Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Radio Imagination, Seikō Itō, (Neri Pozza 2015) a cura di Viviana Filippini

1 dicembre 2015
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Dj Ark è il protagonista di Radio Imagination, il romanzo di Seikō Itō, pubblicato da Neri Pozza. Lo speaker parla dalla sua strana emittente radiofonica che ha sede su una pianta di cryptomeria, molto simile ad una conifera. Da questo albero l’uomo improvvisa la sua trasmissione, sempre e solo in diretta, alternando parole, buona musica e i tanti messaggi che gli arrivano dagli ascoltatori, sottoforma di mail o di telefonate. Dj Ark in realtà si chiama Akutagawa Fuyusuke, è completamente solo sul suo albero, ma questo stato al protagonista non fa paura anzi, sembra essere il motore ideale che gli dà la carica per diffondere la sua voce tra la gente. Il romanzo di Seikō Itō è curioso e allo stesso tempo affascinante, perché grazie ad una scrittura fluida, Dj Ark condivide con chi legge e, nella narrazione con chi lo ascolta, quella che è la sua vita. Non a caso, si scopre che la vicenda è ambientato poco dopo il tremendo terremoto avvenuto nel Tōhoku, che scatenò lo tsunami e il terribile incidente alla centrale di Fukushima.  Veniamo a conoscenza del fatto che il protagonista ammette di essere stato un musicista rock di scarso successo, un manager musicale e che ha sempre avuto rapporti un po’ contrastati con il padre e il fratello. Inoltre, Dj Ark è alla ricerca disperata di notizie della sua dolcissima e comprensiva moglie Misato e del figlio Sōsuke, andato a vivere lontano da loro. La speranza dell’uomo è che moglie e figlio sentendolo alla radio, decidano di mettersi in contatto con lui. Leggendo le parole di Dj Ark, capiamo che lo speaker sta vivendo una situazione strana, ed è come se lui si trovasse nel momento di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Forse Dj Ark si sta sognando il tutto, o forse, è morto e quello che ci parla non è il suo copro, ma il suo spirito che vaga nel Giappone colpito dal terremoto, alla ricerca dei familiari con i quali non è riuscito a parlare prima del disastro. Dj Ark continua nella sua impresa grazie alla forza dell’immaginazione, perché essa, oltre a permettergli di trasmettere, lo aiuta ad affrontare il dramma del quale la vita lo ha reso protagonista. In Radio Imagination oltre al simpatico e logorroico personaggio principale, ci sono anche le storie dei soccorritori che dopo lo tsunami si aggirano nella zone colpite del terremoto per portare aiuto a chi ne ha bisogno e che captano, anche se lontana, la voce di  Dj Ark. Il libro di Seikō Itō è un romanzo sulla vita e su come a volte non sia facile accettare e comprendere quello che il destino ci riserva. Radio Imagination è un libro curioso e interessante che spinge il lettore a riflettere sul senso del vivere e a quanto esso possa essere precario. Seikō Itō riesce a creare un perfetto equilibrio narrativo, all’interno del quale i personaggi vivono nella modernità, ma allo stesso tempo con quello che dicono, fanno e pensano, dimostrano di avere un profondo legame e ampia conoscenza delle tradizioni ancestrali giapponesi, dove gli insegnamenti di buddhismo e shintoismo si fondono alla perfezione, rendendo Radio Imagination una vicenda umana e spirituale. Traduzione Gianluca Coci.

Seiko Ito è nato a Tokyo nel 1961. Il suo primo romanzo No−raifu kingu divenne nel 1989 un noto film diretto da Ichikawa Jun. Ha pubblicato raccolte di racconti, saggi e numerosi romanzi. Il primo romanzo tradotto in Italia, Radio Imagination, è edito da Neri Pozza nel 2015 e in Giappone è stato pubblicato nel 2103 in occasione del secondo anniversario del disastro di Fukushima.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Florence Gordon, Brian Morton (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

1 dicembre 2015
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Florence Gordon è un’anziana scrittrice ebrea newyorkese, militante femminista e ora desiderosa di starsene per i fatti suoi, se non fosse che il New York Times la tira di nuovo fuori recensendo un suo vecchio libro e nominandola patrimonio nazionale. Florence dovrà districarsi tra impegni familiari e sociali, incontri, frequentazioni con il figlio Daniel, così diverso da lei visto che ha scelto di fare il poliziotto, la nuora Janine, psicologa in piena crisi di mezz’età, la nipote Emily che vede nella nonna un modello da seguire. Una cosa non facile, ma resa possibile dall’umorismo corrosivo di Florence nell’affrontare questa nuova fase della sua vita.
Woody Allen, La versione di Barney, il mito letterario e cinematografico di New York, sempre e comunque una città iconica: sono tante le cose che le pagine di questo libro rievocano alla mente, ambientate in un mondo letterario e culturale non pedante, divertente, caustico, ma comunque Brian Morton ha una sua originalità e una sua visione per restituire questa eroina rissosa e politicamente scorretta, anziana che vuole vivere la sua età senza essere senile e di peso a nessuno, ma nemmeno coinvolta in questioni più grandi di lei, spassosa, pungente, commovente.
Alla fine Florence Gordon racconta di alcuni mesi, forse gli ultimi nella vita di una donna eccezionale, testimone di una stagione irripetibile, che ha dovuto fare i conti con gli anni che passano, con gli amici che se ne vanno o stanno peggio di lei (le pagine sull’amica militante come lei ormai ridotta alla demenza senile sono tra le più toccanti del libro oltre che tra le più realistiche), con i corsi e ricorsi della vita che la riportano alla ribalta.
Certo, a prima vista può sembrare ed è una storia molto americana, celebrazione di una generazione che negli States ha vissuto momenti tra i migliori della Storia del Paese, tra liberazione sessuale, contestazione, possibilità di accedere a livelli di studio e di lavoro elevati, carriere prestigiose, ma alla fine Florence Gordon parla di vita, vecchiaia, trascorrere del tempo, legami familiari, amicizia, tutti temi universali, in maniera da far sbellicare dalle risate ma dal lasciare alla fine con un groppo in gola.
Il personaggio di Florence comunque non si dimentica, ma anche gli altri suoi comprimari sono interessanti e compongono un affresco interessante, una commedia umana in cui riconoscersi e che intrattiene e fa pensare.

