Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: I misteri di Chalk Hill, Susanne Goga (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

18 novembre 2015
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Charlotte, giovane istitutrice tedesca dell’Ottocento, è in fuga da una storia d’amore iniziata in un posto di lavoro e finita male e decide di trasferirsi in Gran Bretagna, trovando un impiego in un castello sulle colline del Surrey dove si occuperà della piccola Emily, toccata dalla recente e tragica morte della mamma.
Giunta nell’affascinante ma sinistra dimora, Charlotte percepisce subito che Emily ha non pochi problemi e si ostina a dire che la madre le appare spesso. Aiutata da Thomas Ashdown, giornalista e esperto di occultismo, Charlotte scoprirà una verità molto inquietante e incredibile, che sconvolgerà la sua vita.
Non è nuova la fascinazione che i tedeschi sentono per la Gran Bretagna, e negli ultimi anni, complici anche gli adattamenti teutonici di romanzi britannici, la cosa semmai è cresciuta. D’altro canto l’Inghilterra vittoriana è un luogo archetipo di narrazioni, amato praticamente in tutto il mondo, per atmosfere, intrecci, leggende metropolitane, misteri, tutte cose che si ritrovano nelle pagine del libro.
Susanne Goga ama molto il mondo vittoriano, conosce senz’altro bene la letteratura dell’epoca, Jane Eyre in testa, che fa da modello alla storia, ma anche Conan Doyle e Dickens, ma anche la Storia, la società, le atmosfere e le curiosità, come l’importanza dello studio dei fenomeni psichici e paranormali con un approccio scientifico e positivista, lo stesso che mosse tra gli altri in Italia anche Cesare Lombroso. Tutto questo traspare dalle pagine de I misteri di Chalk Hill, che avvincono, con una conclusione che ovviamente non va anticipata ma che è abbastanza un discreto colpo di scena, anche se, per i lettori più smaliziati, era anticipata già da un po’.
Detto questo, il libro non è molto originale, riprende schemi, personaggi, archetipi, qualche stereotipo, ed è un po’ prevedibile, soprattutto per chi è cresciuto e vive a pane e Inghilterra vittoriana, che è poi il pubblico di questo tipo di romanzi. Ma se si vuole leggere un qualcosa che immerge in luoghi e tempi amati, il libro accontenta e soddisfa, ricostruendo un mondo che piace ancora oggi, a distanza di un secolo e mezzo. E per fortuna il romanzo non scade nel rosa, ma rimane sempre ben sospeso tra il gotico, una sorta di indagine alla X-Files ante litteram, e il romanzo di ambientazione storica, in un microcosmo inquietante di un castello in cui alla fine ci si sente sempre stimolati, spaventati ma anche rassicurati.

Susanne Goga è nata nel 1967 in Germania, a Mönchengladbach, dove vive con la sua famiglia. Dopo una lunga esperienza come traduttrice letteraria, è diventata un’affermata autrice di gialli e romanzi storico-sentimentali. Ama molto la Gran Bretagna e alla fine del libro c’è una piccola guida per vedere dal vero alcuni posti descritti.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: I pesci non hanno gambe, Jón Kalman Stefánsson, (Iperborea, 2015), a cura di Viviana Filippini

16 novembre 2015
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I pesci non hanno gambe e questo lo sappiamo tutti, ma la stessa frase è il titolo del libro dello scrittore Jón Kalman Stefánsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Nelle pagine del romanzo emerge tutto il fascino delle grandi terre islandesi e del mondo della cittadina di Keflavik, dove si sviluppa la trama narrativa, in un equilibrato gioco alternato di passato e presente. La voce narrante (un amico del protagonista) ci porta dentro alla storia che ha al centro Ari, un poeta di vocazione diventato, nel corso degli anni, un editore di fama internazionale. Non si capisce cosa o chi abbia scosso nel profondo l’animo di Ari, ma lui ad un certo punto scapperà in Danimarca, abbandonando la moglie e i figli. Qui riceverà una lettera del padre, le cui parole potrebbe portare Ari a tornare nella terra nera di Keflavik. Dalle vicende di questo singolo uomo prende il via un viaggio a ritroso nel tempo che condurrà il lettore a scoprire, da un lato, la storia familiare di Ari e, dall’altro, ad avere un quadro sul mondo islandese nel corso dei secoli. Come Ari, anche sua nonna Margrét, un secolo prima di lui, abbandonò il Canada e tornò a Keflavik, sposando l’uomo che aveva scelto fin dalla sua prima infanzia ma, poco dopo il matrimonio, la donna si accorse che la sua vita sarebbe stata caratterizzata da una profonda solitudine, perché il marito pescatore l’avrebbe lasciata spesso sola per lavorare. Da questo piccolo cosmo si tratteggia una Keflavik dove gli abitanti del passato – e anche quelli del presente- vivevano principalmente di pesca. Nel villaggio, diventato cittadina, ogni giorno è uguale a se stesso, chi non esce in mare a pescare, lavora nelle industrie che puliscono e fanno essiccare il pesce mettendolo su appositi tralicci, seguendo un ciclo continuo che rende la vita monotona e ripetitiva. L’unico elemento che portò a Kelfavik un momento di spumeggiante vitalità, ma anche molti dubbi e perplessità, fu l’arrivo degli americani che, in mezzo a quelle dure rocce di basalto, costruirono un aeroporto, un fatto che a noi potrebbe sembrare cosa da poco, ma che per la cittadina segnò un vero cambiamento. Ari e i suoi amici entrarono in contatto con realtà, mode usi e costumi del tutto nuovi. Coca-cola, caramelle gommose, cibi in scatola, jeans e musica, come quella dei Pink Floyd e Beatles, divennero dei veri e proprio oggetti da collezione, per i quali i giovani del paese erano pronti a tutto per averli, pure a mettersi nei guai. Tutto questo accade in un mondo affascinante e allo stesso tempo brullo, dove chi legge ha la sensazione di essere vicino, emotivamente e fisicamente, ai personaggi protagonisti. I pesci non hanno gambe è il primo capitolo di una saga che ha al cuore dell’intreccio Ari, la sua famiglia e il territorio islandese caratterizzato dal quel senso di deserta solitudine che, al posto di tranquillizzare, inquieta gli animi di chi vi è nato e vissuto. Onnipresente è il mare, quella massa blu che a volte dona e a volte toglie, nella quale i pesci, che non hanno le gambe, nuotano seguendo o opponendosi alle correnti delle acque. Ne I pesci non hanno gambe di Stefánsson il protagonista non è solo, ma è circondato da più voci, che creano un vero e proprio coro di storie, testimonianze, sentimenti, paure,emozioni e desideri di riscatto umano che spingono tutti i personaggi, proprio come i pesci del titolo, ad affrontare – spesso controcorrente – le insidie che la vita riserva. Traduzione Silvia Cosimini.

