Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Cafè Julien, Dawn Powell (Fazi, 2015) a cura di Federica Spinelli

22 dicembre 2015
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Accade qualche volta che il libro giusto ti capiti tra le mani quando meno te lo aspetti. Un po’ come succede, dicono, con i grandi amori. Cafè Julien è forse uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi tempi. È fondamentalmente e prima di tutto un libro divertente. Di quelli che rallegrano, un po’ come quelle vecchie commedie anni 80 con sceneggiature solide e battute rimaste nella storia. Il divertimento di questo libro deriva dalla costruzione quasi millesimale di personaggi a tutto tondo appartenenti a un mondo mitico come la New York degli anni 50 e da un intreccio che non risparmia niente all’ironia, disegnato da un dialoghi arguti e immediati. Il Cafè Julien è il punto di ritrovo della società artistica di un’America uscita dalla Seconda Guerra mondiale e con una gran voglia di ricominciare, ma soprattutto è il teatro delle vicende di artisti, ereditiere sfiorite, mecenati e attrici. In un’atmosfera che ricorda gli anni Venti ma anticipa anche quella ventata di voglia di tornare a vivere che anima tutto il dopoguerra americano, gli incantevoli personaggi si alternano in un continuo andirivieni intorno al Cafè, incontrandosi, lasciandosi, riprendendosi e cercandosi. Elleonora, aspirante fotografa innamorata di Ricky, giovane di bell’aspetto che la insegue per anni senza mai riuscire a raggiungerla, Cinthia, mecenate ed ereditiera e Dalzell, pittore squattrinato insieme con Edith e Jerry, due giovani donne alleatesi per entrare nella buona società di New York: questi sono i personaggi che si rincorrono nel carosello di scene descritto con mirabile maestria da Dawn Powell. Forte di alcune influenze che ricordano Parigi è una festa mobile di Hemingway, Dawn Powell ritrae con ironia e leggerezza un mondo brillante e patinato quanto pieno di contraddizioni attraverso un intreccio dal ritmo veloce e coinvolgente. Il Cafè Julien, teatro di numerose avventure, destinato a essere tristemente demolito e sostituito da un orribile condominio, è non solo il silente scenario del romanzo, ma anche il porto di approdo di speranze e delusioni di una nicchia di artisti in cerca dell’amore, del riscatto o della sopravvivenza e in fuga dai propri fantasmi.

Dawn Powell (1896-1965) È nata in una piccola cittadina dell’Ohio e si è trasferita a New York giovanissima. Riscoperta negli ultimi anni grazie a Edmund Wilson e Gore Vidal, è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane del Novecento. È stata accolta nella Library of America, insieme a Ralph Waldo Emerson e Edith Wharton, e nel giugno 2015 è entrata a far parte della New York State Writers Hall of Fame, al fianco di scrittori del calibro di Henry James e Herman Melville.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Etica dell’acquario, Ilaria Gaspari (Voland, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 dicembre 2015
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Viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile che scrittori giovani, anche giovanissimi, si distacchino da quella che è la generazione di cui fanno parte. Sembra impossibile non far coincidere narrazione e vissuto personale, romanzato o meno che sia. Alcuni ce la fanno, altri decisamente no.
Ilaria Gaspari, alla sua prima prova con un romanzo, “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per la casa editrice romana Voland, ci è decisamente riuscita.
Un libro diretto e intenso per una storia che si svolge quasi tutta al passato, dieci anni prima. La protagonista, Gaia, era entrata alla Normale e aveva vissuto appieno la vita della Scuola, scoprendo fin da subito quanto si trattasse di uno spazio di studio e di crescita poco propenso alla socializzazione e ai rapporti umani, quanto più alla competizione e al voler primeggiare sugli altri. A tutti i costi. I compagni, più che sodali, erano nemici, avversari. Il collegio più che una casa era una caserma, un luogo invivibile e ostile, un ecosistema a sé… Un acquario.

