi, i Motorhead. Poi la vita del rocker in giro per il mondo ha ceduto il passo davanti alla pagina bianca e Rocco si è concentrato sulla scrittura. I reni di Mick Jagger, il suo primo romanzo, ha riscosso un largo consenso di pubblico. Oltralpe la tedesca Goldmann – del gruppo Bertelsmann – e la catalana Proa sono le case editrici che ne hanno acquistato i diritti. Con il suo secondo romanzo Fabbricato in Italia, Fortunato ha avuto una consacrazione definitiva, ha vinto numerosi premi ed è considerato uno dei talenti più interessanti della narrativa italiana contemporanea.

Source: libro del recensore.

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:: Il giornalista, Miriam Mafai (Edizioni Ensemble, 2013) a cura di Federica Guglietta

15 ottobre 2015
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Scritto più di trent’anni fa, pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1986 e ristampato da Ensemble nel 2013 in una bellissima edizione nero su bianco.

Il giornalista, di Miriam Mafai: si tratta di un breve e lapidario saggio sul mestiere del giornalista e, in particolare, sono pagine intense di vita, passione, dedizione, ma anche consapevolezza disillusa e realismo, che ripercorrono anni e anni di lavoro. Un libretto che tutti coloro che volessero avvicinarsi a questa professione dovrebbero leggere. E non solo loro.

Uno scritto civile trasposto in un’epoca in cui tutto cambia e niente rimane per due secondo ciò che è. Un racconto di come tutto può perdere valore, ma la scrittura resta uguale. Un viaggio in un mondo professionale da sempre, purtroppo, soggetto al compromesso.

“È difficile fare questo lavoro senza un reale interesse alle storie che si raccontano e agli uomini che ne sono protagonisti. La politica era stata la mia grande passione in anni in cui le scelte erano radicali e per sempre. Poi mi ero resa conto che essa non era il mio mestiere e ne avevo scelto un altro, il giornalismo, che mi consentiva di partecipare allo stesso spettacolo ma in altra veste. Dunque spettava ad altri, non a me stare sul palcoscenico.”

Con una prosa asciutta, ma viva ed espressiva, la Mafai vi parlerà, come se fosse ancora qui, di lei e dei suoi anni. Del suo lavoro, parte assolutamente non trascurabile della sua esistenza.

Il giornalista, infatti, più che un monito, è un invito. A fare bene. A fare meglio.

Basterebbe saperlo cogliere.

Miriam Mafai è nata a Firenze il 2 febbraio 1926, figlia di Mario, noto pittore, ed Antonietta Raphael, scultrice di origine ebraica. Partigiana, giornalista, scrittrice e femminista, da ragazza, negli anni delle leggi razziali in Italia fu costretta a lasciare il ginnasio. Dal 1943 molto attivo fu il suo ruolo nella Resistenza. Si iscrisse presto al PCI. Al termine degli anni ’50 è stata corrispondente da Parigi per il settimanale “Vie Nuove”, successivamente ha lavorato per “L’Unità” e, dalla metà degli anni ’60 al 1970 è stata direttrice di “Noi Donne” ed inviata di “Paese Sera”. Contribuisce alla nascita de “La Repubblica” (1976) e ne diviene editorialista. Per tre anni, dal 1983 al 1986, è stata Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. “Una vita, quasi due” (Rizzoli, 2012) è il suo ultimo libro. Si è spenta a Roma il 9 aprile 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Matteo di Edizioni Ensemble.

