Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame, James De Mille (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Davide Mana

11 dicembre 2015
agguato all'incrocio

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Strano destino, quello di James De Mille.
Docente universitario di Letteratura Classica e prolificissimo narratore popolare, il canadese De Mille (1833-1880) ottenne fama e successo dopo la propria morte, quando il suo Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame venne pubblicato a puntate su Harper’s Weekly e successivamente in volume, nel 1888.
Strano destino, si diceva, perché il romanzo – per ovvi motivi scritto prima del 1880 – venne pubblicato dopo il successo planetario de Le Miniere di Re Salomone (1885) e Lei (1886), di Henry Rider-Haggard – e furono in molti a segnalare come il romanzo di De Mille fosse “palesemente ispirato” ai lavori dell’autore inglese.
Maltrattato dalla storia e a lungo patrimonio di una piccola comunità  di appassionati di letteratura d’avventura, ora il romanzo di De Mille viene pubblicato in italiano da Marcos y Marcos, nella traduzione di Pietro Polidori.
Nel febbraio del 1850, i passeggeri dello yacht Falcon, in preda alla bonaccia fra le Canarie e Madeira ritrovano un cilindro di rame alla deriva. All’interno, lo strano manoscritto di Adam More, marinaio inglese naufragato poco dopo essere salpata dalla Tasmania.
More narra del suo arrivo in una misteriosa isola tropicale annidata fra i ghiacci antartici. Accolto dalla civiltà  che popola questi luoghi, More deve confrontarsi con un mondo popolato di mostri preistorici. Il popolo che abita queste terre si definisce Kosekin, capovolto, nel quale la luce viene sfuggita in favore delle tenebre, e la ricchezza viene considerata un malanno da punire a termini di legge. La morte viene venerata come una divinità, e nulla è più catastrofico dell’amore corrisposto, e quando More incontra Almah, anch’essa una straniera arrivata dal mondo esterno, la vicenda si complica alquanto.
Il “Cilindro di Rame” di De Mille si inserisce in un filone – quello dei mondi e delle civiltà  perdute – che fu molto popolare fra la fine del Diciottesimo e la prima metà  del Ventesimo secolo. Oltre al già  citato Rider Haggard, possiamo ricordare E. A. Poe, Edward Bulwer-Lytton, e soprattutto Arthur Conan Doyle e Edgar Rice Burroughs, come rappresentanti del genere.
De Mille fa chiaramente riferimento a Poe fin dal titolo (il suo “manoscritto” riecheggia quello “trovato in una bottiglia” dell’autore americano), e si ispira al Gordon Pym di Poe nel delineare le avventure di Adam More.
Il continente misterioso in acque antartiche inesplorate e popolato di creature preistoriche ricorda l’isola di Caprona de La Terra Dimenticata dal Tempo (1918) di Edgrar Rice Burroughs – e indubbiamente il padre di Tarzan conosceva ed apprezzava De Mille.
Ciò che distingue il lavoro di De Mille dai principali lavori del genere è tuttavia l’impianto palesemente satirico, quasi “swiftiano” della sua storia. Meno interessato rispetto ai suoi colleghi all’avventura per il gusto dell’avventura e all’esplorazione dei grandi misteri del passato, De Mille vuole sbertucciare i valori fasulli e l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Ciò rende il suo romanzo al comtempo più attuale e più datato rispetto alla produzione media del “lost world romance”. Attuale, perché l’ipocrisia e i valori fasulli sono sempre attuali, nonostante sia passato più di un secolo. Datato, perché questo tipo di satira feroce ma manierata si legge oggi con un certo senso di nostalgia.
Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame si legge con piacere, dall’inizio “classico” fino al finale che è tutto fuorchè classico (e lasciamo ai lettori il piacere di scoprirlo). Si tratta di un testo fondamentale della letteratura fantastica, ed è stato dimenticato troppo a lungo.

James De Mille. Nato a Saint John nel 1833, James De Mille era figlio di un ricco mercante. Navigò per il mondo in lungo e in largo sui velieri del padre, attraversò l’Europa a piedi e si fermò in Italia molto a lungo. Si divertiva a imparare le lingue (pare sia arrivato a parlarne dodici) e a osservare luoghi, persone e usanze. Tornato in Nord America, si lanciò avventurosamente nel commercio di libri, dimostrandosi ben presto più tagliato per la scrittura e l’insegnamento della storia. Si dilettava con ogni forma d’arte, illustrava Omero per i suoi quattro figli, e chi lo accompagnava nelle lunghe battute di pesca era avvertito: a bordo si parlava solo latino “per non profanare i misteri della pesca”. Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame è uno dei suoi romanzi più celebrati, incredibilmente inedito in Italia fino a ora; recentissimo il suo fortunato rilancio in Inghilterra.

Pietro Polidori, vive in Namibia, dove possiede un’azienda che produce un olio cosmetico molto ricercato. Lavorano senza impatto alcuno sull’ambiente e a stretto contatto con le comunità rurali che gli forniscono le materie prime. Incidentalmente, è consigliere di ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Repubblica di Namibia, ancorché dimissionario: l’Ambasciata gestisce una scuola/asilo/orfanotrofio che si prende cura pressoché totale di 170 bambini circa.
In tutte le attività è supportato da sua moglie e dai suoi due figli, tutti e tre attualmente in Italia dal momento che il secondogenito ha ancora pochi mesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten, 2015), a cura di Serena Bertogliatti

11 dicembre 2015
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Chiusi il libro e con calma lo riposi nel mio zaino. Io non avevo nessuna fretta. Una donna dall’altra parte del corridoio mi guardava perplessa, pensando, forse, di organizzare una colletta umanitaria per pagare il mio biglietto. Prima di abbandonare l’autobus, mi avvicinai al viso del controllore e gli ruttai in faccia. La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco. Non mi voltai a guardare la sua espressione. L’autista chiuse le porte dell’autobus e se ne andò. E così, non arrivai mai a Huesca.