Brian Morton, classe 1955, insegna alla New York University. È autore di cinque romanzi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica americana (il suo Starting Out in the Evening, del 1998, è stato finalista al PEN/Faulkner Award). Florence Gordon è il suo primo libro tradotto in Italia.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: La passeggera, Daniela Frascati (Scrittura & Scritture, 2015) a cura di Valeria Gatti

30 novembre 2015
Passeggera

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… ma tu mi hai lasciata da sola nella dimensione avvelenata di Aquilina. Io ne ho paura e, al tempo stesso, provo pena. Il mondo mostruoso che l’accompagna è incarnato nel dolore. Lei calamita il male e ne diventa contenitore. Quel male sono le ombre che la custodiscono e l’accarezzano quando è sola. Le stesse che mi perseguitano nel sonno e mi si avventano addosso quando non me l’aspetto. Che abitano, ormai, ogni spazio di questa nave maledetta …

Nel 1997 nelle sale cinematografiche italiane approdò un film destinato a divenire un cult, uno di quelle storie che difficilmente si possono scordare. Gli americani, che in fatto di trasposizioni cinematografiche la sanno lunga, scelsero un evento catastrofico, un fatto tragico realmente accaduto e, aiutati dagli effetti speciali, crearono una scenografica maestosa e unica. Per non farsi mancare proprio niente, affidarono la storia d’amore che tiene le fila di tutto il film a due giovani bellissimi: Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, le cui emozionati vicende vennero accompagnate da una colonna sonora d’eccezione. Gli ingredienti dosati in giuste parti fecero del “Titanic” un vero e proprio colossal. Gli spettatori vennero invitati nelle sale luminose e nei corridoi stretti del transatlantico più bello del mondo, il più perfetto, il più elegante, il più sicuro di tutti i mari. E noi, come davanti a una dolce torta prima di una medicina amara, sperammo di dimenticare il triste epilogo del vero “Titanic”.
Anche “La Passeggera”, ultimo lavoro di Daniela Frascati, pubblicato dall’eclettica “Scrittura & Scritture” è ambientato interamente a bordo di un transatlantico, chiamato “Il Paradiso”, salpato dall’Europa e diretto in America. Siamo nel 1914, a qualche anno della tragedia del “Titanic”, e anche in questo caso sulla nave ci sono più classi per accogliere i passeggeri. Qui abbiamo la prima, quella di lusso, nella quale viaggiano ricchi aristocratici in cerca di nuovi stimolanti affari nel Nuovo Mondo, la seconda, composta da famiglie di borghesi, e la terza, l’ultima, in tutti i sensi. Ed è proprio qui, in questa terra di dimenticati, tra coloro che altro patrimonio non hanno se non una valigia piena sogni, che si nasconde Aquilina. Una bimba che, a causa del suo aspetto misterioso e lugubre, viene da subito accusata di essere mandante di cattivi presagi. A causa sua la nave si trova imbrattata di piume di uccelli neri come la pece che sembrano volteggiare senza alcun ritegno tra i passeggeri. Nella terza classe, inoltre, viene ritrovato cadavere un uomo della seconda e, a pochi giorni dalla partenza, nasce una strana epidemia mortale che si espande rapida e inesorabile. Questa terribile malattia diventa ragione di vita per il medico di bordo, il Dottor Ferrer che mai prima di quella traversata si è trovato a dover affrontare tanta impotenza di fronte alla scia di morte che il terribile virus miete. A lui si affianca il personale di bordo, Novilia la cameriera alla quale viene affidata Aquilina, Lorena, l’infermiera che non teme di ammalarsi, e naturalmente, il capitano della nave, Ippolito Zocalo che ha fatto de “Il Paradiso” la sua casa e, che per mantenere il decoro e il pregio che ha raggiunto, è disposto a mettere a tacere qualsiasi moralità, qualsiasi forma di misericordia e comprensione. Poi c’è Marie Verdier, borghese bella e misteriosa che è consapevole del fascino che esercita sugli uomini e che fa perdere la testa al capitano.
Un narratore calmo e distaccato da voce a tutti i principali personaggi ai quali è affidato il delicato ruolo di vivere la disperazione che aleggia come un vento malefico in ogni settore della nave. Descrizioni efficaci e perfette mettono in luce gli ambienti, le ombre e le paure dei personaggi evidenziando come l’emisfero del male porti ciascuno di loro verso una personale difesa da esso. Al male, come sempre accade, è affiancato il bene, la solidarietà, l’amicizia e il dovere verso il prossimo.
Un romanzo ricco di significati profondi che si celano dietro le vicende estreme e straordinarie dei personaggi e che termina con un finale forte e pregno di emozione.