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:: Bengodi e altri racconti, George Saunders (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2015

saunders_bengodiChe l’America sia un gigantesco e bizzarro parco divertimenti (a tema) ne avevamo il sospetto anche noi che dell’America (forse) ne conosciamo poco o niente, per lo più forti di una visione letteraria, se non cinematografica.
Non tutti noi ne abbiamo una conoscenza diretta. E anche tra coloro che questa conoscenza l’avessero, non tutti hanno la sensibilità e la lucidità di gente come George Saunders. Scrittore texano, classe 58, autore di opere come Pastoralia, Dieci dicembre (difficile che non l’abbiate almeno sentito nominare) e tra altre anche di Bengodi e altri racconti, sua prima raccolta di racconti del 1996 (un secolo fa verrebbe da dire). Già uscita in Italia nel 2005 grazie a Einaudi con il titolo Il declino delle guerre civili americane, e sempre tradotta da Cristiana Mannella, come questa nuova edizione minimum fax, riveduta e ampliata (c’è in più un nuovo racconto e soprattutto una preziosa nota dell’autore, che sconsiglio vivamente di leggere prima dei racconti).
George Saunders è un autore stimato e premiato, prediletto dalla critica più sofisticata e con Dieci dicembre capace di raggiungere anche il grande pubblico con vendite più che ragguardevoli. Dunque ormai non più uno scrittore di nicchia, per palati difficili (come avrebbe facilmente rischiato di essere sbrigativamente etichettato, anche solo da coloro che per primi selezionavano i racconti per il New Yorker), sebbene la sua scrittura sia decisamente complessa, non tanto a livello di struttura sintattica, naturalmente ricercata, (la stesura di Bengodi e altri racconti, per esempio, gli ha portato via sette anni) ma più che altro per i significati occulti (a vari livelli di comprensione) che i suoi testi nascondono.
George Saunders non è un autore poco impegnativo quindi, ma chiarito questo è singolare come sappia catturare il lettore, divertirlo, in una fitta rete di strettissime maglie che vanno dalla critica sociale più radicale alla compassione (reale, non pietistica) che sanno ispirare i sentimenti più delicati e profondi, ancor più se sgorgano da persone che non vi aspettereste mai, pensate solo al padre ormai solo che cura la figlia handicappata del racconto Isabelle, il secondo racconto in ordine di apparizione, capace di regalarci anche un improbabile lieto fine. Poi venne la primavera e nel parco sbocciarono i fiori.
George Saunders sorvola il reale, e in questi suoi primi racconti è ancora più evidente, con una scrittura fantasmagorica e immaginifica, ma se stiamo attenti prorio del reale parla, del reale più profondo e se vogliamo doloroso. Che il suo scritto sia una grande allegoria è anche vero, e più si allontana dai canoni classici del realismo per perdersi nell’astrattezza più naïf, più forse si sente limpida la sua voce originale e non imitativa, col tempo destinata a lasciare le spiagge sicure dell’assurdo per una maggiore concretezza e un dissolversi del dualismo, immaginazione realtà.
Ma in questi racconti è ancora tutto in nuce, la libertà creativa spazia limpida senza vincoli come aspetattive o attese, solo animata dal desiderio di realizzare finalmente qualcosa nella vita. E in questo sta sicuramente la bellezza e la peculiarità di questo testo, di cui potremo anche vedere il rovescio creativo in controluce, appassionatamente descritto nella nota iniziale, che sinceramente avrei voluto durasse più a lungo. Ma forse l’essenziale c’era, e oltre sempre tutto è superfluo.
Molti critici hanno trovato parole bellissime per questa raccolta la cui forza penso sia proprio la malinconia per un tempo ormai definitivamente concluso, che sia la giovinezza, che sia l’America pre crisi, di cui Saunders vedeva tutti i sintomi di una malattia incurabile che presto si sarebbe abbattuta: razzismo, violenza, egoismo, disoccupazione, perdita, disperazione, e le invincibili regole del mercato capitalistico, spietate e fredde come una lama in mano a un serial killer.