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten Edizioni, 2015) è un bestiario di disagi contemporanei, soprattutto ma non solo italiani. La lente d’ingrandimento punta là dove la sfera sociale e quella intima sfregano l’una sull’altra senza riuscire a incastrarsi, come due coinquilini riluttanti in una nicchia claustrofobica, e il risultato non può essere che uno: una bruciante abrasione su ambo le superfici.
La domanda sembra essere: come reagisce l’opossum – “uno dei mammiferi più soggetto ai predatori”, ci ricorda Spurio – quando il mondo lo assedia?
L’antologia, che dell’opossum fa una metafora per l’essere umano, offre ventuno possibili scenari, ventuno racconti brevi tramite cui osservare quanto e come ci si dibatta più o meno goffamente quando la realtà – sia quella interiore o quella esteriore – ci tiene sotto scacco.
Il prototipo umano osservato da Spurio è, essendo figlio della società che lo forma (e deforma), in buona parte italiano. Ne L’opossum nell’armadio troviamo il padre di famiglia che non regge alla batosta morale della crisi economica; il fuorisede mammone che ama-odia il cordone ombelicale che lo nutre; l’impiegato che un sistema kafkiano scaglia verso mansioni per cui non è competente, ma per cui s’improvvisa; la ragazza rea di aver esposto il proprio corpo in una di quelle microsocietà di perenne provincia in cui il maschilismo si fa feudatario. Ma ci sono anche temi che della penisola hanno solo la spezia con cui la narrazione li ha insaporiti: la morte di cari e la troppo pesante eredità lasciata o l’incolmabile vuoto delle eredità non lasciate; i sensi di colpa che non emergono ma dall’abisso chiudono porte; le piccole-grandi cose con cui ci si consola dall’amarezza di certe vite. E via discorrendo.
La prospettiva da cui Spurio decide di narrare questi frammenti di disagio è ambigua. I suoi narratori – a volte in prima, a volte in terza persona – non sono asettici antropologi che si limitano a registrare le azioni e le affermazioni dei tartassati protagonisti e delle tartassate protagoniste. Al contrario, la narrazione è spesso interna ai personaggi. Ciò nonostante, non ci sono né un’immedesimazione patita – che stravolgerebbe la percezione di questi sofferenti esseri umani, e con essa la prosa – né l’occhio clinico-tecnico dello psicoanalista che fa dell’accuratezza il proprio strumento e che renderebbe ogni racconto un’anamnesi. Né antropologo, né em-patizzante, né psicoanalista… Che cosa, allora?
Non sono riuscita a capire questa (non)scelta di prospettiva dell’autore, trovandomi – al termine di alcuni racconti – a fronteggiare la domanda:
E quindi?
Perché, per quanto tutti assieme i racconti vadano a comporre un interessante bestiario, alcuni di essi, presi singolarmente, non mi hanno lasciato molto. O, meglio, non ho capito che cosa l’autore mi stesse servendo sul vassoio, tra i tanti ingredienti. Non una novità (le casistiche presentate da Spurio sono per la maggior parte già note), non un’introspezione che mi permettesse di nutrirmi di quei dettagli che a un’occhiata esterna non sono concessi, non una prospettiva che ribaltasse la canonica interpretazione di alcuni accadimenti.
Ci sono, qui e lì, interpretazioni, analisi (che, nel caso della narrazione in prima persona, divengono autoanalisi) dei sommovimenti psicologici che sembrano voler essere perno della raccolta, ma tali analisi sono distaccate (pur essendo immedesimate) e a tratti didascaliche, come nello stralcio riportato a inizio recensione (“La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco”).
Questa immedesimazione distaccata, qui e lì corollata da diagnosi non tecniche, sembra essere il filo conduttore de L’opossum nell’armadio. Se è voluta, non riesco a capirne l’intento, il potenziale, l’irriproducibilità. Non riesco a capire se sia una scelta e, se lo è, che cosa abbia scelto che io non riesco a vedere.
Tranne, forse, con qualche eccezione.
È il caso del racconto “L’ultimo compleanno”, il cui finale ha una strana, deliziosa perché amara, ironia, che giova non poco del tono distaccato, quasi noncurante, con cui l’evoluzione della condizione socio-economica del protagonista mammone viene narrata. Da un nido a un altro. Da un cordone ombelicale a un altro. Come se nulla fosse. Con nonchalance, appunto.
È il caso, opposto, del racconto “Una casa fredda”. La compostezza glaciale della prosa rende perfettamente il carattere di Mariano, uno di quegli zii un po’ burberi che diventano in fretta i preferiti dei nipoti. In questo frangente la mancanza di connotazione emotiva della narrazione sembra un riflesso dell’incapacità di esprimersi dell’uomo – perché, se Mariano sapesse far parlare i propri sentimenti, il finale di questo racconto non sarebbe così raggelante. Ma neanche così bello.
C’è, infine, la spinosa questione dei congiuntivi fuori luogo. Non si tratta di congiuntivi mancanti laddove dovrebbero presenziare (il classico “Penso che è tardi”, ad esempio), ma del contrario. L’antologia mostra infatti esempi del cosiddetto “ipercorrettismo”: il congiuntivo viene usato laddove sarebbe corretto il più semplice indicativo (“Lei mi guardò sorridendo come se ciò che avessi detto fosse una grande sciocchezza…”; “La cucina le piaceva anche se non fosse la tipa che comprasse libri di ricette…”; “Sapevo che si trattasse degli stessi mocciosi, ma dall’altezza in cui mi trovavo, loro non mi riconobbero”). Tale caratteristica stride con una prosa che, come detto, non si fa modellare dal modo di parlare dei protagonisti, ma si presenta invece stabilmente nella forma di un italiano sintatticamente complesso, con scelte lessicali proprie dello scritto più che del parlato. L’impressione generale che rimane è quella di un italiano (mal) controllato, in un’antologia che avrebbe beneficiato di un intervento di proofreading ed editing più attento e profondo.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) è scrittore di saggistica e narrativa, fondatore della rivista di letteratura Euterpe, presidente del premio “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del premio “Città di Fermo”.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Il silenzio del lottatore, Rossella Milone (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