Jón Kalman Stefánsson (Reykjavík, 1963), ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. I suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e pubblicati dalle più importanti case editrici europee. Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. Paradiso e inferno, primo volume della sua trilogia, è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Iperborea.

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:: “Amore obliquo” di Maria Teresa Casella (Streetlib, 2015), a cura di Irma Loredana Galgano

15 novembre 2015
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Maria Teresa Casella ripropone in versione digitale Amore obliquo (Streetlib, 2015), già edito nel 2011 con EmmaBooks.
Amore obliquo della Casella è un libro che va letto domandandosi «che cos’è in fondo la pazzia?».
Pazzo è colui che non riesce a mantenere comportamenti “normali” o chi invece riesce a celare alla perfezione la sua follia dietro la maschera della normalità?

«Se provò un’emozione, le rimase intrappolata nella mente. Scambiai la sua passività per inesperienza. L’indifferenza per timore. La freddezza per infelicità.»

Pirandello, il quale ha cercato di indagare a lungo i comportamenti degli uomini e la mente umana, era giunto alla conclusione che per liberarsi dei “mali del mondo” l’uomo non avesse che due possibilità: il suicidio o la follia. Per Linda, protagonista del libro di Maria Teresa Casella, le due alternative si mescolano e si fondono fino a quando non si realizza che è necessaria una distinzione ulteriore tra suicidio fisico, che verrà poi, e suicidio mentale, alienazione volontaria che potrà anche sembrare simile o uguale alla follia ma non lo è. La vera follia è di coloro che hanno coscienza di ciò che accade e fingono di non vederlo, per ipocrisia, per comodità. Linda ha “scelto” la sua schizofrenia. Il suo essere borderline equivale a un suicidio mentale che in un primo momento le appare la soluzione ideale. Linda è crudele, è malata, deviata ma è al contempo una vittima, di se stessa e degli altri.

«Qui, rinchiuso, le emozioni sono stilettate. Ognuna è un dolore che ti fa sentire vivo, ma questa non è vita. La mia vita era con Linda. Lei diventò parte di me dal primo istante in cui la vidi. Adesso, prigioniero, capisco meglio la sua prigionia. Queste catene che stringono e costringono, reali o immaginarie restano catene.»

Umberto Capasso, giornalista per metà scrittore, come lui stesso si definisce, diventa vittima di un’ossessione che tarda a intendere non essere la sua. Crede di aiutare chi in realtà lo sta usando e cerca di salvare chi tenta di incastrarlo. Vive il suo amore obliquo con «la ragazza storta» con la medesima predestinata incosapevolezza con cui assiste e indaga i crimini efferati in cui resta, suo malgrado, coinvolto.

«No, non posso cosegnare ad altri il suo mistero. Non la do a nessuno questa agenda. Solo io posso capire, intuire, risolvere. Anche queste pagine bianche, ad esempio, raccontano qualcosa di lei: c’è la sua vita pure qui, in questi bordi bruciacchiati, in questi fori lasciati dalla punta della penna. Queste pagine non sono vuote: queste pagine sono il vuoto.»

Umberto, pur muovendosi nel caos mentale più totale, ha sempre avvertito la profonda sensazione di dover salvare Linda, l’errore è consistito nell’aver creduto che se fosse riuscito a salvarla da se stessa avrebbe risolto ogni problema. E così, ancora una volta Linda, nel totale isolamento mentale nel quale sopravvive, sceglie di agire da sola, decide per tutti perché convinta che altro non le resta da fare.

«Mi fermai a pensare proprio lì, in quella confusione. Spintonato dalla mischia. Frastornato dalla musica, dalle luci di una notte piena di vita. Da gente che voleva divertirsi, e ci riusciva. Io non ero come loro, non più. Non ridevo come loro, con quel gusto.»

Amore obliquo di Maria Teresa Casella è un libro intenso, a modo suo ribelle, come Linda e la sua storia, la «la ragazza storta» e la sua mente, come Umberto e il suo amore distorto, perché è un sentimento, obliquo.

Maria Teresa Casella, meglio nota al pubblico come Theresa Melville, dal 1996 scrive romance storici editi da Mondadori, pubblicando ad oggi ventinove titoli. L’ultimo uscito, nell’agosto del 2012, è Notte di Speranza, il secondo libro della trilogia dei Tourangeau. Dal 2008 si dedica in parallelo a un genere narrativo decisamente diverso, il noir.
Nel 2010 escono due suoi racconti in altrettante antologie: il racconto Progetti per il futuro in Eros&Thanatos (Supergiallo Mondadori) e Aspetta in Racconti erotici per un anno, Delos Book. L’Amore obliquo è il suo primo romanzo noir, una storia estrema, la cruda analisi di una passione torbida e struggente. Sito: www.theresamelville.it

Source: ebook del recensore.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Lontano, Jean-Christophe Grangé (Albin Michel, 2015)

