Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Affari d’oro, Madeleine Wickham (Mondadori, 2015) a cura di Micol Borzatta

31 ottobre 2015
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Liz e Jonathan Chambers sono due insegnanti, sposati e genitori di un’adolescente di nome Alice.
Un giorno decidono di dare una svolte alla loro vita e comprano il vecchio College del loro paese, che dopo la morte della proprietaria stava andando in perdita e rischiava la chiusura. Per fare ciò sono costretti a vendere la loro casa e si trasferiscono nel piccolo appartamentino posto all’ultimo piano del College.
Purtroppo la vendita della casa non prosegue come immaginavano, anzi è totalmente bloccata, e questo fatto unito alla tensione e allo stress causato dagli sforzi per far ripartire il College e lo poco spazio del piccolo appartamento, provocano una rottura nella coppia e un vincendevole allontanamento.
È proprio in questa situazione disastrosa che compare Marcus Whiterstone.
Marcus è uno dei due proprietari dell’agenzia immobiliare Whiterstone & Co. che si occupa della vendita della casa dei Chambers. Un giorno, mentre sta uscendo dall’ufficio, sente una signora discutere con il suo dipendente Nigel, è così che incontra Liz. Decide subito di prendere lui in mano la pratica e risolve il problema della vendita proponendo un periodo di affitto della casa così da temporeggiare e attendere il rialzo del mercato immobiliare.
La soluzione piace molto a Liz. Iniziano così a vedersi per trovare gli inquilini e procedere con la stesura dei documenti necessari. Questi incontri saranno complici nell’avvicinamento tra Liz e Marcus, facendo scoprire emozioni che da tempo non hanno con i rispettivi coniugi.
Affari d’oro è un romanzo camaleontico. Apparentemente può sembrare la classica commedia brillante, solare, leggera e spiritosa, ma in realtà è un romanzo molto profondo, mentale, sociale, che affronta temi forti e problematiche sempre più presenti nelle nostre vite.
Protagonista assoluto del romanzo è l’amore, visto sotto tutte le sue sfumature, partendo dall’amore stanco e abitudinario che procede solo per abitudine e routine delle coppie Whiterstone e Chambers, a quello giovanile di Alice, fino ad arrivare a quello spontaneo, prorompente, selvaggio di Liz e Marcus.
Il tutto viene raccontato con descrizioni psicologiche, mentali e sentimentali profonde che trasmettono al lettore le vicende in modo molto vivido, facendogli vivere la crescita e l’evoluzione che compiono i protagonisti, rendendo il tutto così reale da far pensare il lettore.
Travolgente e appassionante vivremo in prima persona la voglia di cambiare le nostre vite per cercare la felicità e godercela appieno.

Madeleine Wickham nasce a Londra nel 1969. Laureata in Economia e in Filosofia presso il New College di Oxford, ha iniziato il suo percorso lavorativo come giornalista finanziaria. Dal 1995 al 2001 scrive sette romanzi che pubblicherà con il suo nome solo dal 2010 in poi, dopo aver avuto successo con la saga I love shopping con lo pseudonimo Sophie Kinsella.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La società letteraria di Sella di Lepre, Pasi Ilmari Jääskeläinen, (Salani, 2014), a cura di Serena Bertogliatti

30 ottobre 2015

9788867159055_la_societa_letteraria_sella_di_lepreVi parlerò di questo libro nel modo e nell’ordine in cui io l’ho conosciuto, perché a volte le aspettative – che siano soddisfatte o deluse – finiscono con il guidare la lettura.

Ero in libreria, in una di quelle mezz’ore libere in cui si decide di perdersi tra i titoli pur sapendo di non avere alcuna intenzione di comprare l’ennesimo romanzo. La pila dei “non ancora letti”, a casa, stava diventando ingombrante. E così mi sono data una scusa: ero in libreria con un’altra persona, e sarebbe stato per lei che avrei girato tra gli scaffali. È stato così, occhiata dopo occhiata, che mi sono imbattuta ne

Il titolo: La società letteraria di Sella di Lepre
I libri che parlano di libri mi sussurrano promesse. Tanto per cominciare, che la lettrice che è in me, leggendoli, si sentirà capita. Ma, osando di più, spero in un libro che mi faccia riflettere sui libri. Perché leggiamo? Perché scriviamo? Quante e quali dinamiche e sfumature sono all’opera nel semplice e quotidiano atto di leggere e di scrivere?

L’autore: Pasi Ilmari Jääskeläinen
Di cui non so pronunciare il nome e di cui in quel momento, preso il libro in mano, ho letto le lettere sufficienti a farmi capire che era finlandese. Una sbirciata alla biografia me l’ha confermato: Pasi Ilmari Jääskeläinen insegna letteratura finlandese al liceo. Non ha mai smesso di amare i vecchi film classici e la letteratura fantastica. Ecco perché quel nome fiabesco, “Sella di Lepre”. Ma il grande catalizzatore di aspettative, una delle parti più incriminate, è venuto subito dopo: I suoi autori preferiti sono Michail Bulgakov, Peter Høeg e Stephen King. Due sue tre sono anche i miei autori preferiti (spiacente, King), e così mi sono ritrovata ad avere un serio problema: il libro mi ispirava abbastanza, ma io non ero lì per comprare romanzi. Per fortuna ero però lì per trovarne per un’altra persona, una persona con una rara e intensa passione per la Finlandia. Segno del destino? Mancava solo una cosa:

La copertina
Imprevedibile e emozionante, un romanzo fantastico travestito da fiaba (Daily Telegraph) – riportava una fascetta color giallo-cattivo-gusto apposta sulla copertina. Sulla copertina in sé, una vecchia macchina da scrivere. Un romanzo dal gusto antiquato? O al dipartimento marketing della Salani sanno che agli italiani piace associare alla lettura questo gusto da “le belle e buone cose di una volta”? Poco importava, ormai la scelta era stata presa.

Ho portato il romanzo all’amante della Finlandia, che l’ha comprato e letto, e che non ha poi saputo spiegarmi perché non ne sia rimasta soddisfatta. Non che il romanzo sia brutto, ma…
E così è venuto il mio turno di lettura.