“Matteo era scomparso da poco e io, il giorno che mi fermai a fissare lo stagno, capivo finalmente tutto. Nella vasca di cemento in cui i pesci per sopravvivere sviluppavano quei caratteri mostruosi, l’acqua ristagnava, si faceva verde e muscosa; e io vedevo all’improvviso che stare alla Scuola era proprio come essere dentro a un acquario. Ecco perché quel senso di esilio in un luogo innaturale, che a tratti sapeva farsi più selvaggio, più violento del mondo di fuori.”

L’infelicità, le sopraffazioni e i ricordi degli anni universitari, che fanno di “Etica dell’acquario” un romanzo generazionale, sfociano, però, da subito nei toni del noir: Gaia, infatti, rievoca la sua storia in occasione del suo ritorno a Pisa. Non per piacere o per nostalgia, tutt’altro. Una sua vecchia compagna di studi, Virginia, è scomparsa e loro ex alunni vengono convocati tutti insieme per essere interrogati.
Quello che ne esce è sicuramente un’opera matura per una scrittrice alla sua prima prova editoriale, capace di creare un congegno narrativo ben riuscito tra emotività e thriller e anche di oggettivare i sentimenti negativi in un viaggio di ritorno non voluto, ma necessario.
Etica dell’acquario” ha vinto il Premio Vittoriano Esposito 2015.

Ilaria Gaspari, classe 1986, è nata a Milano e ha studiato Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per Voland nella collana “Amazzoni” è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Pirati. Culture e stili dal XV secolo a oggi, Matteo Guarnaccia (24 Ore Cultura, 2015) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2015
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Se c’è una figura che periodicamente torna nell’immaginario popolare è quella del pirata, tornato nei romanzi popolari, da Salgari in poi, nelle figurine, al cinema, nei fumetti, nei serial. I pirati dell’immaginario a volte ricalcano come erano davvero, in quanto a ferocia e violenza (o meglio come sono, visto che nel Sud del mondo esistono ancora, come insegnano le vicende di Paesi come la Somalia o l’India), altre volte sono un emblema di romanticismo e avventura oltre ogni limite, gente che si ribella ad una società ingiusta in nome della libertà.
Ai pirati è dedicata una delle proposte del Sole 24 ore Cultura, Pirati, un volumone illustrato più che scritto, che racconta appunto il mito dei pirati nelle arti figurative, mescolando copertine di dischi e di antichi libri, moda e travestimenti ispirati ai pirati (ritornato in auge con Jack Sparrow), cartoline e ritratti di pirati veri, immagini da film e incisioni dell’epoca della pirateria. Nei testi si citano canzoni, film, realtà storiche, anche se questo è un libro che parla per immagini, a differenza di altre pregevoli e interessanti storie della pirateria che sono uscite nel corso degli anni, presso vari editori nel corso degli anni.
D’altro canto qui si vuole parlare di come una figura è rimasta tra realtà e fantasia, e per farlo si lascia spazio all’arte visiva, tra alto e basso, cultura popolare e Storia, per un risultato curioso e interessante, dove convivono David Bowie, Vivien Westwood, Barba Nera, sir Walter Raleigh, il corsaro nero e Capitan Harlock. Un omaggio a come è stata interpretata la figura del pirata, ribelle con una causa e un codice d’onore, che magari lottava contro i pirati cattivi o più spesso contro dittatori, re e simili. Un immaginario spesso inventato ma molto efficace e duraturo.
Un libro per chi si è appassionato per le storie di pirati, magari fin da bambino, storie che sono cambiate ma hanno mantenuto lo spirito dell’avventura e della ribellione, magari combinandoli con ambientazioni fantastiche o per contro con un recupero della realtà storica. Ma anche un libro per chi ama le arti in tutte le loro forme, come testimoni della realtà in tutti i suoi aspetti e come capaci di reincarnare sogni, aspirazioni, immaginari.

Matteo Guarnaccia, classe 1954, ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio dell’arte e delle controculture mondiali, occupandosi di hippy e sciamanesimo, realizzando mostre, collaborando con il mondo della moda e con quello della musica, scrivendo libri e realizzando reportage. Tra le sue opere: Paradiso psichedelico, Amsterdam 1967 – 1974: La Mecca degli Hippies (AAA Edizioni), Magickal Mystery Book. Visioni esoteriche intorno ai Beatles (Apogeo – Urrà), Underground Italiana ( (Shake edizioni), Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali (Shake edizioni).