10 dicembre 2015
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Penso che una delle cose più difficili al mondo sia parlare d’amore e affini senza cadere nel patetismo. Per questo motivo, non leggo mai storie, racconti, favolette che abbiano come centro assoluto quest’argomento, di solito preferisco starne lontana. Non perché sia la persona meno immaginaria che potreste incontrare, tutt’altro. Adoro le raccolte di racconti, ma ho bisogno di realismo. Paradossalmente, preferisco un libro che faccia male per quanto è forte, vero e crudo a tanti altri. Un pugno allo stomaco ben assestato che ti fa pensare che, in effetti, la vita è proprio così.
Ho preso Il silenzio del lottatore a scatola chiusa. Di sera, in una libreria adiacente al cinema, poco più di mese fa. Ci ho messo un po’ ad iniziarlo, ho impiegato pochissimo a finirlo. Dal primo momento, la Milone ha scardinato tutte le mie convinzioni e le mie reticenze. Non storie d’amore, ma storie sull’amore. In tutte le sue forme, a trecentosessanta gradi.
Quell’amore sconosciuto che fa crescere, che consola, che rassicura, che abbandona, che ferisce, che uccide. Quell’amore malcelato, taciuto, gridato, sbattuto, sensuale, represso, abitudinario, sorprendente, malinconico, desiderato, passato e futuro, allontanato, pregato, pianto. Quell’amore che graffia, scalpita e strepita, quell’amore che a volte non è più amore, quell’amore che ancora non lo è del tutto.
In questa raccolta di racconti nulla è lasciato al caso: con una precisione quasi chirurgica, l’autrice penetra nella vita delle protagoniste, mettendo in luce le loro fragilità e le loro contraddizioni. La narrazione è lenta, le descrizioni vivide e accurate. Ogni personaggio ha un qualcosa che lo caratterizza, che riesce a descriverlo senza che ci sia bisogno di aprire bocca. Una peculiarità che è la sua, ma che può essere estesa come categoria generale. Eppure, in quel momento, quelle persone, quelle donne, quelle amanti rappresentano un unicum difficilmente replicabile, allo scopo di far capire e comprendere a fondo a noi che leggiamo quanto l’amore ci sconvolga nel nostro intimo. E ci riesce. Sempre con quel pugno ben assestato, ma ci riesce.
Pagina dopo pagina, si riesce ad entrare nella storia per osservarla più da vicino, avvertendo le sensazioni delle preadolescente che scopre amore e attrazione grazie ai ricordi un po’ sbiaditi di un’anziana signora; della ragazza che, per sentirsi desiderata, finirà per allontanarsi dalla sua più cara amica in un misto di invidia, frustrazione, paura e dolore; di chi si illude di aver trovato l’uomo della propria vita; di chi cerca di raccogliere i cocci dopo l’ennesima delusione sentimentale… e ancora di chi, superata una certa età, deve trovare la forza di lasciarsi alle spalle i propri sbagli e l’orgoglio per tentare di salvare il proprio matrimonio in situazioni che possono sembrare irreali.
In silenzio. Perché è questo il modo migliore di lottare e farsi male, di continuare ad amore e trovare, così, la forza per ricominciare.

Rossella Milone, classe 1979, è nata a Napoli e vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti: “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, 2007), con cui ha ricevuto una menzione al Premio Calvino, e “La memoria dei vivi” (Einaudi, 2008). Esce per Laterza il suo “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (2011) e per Einaudi “Poche parole, moltissime cose” (2013). Scrive per diverse testate giornalistiche ed è coordinatrice di “Cattedrale”, osservatorio sul racconto. Il suo sito è rossellamilone.it

Source: acquisto personale.

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Le solitudini dell’anima, Maurizio de Giovanni (CentoAutori, 2015)