Daniela Frascati, toscana di nascita, vive a Roma. È impegnata da anni nelle politiche della differenza di genere e nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali. Collabora con vari giornali territoriali e ha ideato e condotto per Radio Città Futura una trasmissione dal titolo “Il Pane e le Rose”. Tra il 2005 e il 2012 ha pubblicato alcuni racconti in diverse antologie, accanto a nomi di calibro tra cui Camilleri, Carlotto, De Luca, Macchiavelli, Guccini, Morozzi, Marcialis. È del 2011, invece, il suo romanzo Nuda vita.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: La verità sul caso Rudolf Abel, James B. Donovan (Garzanti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2015
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La Guerra Fredda fu una guerra di spie.
Rudolf Ivanovič Abel fu una di queste. Fu catturato dall’FBI nel giugno del 1957, dopo essere stato tradito da uno dei suoi, un personaggio davvero squallido e incolore che forse non è il caso neanche di citare.
Per nove anni, come agente residente, Abel aveva diretto la rete dello spionaggio sovietico nell’ America settentrionale, dal suo studio di pittore di Brooklyn. E non era stato neanche un pittore mediocre, solo non aveva avuto molto tempo per applicarsi si lamentava, aveva dovuto occuparsi d’altro.
Oltre alla pittura aveva altri interessi apparentemente insoliti ma necessari per la sua professione e per il suo specifico ruolo: conosceva diverse lingue, discuteva con competenza di matematica, filosofia, arte, scienze spionistiche. Le sue spiccate doti intellettuali e la sua intelligenza fuori dal comune erano però nascoste da un aspetto dimesso, anonimo, se l’aveste visto una volta ve ne sareste subito dimenticati. Frutto dell’addestramento, camaleontica abilità innata? Forse un miscuglio delle due. Il direttore dell’albergo dove aveva soggiornato alcuni mesi prima della cattura lo definiva un uomo tranquillo, mite, corretto, che pagava sempre puntuale e non creava problemi. Un uomo di cui ci si dimentica o forse ispira anche un po’ di simpatia, certo non lo si percepisce come una minaccia.
Rudolf Ivanovič Abel era un colonnello del KGB, un militare in incognito in terra straniera, e quel tanto o poco che sappiamo di lui lo dobbiamo a James B. Donovan, autore di La verità sul caso Rudolf Abel, (Strangers on a Bridge – The Case of colonel Abel, 1964) libro fino ad oggi inedito in Italia, che Garzanti ha voluto e Vittorio Di Giuro ha tradotto.
Non è esattamente un romanzo. Seppure romanzato è un libro autobiografico basato sugli appunti che Donovan prese giornalmente da quando iniziò a occuparsi del caso Abel. Un documento storico se vogliamo, i cui carteggi originali sono conservati, tra casse di documenti, negli Hoover Institution Archives, ancora non disponibili al pubblico “for preservation purposes”.  (Potete visionare alcuni documenti originali a questo link).
Alla fine degli anni ’50, nel periodo più gelido della Guerra Fredda, le prime pagine dei giornali americani erano occupate da questa cattura, dall’inevitabile processo che ne seguì e infine, in modo piuttosto rocambolesco e anche insperato, dallo scambio di prigionieri che portò alla liberazione di Abel e al suo ritorno in Unione Sovietica.
Lo stile del libro è piuttosto sobrio, schematico, forse antiquato, il traduttore l’ha mantenuto in modo impeccabile, e se questo dovesse limitare in un certo senso il cosiddetto effetto sensazionalistico, trasmette tuttavia l’autenticità e la drammaticità dei fatti narrati.
Anche Donovan a suo modo era un personaggio eccezionale. Un serio professionista, un avvocato cattolico, fermamente convinto che tutti abbiano diritto a un processo equo e soprattutto convinto che l’America avesse il migliore sistema giuridico esistente. Se non ai livelli di Abel anche lui era stato un militare, e aveva operato come ufficiale di marina nei servizi segreti militari. Tanto da non stupirsi quando il suo ruolo di avvocato di ufficio di un personaggio certo ingombrante come Abel diventò una vera e propria missione diplomatica direttamente voluta dal presidente Kennedy. Missione che lo portò ad attraversare la cortina di ferro e ad andare nella Germania dell’Est, anche affrontando non pochi pericoli. Probabilmente non grandissimi, ma ad ogni controllo passaporti non aveva la piena certezza di come sarebbe andata a finire. Insomma non il tranquillo e burocratico lavoro di ufficio di un avvocato in uno studio più che avviato e ben integrato nella buona società newyorkese di inizio anni ’60.
Quello che emerge e più sorprende delle pagine di questo libro è il rapporto tra gentiluomini di due persone che pur restando “nemici”, per lo meno posti in due diversi lati di una barricata ideologica, culturale e sociale oltre che politica, trovarono il tempo di instaurare un rapporto umano basato sul rispetto e sulla stima reciproca.
Il quadro che emerge della società di quegli anni è altrettanto interessante, denso di informazioni, e osservazioni a volte acute e mai scontate.
Certo conosciamo la storia vista dagli occhi di Donovan, altrettanto interessante sarebbe stato conoscerla dagli occhi di Abel, tuttavia una certa moderazione e imparzialità ci offre un affresco tutto sommato veritiero di cosa successe tra il 1957 e il 10 febbraio del 1962, giorno dello scambio di Gary Powers per Abel. Anche Marvin Makinen e Frederic L. Pryor furono liberati, più un sacerdote americano, in cambio gli americani espulsero anche altri due cittadini sovietici accusati di spionaggio.
Donovan si rivelò soprattutto un ottimo negoziatore, non privo di coraggio e capacità di stilare profili psicologici dei personaggi coinvolti. La trattativa fu portata avanti da Donovan molto probabilmente con il capo del KGB nell’Europa Occidentale, e anche questo segnala la delicatezza e difficoltà dell’intera operazione, che avrebbe potuto avere, se condotta da altri, anche risvolti tragici.
Tutto dunque si concluse bene. Kennedy arrivò a congratularsi con Donovan, in una lettera del 12 marzo 1962, definendo la sua missione “un’ operazione di alto livello“. Ed è piuttosto singolare che Donovan non conobbe mai il vero nome di  Rudolf Ivanovič Abel. Quando glielo chiese, Abel si informò se era un dato necessario allo svolgimento del processo. Dononvan rispose di no. E così quel dettaglio restò per lui sconosciuto. Il caso infatti volle che Donovan morì il 19 gennaio del 1970, e Abel il 15 novembre del 1971. Praticamente con un anno di differenza. Le ceneri di Abel furono interrate sotto il suo vero nome, e solo allora in Occidente poterono conoscere la sua vera identità: si chiamava Vilyam Genrikhovich Fisher.
Un’ ultima curiosità: da questo libro Steven Spielberg ha tratto un film con Tom Hanks nel ruolo di Donovan. Uscirà nelle sale italiane il 17 dicembre.