14 novembre 2015

grangéNon è facile scrivere questa recensione. Più che per una difficoltà oggettiva, (il libro è lungo quasi 800 pagine, è di per sè complesso, e l’ho letto in lingua originale, per cui alcune parti è molto probabile che non le abbia comprese perfettamente), non è facile perchè Lontano di Jean-Christophe Grangé l’ho finito di leggere ieri poche ore prima che la televisone mi comunicasse i fatti terroristici di cui Parigi è stata vittima. Mi dispiace funestare questa recensione con questa premessa ma è giusto che sappiate lo spirito con cui la scrivo. La televisione parla di guerra, altri morti, altra sofferenza e parlare di libri è la mia forma di resistenza. Ho ricevuto Lontano dall’editore francese Albin Michel, non è ancora uscito in Italia, penso uscirà sempre per Garzanti la prossima primavera, probabilmente in questo momento stesso c’è un traduttore al lavoro su queste pagine. Lontano è un thriller che prevede un seguito, non tutte le parti saranno chiarite, ci sarà una seconda parte che uscirà presumibilmente in Francia questa primavera. In tutto qualcosa come 1600 pagine, l’opera più ambiziosa e complessa di Grangé. Non sono un recensore imparziale, da I fiumi di porpora ho seguito questo autore anomalo con grande interesse. Amo il suo stile, il suo toccare temi seri inserendoli in trame ricche di suspense, colpi di scena e un tocco di fantascienza, e fantapolitica, con uno sguardo al sociale frutto del suo passato di giornalista. Lui sì che ha molto viaggiato e visto molte parti del mondo, anche difficili, terreni di guerra, di scontri economici. Grangé è uno che sa, e è uno che sa scrivere le cose in modo che la gente abbia voglia di leggerle. Pensiamo all’ Africa, ai danni del colonialismo, al razzismo, alle lotte finanziarie per l’accaparramento delle materie prime. Materie da studiarsi all’università direte voi. Nei suoi romanzi invece chiunque può confrontarsi con queste tematiche anche se l’autore continua a sostenere che scrive romanzi di evasione, per intrattenere i suoi lettori non educarli. Lontano resta un thriller non è un saggio socioeconomico, ha soluzioni narrative atte a creare suspense, inserisce rivelazioni drammatiche, cambi di prosepettiva e derive scientifiche che appunto potremmo definire fantascienza. Pensiamo all’eugenica di I fiumi di porpora, o agli studi sul cervello e sulla memoria de L’impero dei lupi. Un fondo di verità scientifica su una struttura narrativa fatta di pura fiction. Questo è lo stile di Grangé. Lontano ha per protagonista un clan familiare, i Morvan. E lo sviluppo dei personaggi del partriarca Gregoire e dei figli Erwan, Loic e Gaelle è il punto di forza del romanzo, la parte dove si vede l’autore ha profuso più cure. Gregoire Morvan è un uomo di Stato, un uomo che conosce i retroscena di una Repubblica piena di luci e di ombre. Un uomo che ha sempre svolto il lavoro sporco per una sua idea di onestà e coerenza. Erwan il maggiore è quello che più gli somiglia ma ha altre idee, fa parte di un’ altra generazione. Loic e Gaelle sono i due figli più fragili, più tormentati, più problematici con le loro storie di droga lui e prostituzione lei. Una famiglia insomma problematica, che sì rappresenta i buoni ma non è priva di ombre, soprattutto Gregoire Morvan. La storia prende il via partendo da un’ indagine. Un giovane pilota viene ucciso per un apparente caso di nonnismo durante un’ esercitazione in Bretagna, nei dintorni di Brest, paese d’origine della famiglia Morvan. Erwan è certo che ci sia invece in azione un serial killer, misteriosamente legato a un’altro serial killer di cui si occupò suo padre quanrant’anni prima, l’Homme-clou. Padre e figlio dovranno allearsi per fare luce su questa faccenda che unirà Francia e Africa, pratiche tribali, e strani esperimenti medici. Un colpo di scena finale ci accompagnerà verso la seconda parte, in cui forse, avremo tutte le risposte. Forse. Avviso che ci sono alcune parti molto crude e cruente. Non per tutti.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: Diario di Vlad, aspirante vampiro, Fabrizio Casa, (Rizzoli 2015), a cura di Viviana Filippini

12 novembre 2015
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Vlad è il ragazzino di Diario di Vlad, aspirante vampiro, di Fabrizio Casa edito da Rizzoli. Però, e c’è un però, Vald non è come gli altri ragazzini. Lui è orfano, vive con genitori adottivi, è un asso nella matemagika e ha capito di non essere come gli altri. Vlad sa di essere un vampiro. Questo non gli impedirà di vivere mirabolanti avventure con i suoi compagni di classe e di affrontare con coraggio i soliti bulletti pronti a fare i guastafeste. Vlad è simpatico, a volte scapestrato, ma in lui ci sono tante qualità come la passione per l’enigmistica, per i giochi di parole. Il nostro amichetto dai canini a punta è spensierato come tutti i ragazzi della sua età: ascolta musica, legge fumetti e nelle parole dove compare il “ch” mette la “K”. Allo stesso tempo Vlad dimostra di essere anche maturo e responsabile, quando prende posizione contro i prepotenti di turno o cerca il suo amico Tariq misteriosamente scomparso. A rendere il libro coinvolgente ci sono le illustrazioni di Tuono Pettinato che, con il rosso e il nero, riesce a far entrare ogni lettore nella vita del simpatico e geniale Vlad. Diario di Vlad, aspirante vampiro di Fabrizio Cosa è una storia per bambini dai 10 anni in su, ma allo stesso tempo credo possa essere visto come un romanzo di formazione, perché il piccolo protagonista sta diventando grande cercando di comprendere al meglio la sua natura e le conseguenze che da essa derivano. Vlad vive la sua diversità rendendosi conto che alcuni suoi comportamenti riesce a comprenderli solo lui e i tormenti che lo animano possono essere visti come tutti i travagli provati dagli adolescenti alla ricerca di se stessi. Dolori necessari per comprendere il proprio io, nella speranza che anche gli altri che lo circondano, lo accettino per quello che è.

Fabrizio Casa è autore di trasmissioni TV, ideatore di giochi da tavolo, cura la rubrica RAGAZZI di RAITelevideo (pag. 586), organizza per il Consiglio Nazionale delle Ricerche Scienziati e studenti un concorso di video divulgativi premiati al Festival della Scienza di Genova. Ha pubblicato il fantasy Le metamorfosi di Ghinta (Fanucci 2001), il romanzo per adolescenti Batte forte il cuore(Sinnos 2007). Ha tradotto e adattato Il richiamo della forestaZanna biancaIl giro del mondo in 80 giorniRobinson Crusoe (Biancoenero 2008). Pioggia sporca (Sinnos 2011) è stato adottato come testo di lettura da oltre 500 studenti delle scuole medie e superiori

Tuono Pettinato è lo pseudonimo di Andrea Paggiaro, fumettista e illustratore italiano. Inizia a pubblicare fumetti autoprodotti durante la frequentazione del DAMS nel corso della prima metà degli anni duemila. Dal 2005 collabora con la casa editrice Campanila, illustrando vari libri per l’infanzia. Ha realizzato le biografie a fumetti di Galileo Galilei, Giuseppe Garibaldi e del matematico inglese Alan Turing. Insieme ai fumettisti Ratigher, LRNZ, Dr. Pira e Maicol & Mirco ha creato il collettivo Super Amici, con cui ha pubblicato le riviste Hobby Comics e Pic Nic. Il gruppo cambia nome nel 2013, diventando Fratelli del cielo, e l’anno successivo LRNZ si allontana per dedicarsi ai propri lavori. Dal 2013 collabora con il sito Fumettologica, per cui cura la rubrica Tippy Tuesday. Nel 2014 è stato premiato come “Miglior Autore Unico” a Lucca Comics & Games. Ha inoltre collaborato con le riviste XL, Animals e Linus.