George Saunders (Amarillo, Texas, 1958) è autore di una raccolta di saggi, Il megafono spento (minimum fax 2009) e delle raccolte di racconti Nel paese della persuasione (minimum fax 2010), Pastoralia (minimum fax 2014) e Il declino delle guerre civili americane (già uscita per Einaudi). Ha pubblicato racconti, articoli e reportage sul New Yorker, GQ e il Guardian, e ha vinto più volte il National Magazine Award. È stato incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo» e nel 2013 è stato insignito del PEN/Malamud Award, il più prestigioso premio statunitense per gli autori di short stories. La rivista Time l’ha inserito fra le 100 persone più influenti del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

:: Matilde – Per grazie di Dio, se è qualcosa, Rita Coruzzi, (Piemme, 2015), a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2015
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Per chi ricorda le lezioni di Storia con un minimo di interesse, ricorderà di aver sentito citare ad un certo punto, quando si parlava di anno Mille e dintorni, Matilde di Canossa, una donna di potere con un’accezione maschile in un’epoca in cui all’altra metà del cielo erano riservati tradizionalmente i ruoli di moglie e monaca, a cui anche lei sembrava comunque votata.
La figura di Matilde rivive, con vivacità e vitalità, nelle pagine del romanzo storico di una nuova voce del genere e non solo italiana, Rita Coruzzi, che racconta un destino da prima della nascita della sua protagonista, con un sogno di sua madre che fa parte della tradizione legata alla sua figura, fino alla vecchiaia.
Una storia che appassiona fin dalle prime battute, raccontando il destino in fondo incredibile, ma comunque reale, di questa figlia di una famiglia nobile che diventò sovrana delle terre italiche a nord dello Stato Pontificio dopo gli omicidi per giochi di potere del padre e del fratello, e che fu coinvolta nelle lotte del Papato e del Sacro Romano Impero per vari decenni.
Un modo interessante quindi per ripassare o meglio riscoprire una pagina di Storia, nascosta nei secoli, ma che condizionò pesantemente per parecchio tempo la vita e le vicende non solo italiane: Matilde rivive con la sua forza, personaggio totalmente fuori dagli schemi non solo del suo tempo, che se fosse nata in Gran Bretagna o in Francia sarebbe diventata protagonista di epopee senza fine, da noi è stata un po’ trascurata e dimenticata, e forse con questo libro, documentato ma estremamente piacevole e scorrevole, può diventare davvero un’icona storica affascinante e alla fine attuale, in un mondo complesso dove c’erano già, sia pure in modo diverso, tanti problemi rimasti fino all’oggi.
Effettivamente, leggendo in maniera non certo pedante le pagine del libro, viene da pensare che noi in Italia tendiamo a sminuire e ignorare le tante figure interessanti, soprattutto quelle femminili: c’è da sperare che nuove generazioni di autori e soprattutto autrici possano far rivivere questi personaggi, come Matilde di Canossa e tanti altri, su modello di cosa per esempio hanno fatto all’esteroo nomi come quello di Philippa Gregory e Ildefonso Falcones.
La storia di Matilde di Canossa e della sua avventura umana si conclude nelle pagine del libro di Rita Coruzzi, che hanno entusiasmato tra gli altri un nume della narrativa storica come Valerio Massimo Manfredi, ma c’è da sperare che l’autrice, che ha nel suo curriculum anche vari libri di altro genere, ritorni prima o poi a raccontarci qualche storia nella Storia.

Rita Coruzzi è nata il 2 giugno 1986 a Reggio Emilia, dove tuttora risiede. Affetta da tetraparesi, in conseguenza di un intervento chirurgico andato male, dall’età di dieci anni è sulla sedia a rotelle. Diplomatasi al liceo classico della sua città, ha conseguito la laurea triennale in Lettere e si è specializzata in giornalismo presso l’università di Parma. Della sua esistenza ha fatto una battaglia quotidiana per dimostrare che non ci si deve arrendere mai e che è sempre possibile trovare in sé la forza interiore per affrontare qualsiasi prova. Ha pubblicato vari libri, per lo più di testimonianze, come Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso (2010), Il mio amico Karol (2011) e, con Magdi Cristiano Allam, Grazie alla vita (2011).

Source: libro del recensore.