James Britt Donovan (New York, 1916-1970) è stato un avvocato e ufficiale della marina militare americana. Oltre a essere protagonista del «caso Abel» descritto nel libro Il caso Abel, ha collaborato al processo di Norimberga e ha assistito le famiglie dei prigionieri cubani sopravvissuti al tentativo di invasione dell’isola di Cuba alla Baia dei Porci.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marianna dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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Info: grazie a Quotidiano piemontese, fino a esaurimento posti,  il film  Il ponte delle spie in anteprima gratis, per info qui

:: Generazione perduta, Vera Brittain (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2015
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Nel centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, conflitto distruttivo che segnò più una generazione, la Giunti propone un classico della narrativa memoralistica inglese, Generazione perduta, in originale Testament of Youth, Testamento di giovinezza, scritto da Vera Brittain, tra le più incisive intellettuali britanniche del Secolo breve.
Una storia vera, quindi, che si legge come un romanzo, che è appassionante come un romanzo e che racconta una tragedia individuale e collettiva in maniera asciutta ma coinvolgente. Vera Brittain è una giovane con velleità intellettuali, con la fortuna di essere cresciuta in una famiglia abbastanza anticonformista e aperta alle novità, che l’ha portata a frequentare l’Università a Oxford, una delle prime ragazze a coltivare questo tipo di aspirazioni, suffragate da un grande interesse per la cultura classica, e a interessarsi a fermenti sociali come il movimento delle suffragette.
Tutti i suoi progetti vengono sconvolti nel 1914, quando scoppia la Prima guerra mondiale in cui la Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, è coinvolta fin dall’inizio. Per la giovane, la guerra è un contrattempo per i suoi progetti, ma comunque decide di aderire, come tante donne, e di diventare infermiera ausiliaria. Vera lavorerà tra Londra, Malta e la Francia, mentre moriranno al fronte il fidanzato Roland, l’adorato fratello Edward e tanti altri amici e parenti. Dopo la guerra, Vera riprenderà i suoi studi umanistici a Oxford, laureandosi, continuerà a frequentare amiche del tempo della guerra (ci sono altri suoi libri di memorie che sarebbe bello leggere) ma soprattutto si impegnerà nel movimento pacifista e in quello dei diritti delle donne, svolgendo attività di insegnante, scrittrice e giornalista.
Generazione perduta è un libro che colpisce, mai melenso, mai lagnoso, sempre puntuale, coinvolgente, pronto a ricostruire da una voce reale dell’epoca un periodo che è così lontano ormai ma ancora così vicino. Un libro che fu molto amato da Virginia Woolf, che racconta una caduta agli inferi, una resurrezione, una voglia di memoria come raramente si sentono, dal punto di vista di una donna, una persona reale, che provò a cambiare il mondo. Un libro al femminile e femminista ma per tutti coloro che vogliono scoprire e riscoprire una pagina di Storia, partendo da una vicenda personale per abbracciare una prospettiva universale, che fa veramente voglia di scoprire meglio questa autrice.
Il libro è illustrato in copertina da immagini del film uscito l’anno scorso, in originale appunto Testament of Youth, per la regia di James Kent, con Alicia Vikander, Kit Harrington, Emily Lloyd, Miranda Richardson, da noi arrivato in sordina in tv e che avrebbe meritato una maggiore attenzione. Traduzione M. D’Ezio.

Vera Brittain (1893-1970) è stata scrittrice, giornalista, filologa, infermiera di guerra, femminista, pacifista. Ha scritto vari libri, per lo più basati sulla sua esperienza di vita a partire dalla Grande Guerra, come appunto Generazione perduta. Non superò mai del tutto la morte del fratello Edward e scelse di farsi cremare dopo la morte e che le sue ceneri fossero sparse nel cimitero inglese dell’altopiano di Asiago, una delle testimonianze più struggenti della Prima guerra mondiale nel territorio italiano.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: Savage Lane, Jason Starr (Unorosso, 2015) a cura di Micol Borzatta