Source: libro del recensore, richiesto all’editore.

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:: Il miniaturista, Jessie Burton (Bompiani, 2015) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2015
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La giovanissima Petronella, detta Nella, ha poca scelta nell’Olanda opulenta di fine Seicento: deve sposarsi per garantire a se stessa un futuro, e la scelta cade sul maturo e ricco Johannes Brandt. La ragazza si trasferisce ad Amsterdam, e si scontra con un marito che la trascura, senza maltrattarla, ma non si avvicina a lei per nessun motivo, e con una cognata, Marin, che non le manifesta certo amicizia e che ha non pochi segreti da nascondere, segreti che potrebbero esserle fatali.
Il dono che riceve Nella da Johannes è una casa di bambola in miniatura, a cui si aggiungeranno man mano degli omaggi da parte di un misterioso artista, forse una donna, che raccontano aspetti sempre più segreti di una famiglia a cui la giovane si trova legata, in uno dei Paesi in cui si stava all’epoca comunque meglio, ma dove c’erano leggi anche terribili che discriminavano chi non era ligio ad una certa morale.
Avvicinandosi a questo libro, viene spontaneo pensare ad un altro celebre romanzo storico sull’Olanda di quel tempo, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier: anche Il miniaturista è una storia al femminile, basata su un’opera d’arte che esiste veramente ad Amsterdam, la casa in miniatura con bambole di una gentildonna dell’epoca. Infatti fu nella capitale olandese, centro nevralgico dell’arricchimento con i commerci verso il Nuovo Mondo, che prese il via un artigianato artistico che poi è durato fino all’epoca vittoriana, con qualche appendice oggi con prodotti rifatti su modelli antichi.
Il miniaturista esplora i segreti nascosti dietro le case di Amsterdam, quelle stesse case che oggi incantano abitanti e turisti, simbolo di una ricchezza antica ma anche testimoni di segreti inconfessabili. Nelle pagine del libro si parla alla fine di discriminazioni verso i diversi, le donne, gli omosessuali, gli abitanti delle colonie africane e americane, rinchiuse in casa senza voce, non considerati, costretti a nascondersi pena la morte. Un libro su una storia di ieri che è ancora l’oggi in certi Paesi, certo non più in Olanda, Paese visto da molti oggi come all’avanguardia per i diritti civili, con l’eredità di un passato che nacque nell’epoca in cui è ambientato il romanzo, come case, arte, cultura, ricchezza.
Il miniaturista piacerà ai cultori del romanzo storico al femminile con elementi sociologici, non è una favoletta improbabile sullo sfondo di un’epoca passata, ma una storia basata su fatti veri, un dramma che si consuma tra palazzi e canali, una testimonianza di un mondo comunque capace di affascinare, visto in aspetti quotidiani, meno noti, di vita in casa e sul lavoro. Nella, eroina dolente e figlia del suo tempo, e gli altri protagonisti delle pagine del romanzo, sanno conquistare con le loro vicende, dietro alla costruzione di questa casa in miniatura, un universo parallelo a quello reale, inquietante e affascinante. Per chi cerca storie interessanti, e per chi ama Amsterdam oggi, con i suoi misteri, i suoi tesori e la sua libertà.

Jessie Burton ha studiato all’Università di Oxford e alla Central School of Speech and Drama, dove ha interpretato ruoli in classici del teatro come Othello e Macbeth. Il miniaturista è il suo romanzo d’esordio, che l’ha portata a documentarsi su Amsterdam nel cosiddetto Secolo d’Oro, il Seicento.

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:: Dimmi che credi al destino, Luca Bianchini, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

4 novembre 2015
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Ornella è fuggita da un passato doloroso e burrascoso e da un amore distruttivo, legato alla dipendenza da droga, andando a fare la libraia a Londra, dove ha trovato nuove amicizie e un nuovo inizio. Ma la crisi economica sta minacciando la sua Italian Bookshop, luogo molto amato da londinesi veraci e non, e Ornella chiamerà in suo aiuto Patti, amica di sempre di Milano, con nuove idee per salvarla. Ma dall’Italia arriverà anche un ultimo richiamo di aiuto da parte di qualcuno che Ornella non ha mai dimenticato, con cui deve chiudere i conti prima di iniziare veramente una nuova vita.
Un libro interessante e insolito, questo di Luca Bianchini, con dentro tanti elementi: dalla trama potrebbe sembrare l’ennesimo chick lit, ma in realtà ha vari livelli di lettura e varie tematiche, e i sentimenti sono protagonisti ma per fortuna in maniera realistica e non melensa.
Londra è la grande protagonista del libro, una città icona di tanto immaginario e simbolo di libertà e riscatto, ma anche non facile da vivere, che qui viene riletta in chiave romantica, una visione non poi così comune, con il suo cielo capace di far innamorare.
La vicenda della libreria è ispirata da una vera libreria presente nella capitale britannica, di cui Luca Bianchini si è innamorato durante i suoi viaggi, e che ha attraversato un brutto periodo, anche se Oltremanica le librerie stanno vivendo una nuova giovinezza.
Ornella è un personaggio insolito, un’eroina non certo giovane, con alle spalle il dramma della tossicodipendenza (problema sociale per decenni di cui oggi non si parla più), capace di reinventarsi ma anche di salutare per un’ultima volta chi ha amato malgrado tutto e che se ne sta andando.
Amicizia, amori, nuovi inizi, nuove possibilità, speranza: Dimmi che credi al destino racconta tutto questo, partendo dai bilanci che si fanno dopo gli anta, comunque sia andata la vita, qualunque esperienza si sia avuta, qualsiasi dramma si sia vissuto, qualsiasi gioia si abbia incontrato. Una storia che dà speranza, che aiuta a credere nelle nuove possibilità, anche quando si è stati talmente al buio da non vedere più niente, e che fa capire come passato, presente e futuro siano legati e che non possano esistere l’uno senza l’altro. Scorrevole, piacevole, umoristico, ma capace anche di colpirti e di farti riflettere: perché c’è un po’ di Ornella in chiunque ami i libri e in chiunque insegua i suoi soldi, tra entusiasmo, amarezza, felicità e dolore.