9 dicembre 2015
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Ve lo sareste mai aspettato che Maurizio de Giovanni, autore della saga del Commissario Ricciardi e dell’Ispettore  Lojacono, nonché uno degli autori italiani più venduti e amati anche all’estero avesse una vena horror di tutto rispetto? Diciamo che qualche sospetto l’ avrete pure avuto leggendo le vivide descrizioni delle anime morte che appaiono come una maledizione al commissario Ricciardi ogni volta che attraversa a piedi la Napoli degli anni ’30 recandosi o in Commissariato o sul luogo di qualche macabro delitto. Per alcuni de Giovanni è troppo sentimentale, melanconico, quasi melodrammatico, quando invece nasconde un’ anima gotica davvero interessante, che andrebbe coltivata. Me ne sono accorta in modo inequivocabile leggendo i racconti contenuti nella raccolta Le solitudini dell’anima, edito da Edizioni CentoAutori. Il primo racconto è un inedito di Ricciardi, gli altri invece sono storie contemporanee. Senza spoilerare troppo troverete cannibali, confessori assassini,  anime dannate, vecchi che riflettono sul potere e sui suoi lati demoniaci. Ci sono anche racconti divertenti, ironici, leggeri per così dire ma in altri l’orrore ha dita sottili e si insinua nelle pagine come un ragnatela di fili di seta.  Il sovrannaturale, sebbene presente, non è mai del tutto consolante, o rassicurante, c’è sempre uno spiraglio ma non è ben chiaro dove porti. Il gusto per il macabro però non è quasi mai puro splatter, anche se qualche timido passo è stato fatto in questa direzione ma più con lo scopo penso di creare inquietudine nel lettore che vera e propria paura. Anche se la paura della follia in Ricciardi, per esempio, è molto reale, concreta, forse maggiore della paura generata dalle mere allucinazioni orrorifiche quanto si voglia. I fantasmi ricciardiani hanno connotazioni spaventose e grottesche, pur se prevale una certa compassione specialmente quando i personaggi sono bambini. Nella prefazione Paola Egiziano, sua moglie con cui divide la vita da ormai molti anni e cura le prefazioni dei suoi libri per CentoAutori, riporta un episodio bizzarro in cui una giornalsita l'”accusa” di essere lei l’autrice dei libri di de Giovanni, e per quel poco che lo conosco è più che evidente che ciò sia impossibile. La vera curiosità è invece vedere se de Giovanni si cimenterà davvero in un romanzo o una raccolta di racconti puramente horror, dove non solo siano presenti suggestioni di tal genere. Questa sì che sarebbe una sfida interessante. E sono certa farebbe davvero paura.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha pubblicato con crescente successo la saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli del fascismo e composta dai romanzi Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi (2007), La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (2008), Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi (2009), Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi (2010), Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi (2011), Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (2012), In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi (2014) e Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (2015), tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero. Nel 2012 è uscito per Mondadori il romanzo Il metodo del coccodrillo, a cui hanno fatto seguito i romanzi I Bastardi di Pizzofalcone, Buio per i Bastardi di Pizzofalcone e Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone, tutti editi da Einaudi Stile Libero. Nel 2015 è uscito il romanzo Il resto della settimana, edito da Rizzoli, dedicato alla vera passione dello scrittore: il tifo per il Napoli. Per Edizioni Cento Autori sono uscite le antologie L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi (2012), Le mani insanguinate (2014) e Una lunga notte (2015), con Alessandra D’Antonio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Salvatore dell’Ufficio Stampa CentoAutori.

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:: Silver. L’ultimo segreto: La trilogia dei sogni [vol. 3], Kerstin Gier (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

9 dicembre 2015
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Ed eccoci arrivati agli eventi finali. Henry e Liv sono riusciti a fare molta pratica nei corridoi dei sogni, specialmente dopo quello accaduto a Mia, la sorellina di Liv, ma purtroppo sono ancora deboli rispetto ad Arthur. Non si sa esattamente come faccia ma ha la capacità di programmare le persone nei loro sogni a fare qualsiasi cosa lui voglia senza che la povera vittima abbia il minimo ricordo, esattamente come aveva fatto con Mia quando credevano che fosse solo un attacco di sonnabulismo.
Oltre ad Arthur un altro pericolo si aggira per i corridoi dei sogni: Anabel. Uscita dalla casa di cura ha deciso di smettere con i medicinali che le avevano prescritto per la sua schizofrenia e ora sta continuando a minacciare Liv ed Henry del ritorno del Demone delle Tenebre.
In concomitanza con tutto questo altri strani eventi stanno accadendo, l’apparizione di strane piume nere e un’oscurità misteriosa che invade i corridoi dei sogni.
L’unica bella notizia è che Jasper è tornato dalla Francia, il gruppo è al completo, ma Jasper non vuole saperne più niente di viaggi nei sogni e demoni.
Liv, Henry e Grayson sono rimasti da soli a combattere con le forze oscure, fino a ora hanno vinto tutte le battaglie, ma vinceranno anche questa?
Con L’ultimo segreto si conclude la trilogia della saga Silver. Una saga avvincente che saputo coinvolgere i suoi lettori fin da subito, nonostante si siano riscontrati alcuni spunti presi da dei telefilm, ad esempio la figura di Secrecy assomiglia alla blogger di Gossip Girl e la presentazione della famiglia di Ernest ricorda molto Cruel Intentions, ma nonostante questo si nota subito una trama molto ben sviluppata e coinvolgente.
Peccato che questo coinvolgimento e il brio della narrazione lo andiamo a perdere durante la lettura del secondo romanzo e per una buona metà del terzo a causa di un rallentamento della storia. L’autrice infatti per trasmettere nel modo più concreto possibile al lettore lo stallo in cui si trovano i protagonisti cade nella noia, racconta eventi che sembrano essere tutti uguali, ogni tanto dà qualche spunto facendo accadere un piccolo colpo di scena o rivelando un’informazione utile e nuova ma le lascia cadere subito nel nulla lasciando così il lettore ad arrancare nella lettura fino a metà del terzo romanzo, ovvero di L’ultimo segreto appunto, dove con un grandissimo colpo di scena si vede la narrazione salire nuovamente a vertici mai visti con eventi travolgenti che rapiscono il lettore assorbendolo fino alla fine del romanzo, dove si dimentica delle parti lente, delle pagine arrancate e vorrebbe solo continuare a leggere la storia dei suoi beniamini per seguirne le vite, invece di doverli a malincuore salutare per sempre dopo l’ultima pagina.
Bisogna riconoscere alla Gier che ha saputo descrivere gli ambienti dei sogni e il procedimento dei sogni lucidi con grande maestria sapendo trasportare il lettore ogni volta in mondi nuovi e invogliandolo a provare lui stesso a mettere in pratica gli insegnamenti di Liv per poter a sua volta vivere avventure grandiose.
Un romanzo che oltre a parlare di sogni sa far sognare grandi e piccini.