Source: mandato materiale documentario in tema dalla casa editrice.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tom Clancy’s Full Force and Effect, Mark Greaney, (Putnam’s Sons, 2014) a cura di Stefano Di Marino

21 dicembre 2015

tomDa solo vale 5 Segretissimi, nel senso che le quasi 700 pagine raccolgono in realtà quattro o cinque storie che potrebbero stare in piedi da sole e invece sono unite da un solo filo conduttore: in questo caso un piano dei nordcoreani per lo sfruttamento minerario di una regione da adibire poi alla costruzione di missili intercontinentali. Dal Vietnam si passa all’Europa, al Messico , a una missione di infiltrazione in Corea con vari personaggi occupati in missioni differenti che si collegano. Un’altra ottima prova di Greaney che sa gestire azione, detection e fantapolitica con buon equilibrio. Di certo la sequenza migliore è l’attentato a Jack Ryan senoir. Devo dire che questi nuovi mi appassionano molto di più degli originali.

Mark Greaney. The Gray Man, il thriller con cui ha debuttato è diventato un bestseller nazionale, ed è stato nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Il seguito, On Target, è stato anche nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Ballistic, il terzo della serie ha ricevuto recensioni entusiastiche tra cui quella del New York Times. I libri di Mark sono pubblicati in varie lingue e sono disponibili in ebook e audiolibri anche. Mark ha una laurea in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche. Nelle sue ricerche per i soggetti di Gray Man e dei romanzi di Tom Clancy ha viaggiato in decine di paesi, ha visitato il Pentagono e molte agenzie di intelligence di Washington, ed è stato addestrato all’uso delle armi da fuoco insieme a militari e forze dell’ordine, alla medicina sul campo di battaglia, e  alle tecniche di combattimento ravvicinato. Mark vive a Memphis, Tennessee.

:: Lost in translation, Ella Frances Sanders (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 dicembre 2015
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Lost in translation è un gioiellino. Ai più distratti, magari, ricorderà il famoso film con Bill Murray e Scarlett Johansson del 2003.
Sempre di intraducibile si tratta, ma su un altro livello.
Ho avuto modo di prenderlo a Più Libri Più Liberi, ma già sapevo della pubblicazione di questo libro da novembre, ne avevo letto buone cose in giro su internet: edito da Marcos Y Marcos, con la traduzione di Ilaria Piperno e le splendide illustrazioni dell’autrice, la giovane Ella F. Sanders, scrittrice e disegnatrice cosmopolita. Chi meglio di lei, allora, poteva consegnarci questo prontuario emozionale della parola mancante, quell’insieme di fonemi che manca nella maggior parte delle lingue del mondo e, guarda caso, esiste e resiste in hindi, malese, gallese o persino in urdu.
Sapevate che i norvegesi usano una parola ben precisa per tutto, ma proprio tutto, quello che può essere contenuto tra due fette di pane? No? Ebbene, la risposta è “pålegg”. Oppure che “tiam” in farsi sta ad indicare quello scintillio negli occhi quando si incontra per la prima volta una persona che davvero ci piace. Poi c’è “waldeinsamkeit” che per i tedeschi indica quella piacevole sensazione di essere soli nel bosco. E ancora, per i tanti lettori forti assidui frequentatori di Liberi di Scrivere, dovete sapere che in giapponese esiste una parola per indicare la pila di libri ancora da leggere accatastati sul comodino, messi in attesa: si dice “tsundoku”. Esula tutte le unità di misura la parola araba “gurfa” che sta puntualmente ad indicare la quantità esatta di acqua che può essere contenuta nel palmo di una mano concavo, per abbeverarsi.
Le parole scovate, selezionate e illustrate dall’autrice sono cinquanta e io non voglio svelarvele tutte, quindi, se vi va, non vi resta che immergervi nella lettura. Restereste sicuro senza parole.
Illustrazioni di Ella Frances Sanders. Traduzione italiana di Ilaria Piperno.