28 novembre 2015
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Savage Lane è una via tranquilla di un quartiere residenziale dove gli abitanti sono benestanti, facenti parte di club esclusivi. Ed è proprio in Savage Lane che abitano Karen, madre quarant’enne di due bambini e divorziata, e Deb e Mark, coppia quarant’enne non molto affiatata con due figli.
Deb infatti ha allacciato una relazione, da due anni, con un ragazzo di 18 ani, Owen, mentre Mark sta cercando in tutti i modi di portare la sua amicizia con Karen a un livello superiore, senza purtroppo ottenere nessun risultato.
Deb si crogiola nell’alcool per cercare di non sentire il senso di colpa, ma quando sta arrivando al punto di rottura, con la mente annebbiata dalla vodka, decide di affrontare colei che crede essere l’amante del marito. Si reca così al circolo dove il marito ha appena finito di giocare a golf con degli amici e lo trova al tavolo con Karen e la sua amica Jill a parlare. Deb non ci vede più e inizia a gridare insulti in direzione di Karen mentre si avvicina al tavolo. L’aria si fa sempre più tesa e carica fino a quando le due donne iniziano a spintonarsi e a lottare sul pavimento del ristorante del circolo.
Mark riesce a tirare via la moglie e una volta a casa la discussione continua fino a quando lei si chiude in camera, per uscirne alla sera vestita di tutto punto per andare a incontrare Owen. Passa davanti al salone, dice con voce fredda al marito che sta uscendo e varca la soglia di casa.
Mark non le presta attenzione, sente solo una macchina fermarsi davanti casa e la moglie uscire.
Inizia così l’incubo per Mark, Karen e per i figli di entrambi, perché Deb scompare.
La polizia inizia a indagare fino a quando si ricordano di un caso simile che li porta sulla dritta via.
Un romanzo molto diverso dai classici gialli, dove il colpevole lo si conosce fin dall’inizio, vivendo l’omicidio con lui, ma l’autore, e la bravissima traduttrice Barbara Merendoni che ha saputo rispettare lo stile di Starr fin nei minimi particolari, riesce a tenere il lettore legato alla lettura creando fin dalla prima pagina un’atmosfera di aspettativa che lo tiene con cuore a mille in attesa degli avvenimenti successivi.
Il primo terzo del libro, ovvero fino a quando non avviene l’omicidio, troviamo una narrazione che sembra quasi piatta ma che scava in sottofondo nella mente del lettore insidiandosi sempre più profondamente coinvolgendolo nella narrazione, rendendolo quasi complice del colpevole.
Da dopo l’omicidio troviamo un cambiamento netto della narrazione, il ritmo diventa altalenante, a volte più frenetico, a volte più calmo, esattamente come avviene con il procedere delle indagini, peccato però che questo seguire l’andamento della storia avviene anche quando i poliziotti si trovano in un punto di stallo, rendendo così la narrazione monotona e lenta che porta il lettore a distrarsi, gli fa passare tutto il senso di aspettativa facendolo arrancare fino alle pagine finali dove Starr riesce a ricreare un po’ di interesse con un piccolo colpo di scena che pur se era già stato accennato nella prima parte del libro non era del tutto confermato.
Un romanzo nel suo complesso avvincente e particolare che dà una nuova luce ai gialli.

Jason Starr nasce a New York nel 1966. Subito dopo la laurea si è dedicato esclusivamente alla scrittura. Inizialmente autore di sceneggiature teatrali ha lavorato per diverse compagnie Off-Off Broadway. Ispirato dai vecchi autori noir come Thompson e Woolrich ha esordito nella narrativa con Chiamate a freddo nel 1999. I suoi libri vengono tradotti in sei lingue. Il sito ufficiale di Jason Starr.

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:: Piove cenere, Luciano Modica, (Todaro editore 2015), a cura di Viviana Filippini

25 novembre 2015
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Piove cenere è il giallo di Luciano Modica pubblicato da Todaro Editore. La scena narrativa prende vita a Catania, dove il pm Biondi e il commissario Miceli devono risolvere l’ennesimo caso di omicidio che ha ferito la città. La vittima è Orazio Rapisarda, un giovane studente di venticinque anni, trovato morto poco distante da casa. Indagando nella vita del ragazzo, le forze dell’ordine scopriranno che Rapisarda era un militante di estrema destra e, proprio per questa ragione, i sospetti sui presunti colpevoli si concentreranno da subito attorno ai centri sociali della sinistra antagonista. Gli investigatori sembrano aver imboccato la via giusta per incastrare il colpevole ma, in breve tempo, questa pista iniziale lascerà spazio ad una realtà molto più inquietante nella quale la mafia, l’imprenditoria e la politica dimostreranno di andare di pari passo. Il giallo di Luciano Modica è un romanzo corale nel quale si possono individuare da subito coloro che lottano per la giustizia e quelli che, sotto sotto, agiscono in modo costantane e continuo per farla fallire. Il magistrato Biondi con la figlia Silvia, il commissario Miceli, la dottoressa Mignemi faranno il possibile per scovare i colpevoli, mettendo assieme dati, indizi, interrogatori e tutto quello che possa essere utile per la risoluzione del caso. A loro si opporranno, in modo più o meno evidente, coloro che da subito si impongono come antagonisti. Ci saranno il Serpente, un mafiosetto che sta cercando di farsi strada nella delinquenza locale. Accanto a lui Francesco Sanfilippo Rubini, un picchiatore violento, figlio di Ignazio Sanfilippo Rubini, detto il Duca, ex senatore con intrighi di potere vari a Roma e con alcune – una in particolare una- delle potenti famiglie mafiose locali. Accanto a queste figure spunteranno un pentito e l’innocua, almeno all’apparenza, Giulia, figlia del Duca, ricercatrice universitaria, fidanzata per interessi familiari con Salvo Ribera, adorato dal Sanfilippo senior e in grande ascesa nelle file della destra politica. Il mondo creato da Modica è un universo retto dal perfetto equilibrio tra potere politico e delinquenza. L’atmosfera è caratterizzata da una cappa di cupezza e di pesantezza resa ancora più concreta dalla costante presenza della cenere del vulcano Etna che ammanta, nasconde e copre tutto. Questo sistema di corruzione per avere guadagni facili che caratterizza Piove Cenere di Modica, sembra essere intoccabile ma, a spiazzare tutti (personaggi del libro e i lettori stessi) sarà la ribellione di una delle voci protagoniste che, stanca dei soprusi e di sottostare alle regole della delinquenza gratuita, compirà un gesto impensabile che guasterà la macchina della corruzione.

Luciano Modica nasce a Siracusa nel 1967. Accantonato il diploma di pianoforte si laurea in Economia e diventa amministratore giudiziario di aziende confiscate  a Cosa Nostra dalla magistratura. Dada sempre tra le città di Catania e Siracusa, dilapida i suoi guadagni per comprare libri. Mara non gioca a dadi è il suo primo romanzo uscito nel 2011.