Luca Bianchini, classe 1970, torinese, è scrittore e conduttore radiofonico. Nel suo passato ci sono trent’anni di residenza a Nichelino, cittadina operaia per antonomasia, un periodo a Londra, luogo che ama molto, una collaborazione con Bolaffi e la cura di campagne pubblicitarie per FIAT, Tim, Ferrero e Suzuki.

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:: La somma delle nostre follie, Shih-Li Kow (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 novembre 2015
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Lubak Sayong è un mondo a tratti surreale, posizionato nella penisola di Perak, in Malesia. In esso si mescolano vite e personaggi diversi, come sono differenti le storie protagoniste narrate nel romanzo La somma delle nostre follie della scrittrice Shih-Li Kow, edito in Italia da Metropoli d’Asia. L’universo umano raccontato dalla Kow è un misto di realtà e stramberie, perché i diversi personaggi si trovano catapultati in situazioni e ambienti che hanno sì tratti reali ma, spesso, le condizioni nelle quali i vari protagonisti si trovano sembrano essere fuori dalla norma. Tra le diverse voci compaiono quella di Auyong, un ex direttore di supermercato che accetta il trasferimento a Kuala Lumpur per fare il dirigente di un’azienda che produce litchi in scatola. Accanto a lui ci sono altri comprimari bizzarri come Mami Beevi, una donna anziana che ha perso tutto (compreso il suo enorme pesce preferito) a causa di una tremenda alluvione, e questo non le ha impedito di trasferirsi in una nuova casa – enorme- che trasformerà in una sorta di albergo per turisti. Nelle loro vite, in modo inaspettato, arriverà Mary Anne, un’adolescente miracolosamente scampata ad un tremendo incidente, nel quale hanno perso la vita la sorellastra di Beevi e il marito. La ragazzina era appena stata adottata dalla coppia che l’aveva prelevata dalla Casa per Fanciulle St. Mary, un orfanotrofio dove tutte le ragazzine ospitate hanno nel nome Mary. A dirigerlo suor Tan, una religiosa molto truccata e con abiti appariscenti. Per quanto riguarda l’originalità non sono da meno i tipi umani dell’espansivo transessuale Miss Boonsidik che lavora per Mami Beevi;oppure c’è Ismet, un interessante mastro vasaio; e che dire degli assurdi turisti stranieri giunti in Malesia alla ricerca di forti emozioni. Poi ci sono misteriosi ed enormi pesci assassini che non si fermano davanti a niente e nessuno, fagocitando tutto quello che trovano sulla loro strada. Questo gruppo di esseri viventi si ritrova a Perak, la località sviluppatasi in un avvallamento chiuso tra un fiume e una montagna, e qui si intrecciano, tassello dopo tassello, situazioni e rapporti umani dove l’iniziale diffidenza lascerà il posto a sentimenti e a nuovi legami affettivi. Il mondo descritto dalla Kow è composto da un’umanità messa a dura prova dal destino e dagli strani imprevisti della vita, ma ogni uomo e donna presenti ha un’innata energia interiore che li aiuterà a trovare la forza per essere combattivi. In queste pagine i diversi personaggi si incontrano e le loro esistenze sono un divenire in formazione, nel senso che tutte le relazioni presenti porteranno a dei cambiamenti nelle vite di Auyong, Mami Beevi, Mary Anne e di tutti gli altri comprimari della narrazione. Ogni vita continuerà a svilupparsi in modo stravagante, ma nonostante questo senso di follia imperante, ognuno dei protagonisti riuscirà, a volte in modo rocambolesco, a trovare il proprio equilibrio esistenziale. La somma delle nostre follie è un romanzo ironico, avvincete, curioso con situazioni inaspettate che ci mostrano le diverse sfumature, come quelle di un arcobaleno, che la vita può assumere. Traduzione Monica Martignoni.

Shih-Li Kow è nata a Kuala Lumpur nel 1968. È considerata uno dei nuovi talenti della letteratura malese. La sua raccolta di racconti Ripples and Other Stories (2008) è stata candidata a prestigiosi premi: il Commonwealth Writers’ Prize (nella categoria “Opera prima”) e il Frank O’ Connor Short Story Award. Attualmente vive a Kuala Lumpur. La somma delle nostre follie è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Il porto delle anime, Lars Kepler (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 novembre 2015
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Jasmin Pascal-Anderson è un soldato svedese in stanza in Kosovo quando viene quasi uccisa. Al suo risveglio scopre che due dei suoi uomini, a differenza di lei, non ce l’hanno fatta, così presa dal senso di colpa e dal dolore decide di ritirarsi dall’esercito, fare la segretaria e dedicarsi a Dante, il figlio che ha avuto da Mark, un suo commilitone.
Un giorno, mentre è a scuola con il figlio, il padre di una delle compagne di scuole di Dante muore di infarto nei corridoi della scuola, Jasmin inizia subito a dire delle frasi folli nell’orecchio del morto incitandolo a dirigersi verso un terminale e non verso il porto cinese. I soccorritori la prendono per folle e viene così rinchiusa in un ospedale psichiatrico, dove la convincono che il fantomatico porto cinese è solo nella sua testa, un sogno fatto in stato di premorte, ma che non esiste davvero.
Jasmin se ne convince e così riesce a essere dimessa, ma il padre di Dante vuole usare questo fatto per portarle via il figlio e richiedere la custodia del figlio.
Un giorno mentre Jasmin, Dante e la madre di Jasmin si stanno recando dal giudice per la custodia di Dante rimangono vittime di un incidente stradale. La madre di Jasmin muore sul colpo, Jasmin invece si ritrova nuovamente in uno stato di premorte e si ritrova nuovamente nel porto cinese.
Mentre aiutata da Ting si sta dirigendo verso il terminal dove le anime ritornano in vita è spettatrice di un’azione efferata, degli uomini stanno uccidendo un vecchio per convincere la nipotina di sei anni a donare a loro il suo pass per il ritorno in vita.
Jasmin rimane terrorizzata dal fatto e quando ritorna in vita e scopre che Dante deve essere operato, ma che per farlo devono prima fermargli il cuore, va in panico e decide così di farsi aiutare dalla sorella per fermare anche il suo cuore e poter stare al fianco del figlio in quello strano regno mentre lo guiderà al terminal.
Inizia così una corsa contro il tempo per salvare la propria vita e quella di Dante.
Un romanzo avvincente, appassionante, a volte inquietante, pieno di suspance e colpi di scena.
Molto diverso dai soliti romanzi a cui ci ha abituato Kepler, molto più simile a quelli di Glenn Cooper, trasmette un senso di angoscia e di ansia al lettore che deve a sua volta correre nella lettura perché rapito dal ritmo frenetico della narrazione, come se solo finendo il libro possa tornare anche lui nel mondo reale.
Un capolavoro che non fa rimpiangere i personaggi che abbiamo conosciuto negli altri romanzi e ci avvicina a nuovi personaggi, nuovi mondi e nuove trame.