Ella Frances Sanders è una scrittrice e illustratrice ventenne, o giù di lì, che per scelta vive un po’ ovunque, negli ultimi tempi in Marocco, Regno Unito e Svizzera. Ama realizzare libri fatti di vere pagine e disegnare per persone che le piacciono. Non le fanno paura le domande né gli orsi.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Ex voto, Marcello Fois (minimum fax, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 dicembre 2015
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Questa short story è la mia prima lettura di Fois. Mi incuriosiva perché era in presentazione il secondo giorno a “Più Libri Più Liberi” e, fortunatamente, come tutti i libri presi alla cieca fino ad adesso, non mi ha deluso.
Eppure un po’ ero titubante, forse per l’argomento, che sentivo poco mio, per niente vicino al mio quotidiano.
Eppure, inaspettatamente, a fine lettura, ne sono uscita con un libro che merita, merita davvero.
Facciamo un passo indietro e lasciate che vi presenti Antonia “Tony”, Jenny e Mariarca che vivono ad Adelaide, in Australia, ma come tradisce il “nome parlante” della terza, sono di origini italiane. Adelaide, dopo Napoli, infatti, è il secondo luogo di culto della Madonna dell’Arco in tutto il mondo.
Tre personaggi femminili, tutte – ognuna a suo modo – protagoniste della storia, ognuna ha un suo peso.
Tony è figlia di Mariarca, Jenny è figlia di Tony. Tony è forte, ruvida e sfuggente, protegge Jenny col suo amore di madre, per non farla sentire più incompleta di quello che già non sia. Ha evidenti problemi di salute e di crescita, Jenny, quella figlia imprecisa per una madre imperfetta, ancora bambina in un corpo da adolescente. Mariarca è la madre colpevole, che è scappata lontana da Napoli e dall’Italia per arrivare in un continente terra di tutti e di nessuno, dove ricominciare tutto da capo. Lei, la “strega”, straordinariamente devota e attaccata alle proprie radici, nonostante tutto, è la nemesi perfetta di sua figlia Tony, che arriva a rinnegare persino il suo nome, per lasciarsi il passato alle spalle, per svecchiarsi, per essere una del posto. Non ricorda il vero motivo del loro trasferimento. O fa solo finta di non ricordarselo.
Fois ci catapulta con un ritmo incalzante e, per questo, mai noioso, in un tempo lontano che brucia più della ferita sullo zigomo alto di sua figlia e che stenta a rimarginarsi. Perché i miracoli non salvano mai del tutto e questo Tony, Mariarca e Jennifer, seppur inconsciamente, lo sanno.
In un atmosfera ovattata e non per questo meno altalenante si susseguono culti religiosi, immagini e persone del passato, presente e, forse, anche da un probabile futuro, in un romanzo breve che ha le sue basi nei saggi antropologici che hanno individuato il culto della Madonna dell’Arco ad Adelaide. Strano, ma vero.

Marcello Fois, classe 1960, è nato a Nuoro, ma vive da anni a Bologna. Laureato in Italianistica, è un autore prolifico, non solo in ambito letterario in senso stretto, ma anche per teatro, radio e fiction televisiva. Negli anni pubblica con Einaudi, Frassinelli, Marcos y Marcos e altri. Tra i suoi scritti ricordiamo: “Sempre caro” (Premio Scerbanenco – Einaudi, 1998); “Dura madre” (Einaudi, 2001); “Memoria del vuoto” (Premio Super Grinzane Cavour e Premio Volponi – Einaudi, 2007); “Nel tempo di mezzo” (finalista al Premio Strega – Einaudi, 2012); “Luce perfetta” (Einaudi, 2015). “Ex voto” è il primo suo romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, edito da minimum fax. Il suo sito è: http://www.marcellofois.it.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Di impossibile non c’è niente, Andrea Vitali, (Salani 2015), a cura di Viviana Filippini