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:: L’inganno, Charlotte Link (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

14 ottobre 2015
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Richard Linville, ex poliziotto in pensione, viene picchiato, torturato e ucciso mentre era a casa da solo.
Melissa Cooper, insegnante di scuola infantile, viene uccisa nello stesso modo di Richard Linville.
Caleb Hale è il poliziotto che sta indagando sui due omicidi, avvenuti a qualche settimana di distanza e con l’unico legame tra le due vittime una relazione avvenuta sedici anni prima.
Nel frattempo Caleb deve occuparsi anche di Kate Linville, la figlia di Richard, tornata per sistemare gli affetti del padre.
Nel frattempo Stella e Jonas, genitori adottivi di Sammy, ricevono il giorno del quinto compleanno del bambino la visita di Terry, la madre naturale, e Neil, il suo nuovo compagno, un tipo violento. Sicuramente la visita nasconde un secondo fine visto che Terry non si è interessata del figlio per cinque anni.
Tre famiglie che sembrano distantissime tra di loro, ma che nascondono un gran segreto che solo il killer conosce.
Un romanzo coinvolgente, strepitoso, emozionante. Non un romanzo che si legge tutto d’un fiato, ma sa conquistare piano piano, pagina dopo pagina, con la sua intensità derivante dalla bravura di Charlotte Link.
Descrizioni spettacolari fanno provare al lettore ogni minima sensazione provata dai protagonisti, dal senso di angoscia e di perdita di Kate, al dolore di Peggy quando riceve il proiettile nella gamba e la sua paura quando viene abbandonata legata e ferita in una strada fuori mano a morire disanguata.
Emozioni forti descritte nel dettaglio nello stile classico della Link che fanno di questo libro un altro capolavoro di suspance.

Charlotte Link nasce a Francoforte sul Meno nel 1963. Ha iniziato a scrivere da adolescente con romanzi storici per poi proseguire con lo psico-thriller. In Germania i suoi romanzi entrano tutti nelle liste dei best seller appena escono. Ha al suo attivo oltre venti libri, e di La doppia vita c’è in programma una trasposizione cinematografica.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa di Corbaccio.

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:: La bastarda degli Sforza, Carla M. Russo (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2015
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Carla Maria Russo torna con un nuovo romanzo storico, ambientato nella seconda metà del Quattrocento, basato su un personaggio realmente esistito, Caterina, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, diventata suo malgrado un simbolo di resistenza e ribellione, quando i fatti della vita la portano al centro di giochi di potere tra Papato e Ludovico il Moro, signorotto meneghino dalla fama non proprio cristallina.
L’autrice sceglie di raccontare la storia dalle parole stesse di Caterina, bambina ribelle, con la passione per i giochi cosiddetti della guerra, costretta ad un matrimonio infantile (piaga che per secoli ha imperversato anche alle nostre latitudini), poi pronta da adulta a lottare contro il potere temporale dei Papa Borgia e non solo, anche per difendere un marito che le è stato imposto e che non è in grado di prendere decisioni. E ci sarà un seguito, perché la sua storia non finisce qui.
Il personaggio di Caterina, tra realtà e leggenda, colpisce, donna in un mondo di uomini, senza romanzesco eccessivo e iperboli romantiche che per fortuna il romanzo storico si è lasciato alle spalle da un pezzo, ma raccontando una pagina di Storia italiana lontana ma che per secoli ha poi influenzato la vita e l’arte nella nostra penisola, nei due centri di Milano, luogo strategico prima delle montagne, e Roma, simbolo della cristianità e non solo .
Milano e Roma, i principati cosiddetti minori, gli intrighi di corte, le battaglie: c’è tutto in un libro che si rivolge a chi ama il genere, visto anche da un punto di vista al femminile, di donne che sono state importanti pur partendo da una condizione di sottomissione. Una storia comunque non melodrammatica, non stucchevole, non melensa, ma realistica, per cui l’autrice si è documentata e che restituisce con passione e senza noia.
Un modo anche per riscoprre un tempo che spesso a scuola viene sacrificato in poche righe e poco amato da chi deve studiarlo a tutti i costi e che al massimo è noto da qualche studioso, ma che in queste pagine rivive con vivacità, tanto da far venire davvero voglia di approfondire.
Qualcosa si ricorda del destino di Caterina Sforza, ma sarà interessante leggere le sue prossime avventure, che si spera non tarderanno, lotta di una donna per se stessa e la sua famiglia contro poteri che ieri come oggi, in altre zone magari, sono implacabili e crudeli.