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:: Letterine a Papa Francesco, a cura di Alessandra Buzzetti, (Gallucci, 2015) a cura di Viviana Filippini

23 novembre 2015
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Letterine a Papa Francesco è il libro curato da Alessandra Buzzetti, giornalista del Tg5, che racchiude alcune delle migliaia di lettere che ogni giorno il Papa riceve dai bambini di tutto il mondo. Ogni lettera e biglietto viene archiviato dagli aiutanti del pontefice e, in breve tempo, i piccoli che si sono rivolti al Papa ricevono una risposta dalla Santa Sede. Il materiale scelto per il libro edito da Gallucci è stato raggruppato in dodici capitoli a diverso argomento, dove le lettere dei bambini sono precedute da brevi testi pronunciati in varie occasioni proprio dal Papa. Tre le pagine sono riportate porzioni delle lettere scritte a mano dai bambini, i loro colorati disegni e la cosa che stupisce è come da questo materiale emerga la tanta curiosità che i piccoli hanno nei confronti di Bergoglio. Dal chiedergli se preferisce Totti o Messi, al perché ci sono la cattiveria e la sofferenza nel mondo, al come si sentiva lui nel momento della prima comunione. Non mancano lettere nelle quali i giovani autori chiedono informazioni su come prendere i voti o diventare Papa, o scritti dove i piccoli chiedono a papa Francesco una preghiera per i propri cari malati e per chi soffre nel mondo. Quello che conquista di questo libro sono le parole pure, innocenti, simpatiche e anche le mature riflessioni che le bambine e i bambini rivolgono a Francesco. Allo stesso tempo sono importanti le parole del Papa che racconta di sé da adulto, ma anche da bambino, dimostrando un’umile umanità che porta il mittente e il destinatario profondamente allo stesso livello. Letterine a Papa Francesco è un libro che fa sorridere e allo stesso tempo commuove, perché ci si accorge che i bambini riescono a vedere il mondo attraverso una sguardo innocente e maturo, scovando il nocciolo delle questioni da subito, senza perdersi nei meandri dei ragionamenti, come spesso accade a noi adulti. Da ricordare, che il testo ha uno scopo solidale, in quanto tutti i proventi del diritto d’autore delle Letterine a Papa Francesco saranno interamente devoluti a favore dei “bambini del Papa”, assistiti nel Dispensario Santa Marta, situato proprio accanto alla residenza del pontefice. Il Dispensario fa capo all’Elemosiniere incaricato di gestire la beneficenza di Papa Bergoglio a Roma, e ogni giorno l’ente offre aiuto e ospitalità a circa cinquecento bambini e alle loro famiglie in difficoltà.

Alessandra Buzzetti è nata a Varese nel 1969. Giornalista e inviata in Italia e all’estero, oggi racconta le cronache vaticane sui diversi tg Mediaset. Ha conosciuto da vicino tre pontefici: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco. Per Gallucci ha curato Letterine a Papa Francesco.

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:: Il mio splendido migliore amico, A.G. Howard (Newton Compton, 2015), a cura di Elena Romanello

20 novembre 2015
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Nei mesi scorsi Alice, icona letteraria creata da Lewis Carroll e riscoperta negli anni Sessanta dai movimenti hippy e femministi, ha compiuto centocinquant’anni e mai come in questo periodo è stata amata e citata in letteratura, al cinema, nei fumetti, dai cosplayer alle fiere dei fumetti e nelle arti figurative.
Tra tutto il materiale che è uscito in tema spicca Il mio splendido migliore amico, un seguito delle avventure di Alice, ambientato al giorno d’oggi e incentrato su Alyssa, discendente di Alice, che convive da sempre con la malattia mentale della madre, che di colpo peggiora, mentre lei inizia a sentire la voce di fiori e insetti. Per salvare se stessa e la mamma dal cadere nella follia, Alyssa dovrà visitare il Paese delle meraviglie, che esiste veramente ma non è il luogo un po’ pazzo delle pagine che tutti conosciamo, ma un posto crudele e inquietante, popolato di creature che vogliono la sua perdita e che potranno però svelarle qualcosa di nuovo su se stessa. Non sarà sola in queste sue peripezie, da una parte ci sarà Jeb, il suo migliore amico, e dall’altra Morpheus, guida nel Paese delle meraviglie e sospeso tra bene e male come ruolo e intenti.
I seguiti sono sempre terreno minato, soprattutto quando a scriverli non sono più gli autori del romanzo originale, cosa qui improponibile per ovvi motivi: ma nonostante questo il libro, penalizzato da un titolo che non c’entra niente con quello originale, Splintered, letteralmente Frantumata, si rivela una piacevole sorpresa, perché omaggia un classico senza tempo, storia della prima bambina davvero moderna della letteratura, inventando qualcosa di nuovo e di originale.
Buona l’idea di attualizzare all’oggi le atmosfere del Paese delle meraviglie, ma soprattutto di renderlo non quel mondo da fiaba folle ma un mondo di paura e di inquietudine, e buono anche lo spunto di usare la trama come metafora del disagio giovanile e della malattia mentale, due argomenti totalmente tabù, salvo poi piangere di fronte a un suicidio di giovanissimi o a un tso che degenera in tragedia. I cultori della letteratura troveranno non pochi riferimenti ad un autore come Neil Gaiman, nel cui solco l’autrice si pone in maniera originale.
Il target del romanzo potrebbe essere quello adolescenziale, ma l’autrice comunque non esaurisce il tutto nei soliti intrecci sentimentali con il supporto del fantastico, costruendo una storia interessante, sia per chi ha amato e ama l’Alice classica, sia per chi magari deve ancora scoprirla. Una storia che può piacere anche a chi non è più adolescente da tempo, perché l’autrice usa il fantastico come metafora della realtà e arricchisce la trama di riferimenti incrociati e di atmosfere non banali, in una storia che comunque continuerà con nuove avventure in quel luogo magico, inquietante, pauroso e intrigante che è il Paese delle meraviglie, comunque parte dell’immaginario di tante generazioni.