18 dicembre 2015
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Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali, edito da Salani, è un libro per bambini, ma anche per adulti che, grazie a questa divertente e curiosa storia, potranno recuperare quella spensieratezza fanciulla, troppo spesso dimenticata una volta diventati grandi. La vicenda, narrata dallo scrittore nato sul lago di Como, ha come sfondo una tranquilla, ma allo stesso tempo originale, casa di riposo per anziani, nota con il nome di Ospizio Vistalago. Qui si è ritirato Babbo Natale e, accanto a lui, ci sono i tanti altri amici e personaggi della tradizione: i Sette Nani, il Topolino dei Denti, la Cicogna che Porta i Bambini e la Befana. Perché sono in questo posto? Semplice. La vita delle persone si è trasformata a tal punto che, certe abitudini del passato sono cadute nel dimenticatoio per sempre. A smuovere Babbo Natale e i suoi compagni dall’armonioso, ma anche un po’ monotono, torpore della casa di riposo, è l’arrivo di una letterina. A scriverla il bambino Gelso, il quale chiede aiuto a Babbo Natale, perché lo stupendo boschetto davanti a casa sua rischia di essere abbattuto. Motivo? L’intento dei grandi è di eliminare il bosco fatto di alberi sui quali nascono fragoline meravigliose per costruirci case, altri palazzi e ancora case. Leggendo le parole del bambino Gelso, Babbo Natale sente rinascere in lui la voglia di agire e di fare il bene per il prossimo. Questa forza rinnovata, un poco alla volta, coinvolgerà anche tutti gli altri ospiti dell’ospizio, che metteranno da parte i loro acciacchi per aiutare il piccolo Gelso. Recuperando la vitalità di un tempo, Babbo Natale e i suoi amici, con le loro eroiche gesta, dimostreranno che bastano pochi, semplici gesti per rendere davvero felici i bambini. Andrea Vitali crea una favola per i piccoli lettori nella quale la magia e la fantasia faranno sognare i bambini, portandoli in un mondo nel quale tutto è possibile se lo si desidera con tenacia. Allo stesso tempo, l’intreccio narrativo creato dall’autore ha la potenza comunicativa tipica del romanzo per adulti, perché spinge il lettore (adulto o bambino che sia) a riflettere sul valore delle tradizioni e su quanto sia importante mantenerle vive, trasmettendole nel tempo. Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali è una storia di Natale dove ci si diverte e si ride in compagnia di Babbo Natale e dei suoi compagni ma, allo stesso tempo, il libro ci invita a non dimenticare quegli usi e costumi tramandati di generazione in generazione. Illustrazioni Fabiana Bocchi

Andrea Vitali da ragazzo voleva fare il giornalista, ma poi suo padre l’ha convinto e, dopo aver fatto lavoretti come andare a leggere i contatori dell’acqua, consegnare i certificati elettorali, lo scrutatore nei seggi elettorali e il contadino, ha finito per fare il medico. È nato a Bellano, sul Lago di Como, ed è proprio lì che, ispirato dal denso odore di spezie dell’acqua immobile e scura, ha cominciato a scrivere romanzi, e non si è più fermato. Ha scritto più di venti libri per adulti che hanno venduto oltre tre milioni di copie, ma è solo da qualche anno che ha cominciato a dedicarsi anche ai ragazzi, imparando a farsi amare da intere generazioni. Il successo però non gli ha dato alla testa e continua a vivere, sognare e scrivere nella sua Bellano, inebriato dall’aria del lago di cui profumano tutti i suoi romanzi. Il suo sito ufficiale è: www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