Kerstin Gier nasce a Bergisch Gladbach nel 1966.
Dopo aver studiato musicologia germanica e anglistica è passata alla pedagogia della comunicazione e alla psicologia, fino a laurearsi in Educazione e diventare insegnante.
Nel 1995 ha iniziato a scrivere romanzi femminili.
Nel 1996 ha scritto Männer und andere Katastrophen da cui hanno tratto un film con Heike Makatsch.
Nel 2005 ha ricevuto il Premio Delia internazionale per Ein unmoralisches Sonderangebot come miglior libro della letteratura romantica in lingua tedesca.
Anche della sua Trilogia delle gemme è stata realizzata una serie di film: Ruby Red uscito in Germania nel 2013 e Ruby Red II uscito nel 2014.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Si chiamava Tomoji, Jiro Taniguchi, (Rizzoli Lizard 2015) a cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2015
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In Si chiamava Tomoji, il disegnatore Jiro Taniguchi affronta un’epoca del Giappone (l’era Taisho che va dal 1912 al 1926) finita oggi un po’ nel dimenticatoio. In questo periodo rurale prendono forma le avventure di vita di due giovani ragazzi, i cui destini si intrecceranno per sempre. Da una parte, i disegni di Taniguchi ci mostrano Tomoji Uchida, una ragazzina di tredici anni sulla strada di casa dopo la scuola. Dall’altra parte, mentre lei cammina immersa nella natura, a casa Uchida c’è in visita Fumiaki Itô, un diciannovenne appassionato di fotografia che, poco dopo aver scattato qualche immagine, riprende il suo cammino. Sarà il verso di un falco a richiamare la loro attenzione e a far capire a noi lettori che le vite dei due ragazzi si uniranno presto. Tomoji continua a vivere la sua vita di adolescente, ma la spensieratezza verrà messa da parte presto a conseguenza di una serie di drammatici eventi che colpiranno lei e la sua famiglia. La ragazzina maturerà presto e si dividerà tra studio e lavoro, fino a quando Fumiaki Itô ricomparirà nella sua vita per restarci. Taniguchi utilizza il fumetto non solo per raccontare un’epoca storica, ma per narrarci gli amori, i dolori, i desideri e le preoccupazioni di una giovane donna che cresce in un Giappone antico, dove i ritmi della vita non son scanditi dall’orologio, ma dall’alternarsi delle stagioni. L’autore prende spunto da personaggi realmente vissuti -Tomoji Uchida e il marito Fumiaki Itô, fondatori di un’importante branca religiosa del buddismo- per fare un fumetto storico biografico ricco di sentimenti e di speranza per il futuro. Traduzione Vincenzo Filosa.

Jiro Taniguchi nasce a Tottori, Giappone, nel 1947. Nel corso della sua carriera vince numerosi premi, tra cui l’Osamu Tezuka Culture Award (1998), l’Alph’Art al Festival del fumetto di Angoulême e, nel 2010, il riconoscimento come “Maestro del fumetto” nell’ambito del Lucca Comics and Games. Tra i libri dell’autore pubblicati in italiano, Al tempo di papà, In una lontana città e, per Rizzoli Lizard, i due volumi de Gli anni dolci, La montagna magica, Uno zoo d’inverno, Un anno – Primavera, Furari – Sulle orme del vento e la serie La vetta degli Dei – tratta da un romanzo di Baku Yumemakura. Vive e lavora a Tokyo.

Source: prestito bibliotecario.

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:: Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015
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Conobbi Mavis Gallant, letterariamente parlando, alcuni anni fa. Quasi per caso. Non era un nome molto conosciuto in Italia, o almeno io non sapevo quasi niente di quest’autrice canadese trasferitasi in Francia come Edith Wharton, un’altra autrice da me molto amata.
Leggendaria in patria, maestra del racconto breve con più di 100 racconti pubblicati sul New Yorker, quando anche pubblicarne uno fa di te un autore di tutto rispetto, Mavis Gallant era un nome che mi attirò per motivi bizzarri. Mi piaceva visivamente e mi piaceva il suono che si otteneva accostando Mavis a Gallant.
Ero in una libreria di Torino, poco distante da Piazza Castello e così presi un suo libro, di racconti naturalmente. E fu amore a prima vista. Passai un intero pomeriggio su al piazzale del Monte dei Cappuccini a leggere Varietà di esilio, e a pensare a come avrei fatto a intervistarla. Sarei andata fino a Parigi se fosse stato necessario.
Non ricordo se feci anche qualche reale tentativo di contatto, ma mi scoraggiò il fatto che fosse anziana e ormai malata. Non volevo distrurbarla. Tutto questo per dire che quando lessi che Livia Manera Sambuy aveva scritto un libro dove raccontava del suo incontro con Mavis Gallant, ho capito che quel libro non avrei dovuto perderlo.
Non scrivere di me non parla solo di Mavis Gallant, naturalmente, ci sono anche altri scrittori, ognuno a suo modo speciale, ma io lo scelsi per lei. E per un senso di rimpianto. Forse avrei dovuto davvero partire per Parigi, magari avrebbe trovato buffo che una blogger italiana facesse tanta strada per incontrarla, stregata dai suoi racconti.
Chissà, ora questo non potrà succedere più. Il 18 febbraio del 2014 l’ha reso irrimediabilmente impossibile. E non mi resta che vivere l’esperienza per interposta persona. Livia Manera Sambuy ha sicuramente fatto un buon lavoro, sicuramente migliore di quanto avrei potuto fare io,  non si è fatta sopraffare dalle varie personalità con cui è entrata in contatto e con eleganza e leggerezza le ha spinte oltre i paletti che probabilmente si erano poste, con una giornalista, con il mondo intero.
E così Philip Roth, Richard Ford, David Foster Wallace, James Purdy, Mavis oltre a Paula Fox, Judith Thurman, Joseph Mitchell ci passano accanto. Alcuni nomi hanno catturato la fama in modo forse eccessivo, il mito di David Foster Wallace ormai è grantico come il marmo di una cattedrale, altri sono nomi che magari non ci dicono assolutamente niente, e leggendo le parole di Livia Manera Sambuy sembra un vero peccato.
Non scrivere di me ha un pregio che forse sovrasta gli altri, che sto riscontrando anche leggendo I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter, ti fa sentire parte di una comunità, ristretta forse, ma coesa. Una comunità dove tutti si conoscono, come una piccola città di provincia, quando si è invece sparsi per i quattro angoli del mondo, come se la letteratura avesse anche questo potere, avvicinare persone tanto diverse, che in fondo non devono neanche amarsi alla follia.
L’incontro più riuscito sicuramente quello con Philip Roth, il più triste con James Purdy, il più divertente con Richard Ford. Con David Foster Wallace si incontrarono in un Mcdonald’s sperduto in un autostrada tra Chicago e il nulla, lui non ne aveva nessuna voglia di essere lì e si chiedeva quanto importante fosse la Sambuy da far abbuonare al suo agente due favori che gli doveva pur di accettare quell’intervista, mentre lei gli spiega pazientemente che ad essere importante è il giornale per cui lavora.
Richard Ford racconta di quando sparò al libro di una scrittrice che aveva recensito in modo non tanto lusinghiero un suo libro e le mandò il libro con tanto di proiettile incastrato o della volta che sputò in faccia a un altro scrittore che sempre aveva recensito malevolmente un suo libro.
Philip Roth è più per l’autrice di uno scrittore incontrato per un’ intervista.
Paula Fox, la nonna naturale di Courtney Love, racconta di quando presentò un suo racconto a una rivista letteraria, il racconto non fu accettato, ma lei sposò chi aveva fatto la selezione.
E poi incidentalmente scorrono altri nomi, Carver, Karen Blixen, e dato che il mondo è piccolo John Banville (ancora mi deve un’ intervista) e molti altri. E in filigrana il lavoro di una giornalista culturale che intervista scrittori (DFW dice che al suo posto non lo farebbe mai), che li raggiunge in posti sperduti o al sicuro delle loro case e li invita a raccontare le loro vite, a parlare di libri, a svelarsi.  Non un elenco classico di interviste con domande e risposte. Qualcosa di più. Un bel libro per chi ama libri e scrittori.