***

È difficile parlare della traduzione di un romanzo di cui non si conosce la lingua originale. Quanto di quello che non ti sta piacendo è dovuto alla traduzione e quanto al testo originale? Ci si trova a poter dire poco di certo e ad accumulare impressioni confuse.
Non so come sia il finlandese, ma nella versione italiana mi sono trovata a leggere frasi in cui i tempi verbali sembravano essere stati usati un po’ a caso o, meglio, come se passato remoto, imperfetto e trapassato prossimo fossero a volte interscambiabili. Forse è una traccia della struttura del finlandese (le lingue sono diverse tra di loro e tra di loro incomparabili), ma l’impressione generale è che una revisione post-traduzione non sarebbe stata una cattiva idea. Parto dal presupposto che non vi sia stata, perché, nel caso in cui vi sia invece stata, starei offendendo non poco la persona pagata per svolgere questo lavoro.
Una recensione che inizia con una nota alla traduzione non è il massimo a cui auspicherei, ma questo aspetto – la prosa nel micro e nel macro – ha influito non poco su tutta la lettura. Dopo un po’ ci si abitua, ovviamente, ma mi sono chiesta diverse volte se non avrei dovuto leggerlo in inglese.
Ci sono poi scelte stilistiche che non dipendono dalla traduzione, come il decidere di dedicare interi paragrafi alla – permettetemi le virgolette – “spiegazione” di qualcosa. Il cosa varia, nel corso del libro, ma questa caratteristica permane, dando l’impressione di stare leggendo una fiaba. Non una fiaba per adulti, non un romanzo con l’atmosfera delle fiabe, non una narrazione con l’oniricità propria dell’infanzia, no: proprio una fiaba per bambini, ossia per esseri umani che abbisognano ancora di qualche aiutino a dedurre informazioni da un testo scritto. È un bene o un male? A voi e al vostro gusto la scelta.

Superato lo scoglio della forma, ho cominciato a godermi il contenuto.
La società letteraria di Sella di Lepre è ambientato in una piccola comunità finlandese che il mondo potrebbe dimenticare se non fosse per, appunto, la società letteraria menzionata nel titolo, che ha tra i propri membri le penne migliori di tutto il Paese. È proprio su questa società iniziatico-misterica che la protagonista del romanzo, Ella Milana, vuole indagare. Non come un’investigatrice da noir, no: come una ricercatrice, quale è, in ambito letterario. Purtroppo per lei e per la felicità di chi legge, Ella si trova catapultata nel suo oggetto di indagine, che le si aggroviglia addosso con tutti i suoi segreti, le sue morbosità e – mai farseli mancare – i suoi crimini.

L’impressione generale che mi è rimasta addosso a libro concluso è che Pasi Ilmari Jääskeläinen, con alcune delle idee usate in La società letteraria di Sella di Lepre, avrebbe potuto scrivere un piccolo capolavoro.
Il potenziale c’è tutto, tutto intuito.
Si intuisce la sua capacità di dare vita a personaggi tridimensionali, veri nel loro essere imperfetti, come caricature più rappresentative del soggetto in carne e ossa che ritraggono. Si intuisce la sua capacità di cogliere il lato grottesco della quotidianità, quella che permette a un autore di ravvivare anche il quadro apparentemente più banale. Uno dei personaggi del romanzo, che parafraso, lo dice esplicitamente: quando s’impara a meravigliarsi dinnanzi alle cose più semplici, non ci si stupisce più di nulla.
Ma Jääskeläinen, durante la lettura, non è riuscito a farmi meravigliare. È riuscito invece a tenermi sempre sul limitare della meraviglia, come se in continuazione mi sussurrasse: ho qui semi che, vedrai, sbocceranno e ti faranno sgranare gli occhi. Fino alla fine. In maniera estenuante. Come una lunghissima serie di preliminari che alla fine, anziché decollare, scemano perché qualcuno dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. E così questo finale, che dovrebbe riunire tutti gli elementi disseminati nel corso della narrazione, mi ha dato più l’impressione di liquidarli.
Gli elementi che l’autore dissemina nel romanzo, come semi che dovrebbero poi sbocciare, sono tanti. La riflessione letteraria su tutti. La società letteraria di Sella di Lepre è uno scritto sugli scrittori. Scrittori si nasce e si diventa, nel pensiero di Laura Lumikko, fondatrice della società. È lei ad averne selezionati, ancora giovani, i membri, ed è sempre lei ad averli cresciuti in un percorso iniziatico che il romanzo descrive e narra come intenso e straziante, ma che tale non mi è risultato. Sapevo, leggendone, che sarebbe dovuto risultarmi estremo, rivelante, ma non sono riuscita ad andare oltre al condizionale.
Più difficile è commentare il lato fiabesco/fantastico del romanzo. La comunità in cui è ambientato è forse una delle cose meglio riuscite: Sella di Lepre, cittadina ai limiti del mondo in cui il confine tra realtà e fantasia sfuma nella testa dei suoi abitanti quanto nella realtà che li circonda. Sella di Lepre, che grazie a Laura Lumikko è diventata famosa come patria di creature tra il fantastico e il mitologico, e che sembra condannata a diventare quello di cui si ammanta: un piccolo regno in cui la pasta che compone giorno e notte, sogni e incubi, è la stessa. È quest’indecidibilità, l’incapacità di distinguere il plausibile dall’implausibile, a rendere magico il romanzo.

Ho chiuso La società letteraria di Sella di Lepre, vi ho rimesso la fascetta color giallo-cattivo-gusto e lo restituirò a breve, sapendo già che non lo rileggerei una seconda volta. Ma un altro romanzo di Jääskeläinen, quello sì: quello che in questo caso – partecipe forse la traduzione – non è riuscito a soddisfare le mie aspettative, nella prossima lettura potrebbe sbocciare e farmi innamorare di questo autore così come amo i suoi amati Bulgakov e Høeg.

Source: libro del recensore.