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:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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:: Nonostante tutto, Francesca Vignali Albergotti, (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2015
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Nonostante tutto è il titolo del romanzo d’esordio di Francesca Vignali Albergotti, pubblicato da Fazi editore. La storia ha una trama che paragonerei ad un gustoso e sfizioso minestrone, perché quello che l’autrice mette sulla carta, non è una vicenda dove il protagonista è uno solo. Quello della scrittrice, originaria di Verona, è un romanzo corale. Dodici sono i personaggi che caratterizzano la dozzina di storie presenti in questo libro e, tutti, sono lo stereotipo, o forse sarebbe meglio dire, la “macchietta” dei tanti comportamenti che caratterizzano la nostra specie umana. Le diverse creature letterarie sembrano essere le une indipendenti dalle altre, invece, la Albergotti costruisce un impianto narrativo nel quale tutti i suoi personaggi, apparentemente slegati tra loro, diventano protagonisti di un’unica storia, nella quale sottili fili, quasi invisibili, informano noi lettori dei legami esistenti tra i vari attori narrativi. Tanto per farvi un esempio, il romanzo si apre con Susy, una donna di mezza età che si mantiene in forma e al passo con i tempi. Accanto a lei, il nuovo marito Carlo, un tipo che dimostra di essere infallibile con il gentil sesso. Quest’ultimo ha un figlio, Leonardo, depresso e abbattuto, pronto a guarire grazie all’aiuto di Paola, una psicologa professionista, innamorata persa del paziente omosessuale. Paola è sposata, ha due figli (Camilla e Gianmaria) che, all’apparenza, non dimostrano problemi e un marito, Edoardo, perfetto ingegnere. Potrei fermarmi qui, ma è giusto che vi faccia conoscere anche gli altri protagonisti. Così, Edoardo, non abbastanza soddisfatto della propria vita coniugale, ha un amante, Rebecca, ex fidanzata di Andrea, che si è già pentito di averla lasciata per Irina. La straniera Irina pensa con nostalgia a Peppe, un ricco imprenditore, pure lui sposato con Gloria. Più ci si addentra nella storia, più l’autrice porta chi legge dentro a vite che, dietro una superficie di luccicante perfezione, dimostrano una fragilità estrema e incombente. Si viene a sapere come certe donne di mezza età pensino più al botulino, che al marito (fardello) malato di demenza senile. Ci son adolescenti infelici di se stessi e del proprio fisico, pronti a tutto pur di raggiungere il peso perfetto. Vicino a loro, futuri padri pronti ad amare il proprio pargolo, ma pentiti di essersi innamorati di una donna che è pura forma e zero sostanza. E che dire dei furbetti che si sono arricchiti con giochetti loschi, senza rendersi conto che, come ricorda un noto detto popolare: “le bugie hanno le gambe corte”? Questo romanzo di vita si inoltra nella profondità dell’animo umano e ci spiazza mostrandoci le paure, le ossessioni, la voglia di riscatto da una vita non felice e la fragilità caratteriale che contrassegna tutti i diversi personaggi. I protagonisti sono “tipi” umani minati dalla solitudine, dall’incapacità di essere sinceri con se stessi e con il mondo che li circonda. Ognuno di loro è come bloccato e incapace, non si sa per colpa di chi o cosa, a comunicare e ad esternare il proprio malessere. In Nonostante tutto, le creature della Albergotti sono lontane tra loro e sono individui così strambi da sembrare quasi surreali, ma se provassimo a metterli in relazione alla nostra vita reale, ci renderemmo contro che, forse, nonostante tutto, tanto diversi da noi non sono.

Francesca Vignali Albergotti, nata a Verona, ha vissuto a Bologna e negli Stati Uniti prima di trasferirsi ad Arezzo, dove vive in una grande dimora-albergo risalente al 1100, dopo aver sposato un uomo che è anche un marchese. Amante della musica, legge molto e dorme poco, cucina e scrive ossessivamente.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Benzine, Gino Pitaro (Ensemble, 2015) a cura di Valeria Gatti

13 dicembre 2015
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“ … c’è una teoria che dice che anche i più piccoli avvenimenti possano insegnarci qualcosa … magari ciò che ci riesce nella vita, anche le cose più piccole, hanno un senso nella nostra esistenza, se le sappiamo leggere senza superstizioni …”