Livia Manera Sambuy è una giornalista letteraria che scrive sul “Corriere della Sera”. Ha realizzato due film documentari su Philip Roth. Ha vissuto tra Milano e New York, ora vive tra Parigi e la Toscana. Philip Roth. Una storia americana è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana di dvd “Real Cinema” nel 2013. Ancora per Feltrinelli, Non scrivere di me (2015).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Le serenate del Ciclone, Romana Petri, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 dicembre 2015
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Dopo aver raccontato storie di personaggi d’invenzione, stavolta Romana Petri si confronta con la reale vicenda di suo padre, Mario Petri, cantante lirico e attore caratterista in tanti film tra spaghetti wester e peplum nella Cinecittà del boom economico.
Un padre eccessivo, bellissimo, attaccabrighe, sbruffone, con delle intransigenze politiche e su alcune persone, e con non poche fragilità, soprattutto quando la carriera cominciò ad andare male e una vita da sogno e da divo diventò presto una dura lotta per la sopravvivenza: una vita che si è dipanata dal 1922 al 1985, e che l’autrice racconta con i toni dell’epica, restituendo il destino di un padre che lei ha comunque amato tantissimo e che ci ha messo decenni prima di ritrovare nelle pagine del libro.
Le serenate del ciclone (ciclone era il soprannome di Mario Petri) è diviso in due parti: nella prima si ricostruisce l’infanzia, adolescenza e giovinezza picaresche del protagonista, tra fascismo, lotta partigiana, scoperta di due passioni, il pugilato e il canto lirico, con toni romanzeschi. Nella seconda parte arriva la figlia, Romana, bambina che cresce in un ambiente ricco e pieno di stimoli, per poi assistere pian piano alla decadenza di un papà che lei non smette di amare, ricambiata, mentre restano esclusi da questo rapporto unico la mamma, che affronta nel corso degli anni vari problemi di salute, e il fratello minore, nato in un momento non più di auto sportive, villa, soldi, ma di ristrettezze.
Un libro che racconta vari decenni di storia italiana, dalla dittatura fascista alla guerra, e soprattutto del boom culturale del dopoguerra, con la Hollywood sul Tevere a Cinecittà in cui tanti attori, spesso imprestati da altre arti, come la musica lirica nel caso di Mario Petri, in quello che fu un momento magico e poi molto rimpianto dopo: senz’altro è interessante per chi ha vissuto quell’epoca, ma anche per chi, più giovane, non ha conosciuto questi momenti, e magari ha sentito solo alcuni nomi, come quello di Sergio Leone, grande amico di Mario Petri e a cui l’autrice dedica alcune delle pagine migliori e più curiose.
La storia di Mario Petri racconta un eroe per sua figlia, senza nascondere però i difetti di un padre a cui l’autrice dedica alla fine alcune frasi lapidarie e strazianti, mostrando l’incapacità di superare per sempre il lutto per la perdita degli affetti più stretti: ma il libro non è comunque patetico, è gustoso, divertente, eccessivo, boccacesco e chiunque sia vissuto in quegli anni, anche da giovanissimo, troverà qualcosa di suo, anche solo la citazione di un programma tv.
Non una storia universale dell’amore filiale e paterno, ma una vicenda personale, eccezionale e unica, universale e particolare: Le serenate del ciclone non vuole essere né esemplare né agiografico, ma raccontare una realtà, una famiglia, un momento, un lutto. E non è poco.

Romana Petri è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con Tuttolibri La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo.

Source: libro proposto al gruppo di lettura Neri Pozza.