Info: momentaneamante non disponibile su Libreria Universitaria

:: Quando all’alba saremo vicini, Kristin Harmel (Garzanti, 2015)

30 ottobre 2015
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Ho iniziato a leggere questo libro diaciamo per un malinteso. Amo leggere romanzi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, e li ricerco anche molto attivamente. Mi piacciono le storie di famiglia, anche ispirate a avvenimenti realmente accaduti, molte legate anche ai fatti drammatici che hanno portato alla Shoa, un po’ perchè la conoscenza è forza, la parola un potente balsamo che aiuta a chiarire punti critici, verità nascoste, dubbi che con gli anni si formano quando si riflette sul passato, non tanto remoto da non influenzare il presente. E per comprendere il passato non servono solo saggi, biografie, book fotografici. Anche i romanzi hanno un loro ruolo, una funzione precisa. Come il teatro.
Ho iniziato questa recensione parlando di un malinteso. Ora vi spiego. Kristin Harmel l’ho conosciuta leggendo Finché le stelle saranno in cielo, un romanzo da un lato definibile come sentimentale (non proprio il mio genere), dall’altro che trattava i temi dell’Olocausto. Per la precisione il ruolo che ebbero le comunità musulmane durante la Seconda Guerra Mondiale nel salvare dalla deportazione e dai campi di sterminio migliaia di ebrei. Proprio in questi giorni si è discusso di un intervento del premier israeliano Netanyahu su il Gran Mufti, Hitler, e la decisione di sterminare gli ebrei. Beh, è singolare che un romanzo getti una nuova luce su questa attuale discussione e sul rapporto che ha legato musulmani e ebrei, in un periodo di storia relativamente così recente.
Ecco, credevo che il nuovo libro della Harmel parlasse ancora di questo, da qui il malinteso.
Quando all’alba saremo vicini è invece interamente ambientato ai nostri giorni in una metropoli affollata come New York, e non getta luce sul passato ma sul presente. E’ ancora una storia di sentimenti, molto al femminile, ma non priva di due temi sociali molto sensibili come le adozioni e la sordità, con tutto il mondo a lei legato, fatto di linguaggio dei segni, terapie alternative, rivendicazioni del diritto di vivere la propria disabilità, o addiruttura non considerarla come tale. La Harmel molto attenta all’analisi psicologica dei suoi personaggi, si sofferma innanzitutto nel descrivere la storia di una donna che deve affrontare una grave perdita, un lutto che potrebbe spezzare la sua vita, farle perdere fiducia in sé stessa e nell’amore, che sembra banale dirlo, è ancora la maggiore fonte di felicità, dopo la cioccolata 🙂
E in suo soccorso vengono… i sogni. Sogni reali, quasi visioni di una vita parallela, la vita che la realtà, e un incidente di taxi, le ha strappato. C’ è una punta di sovrannaturale in tutto ciò, in questi sogni conosce cose che non dovrebbe conoscere, anticipa avvenimenti, conosce persone che davvero entreranno nella sua vita, ma non è questa componente che più interessa alla Harmel. L’autrice vuole parlarci di un percorso di rinascita, intrapreso da una donna che ricostruisce pezzo per pezzo la sua vita e non si accontenta della strada più facile, che quasi mai è quella giusta. Lo stile è piano, scorrevole, privo forse di eccessiva originalità, ma adatto a narrare una storia semplice, in cui è prevedibile il lieto fine, anche se non proprio quello che vorremo.
Chi ci lascia forse non è il solo ad andarsene, anche noi dobbiamo essere pronte al distacco, e questa lezione sembra essere il tema conduttore del romanzo. Per inguaribili romantiche. Traduzione Claudia Marseguerra.

Kristin Harmel è nata a Boston. Appassionata di scrittura sin da quando era una bambina, a soli sedici anni ha iniziato a collaborare con alcune testate americane come reporter, mentre studiava. Dopo l’università e una laurea in letteratura, ha iniziato a scrivere per People, dove lavora tutt’ora. Collabora anche con Glamour e altri magazine americani. È opinionista di diverse trasmissioni televisive, come Good morning America. Ha pubblicato diversi romanzi, bestseller negli Stati Uniti ma inediti in Italia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Il profumo della pioggia nei Balcani, Gordana Kuic (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2015
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All’inizio del Novecento, in una Sarajevo cosmopolita e centro nevralgico dell’Impero asburgico, vivono le sorelle Salom, figlie di una ricca famiglia ebraica di origini ladine, cresciute da una madre energica e attaccata alla tradizione che dovrà fare i conti con un mondo che cambia.
Una storia al femminile che ha come sfondo i primi decenni del Novecento, dallo scoppio della Prima guerra mondiale, che proprio nella città balcanica ebbe il suo primo atto, fino alla Seconda guerra mondiale e alla liberazione dai nazisti con l’avvento poi di Tito, eventi che hanno influenzato anche tempi più recenti.
Al centro di tutto ci sono cinque donne forti, che affrontano sulla loro pelle i cambiamenti storici e sociali, scegliendo qualcosa di diverso rispetto alle aspettative di una famiglia in cui si alternava il serbo al ladino, citato nel testo con tanto di note a pié di pagine. Cinque ritratti insoliti in un Paese legato al nostro da eventi e circostanze, ma in un’epoca di cui non si sa molto e in una città risalita alla ribalta vent’anni fa per il suo tragico assedio ma che è stata per secoli uno dei luoghi più interessanti e multiculturali d’Europa.
Basata sulle vicende della famiglia materna dell’autrice, su sua madre e sulle sue zie, il libro si concentra in particolare su due personaggi, Blanki, la mamma di Gordana Kuic, e Riki, la sorella minore, che sono le due più avventurose e pronte a sovvertire convenzioni e regole.
Blanki si innamora di Marko, un serbo cattolico proveniente da una famiglia colta e ricca e si lega a lui nonostante questi si rifiuti di sposarla e di presentarla, vivendo in una relazione che per l’epoca era a dir poco scandalosa e che comunque getta una luce sul coacervo di religioni e culture che c’era a Sarajevo. Riki fa un’altra scelta fuori dagli schemi borghesi, decide di recitare e di ballare, diventando una ballerina classica famosa e vivendo una storia d’amore con uno di quegli uomini sposati che mai lasceranno la moglie.
Chiaramente, Il profumo della pioggia nei Balcani non è una soap al femminile come purtroppo ci ha abituato certa letteratura ma non solo, ma una ricostruzione d’epoca con al centro di tutto la descrizione della vita, delle regole, dei riti, dei timori della comunità ebrea sefardita, divisa tra passato e presente, tradizione e mondo che cambia. Con sullo sfondo una città che è l’altra grande protagonista, accanto alle sorelle Salom.
Il titolo è fedele all’originale e rappresenta una sorta di nostalgia per un mondo che non c’è più, perduto per sempre ma che rivive nelle pagine e nei ricordi di un libro che è un’appassionante saga familiare, una testimonianza d’epoca, un quadro perso nel tempo e nella Storia.
Traduzione di Djunia Badnjevic e Manuela Orazi.