Carla Maria Russo vive e lavora a Milano. Per Piemme ha pubblicato La sposa normanna, Il Cavaliere del Giglio, L’amante del Doge, Lola nascerà a diciott’anni e La regina irriverente.

Source: libro del recensore.

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:: 1980, David Peace (Il Saggiatore, 2015) a cura di Micol Borzatta

12 ottobre 2015
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Leeds. Dicembre 1980. Lo squarciatore dello Yorkshire ha colpito ancora. È la sua tredicesima vittima e la polizia non sa più come muoversi. L’opinione pubblica la sta prendendo di mira e la popolazione è terrorizzata.
Peter Hunter, considerato il più formidabile segugio delle forze dell’ordine, viene chiamato da Manchester per mettere fine alla storia. Con lui viene creata una squadra di agenti formidabili: Mike Hillman, Helen Marshal, John Murphy e Alec McDonald.
Peter e la sua squadra riprendono in mano ogni fascicolo, prova e documento dal 1974, ovvero da quando ci fu la prima vittima.
Inizia così una caccia all’uomo estenuante che ossessiona Peter Hunter sia di giorno che di notte. I visi delle vittime gli passano continuamente davanti agli occhi e il suo cervello continua a dirgli che l’elemento chiave è lì in mezzo alle prove, deve solo riuscire a identificarlo.
Un romanzo avvincente, terzo di una quadrilogia, che anche se autonomi si possono trovare molti intrecci tra di loro.
Peace usa uno stile molto particolare, sia per quanto riguarda il ritmo della narrazione che l’impostazione. Il ritmo infatti segue molto l’andamento della storia, dando così al lettore la sensazione precisa provata dai protagonisti: la frenesia, la demoralizzazione dello stallo, la rabbia al ritrovamento della nuova vittima…
Per quanto riguarda l’impostazione Peace precede ogni capitolo con una pagina scritta senza punteggiatura, senza maiuscole, senza interruzioni che narra le vicende sia dal punto di vista dell’assassino che della vittima, come se fosse un flusso di coscienza e di pensieri che dal libro arriva direttamente alla mente del lettore assorbendolo totalmente.
Le descrizioni sono molto dettagliate, ma per rispettare maggiormente la narrazione in prima persona, sono tutte fatte seguendo il punto di vista del narratore, ovvero Peter Hunter, dando così ancora più la sensazione al lettore di vivere tutto in prima persona.
Un thriller davvero mozzafiato e coinvolgente per una lettura piena di suspance dove si può notare la bravura di Peace di unire realtà e fantasia facendo fondere perfettamente l’una nell’altra.

David Peace (1967), nato e cresciuto nel West Yorkshire, nel 2003 è stato inserito nella lista dei migliori scrittori della Gran Bretagna dalla rivista Granta. È autore dell’osannato Red Riding Quartet che gli è valso l’epiteto di maestro del noir al pari di James Ellroy, mentre grazie al suo quinto romanzo, GB84 (Tropea, 2006), ha vinto il prestigioso James Tait Black Memorial Prize. Con Tokyo anno zero, bestseller in Gran Bretagna, Usa e Olanda e in traduzione in dieci lingue, è stato riconosciuto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il Saggiatore ha pubblicato anche Il maledetto United – il racconto della vicenda di Brian Clough, storico allenatore del Leeds United – che il Times ha definito «il più grande romanzo mai scritto sullo sport» e Red or Dead sulla figura leggendria di Bill Shankly, ex allenatore del Liverpool Football Club. Vive a Tokyo con la moglie e i figli.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Ilenia dell’Ufficio Stampa Il Saggiatore.

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:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

9 ottobre 2015
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Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

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:: Benedizione, Kent Haruf (NN Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2015
haruf

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La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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