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:: Liberi junior – Berlin I fuochi di Tegel, di Fabio Geda, Marco Magnone (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2015
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Tempo di fantascienza distopica per gli autori italiani: dopo Lidia Ravera con Gli scaduti e Niccolò Ammaniti con Anna, è la volta della serie di Berlin, scritta a quattro mani da Fabio Geda, diventato famoso con storie realistiche, in testa Nel mare ci sono i coccodrilli, e Marco Magnone, grande amante di storie ambientate nelle città e di Berlino in particolare.
Berlin I fuochi di Tegel è il primo libro di una serie di fantascienza distopica, anzi di ucronia, Storia alternativa, rivolta ad un pubblico di adolescenti, ma in realtà interessante anche con qualche anno in più, come succede con la buona narrativa di genere fantastico e non solo.
In una Berlino degli anni Settanta ancora divisa dal muro, un’epidemia misteriosa ha ucciso tutti gli adulti, e nella città abitata solo da giovanissimi imperversano bande, non ci sono più regole e sopravvivere è l’unica cosa che conti. Un gruppo di ragazzi, in cui spiccano Theo, Christa e Jacob, i tre protagonisti della vicenda, lotta per la sua salvezza e deve confrontarsi con la banda peggiore di Berlino, che vive nell’aeroporto di Tegel, luogo dove tra l’altro sono state girate alcune scene dell’ultimo capitolo di Hunger Games.
L’idea di fondo non è forse nuovissima, ci sono echi di un classico come Il signore delle mosche di William Golding e del recente The young world di Chris Weitz, ma la trama è interessante, avvincente e presenta un sogno di molti quando si è giovanissimi, non dover più rendere conto agli adulti di quello che si fa, diventato un incubo in un mondo non spiegato del tutto (vedremo nei prossimi libri), con un buon ritmo cinematografico e una serie di colpi di scena che fanno entrare a buon titolo il libro in un filone che oggi come oggi sembra essere uno dei più importanti della narrativa fantastica.
Interessante la scelta di una città come Berlino, non le più glamour Londra o Parigi o New York, non posti italiani come Roma, Milano o Torino, ma un luogo di intolleranza passata, divisione per decenni e oggi capace di reinventarsi e di diventare simbolo di integrazione e accoglienza, oltre che di riflessione sugli errori passati:qui il momento scelto è gli anni Settanta, in un’epoca alternativa, e i ragazzi lasciati a loro stessi ricorderanno ai meno giovani i giovanissimi perduti e realistici di Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.
Berlin I fuochi di Tegel coniuga comunque la vocazione d’evasione e d’intrattenimento con la proposta di tematiche serie, presenti in tanta narrativa fantastica, che non è certo mera fuga dalla realtà.

Fabio Geda si è occupato per anni di disagio minorile, esperienza che ha spesso riversato nei suoi libri. Nel mare ci sono i coccodrilli, il suo terzo romanzo, ha venduto quattrocentomila copie, è stato tradotto in ventotto paesi, è letto nelle scuole un po’ ovunque e ne sono stati tratti diversi spettacoli teatrali. Ha sempre desiderato scrivere una saga per ragazzi. Ora l’ha fatto.

Marco Magnone è nato nel 1981 ad Asti, dov’è vissuto fino a quando si è trasferito a Torino per l’università. Berlino l’ha scoperta grazie all’Erasmus ed è stato amore a prima vista. Tornato in Italia ha iniziato a lavorare nell’editoria e a scrivere occupandosi soprattutto di narrazioni urbane. Un pezzo del suo cuore però è rimasto sotto la torre di Alexanderplatz.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
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Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: La casa di Parigi di Elizabeth Bowen (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
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All’indomani della Grande Guerra, in una Parigi profondamente segnata dal conflitto, arriva Henrietta, undici anni, con la sua scimmietta di pezza, e viene accolta dalla signorina Fisher, un’amica di famiglia che la ospita per un’intera giornata nel suo appartamento chic in pieno centro in attesa di ripartire per il Sud della Francia. In casa Fisher Henrietta incontra Leopold, di pochi anni più giovane di lei, e con lui si apre una breve complicità e curiosità, anche perché entrambi sentono di essere soli al mondo, in mezzo ad adulti troppo toccati dalla recente guerra e da loro problemi personali, come la passione proibita tra la mamma di Leopold e il suo padre naturale, che rende impossibile una vita normale per il piccolo che è destinato ad un’esistenza solitaria fin dall’infanzia.
Pubblicato nel 1935, La casa di Parigi non è privo di punti di interesse, come la descrizione della società subito dopo la Grande Guerra, con qualche eco di Henry James e Edith Wharton nell’incontro scontro tra mondo anglosassone (irlandese in questo caso) e quello del resto del mondo. Nella parte parigina forse Muriel Barbery ha tratto qualche ispirazione per le atmosfere del suo L’eleganza del riccio, ma alla fine il libro trasmette una sensazione di incompiuto, di due storie parallele che non si incontrano mai e che non riescono ad essere davvero convincenti, perché incomplete. Henrietta e Leopold con il loro breve incontro non sono approfonditi, restano due bambini sullo sfondo di un affresco diverso, quasi fuori posto ma senza l’empatia che tanta letteratura ha dedicato a infanzia e adolescenza. La storia del passato in Irlanda è fine a se stessa, poteva essere piccante all’epoca (e poi ancora), ma non è coinvolgente come altre analoghe, e il libro, per la prima volta pubblicato nel nostro Paese in edizione integrale, pur essendo ben scritto e con tematiche interessanti, non ingrana, sospeso tra due vicende che non riescono ad essere coinvolgenti, soprattutto se si sono lette altre storie. Tra Parigi e l’Irlanda risulta comunque più viva Parigi, sarà che ultimamente la capitale francese è grande protagonista di nostalgie, simboli, rabbia, amore dopo gli attentati del 13 novembre scorso. Ma è più un riflesso psicologico attuale che un vero legame con il libro.