Anita Grace Howard, texana, ama da sempre le storie macabre e insolite, e ha raggiunto la celebrità con la serie di Splintered, che conta cinque libri e che ha dato vita ad un fandom molto attivo negli States. Il suo sito ufficiale è http://www.aghoward.com con cui l’autrice mantiene i contatti con appassionati e incuriositi.

Source: acquisto personale del recensore.

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Info: titolo momentaneamente non disponibile.

:: Lettere a un amore perduto, Iona Grey (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

19 novembre 2015
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Diciamo la verità: leggere un titolo così da soap o da romanzetto non predispone bene verso il libro in questione, l’originale, Letters to the losts, lettere a chi si è perso, era più incisivo e meno fuorviante. Ma se si ha la pazienza e la voglia di prendere in mano questo romanzo, ci si troverà di fronte ad una storia che non è certo Liala o altre amenità, ma è ricca di vari punti di interesse, tra un passato storico ricostruito con perizia e un presente realistico e non melenso.
Jess, in fuga da un fidanzato violento dopo una vita di espedienti illuminata solo dal suo talento nel cantare, è praticamente una senza fissa dimora quando trova rifugio in una villetta della periferia londinese abbandonata da tempo, cercando un riparo momentaneo. Una lettera che arriva dagli Stati Uniti, scritta da un certo Dan, un veterano ormai anzianissimo, e rivolta ad una Stella che lì viveva durante la guerra aprirà a Jess una nuova curiosità per la vita, che la porterà a dare un nuovo inizio alla sua vita, grazie anche all’intervento di Will, giovane avvocato specializzato in recupero di eredità e da tempo in lotta contro la depressione.
Non è la prima volta che si raccontano storie tra passato e presente, e la Seconda guerra mondiale, tragica ma vittoriosa per gli anglosassoni, è un argomento che periodicamente torna in romanzi, al cinema, in televisione: ma Lettere a un amore perduto sa costruire un intreccio tra un amore impossibile perché schiavo di obblighi e regole oggi arcaiche, quello tra Stella, moglie infelice di un omosessuale represso e di conseguenza violento, e Dan, aviatore americano che non la dimenticherà mai, sa essere interessante, avvincente e mai melenso. La parte migliore e il personaggio meglio tratteggiato è però Jess, ragazza di oggi con nella sua vita disagio e violenza, una dei tanti invisibili che popolano le nostre città e sulle quali non ci si interroga più di tanto.
Iona Grey dimostra nelle pagine del suo romanzo grande interesse per la Storia, sia come accadimenti e eventi, sia come descrizione della vita delle persone, in particolare le donne, comunque grandi protagoniste anche in patria in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale, dove si distinsero con varie mansioni che aprirono poi loro nuove prospettive verso la modernità.
Tra le pagine del libro, e in maniera non pedante, emergono comunque varie tematiche sociali sempre attuali: la condizione femminile ieri e oggi, la violenza domestica, l’omosessualità quando era reato e oggi, la depressione, il disagio sociale, la ricerca di nuove strade, e questo rende Lettere a un amore perduto decisamente qualcosa di più interessante e profondo di un romanzetto. D’accordo, è un romanzo nato per svagare, ma qualcosa dentro alla fine lo lascia, qualche spunto su cui riflettere e con cui confrontarsi. Traduttore: Silvia Castoldi.

Iona Grey vive nelle campagne del Cheshire. Laureata in Letteratura inglese all’Università di Manchester, ha sempre avuto una grande passione per la storia, in particolare per la vita delle donne nel XX secolo. Una passione che ha ispirato il suo romanzo d’esordio, in corso di traduzione in 12 Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: Noi due e gli altri, Fionnuala Kearney (Neri Pozza, 2015), a cura di Valeria Gatti

18 novembre 2015
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“In certi momenti ho pensato di odiarti. Ho odiato quello che hai fatto. Ho odiato il tuo tradimento, la tue debolezza, le tue bugie; il fatto che tu mi abbia tenuto all’oscuro di tutto e che non fossi abbastanza coraggioso per dirmi la verità. Ma non ho mai odiato te”