Lars Kepler è lo pseudonimo con cui si firmano i coniugi Alexander Ahndoril, nato nel 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, nata nel 1966. Entrambi scrittori nel 2009 decidono di provare ad affrontare un romanzo giallo a quattro mani, nasce così L’ipnotista. Per evitare di mescolare le loro carriere da singoli con questo nuovo progetto decidono di usare lo pseudonimo Lars Kepler. Da allora ottengono un grandissimo successo, L’ipnotista viene richiesto per una trasposizione cinematografica. Nel 2010 pubblicano L’esecutore, nel 2011 La testimone del fuoco, nel 2012 L’uomo della sabbia, nel 2014 Nella mente dell’ipnotista, tutti con il commissario di polizia Joona Linna e l’ipnotista Erik Maria Bark, per poi nel 2015 pubblicare Il porto delle anime che si scosta completamente da tutti gli altri, con una nuova protagonista Jasmin Pascal-Anderson.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia, di Alan Hart, (Zambon, 2015)

1 novembre 2015
sion

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Sia io personalmente che il mio libro «Sionismo: il vero nemico degli ebrei»  siamo considerati una spina nel fianco del regime sionista e anche dei regimi arabi corrotti e repressivi. E c’è una ragione valida: il mio libro mette il dito su una piaga tanto profonda quanto marcia. Il fatto è che non si può raccontare la verità sul sionismo senza raccontare la verità sui regimi arabi.

Come spiegherò tra breve, la verità è che, nonostante la falsa retorica del contrario, i regimi arabi non hanno mai avuto alcuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina. E ciò aiuta a spiegare perché i regimi arabi sono da sempre complici dei sionisti nel volere sopprimere una verità storica molto scomoda. Stiamo parlando dei GOVERNI arabi, non dei popoli, che invece sono tutti dalla parte dei palestinesi.
[…]
Per la maggioranza degli ebrei oggi nel mondo, il titolo del mio libro — Zionism: the real enemy of the Jews (Sionismo: il vero nemico degli ebrei) — è molto scomodo, troppo scomodo, e alcuni si sentono profondamente offesi e oltraggiati da queste parole; eppure sono convinto che se fossero ancora vivi, oggi, i tanti oppositori ebrei al sionismo di quel periodo pre-olocausto, approverebbero la mia affermazione formulata nel titolo.
[…]
La verità storica è essenziale per dare ai cittadini il potere contrattuale necessario a mettere in moto la macchina democratica in favore della giustizia per i palestinesi e della pace per tutti noi.
Senza questo potere contrattuale basato sulla padronanza della verità storica, non esiste a mio avviso alcuna possibilità di ottenere la giustizia per i palestinesi – né la pace per tutti noi. E il cancro di questo conflitto alla fine ci consumerà, tutti.
art. tradotto: qui
art. originale: http://www.alanhart.net/essence-of-the-suppressed-truth/
Poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Isaia 2, 3-4 Bibbia di Gerusalemme