Elizabeth Bowen (1899-1973), nata a Dublino, scrisse diversi libri e trascorse gran parte della sua vita a Londra, dove entrò a far parte del circolo Bloomsbury divenendo amica di Virginia Woolf.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: L’imperatore della Cina di Joachim Bouvet (Guanda, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2015
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Per quanto possa sembrare bizzarro la storia dell’evangelizzazione cinese, una storia antichissima che se vogliamo può essere fatta risalire alla diffusione del nestorianesimo in Asia (il vescovo siriano Nestorio visse tra il 381 e il 451 d. C.) o forse anche prima se consideriamo l’operato estemporaneo di qualche  sconosciuto mercante itinerante, è più simile a un grandioso libro di avventura che a un polveroso trattato da eruditi. La Cina era una sfida, un impero antichissimo e straordinariamente moderno, con una civiltà evoluta e senza pari nella lontana antichità. Gli euorpei che per primi raggiunsero il Celeste impero si trovarono di fronte un mondo civilizzato ed evoluto, per alcuni versi superiore a quello da cui provenivano, e molti lo dovettero ammettere seppur con riluttanza se volevano conservare una certa onestà intellettuale.  Arrivare in Cina era già di per sé una grande avventura, un viaggio lunghissimo e pieno di pericoli al cui termine c’erano le grandi ricchezze, non solo materiali (ma anche quelle non erano da sottovalutare), di una civiltà orgogliosa e consapevole delle sue qualità e della sua forza.  La Compagnia di Gesù fu l’ordine che, tra tutti quelli che si avvicendarono nella sconsiderata missione di convertire la Cina, subì maggiormente il fascino intellettuale, politico, ed etico di questo popolo, arrivando a scelte a dir poco coraggiose che ne causarono quasi la fine. L’ordine fu soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773, e fu ripristinato solo nel 1814 da papa Pio VII. E fu il Portogallo a iniziare questa marcia verso la soppressione dell’Ordine, memore del suo tentativo, che non gli fu mai perdonato, di rompere il monopolio che la corona portoghese aveva sulle navi in partenza per la Cina sin dalla fine del XV secolo. La Questione dei Riti non fu una diatriba di minore importanza e certamente venne utilizzata strumentalmente per danneggiare proprio coloro che conoscendole approfonditamente stimavano come pratiche civili la venerazione degli antenati e non come atti idolatri di un popolo barbaro, incivile e ignorante. Joachim Bouvet autore di L’Imperatore della Cina (Portrait historique de l’empereur del la Chine, 1697), edito da Guanda, fu un missionario gesuita e se vogliamo la sua opera si ricollega ai più ampi tentativi fatti dagli aderenti al suo ordine di difendere un mondo e una civiltà di fronte all’Occidente, nella consapevolezza che, per favorire un incontro di civilità così diverse, servisse per prima cosa una certa obiettività e imparzialità. Questa edizione tradotta dalla prima versione dell’originale francese, stampata a Parigi nel 1697, e comprendente tutte le parti che furono successivamente censurate nelle edizioni seguenti, è dedicata e rivolta al Re Sole Luigi XIV investito del ruolo di difensore della fede e della cristianità e vuole essere uno strumento per estirpare i semi del dubbio e delle false idee che si erano diffuse in Occidente anche a causa di alcuni filosofi illuministi che consideravano dispotico il governo del Regno di Mezzo. Bouvet a un passo dalla conversione dell’imperatore Kang Xi, (conversione che mai avvenne) voleva presentare a Luigi XIV un suo omologo, di pari dignità e abilità politica, un interlocutore privilegiato con il quale avrebbe potutto instaurare un diaologo proficuo e soprattutto duraturo. Il valore di questo documento storico è indubbio e illuminati dalla introduzione di Michela Catto, che ha anche tradotto il volume, si può collocare storicamente e contestualizzare l’intera opera, di per sé anche di veloce letttura. Comprendo che forse questo documento non avrà il valore che ha avuto per me, avendone sentito parlare durante i miei studi e le mie ricerche ma non avendolo mai potuto avere sottomano, tuttavia sono certa che anche a un lettore diciamo non specialistico, anche come mera testimonianza, può destare curiosità e interesse.

Joachim Bouvet fu un missionario gesuita, nato a Le Mans, in Francia verso il 1656 e morto a Pechino, in Cina, nel 1730. Fu uno dei primi gesuiti scelti da Luigi XIV per la missione in Cina, insieme ad altri quattro confratelli. Essi furono accolti favorevolmente dal famoso imperatore Khang-hi o Kangxi, che volle Padre Bouvet come istruttore di matematica, astronomia e filosofia. Dalla sua posizione privilegiata padre Bouvet collaborò alla realizzazione di mappe delle varie province cinesi. Forte della sua esperienza, la raccontò in alcuni libri, tra cui questo, pubblicato in Francia nel 1697, in cui definì Khang-hi il «Luigi XIV della Cina». Lo scopo principale delle sue opere era alimentare l’interesse di Luigi XIV per la Cina. I suoi libri riscossero l’interesse degli intellettuali francesi dell’epoca, tra cui Leibniz e Voltaire.

Michela Catto, si è perfezionata alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha lavorato a Trento (Fondazione Bruno Kessler), Università di Padova, Torino (Fondazione Luigi Firpo), Firenze (SUM), e Parigi (EHESS- Marie Curie Fellow). Il suo principale oggetto di studio è la Compagnia di Gesù, la sua spiritualità e la sua attività missionaria. Attualmente è impegnata in alcuni progetti riguardanti la Compagnia di Gesù in Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Guanda.

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