Gordana Kuic è nata a Belgrado nel 1942 e si è dedicata alla scrittura, di romanzi e racconti ispirati alla vita della sua famiglia dagli anni Ottanta. Le sue opere le sono valse vari premi nella ex Jugoslavia. Il profumo della pioggia nei Balcani è uscito per la prima volta nel 1986 come autoproduzione ed ha ispirato un balletto, una commedia teatrale e una serie tv.

Source: libro del recensore.

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:: Il prezzo, Arthur Miller (Einaudi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

25 ottobre 2015
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A dieci anni dalla morte, e a 100 anni dalla nascita, in un periodo di doppie commemorazioni fuori e dentro i teatri, luogo ideale dove l’anima di Arthur Miller ancora risiede, Einaudi porta per la prima volta in Italia in testo scritto, nella traduzione di Masolino d’Amico (già nel 1969 Raf Vallone la portò a teatro), una pièce di Miller del 1968, Il Prezzo, uscita come dal cappello a cilindro di un prestigiatore. Pochi la conoscono, ancora meno la citano (alcuni l’hanno fatto a sproposito confondendo lavori dell’autore) sta di fatto che Il Prezzo fu coronata dal successo di ben 429 repliche consecutive, dopo il debutto il 7 febbraio del 1968 al Moresco Theatre di Broadway. La Compagnia Orsini la sta portando attualmente a teatro in Italia. Vi confesso che nella sua tappa a Torino, non mi spiacerebbe vederla.
Lasciata la cornice della Grande Depressione e della crisi del 29, sembra scritta oggi; parla della crisi del mondo di oggi. (Qui mangiavamo immondizia, dice Victor al fratello). Quanta gente, specie pensionati, nell’Italia ottimistica di Renzi, sono costretti a rovistare nei cassonetti dei mercati rionali in cerca di pompelmi marci.
Non è singolare? Forse il grande teatro, (sarà una banalità dirlo), è davvero senza tempo. Se no non troveremmo moderno Euripide, o Shakespere, o Moliere. Quindi anche Miller è davvero baciato dall’antica musa, (se ancora qualcuno si ponesse questioni se fu o non fu il più grande drammaturgo della seconda metà del Novecento, spesso accostato a Tennessee Williams a dividersi il titolo) e ci porta a riflettere sul presente con una lucidità che a tratti spaventa.
Leggere testi dedicati al teatro ha limiti e grandezze. Forse il limite più grande è la mancanza del talento degli attori, ma tra le grandezze possiamo sederci in poltrona e creare nella nostra mente uno spettacolo tutto per noi, con luci e scenografie originali e sempre diverse, persino musiche, se vogliamo un sottofondo musicale. Con un po’ di esercizio, perchè l’immaginazione va esercitata, ci si riesce ed ecco a voi una stanza in cui sono accatastati vecchi mobili dal valore indefinito e due personaggi, un marito e una moglie. Rileggendo questa ultima frase sembra che anche i personaggi siano accatastati ed equiparati a oggetti, e non correggo, forse questa è la chiave di lettura del testo, a volte la si trova senza cercarla.
C’è tensione tra i due personaggi, insoddisfazione, risentimento forse legato a motivi economici o a qualcosa di più impalpabile, fumoso, legato a un terzo personaggio, Walter, il fratello medico, quello che nella vita ha raggiunto il successo e il benessere economico, grazie anche ai sacrifici dell’altro fratello che gli permisero di studiare.
E c’è il fantsma di un padre, ormai morto. Personaggio silenzioso ma a mio avviso fondamentale. In qualsiasi rappresentazione scenica lo metterei seduto (anche come manichino) nella poltrona imbottita dalle sfumature rosa. Infondo è lui il cardine su cui ruota tutta la storia, la vittima-carnefice: vittima della fine del sogno (economico) americano, carnefice dei suoi figli, la cui colpa maggiore resta senz’altro avere generato inimicizia tra loro, rispettando quello assente e sfruttando quello presente, a cui tiene nascosto di possedere (salvata in qualche modo rocambolesco dal fallimento) un’ ingente somma di denaro. C’è un prestito in ballo, questa omissione inciderà pesantemente nella storia.
I mobili sono tutto ciò che resta della sua vita e prima di venderli bisognerà dargli un prezzo, concetto ben lontano a quello di valore. Con Miller non si può mai stare tranquilli, usa criteri econmici per parlarci di altro, o per criticare il sistema economico stesso, meglio di un testo di economia. Insomma dare un prezzo a quegli oggetti sembra lo scopo che si persegue con pervicacia durante tutta la pièce e per far ciò viene chiamato in causa un antiquario/mercante ebreo, Gregory Solomon, anche lui perseguitato da un fantasma, quello della figlia suicida. Proiezione benigna del padre assente, Solomon persegue i suoi scopi, spuntare un prezzo favorevole per quegli oggetti, ai danni di Victor, (che non ostante i pungolamenti della moglie) non sa contrattare. La sua onestà resta un enigma, la sua pessima salute (è molto anziano) fa oscillare le certezze sulla consapevolezza che la morte imminente fa sfumare la volontà di essere disonesto e ammassare i beni terreni ai danni degli altri. Ma chi può dirlo, forse tutta la contrattazione è ancora un suo modo di sentirsi abile, forte, capace di fare un mestiere in cui forse si credeva finito.
Chi invece non si faceva scrupoli, e noi tutti della sua onestà dubitiamo, è Walter, che arriva al punto di escogitare un raggiro (perfettamente legale, ma imprevedibile negli esiti) per pagare finalmente il debito che ha contratto con il fratello e guadagnarne finalmente la sua stima e amicizia. Walter, molto più simile al padre di quanto creda nella sua foga manipolatoria, nasconde però debolezze e fragilità che lo rendono diverso da come in un primo tempo potrebbe apparire. Si è disfatto delle cliniche per anziani (non si immagina quanti soldi si possono spillare a figli impotenti che vogliono delegare la cura dei propri genitori anziani) per darsi alla pratica medica con l’intento di salvare vite e spillare soldi ai ricchi solo incidentalmente per mantenersi.
Victor, al confronto, spicca per onestà e simpatia, anche se dotato di una certa colpevole ingenuità che ci fa supporre che non sia tanto sveglio. E questa sensazione è proprio cosa Miller non voleva generare, giocando in un equilibrio di simpatia tra i due personaggi come spiega nella nota finale sull’allestimento, e noi affidiamo questo, senza esitazione, alla bravura degli eventuali attori impiegati nei rispettivi ruoli.
Tra i personaggi forse quello che più facilmente può essere sottovalutato, ma che racchiude sfumature inconsuete è senz’altro quello di Edith, la moglie di Victor, presunta alcolizzata, sempre con la borsetta in mano, come a dimostatre che non vorrebbe essere lì, sempre alla ricerca di una via di fuga. In un primo tempo la sua venalità, se non avidità, sembra relegarla tra i personaggi meschini e gretti a cui non daresti due cent di simpatia. Ma se si fa attenzione non è priva di sensibilità e empatia. Avverte gli stati d’animo degli altri personaggi e non è quella gorgone che potrebbe sembrare a una considerazione più superficiale. Anche lei partecipò ai sacrifici di Victor, e forse solo il suo desiderio di sopravvivere la spinge a vedere le ultime possibilità economiche di un futuro sereno che il marito non sembra cogliere: la pensione, la vendita a un prezzo equo dei mobili, il ventilato impiego nel laboratorio di Walter. Tutti miraggi che le si spengono davanti agli occhi, miraggi, solo miraggi.
Ormai il teatro di Miller sembra una costante nel mio blog, ho avuto modo di parlare di Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano, anche se niente mi toglie la sensazione (piuttosto spiacevole) di vedere Miller, seduto in seconda fila tra il mio ipotetico pubblico, che si alza in piedi, mi indica, e mi dice: “lei signorina non ci ha capito un accidenti del mio teatro”. Ci rido su, ma sapete, il dubbio rimane.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La piscina, Ji Hyeon Lee, (Orecchio Acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