Quando ero bambina, negli anni ’70 del secolo scorso, Israele era per me la terra da cui arrivavano i pompelmi. E io amavo moltissimo i pompelmi. Immaginavo che fossero coltivati in modernissimi kibbutz, sorta di comunità hippie dove tutti erano uguali e dove tutto era in comune, da ragazzi un po’ più grandi di me in salopette di jeans e camicie a fiori. E pur non essendo ebrea sognavo di trascorrervi l’estate. Sapete come sono i bambini, o almeno come erano i bambini negli anni ’70. Sono stata educata pensando che al popolo ebraico era stato dato un deserto, e ne avevano fatto un giardino. Non ricordo né a casa né a scuola di aver mai sentito anche solo espressioni antisemite. Gli ebrei erano un popolo di gente intelligente, di scrittori, di poeti, di musicisti, di architetti, di contadini. Solo crescendo scoprii che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano subito la Shoah. Qualcuno aveva pensato che fosse giusto e utile ideare un piano per cancellarli dalla faccia della terra. E l’aveva attuato. Famiglie sterminate, persone nella loro singolarità e umanità, singole persone, donne, uomini, vecchi, bambini. Morti, uccisi in fabbriche chiamate campi di concentramento. Con l’obbiettivo che non se ne salvasse uno. Se Hitler avesse vinto, avrebbe portato avanti il suo progetto in tutto il resto del mondo. La soluzione finale. Interrogandomi sul perché, perché c’è sempre un perché, la ragione più sensata, nell’insesatezza del crimine, era per ragioni economiche. Ciò che interessava degli ebrei erano le loro ricchezze, togliergliele. Israele, lo stato di Israele era quindi una sorta di risarcimento, anzi qualcosa di più colpevole, era come se il consesso degli stati civili dicesse non abbiamo fatto niente per impedire la Shoah, o almeno non ci siamo riusciti, e ora con questo senso collettivo di colpa vi diamo uno stato, con denominazione giuridica, diritti legali sanciti da una costituzione, un esercito che vi consenta di difendervi e di combattere chi vi nega il diritto all’esistenza. Anche la religione cattolica ha uno stato, lo stato Vaticano, con sue leggi, suoi ordinamenti, sue ambasciate, sue banche, un suo patrimonio. Per chi conosce anche vagamente i rudimenti di diritto internazionale, sa che avere una identità giuridica è diverso che non averla, non dico che sia meglio o peggio, semplicemente è diverso, e lo sanno bene i palestinesi. (Pochi sanno che uno stato palestinese esiste, o per lo meno hanno solo una vaga idea di dove risieda). Il sionismo, un movimento politico laico piuttosto recente, se consideriamo l’antichissima storia ebraica, nasce con l’obbiettivo di dare al popolo ebraico uno stato. Ora è bene considerare che non tutti gli ebrei sono religiosi, e non tutti gli ebrei sono sionisti, e soprattutto il nazionalismo di guerre ne ha causate non poche tanto che alcuni rabbini ultraortodossi (e non) considerano lo stato di Israele contrario alle leggi di Dio. Ma ognuno ha diritto di formulare una sua idea in proposito, e rifuggo dal concetto che si debba avere paura a esprimerla, in qualsiasi sua forma. La paura è una cattiva consigliera e a mio avviso (ma questa è una considerazione puramente personale) il più grande nemico nel processo di pace attualmente in atto in Medio Oriente. E io fermamente credo che la pace in Medio Oriente è possibile. Che non finirà tutto in un gigantesco fungo nucleare. Se la pensate, anche parzialmente come me, troverete utile e fruttuosa la lettura di Il sionismo – il vero nemico degli ebrei, del giornalista indipendente britannico Alan Hart, di cui ho letto il primo vulume Il falso messia, tradotto e prefato da Diego Siragusa. Ce ne saranno altri due, di volumi, e forse testi successivi di approfondimento. (C’è tanta confusione in merito, che ben vengano le occasioni per fare chiarezza). Che siate sionisti o meno, che siate ebrei o meno, è utile conoscere il pensiero, anche quando fosse diverso dal vostro (in alcuni punti per esempio dissento dalle sue conclusioni), di gente così intellettualmente lucida e capace di formulare ipotesi, e con una storia personale così eccezionale come quella di Alan Hart. Se sfoglierete il volume avvertirete che lo scopo principale dell’autore è lo stesso di qualsiasi uomo di buona volontà, ovvero giungere a un processo di pace per la sicurezza delle nuove generazioni. Leggevo proprio ieri che Papa Francesco afferma che negare la legittimità dello stato di Israele è una forma di antisemitismo, Hart nega questo punto e condivide anche con molti intellettuali ebrei che proprio lo stato di Israele è la causa dell’esacerbarsi dell’antisemtismo mondiale con esiti e sviluppi imprevedibili che si augura non portino a una nuova Shoah. Solitamente le conclusioni si mettono alla fine, per coronare un discorso e renderlo più incisivo, almeno queste sono le regole della retorica, ma io ho preferito isolare il cuore del testo per darvi la possibiltà di percepire che se anche commette errori (nessuno è infallibile) l’onestà intellettuale a monte è serenamente evidente. Questa non è una recensione tecnica se vogliamo, ci sono altre sedi dove poter esaminare in modo più scientifico il testo, qui mi limito a farvi partecipi dei pensieri che mi sono sorti durante la lettura. Ci ho messo circa un mese a leggerlo, leggendone poche pagine ogni sera e vedendomi scorrere sotto gli occhi i nomi dei grandi della terra, molti dei quali Hart li ha conosciuti personalmente, istaurando anche legami di amicizia (il legame con Golda Meir, Madre Israele, ebrea laica e non credente, sionista, è molto commovente). Che dire ancora di più è un testo impegnativo, non da leggere a cuor leggero, anche doloroso, venato da una sorta di pessimismo fatalista. Tutto andrà male, sembra dire, ma io ho fatto di tutto perché così non fosse. Ecco su questo non siamo d’accordo. Ma io non ho vissuto in quei territori, non ho visto bambini palestinesi massacrati nelle rovine di ospedali distrutti. Il mio idealismo ha ben poco a che fare con la sua esperienza, tuttavia non ostante gli errori, le vere e proprie colpe, gli egoismi nazionali, le vendette, ritengo che ci sia ancora spazio per il dialogo ed è difficile che due uomini che si guardano negli occhi, e si scoprono più uguali di quanto sembrino, abbiano ancora voglia di uccidersi. Ma si sa la storia la fanno i potenti, e spesso si è educati a odiarsi senza manco conoscersi. Sì, forse un po’ di pessimismo me l’ha trasmesso. Ma è stato un confronto positivo. Molto positivo. Leggo in rete che esiste una sorta di aura nera intorno a questo libro (in lingua inglese sono già usciti tutti e tre i volumi), che i mezzi di comunicazione ufficiali radio, giornali, tv lo boicottano, o anche censurano. Solo la rete sembra dargli spazio. Ecco credo che questo sia un fatto grave, antidemocratico e inutile. Sarebbe meglio leggerlo, confrontarsi, anche confutare alcune tesi se non si è d’accordo. Io personalmente non mi sento una sacra depositaria della verità, commetto errori come tutti, ma ritengo che è più pericoloso sopprimere un’idea che in un dibattito pubblico dimostrare che questa è falsa. Ecco chiudo questa recensione con un augurio, e una speranza di potere intervistare Alan Hart e anche un erede politico e spirituale di Yitzhak Rabin. Sì, sarebbe davvero interessante, dopo tutto l’ignoranza è il più potente strumento di oppressione che esista. Non lo dimentichiamo.

Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica. Autore di una biografi a di Arafat e della trilogia “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”. Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: Non prendetevela con me. Io ci ho provato.” http://www.alanhart.net

Info: domenica 8 novembre 2015, ore 10-11, presentazione del libro al Pisa Book Festival, Palazzo de Congressi di Pisa, Ingresso Lungarno Buozzi. Interviene Diego Siragusa, traduttore e curatore dell’opera. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Zambon.