Niente è come sembra, ha scritto il maestro Franco Battiato.
Niente è come sembra perché, molto spesso, la nostra mente viaggia lungo un asse parallelo tra realtà e immaginazione e ci trascina in errori e incomprensioni.
Niente è come sembra e io ho capito il significato di questa citazione dopo aver finito il romanzo di esordio della scrittrice  irlandese Fionnuala Kearney “Noi due e gli altri” edito da Neri Pozzi e tradotto da Cristiano Peddis.
Ma, andiamo con ordine.
Come sempre dinnanzi a un nuovo libro, ho sfiorato l’immagine pubblicata sulla copertina, in questo caso quella di una donna dall’aria malinconica sdraiata su un divano dal sapore retrò. Ho apprezzato la consistenza della copertina, quelle flessibili sono le mie preferite. Mi sono soffermata sul titolo e poi mi sono concentrata sulla sinossi. L’ho letta tutta d’un fiato, come se dovessi soddisfare un bisogno impellente, una sete divorante.
E lì è successo, la mia immaginazione ha iniziato il suo viaggio.
Sarei stata dalla parte di Beth, incondizionatamente, senza vincoli e sinceramente. Perché lei, Beth Hall, è l’incarnazione perfetta della donna che ha amato e che è stata tradita, della donna che nonostante tutto ama ancora,  che piange lacrime pure per la sua famiglia, la stessa famiglia che è stata distrutta dal tradimento di suo marito che a lei ha preferito, per la seconda volta in una manciata di anni, una donna più giovane, più appetibile, più fresca. Ma Beth non è solo questo. È una donna che deve fare i conti con una professione che fino a quel momento ha arricchito la sua vena creativa ma non le sue tasche, con un passato familiare doloroso e mai davvero superato, con una dura ed estenuante analisi per trovare la forza di costruire il suo futuro. Per lui invece,  il traditore, il maledetto, l’irriconoscente, lui, quell’Adam Hall che ha scelto la via della bugia e dell’egoismo avrei espresso solo una durissima condanna. La solidarietà femminile mi ha preso per mano e mi ha accompagnato nel romanzo con il dente avvelenato e una rabbia già pronta ad esplodere. Avrei iniziato la recensione con un avviso: GUERRA AI MASCHI.
Invece, pagina dopo pagina, le mie certezze, quelle di Beth, quelle di Adam, e quelle degli altri, di tutti coloro che sono parte della loro vita, si sono sciolte come neve al sole. Niente è come sembra, appunto.
C’è poco da scrivere quando ci si trova catapultati in un universo di emozioni. Potrei dire che è uno dei più dolci e commoventi romanzi moderni che mi siano capitati tra le mani, che è incredibile come una scrittrice all’esordio sia riuscita a miscelare ironia e rabbia, amore e rancore, segreti e verità, amicizia e solitudine, morte e rinascita con tanta bravura. Oppure potrei soffermarmi sui dialoghi che sono semplicemente perfetti, dosati e studiati con maestria, che sanno strappare un sorriso anche nei passaggi più tristi, o sulla scelta di affidare il racconto alla voce dei due protagonisti, che in prima persona alternano la loro voce per rendere ancora più credibile le loro esperienze. E poi potrei dilungarmi sul ritmo incalzante, sui temi profondi e complessi che vengono trattati con disincanto. Ma, in fondo, nessuno di questi commenti riuscirebbe a esprimere nel modo giusto la pienezza e la perfezione che il romanzo merita.
Taccio, dunque, perché non vorrei sciupare questa magica sensazione di completezza che provo, la stessa che nelle ultime pagine ricorda che i dolori sono parte della vita e, che in quanto tali, vanno vissuti fino in fondo, senza sconti.

Fionnuala Kearney vive ad Ascot con il marito. Noi due e gli altri è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: L’invasione delle tenebre, Glenn Cooper (Nord, 2015), a cura di Micol Borzatta

18 novembre 2015
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Con L’invasione delle tenebre ci troviamo a concludere il nostro viaggio negli inferi iniziato un anno fa con Dannati.
Infatti il secondo viaggio di Emily e John che abbiamo seguito in La porta delle tenebre per andare a salvare la sorella e i nipoti di lei e le altre persone che erano state trasportate, ha causato danni veramente rilevanti in tutto il paese, infatti si sono aperti dei nodi in tutto il territorio britannico che hanno aperto porte interdimensionali trasportando interi quartieri e un’intera classe di un college all’inferno, e ripopolandoli con esseri infernali, mostruosi e feroci.
All’assemblea dei maggiori ministri e competenti scienziati la prima soluzione che viene proposta è quella di spegnere il macchinario e chiudere del tutto il progetto avvalendosi della scusante che la perdita di pochi è meglio della perdita del territorio intero. Il primo ministro della difesa però è il padre di uno dei ragazzi e non vuole assolutamente rinunciare al figlio, e pur dando la colpa interamente al MAAC e in particolare per essere tornati una seconda volta in quel posto disgustoso causando così anomalie peggiori, li sollecita a sbrigarsi a iniziare una spedizione di recupero e a trovare una soluzione.
E una soluzione effettivamente c’è, e per assurdo che possa essere è proprio all’inferno: si tratta del defunto Paul Loomis, ex direttore del MAAC che si è suicidato dopo aver ammazzato la moglie e l’amante di lei anni prima.
Inizia così un nuovo viaggio tra le lande infernali cercando di sopravvivere il più a lungo possibile, con la speranza nei loro cuori che sia l’ultimo viaggio e la soluzione definitiva del problema.
Un romanzo spettacolare, ancora meglio delle aspettative scaturite dalla lettura dei due romanzi precedenti.
Ritroviamo lo stile inconfondibile di Cooper con le sue descrizioni minuziose che oltre a essere riferite alle ambientazioni create magistralmente, che trasmettono tutta l’inquietudine e il terrore al lettore come se si trovasse davvero all’inferno, le ritroviamo anche riguardanti ai personaggi, trasmettendoci le loro paure, le loro insicurezze, il loro terrore rendendoli concreti e tastabili fino ad arrivare all’animo del lettore che si ritrova al centro di un vortice di emozioni che lo catturano per tutta la durata del libro.
Atmosfere ancora più terrificanti che ci colpiscono direttamente perché oltre a interessare l’inferno, a cui ci siamo abituati negli altri due libri, stavolta riguardano anche il nostro mondo, infatti troviamo una Londra totalmente distrutta da sembrare una città fantasma, assediata dai Dannati che sono tornati nel nostro mondo e che si divertono ad andare in giro a mangiare persone, distruggere tutto e creare il caos più assoluto.
Un capitolo terrificante, nel senso più positivo del termine e relativo all’atmosfera, che chiude perfettamente una trilogia che ha saputo conquistare il mondo editoriale.

Glenn Cooper nasce a White Plains nel 1952. Scrittore, medico, archeologo, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore. Ha iniziato la sua carriera letteraria negli anni novanta, usandola come metodo per portare equilibrio nella sua vita. Nel 2009 pubblica La biblioteca dei morti, il suo primo libro, che ha avuto un successo enorme portandolo a scrivere i successivi seguiti. Divenuto famoso per essere uno scrittore molto amichevole con i suoi fan risponde direttamente ai suoi messaggi su Facebook e Twitter pur scrivendo per più di dieci mesi all’anno sette giorni su sette. Nel 2012 riceve la cittadinanza onoraria della città di Solofra in Campania.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’Ufficio Stampa Nord.

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