24 ottobre 2015
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La piscina è di Ji Hyeon Lee è un libro per bambini, dove le parole non esistono tra le pagine. A raccontare la storia bastano le immagini realizzate dall’illustratrice nata a Seoul. Protagonista sono un ragazzino e la piscina nella quale lui deve tuffarsi per fare il bagno. Mentre il protagonista è lì, fermo a bordo vasca ad indugiare se entrare o no nell’acqua, una marea di altre persone arriva e occupa tutta la piscina. Il bambino li osserva e poi si tuffa, nessuno lo guarda o lo avvicina, e lui nuota sempre più in profondità, fino a quando incontra una bambina dal costume rosso. I due ragazzini nuotano e nuotano, scoprendo mondi fantastici popolati da migliaia di pesciolini e di piante marine, fino all’incontro con una grandiosa creatura bianca. La piscina è una storia di un viaggio nella fantasia e nella capacità dei bambini di lasciare libera di lavorare la propria immaginazione. I due bambini nuotano e il loro vedere il mondo con uno sguardo puro e innocente è quello che gli permette di vivere avventure grandiose ed emozionanti. Le immagini della Lee sono semplici, ma hanno dei dettagli che permettono al lettore di comprendere la trasformazione che il bambino subisce quando incontra la bambina dal costume rosso. Prima di arrivare a lei, il ragazzino è triste, impaurito e cupo come tutti gli altri bagnanti. Nel momento in cui segue questa nuova amica non solo il mondo, ma anche lui stesso si colorerà e troverà quella felicità sconosciuta a tutti gli altri esseri umani. La piscina di Ji Hyen Lee è un libro solare, curioso e simpatico che invita il lettore, bambino o adulto che sia, a lasciarsi guidare dalle ali della fantasia.

Ji Hyen Lee è nata a Seoul, si è diplomata presso la scuola d’illustrazione HILLS. Ama le piccole stelle che brillano nel cielo notturno, i ciottoli che rotolano nei ruscelli, le foglie che danzano sulle punte dei rami. Lei spera che non solo i più piccoli, ma anche tanti adulti leggano libri per l’infanzia. La piscina è il suo primo albo illustrato.

Source: libro preso in biblioteca.

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:: Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

23 ottobre 2015
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Forse non lo sapete, ma a volte, la maggior parte delle volte ormai, è l’editoria indipendente a regalarci dei piccoli capolavori. Dopo Correzione di bozze in Alta Provenza e Carne Viva, torno a parlarvi di un autentico arcobaleno di colori proveniente dalla letteratura straniera (ispanica, sudamericana e, da poco, anche angloamericana), in traduzione italiana, quello dei libri SUR.

Lo faccio parlandovi di un epistolario: 23 lettere che la colombiana Emma Reyes, pittrice, scrisse e spedì per trent’anni, dalla Francia alla Colombia, al suo amico Gérman Arciniegas, colombiano come lei e giornalista, saggista, storico e diplomatico.

Nelle lettere indirizzate a questa sua amicizia di lunga data, ma anche e soprattutto a noi, Emma racconta di Bogotà e della sua infanzia, degli undici lunghi anni trascorsi in convento prima di potersi “lasciare tutto alle spalle” e partire alla volta di Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia, per poi fermarsi a vivere in Francia. Viaggerà molto, nel mentre, non smetterà mai di dipingere. Prima di tutto ciò, da ragazzina, visse anni di stenti e privazioni insieme alla sorella maggiore Helena.

Con la protezione che questo epistolare familiare ed amichevole le offre, prima, come tutto il romanzo, poi, Emma ha modo di tornare la bambina che era a quattro anni, narrando nel tono ovattato tipico di chi ricorda, gli anni più duri della sua vita fatti di abbandono, periodi di vagabondaggi e poca dolcezza che sarebbe consona alla sua età bambina. Lo fa con la stressa innocenza e lo stesso identico candore del tempo, cosa che trasmette un senso di straniamento e di empatia assoluta con il personaggio – narratrice – autrice.