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:: Un terremoto a Borgo Propizio, Loredana Limone (Salani, 2015) a cura di Micol Borzatta

1 novembre 2015
miv

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Borgo Propizio è rinato a nuova vita. Il Castelluccio è stato restaurato, le case del contado sono state ridipinte, la piazza del Municipio ripavimentata a coda di pavone e il nuovo gemellaggio che mette allegria nei cuori degli abitanti. Tutta questa pace e felicità però è destinata a finire, infatti un tremendo sisma di magnitudo 5.7 con epicentro le campagne intorno al Borgo distrugge tutto quello per cui i propiziesi hanno lavorato.
La villa del comune è scoperchiata, il pavé della piazza sprofondato nella breccia che si è aperta, i lampioni piegati, le case, i negozi e gli edifici che non sono crollati sono coperti da crepe e brecce.
Oltre al loro paese, i propiziesi, piangono anche i morti causati dalla catastrofe, otto anime che purtroppo non hanno superato il disastro, ma un’altra scoperta sconvolgerà tutti buttando gli animi in uno stato ancora più di panico, infatti le vittime del sisma sono solo sette, l’ootava vittima è morta per strangolamento.
Chi ha potuto uccidere nel loro idilliaco paesino?
Una faccenda davvero complicata che coinvolgerà tutti.
Terzo romanzo ambientato a Borgo Propizio, riesce a trasmettere a ogni lettore un senso di evoluzione e ritrovamento propri dei piccoli borghi, perché grazie alla bravura di Loredana Limone di descrivere i luoghi e i personaggi realisticamente, sia chi ha letto gli altri due libri, sia chi si avventura per la prima volta tra le vie del borgo, può notare tutti i cambiamenti, le modifiche, le migliorie e le evoluzioni avvenute con il passare del tempo, dando la sensazione di tornare sempre nello stesso luogo, ma nello stesso tempo in un luogo nuovo tutto da scoprire, tenendo così sempre attivo e alto il livello di attenzione del lettore e non deludere mai le aspettative.
Un finale di saga davvero spettacolare che lascia il lettore con emozioni contrastanti tra la felicità di aver avuto la fortuna di conoscere il borgo e i suoi abitanti e la tristezza e il dolore di doverli salutare e non poter rimanere con loro a ricostruire le loro vite e il borgo stesso, rendendolo sicuramente ancora più spettacolare, perché come la fenice risorge dalle sue ceneri più bella di prima, così farà il borgo dalle sue macerie.
Come il borgo anche i personaggi hanno la loro evoluzione, infatti possiamo notare delle crisi d’identità che porteranno coppie a rompersi o l’allontanamento di altri personaggi che hanno bisogno di tempo per fare un viaggio introspettivo dentro loro stessi. Situazioni che il lettore vivrà in prima persona, trovandosi durante la lettura a voler consigliare i suoi amici. Situazioni che portano il romanzo a uscire dal genere del giallo, del noir o del poliziesco a cui potrebbe sembrare appartenere, ma lo porta nel suo reale collocamento, un romanzo sociale che parla di stralci di vita, atto a riempire il cuore del lettore di sentimenti, vita, vicissitudini di tutti i giorni, portandolo a conoscere nuovi luoghi e nuovi amici.

Loredana Limone nasce a Napoli nel 1961, ma diventa presto Milanese di adozione. A nove anni scrive la sua prima poesia per continuare successivamente con fiabe e gastronomia. Nel 2012 esordisce con Borgo Propizio che viene premiato con la menzione speciale al premio Fellini 2012. Nel 2014 esce E le stelle non stanno a guardare. Secondo volume della trilogia che si conclude nel 2015 con Un terremoto a Borgo Propizio.

Source: ebook inviato dal Borgo Propizio Fan Club.

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:: Oggi disegneremo la morte, W.L. Tochmann (Keller editore 2015), a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2015
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Hutu e Tutsi sono i protagonisti del reportage di Tochman edito da Keller, intitolato Oggi disegneremo la morte. Il libro è una raccolta di testimonianze compiuta dall’autore per ricostruire, in queste pagine, il quadro socio-politico che portò il Ruanda al caos  nel 1994. Conseguenza dei disordini lo sterminio di migliaia di Tutsi, per mano degli Hutu. In Ruanda ci sono tre etnie: i pigmei Twa poco numerosi, gli Hutu con i loro corpi scuri e robusti e i Tutsi intelligenti e raffinati nei modi di dire e fare, con una pelle né troppo chiara, né troppo scura. Ed è tra queste due etnie che si scatenò quell’odio che portò gli Hutu a sterminare i Tutsi. Per raccontarci il dramma accaduto una ventina di anni fa, l’autore si è recato in quella terra africana ferita in cerca di testimoni, sopravvissuti e orfani, nel tentativo, riuscito, di mettere assieme i pezzi di quella che fu una vera e propria guerra fratricida. In queste pagine il reporter polacco ci porta dentro ad un mondo e alle sue ferite, mai del tutto rimarginate, per narrarci quello che stravolse la terra ruandese. Fu un vero e proprio genocidio che causò la morte di un milione di persone la cui unica colpa, se tale può essere definita, era di appartenere alla tribù Tutsi. Nelle pagine si alternano le storie vere, dolorose, e a tratti anche molto crude, di coloro che quella strage la vissero sulla propria pelle. Dai carnefici, alle vittime sopravvissute, ai figli di coloro che morirono in quei drammatici mesi, Tochmann ci restituisce un coro di voci che travolge il lettore e lo porta a “sentire” e visualizzare con la mente le scene narrate da questi testimoni. Ci sono donne e bambini che sono sopravvissuti fingendosi morti; parenti diventati i carnefici dei loro congiunti; uomini che hanno perso tutto e che son rimasti solo con i ricordi sempre più labili di quella che era la propria famiglia. Oggi disegneremo la morte è un reportage acuto, che non si limita a rendicontare i fatti, qui l’autore fa parlare i protagonisti e permette al lettore di conoscere, attraverso le testimonianze degli intervistati, la struttura della società ruandese e scoprire che “In Ruanda la moglie serve per sfacchinare. E per il sesso. Ma anche per ricevere bastonate, dato che dalle nostre parti la violenza domestica dilaga. Il marito può tradire la moglie. Ha dalla sua parte il consenso sociale”. In tutte le pagine riecheggiano lame di machete che passano e tagliano i corpi senza il minimo indugio, violenze inaudite, stupri di massa, superstiti che a fatica cercando di ricostruirsi una vita guardando al domani senza mai dimenticare il proprio tragico passato. Oggi disegneremo la morte del polacco Tochman porta un tassello in più alla storia del genocidio del Ruanda e spinge i lettori di oggi a riflettere su quanto nel corso della Storia, passata e recente, i pregiudizi e il considerare l’altro diverso, abbia determinato, e determini, insensate carneficine. Traduzione di Marzena Borejczuk.

W.L. Tochman (1969) è reporter, scrittore, direttore dell’Istituito Polacco di Reportage di Varsavia. È autore di otto reportage e i suoi campi di interesse sono, tra gli altri, l’aspetto del cattolicesimo polacco, le conseguenze sociali delle guerre contemporanee e i genocidi. Dello stesso autore, Come se mangiassi pietre, edito da Keller nel 2010.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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