“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

Non sapevamo giocare a niente è l’opera prima di un’autrice rimasta analfabeta fino alla maggiore età, una donna che non ha mai messo piede né a scuola né all’università, come ci fa sapere Diego Garzón, direttore della rivista colombiana Soho, in un articolo riportato ad aprile scorso sul blog di SUR, in occasione della pubblicazione.

Inoltre, ho trovato bellissima e molto importante per la comprensione del romanzo la prefazione a cura di Tiziana Lo Porto che offre il quadro biografico di quest’autrice, il cui unico romanzo, questo, verrà pubblicato solo postumo. Non sapevamo giocare a niente viene pubblicato per la prima volta nel 2012, divenendo subito un unicum nella letteratura sudamericana, oltre che un caso letterario amato dalla critica e dai lettori.

Traduzione di Violetta Colonnelli. Prefazione di Tiziana Lo Porto.

Emma Reyes (1919-2003), pittrice, nata a Bogotà, viaggia molto e negli anni ’50 si ferma a vivere a Parigi, dove ha modo di avvicinarsi all’élite culturale dell’epoca ed è conosciuta e ricordata ancora oggi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Guarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra (I buoni cugini editore, 2015)

22 ottobre 2015
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1974. Un piccolo paese della Sicilia pieno di sole. Immaginatevi una clinica abbandonata tra detriti e sterpaglie, scenario ideale di una storia in bilico tra The body di Stephen King (ma se dico Stand by me – Ricordo di un estate, il film di Rob Reiner che hanno tratto, forse è più chiaro per tutti) e un racconto di Camilleri, impreziosito di dialetto siciliano e malinconia.

Ecco a voi il racconto Guarda come si uccide di Ivo Tiberio Ginevra, primo volume della collana “Sbirri e sbirrazzi” de I buoni cugini editore, casa editrice palermitana di proprietà dello stesso autore. Un vezzo, il racconto, una mascotte di una collana che ha l’ambizione di raccogliere manoscritti di genere poliziesco, thriller, noir, presumo non solo di ambientazione siciliana. (A proposito se ne avete uno ma davvero bello e scritto bene, visto il primo racconto lo standard è piuttosto alto, potete inviarlo a ibuonicugini@libero.it).

Dunque, dicevo, se vi piacciono le favole noir, con coraggiosi poliziotti infiltrati, mafiosi tra il caricaturale e il dannato, ragazzini pronti a mettersi alla prova, cani feroci e presunti fantasmi (ah, ci sono pure quelli, non temete), apprezzerete, come ho apprezzato io questo racconto in cui il bene e il male hanno il volto della Sicilia più vera, dove la mafia ancora (purtroppo) incide con le sue leggi e i suoi codici d’onore malato.

Ma in Sicilia non tutto è mafia, ci sono nobili altruisti e generosi che trasformano le loro ville in sanatori, (il personaggio di Ninetta vi riserverà qualche sorpresa, leggete attentamente le prime pagine) ci sono i carabinieri che rischiano e molte volte perdono la vita per salvare gli altri, e ci sono i ragazzini, per cui i rapporti umani sono ancora fondamentali, sani, i legami autentici.

Guarda come si uccide è un racconto delizioso (anche per gli amanti del pulp), scritto benissimo, e anche piacevolmente confezionato. Proprio l’oggetto libro. Mi preme segnalare infatti anche la bellissima copertina Dall’altra parte foto in bianco e nero di Maria Luisa Lamanna. Buona lettura!

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: E tu non sei tornato, Marceline Loridan Ivens (Bollati Boringhieri Editore, 2015) a cura di Elena Romanello

22 ottobre 2015
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Negli anni, sono tante, tantissime le testimonianze della Shoah che sono uscite nelle librerie di tutto il mondo, a cominciare, per restare in Italia, da quella, notissima, di Primo Levi. Un dramma assoluto, che tra l’altro non ha colpito solo gli ebrei, su cui molto probabilmente non si riuscirà mai a dire l’ultima parola.
E tu non sei tornato di Marceline Loridan Ivens, regista e documentarista, classe 1928, è un libretto di un centinaio di pagine, che colpiscono con una forza inaudita. In questa manciata di fogli l’autrice, ragazzina nella Francia occupata e simpatizzante per la Resistenza, oltre che ebrea, racconta la sua deportazione insieme al padre verso Auschwitz-Birkenau, da dove lei tornerà e lui no.
Lo stile, documentaristico e conciso, rievoca il dramma della sua giovinezza, che ha segnato poi una vita che è durata fino ad oggi in cui per anni ha rimosso questi ricordi. Marceline Loridan Ivens scrive la sua testimonianza come una sorta di lettera a questo padre perduto, un lutto che è difficile, comprensibilmente, per lei elaborare ancora oggi, anche perché, come già in Primo Levi, il suo interrogativo è ma cosa ho fatto per meritare di sopravvivere alla Shoah e perché io sono sopravvissuta e altri no?
Un libro che racconta senza denunciare, con parole che sono comunque pietre, narrando il dramma di chi fu perseguitato da giovane e giovanissimo, perché se Primo Levi era un giovane chimico che aveva superato da un po’ i vent’anni, Marceline Loridan Ivens era un’adolescente, una ragazzina, catapultata in un inferno che non l’ha mai abbandonata e di cui adesso, da anziana, sente il bisogno di parlare, dopo aver comunque già partecipato negli anni a dei progetti collettivi sulla deportazione, sia su carta che filmati.
E tu non sei tornato è una testimonianza nuova su forse la tragedia massima del XX secolo, un libro non ripetitivo ma che ribadisce concetti che con tutto il negazionismo che continua ad imperversare nella nostra società non fa mai male ripassare. Un libro che si legge in fretta, scorrevole ed efficace, ma che rimane, una lettera in cui una figlia chiede perdono a suo padre per essergli sopravvissuta (cosa che capita spesso, ma in altre circostanze) e in cui si chiede il senso e la giustezza di essere tornata. Una storia da consigliare ai più giovani, ma anche a chi è meno giovane e magari non sente più parlare di questi argomenti dai tempi della scuola, quando ha letto Se questo è un uomo o ha visto al cinema Schindler’s list, il testamento di una figlia a suo padre sulla vita, sulla morte, sulle tragedie che travolgono.

Marceline Loridan-Ivens (1928), di origine ebrea polacca, durante l’occupazione tedesca della Francia partecipa alla Resistenza. Catturata con il padre dalla Gestapo, è deportata ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Belsen, infine a Theresienstadt. Ha scritto e diretto il film La Petite prairie aux bouleaux, con Anouk Aimée, basato sulla sua esperienza di deportata. È stata attrice e scenografa, in collaborazione con il marito Joris Ivens – considerato uno dei maggiori documentaristi del xx secolo – e autrice a sua volta di numerosi documentari. Da anni si dedica con passione a raccontare la sua esperienza di deportata e sopravvissuta alla Shoah in tutte le scuole di Francia.

Source: libro del recensore.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Trigger Mortis, Anthony Horowitz (HarperCollins, 2015), a cura di Stefano Di Marino

21 ottobre 2015

trigger-mortis-anthony-horowitz-hardbackCon l’uscita di SPECTRE arriva in libreria un nuovo apocrifo con James Bond 007. Questa volta il compito è stato affidato non a uno scrittore di grido (come Jeffrey Deaver) o a un autore letterario (Sebastian Faulks o il più recente William Boyd) ma a un solido artigiano della narrativa come Anthony Horowitz che già ha dato prova delle sue capacità con un apocrifo di Sherlock Holmes (S.H. e la Casa della Seta, nel Giallo Mondadori). Missione riuscita? Solo in parte. Horowitz ha fatto bene i compiti avvalendosi (come ci dice il copyright) anche di materiale originale di Fleming nel capitolo Death on Wheels. In effetti il romanzo Trigger Mortis è una perfetta cover di Fleming, tanto da mancare di quel tocco di originalità e di passione che, invece, hanno reso Solo di Boyd uno dei migliori apocrifi mai realizzati. Dove Boyd metteva del suo, mescolando all’atmosfera felminghiana qualcosa di Maugham e di Greene con un tocco personale, Horwitz si limita a ricalcare il modello. Lo fa in modo eccellente con una storia ambientata subito dopo Goldfinger, con tanto di Pussy Galore e tutte quelle cose che l’appassionato è abituato a ritrovare. La storia però risulta un po’ del Dr. No, un po’ di Goldfinger e molto del Grande Slam della Morte. Segue un canovaccio ben consolidato ma non riserva soprese, un po’ come se l’autore avesse studiato molto bene quel magnifico saggio di Eco che si chiamava il Superuomo di massa (e Apocalittici e integrati) assorbendo tutte le componenti giuste per confezionare una storia nel format vincente. Manca tuttavia un po’ di emozione e, impietosamente, ci rendiamo conto che certe miscele funzionavano negli anni Cinquanta ma oggi risultano datate. E poi ormai 007 è una figura eminentemente cinematografia, quella letteraria svanisce nella memoria dei più, restando solo in quella di pochi appassionati. Nel complesso un romanzo che si legge in fretta e con piacere se considerato come ‘operazione nostalgia’, ma decisamente inferiore a Solo che esplorava, pur fedele al modello, nuove ambientazioni e meccanismi narrativi.

Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici e di successo del Regno Unito. I suoi romanzi The House of Silk e Moriarty  furono nella Top 10 dei bestseller del Sunday Times  e furono pubblicati in più di 35 paesi in giro per il mondo. Recentemente il Ian Fleming Estate gli ha commissionato di scrivere il romanzo Trigger Mortis. La sua serie bestseller per bambini di Alex Rider ha venduto più di 19 milioni di copie nel mondo. Come sceneggiatore tv ha creato sia Midsomer Murders e il BAFTA-winning Foyle’s War;  altri suoi lavori TV sono Poirot e le acclamate miniserie Collision e Injustice.  Anthony Horowitz vive a Londra. http://www.anthonyhorowitz.com

Source: libro del recensore.

:: Il protocollo ombra, Kazuaki Takano (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2015
Il protocollo ombra copertina

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Ecco un libro che mi sarebbe piaciuto leggere, uscito purtroppo lo scorso giugno, periodo in cui ero occupata in altro. La fantascienza incontra il thriller d’azione, con un sottofondo filosofico/morale che da spessore al tutto. Kazuaki Takano, giapponese, classe 1964, sembra un autore da tenere d’occhio. Ora vi lascio alla recensione di Elena Romanello. Buona lettura! 

Iraq, oggi, durante una guerra che dura da troppi anni ed è realissima: Jonathan Yaeger, membro delle forze speciali, con sulle spalle il dramma del suo bambino che sta morendo a sei anni per una malattia genetica per cui non esistono cure, accetta una missione nella giungla del Congo, altro luogo caldo del pianeta ma spesso dimenticato dai mass media, con altri uomini per annientare una non meglio identificata minaccia. Nello stesso tempo, in Giappone, Kento Koga, giovane scienziato e studioso, riceve un messaggio postumo del padre appena morto, che lo mette sulle tracce della chiave per una cura prodigiosa per una rara malattia, ma anche della scoperta che al mondo è nato qualcuno di più evoluto degli esseri umani. Infatti, in Congo Yaeger scoprirà che chi deve eliminare è un bimbo di tre anni, Akili, portatore di una mutazione in avanti che lo rende intelligentissimo e per questo temibile da chi non vuole rinunciare allo status quo. E Akili forse non è l’unico di questa nuova stirpe…
Un libro ricco di elementi questo romanzo di Kazuaki Takano, sceneggiatore cinematografico e grande cultore di narrativa e fumetti: qualcuno rievoca Michael Chrichton per un intreccio fantascientifico, di fantascienza basata sulla realtà di tutti i giorni e che parte comunque da dati scientifici, visto che è emerso dagli studi che l’homo sapiens, a cui appartengono gli esseri umani di oggi, era solo una delle tante specie di scimmie antropomorfe e che le altre sparirono per una selezione non sempre indolore, mentre non è da escludere che ci saranno nuove evoluzioni. Tra le righe, non mancano riflessioni sulle efferratezze di cui sono responsabili gli homo sapiens oggi, non ultime la guerra in Iraq, da sempre contestata in Giappone, e certe cose di cui si parla meno accadute appunto in zone come quella del Congo.
Il protocollo ombra però è innanzitutto una lettura piacevole, tra complotti governativi, ricerca della verità, importanza della scienza, voglia di saper capire i cambiamenti senza temerli e di accettare chi è diverso perché forse alla lunga può salvarci. Con atmosfere che, oltre che i romanzi di Chrichton e Glenn Cooper, possono ricordare anche serie tv come X-Files e Fringe, con al centro di tutto un interrogativo sul genere umano, se meriti davvero la salvezza oppure no. Un libro che rivela comunque un nuovo talento letterario nei generi d’azione e fantastico, proveniente da un mondo famoso per altre forme di creatività legate a questo, soprattutto nei fumetti e nell’animazione. Traduzione dall’inglese di Vito Ogro.

Kazuaki Takano, classe 1964, è uno sceneggiatore cinematografico. Il protocollo ombra è il romanzo che l’ha consacrato a livello internazionale come erede di Michael Crichton.

Source: libro del recensore.

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:: La legge di natura, Kari Hotakainen (Iperborea, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 ottobre 2015
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Sarò banale e, sicuramente, andrò anche contro ogni stilema tipico delle seriose recensioni letterarie di una volta, quelle da carta stampata che un po’ ci mancano e un po’ si scimmiottano, ma io questo libro l’ho scelto. Sì, non mi è capitato per caso, l’ho proprio scelto tra gli altri.

Mi è capitato di vederlo, così, quasi per sbaglio, questo sì, e la copertina mi è piaciuta da subito. Vivida, ironica e delicata, riassume appieno la storia di cui parliamo oggi. Pure il titolo. Anzi, soprattutto il titolo. Mi ha fatto pensare ad un trattato filosofico stemperato da un’inaspettata leggerezza, che poi ho scoperto essere.

Chiariamoci: di letteratura nordica ne sapevo (o meglio, ne so) meno di niente, potete dare per scontato che ignorassi l’esistenza di Kari Hotakainen, affermato scrittore finlandese, fino a poco più di due mesi fa. Con mia grande sorpresa, si tratta proprio di un romanza su quella meraviglia di caratteristiche stridenti nella loro armonia, qual è la commedia umana: a tratti bizzarra, a tratti spaventosa, divertente e commovente, strabiliante e semplicemente meravigliosa. Per non parlare poi della veste grafica: penso di aver sviluppato una sorta di assuefazione da libri della Iperborea editrice al momento.

Così ci troviamo davanti alla vita piegata in due da un incidente stradale del sessantenne Jussi Rautala: vedovo, con alle spalle (ma neanche troppo) un’esistenza dedita ad evadere le tasse grazie al suo bel lavoro di imprenditore benestante. Particolare che non va omesso: è lo stesso imprenditore che, come molti, vorrebbe ridare la Finlandia ai finlandesi. Vi ricorda qualcuno?

C’è sua figlia Mira, tutto il suo opposto: fervente ecologista ed attivista politica, che rimprovera e schernisce il padre per il suo modo di essere e finisce, anche lei, a sognare e a immaginare un Paese che ancora non esiste.

Sullo sfondo, quasi a fare da memento, ci sono i “vecchi” di Rautala, i suoi genitori: chiusi nella loro casa e nella loro età andata, aspettano le visite del figlio e vivono così, ignari di ciò che succede là fuori, rocce che non conoscono alcun cambiamento.

Poi arriva Badu, nato in Sierra Leone si ritrova catapultato nella fredda Finlandia, Paese dell’uomo che lo ha adottato a distanza. Chi? Il nostro imprenditore che ora immaginiamo sanguinante in macchina, ovvio! Chi se non lui, Rautala in persona. L’ossessione causatagli dal dolore della perdita della moglie lo aveva – a ragione – fatto distogliere da un’altra tremenda ossessione: quella per i soldi. Così aveva adottato un ragazzino lontano. A distanza. Di chilometri.

Quella volta, anni fa, la crisi si era risolta in qualcosa di positivo, per lui e per Badu. Oggi, invece? Quale cambiamento potrà, finalmente nascere dalla crisi economica (scandinava, europea, mondiale)?

Ne La legge di natura Hotakainen vuole tramandarci proprio questo. Insieme ad un pizzico pepato di ironia e un abbraccio speranzoso e caldo che poco si addice al clima scandinavo, ma esiste, eccome se esiste.

Vi lascio con una citazione dall’incipit:

Non guardarti, guarda il cielo. L’uomo indossava una giacca arancione e un casco rosso. Disse di essere un paramedico e raccomandò a Rautala di stare calmo, pur sapendo quanto fosse difficile in quell’ammasso di lamiere insanguinate. Basta non guardare le ossa che ti spuntano fuori ma tenere gli occhi fissi al cielo, attraverso il parabrezza frantumato, e rimarrai cosciente. Rautala provò a cercare il nome dell’uomo sulla giacca. Non lo trovò, si ricordò del cielo. Era terso e senza uccelli, poco prima brillava il sole. Ricordò i raggi del mattino, quando aveva avviato il motore per andare dai suoi vecchi che abitavano a un centinaio di chilometri da lì. L’uomo gli si fece più vicino dicendo che per tirarlo fuori occorrevano attrezzi speciali, ci sarebbe voluto ancora un po’. Gli avrebbe dato subito un analgesico. Rautala annuì e fece quello che gli era stato appena proibito: si guardò. Le ossa se n’erano andate per proprio conto, si erano aperte un varco nella carne verso la libertà e avevano bucato anche la giacca a vento, da cui ora spuntavano come da un taglio d’arrosto. I jeans neri erano un grumo rosso. Gli crollò la testa sul volante. Perse i sensi. A un tratto sussultò per un rumore violento, metallico: era forse qualche grosso attrezzo?

Traduzione di: Nicola Rainò Postfazione di: N. Rainò.

Kari Hotakainen, classe 1957, dal 1982 sulla scena letteraria finlandese. Subito dopo viene conosciuto a livello internazionale. Si tratta di uno dei più originali scrittori finlandesi, maestro nel leggere tra le righe della contemporaneità attraverso piccole storie di follia quotidiana. Dopo le prime tre raccolte di poesie si è dedicato alla narrativa, raggiungendo il successo internazionale con Colpi al cuore (2006) e ottenendo con Via della Trincea (2009) il Premio Finlandia e Il Premio del Consiglio Nordico. In Italia tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Iperborea.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

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