Nel lontano 1929, pochi anni prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, a Sacile, ridente cittadina friulana incorniciata dalle acque del Livenza e divenuta Città decorata al Valor Militare per la Guerra di Liberazione per la sua fervida attività partigiana durante il conflitto bellico, Pier Paolo Pasolini non superò la prova di italiano necessaria per accedere al ginnasio. Chissà cosa pensò il giovane Pasolini vedendo in rosso, probabilmente, il suo nome nella tabella esposta sul vetro della scuola. Forse si sentì inadeguato al ruolo che egli voleva ricoprire, forse provò rabbia e dentro di lui nacque un sentimento di profonda ingiustizia verso chi non riconosceva il suo talento. Sicuramente non si fece abbattere da quell’ostacolo perché si presentò per l’esame una seconda volta e lo superò. Il resto divenne storia e lui e le sue opere, amate e odiate, osannate e condannate, formarono parte della nostra cultura.
E, il Pasolini della periferia di Roma, lui che si accontentava della sua passione, che sospettava dei neonati borghesi del dopoguerra, gli stessi perbenisti che puntavano il dito su lui e sulle sue opere, per molti aspetti, si incarna delicatamente in Luigi, il protagonista del nuovo romanzo di Gino Pitaro “Benzine” pubblicato dalla Edizione Ensemble.
Luigi è un ragazzo come tanti. Uno di quelli che non può contare sul conto in banca dei genitori per ottenere il dottorato. Uno di quelli si butta nella giungla dei precari con l’innocenza di un bambino. Uno che non si spaventa di fronte alla dura ed estenuante vita del pendolare che non sa quando partirà né tantomeno se e quando arriverà a destinazione. Uno che non smette di sognare e che, nonostante tutto, ha la capacità di accettare il suo non perfetto presente col sorriso.
Lo sfondo narrativo è quello della periferia romana moderna con i suoi palazzi fatiscenti in cui vige il divieto assoluto alla debolezza, nella quale anche il degrado diventa una solida abitudine, il tutto condito da una spiccata ironia che si respira nelle avventure del protagonista, nei brevi dialoghi e nei lunghi confronti che Luigi ha con gli amici che crede intimi e fidati, negli scambi di messaggi di circostanza tra lui e gli sconosciuti invisibili che appaiono sulla sua strada.
Un romanzo scritto da una penna calda, ironica, leggera e precisa che oltre ad aprirci le porte della Roma di periferia con i suoi tanti contrasti attraverso la voce di Luigi, offre numerosi spunti per osservare meglio la nostra società.
Un viaggio lungo attraverso il mondo dell’istruzione, nel quale è sempre più complesso dimostrare le proprie capacità:

… senta, tra noi assistenti se ci conosciamo ci vogliamo mangiare vivi, se non ci conosciamo ci ignoriamo … stiamo preparando un concorso, seguire voi che avete già il fiato sul collo su di noi e che anzi ci sopravanzate è un peso … non so se mi spiego …”

Una ricca e a tratti divertente analisi della vita lavorativa, precaria e logorante:

“ … la parola che apre le porte del primo articolo della Costituzione è CALL CENTER… una volta ho saputo di uno che offriva chiarimenti in merito alla Costituzione. Il top credo sia rispondere per venti centesimi a chiamata (lordi) a una persona che ti chieda delucidazioni riguardo all’articolo primo …”

E sotto la crosta delle vicende quotidiane, si celano altri importanti messaggi, diretti e sempre attuali, come quello dell’integrazione culturale e razziale : “… non sappiamo se la nostra bandiera sia verde, bianca e rossa o blu, gialla e rossa …”, dell’amicizia che tradisce i sentimenti “ … cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? …” dell’amore che nasce inaspettatamente “ … a proposito, adesso facciamo coppia …”.
La scelta stilistica di affidare il compito della narrazione al protagonista rende “Benzine” una sorta di diario speciale nel quale le riflessioni vengono trattate con impegno e semplicità e nel quale ogni pagina nasconde una semplice e grande verità.

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolgevarie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013) a cura di Federica Guglietta

12 dicembre 2015
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Chi mi legge da tempo su Liberi di Scrivere avrà notato che nelle mie letture tendo a prediligere le raccolte di racconti. A dire il vero, quasi tutto il 2015 è stato per me l’anno delle raccolte di racconti. Non solo, certo, ma in larga parte. Ecco, allora altro giro, altra raccolta, altra recensione.
Prima di parlarvi di “Un terribile intanchesimo e altri rattonchi”, però, vorrei fare una cosa che, di solito, non mi era mai capitata: presentarvi prima la casa editrice che lo ha pubblicato, Gorilla Sapiens Edizioni – piccola casa editrice indipendente romana che seguo da un anno e più tramite social e che ho avuto modo di apprezzare durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, evento a cui ho partecipato per il nostro blog collettivo, come già accennato qui, e che merita un articolo a parte, quindi direi che sì, sia proprio arrivato quel momento, provvederò. Gorilla Sapiens pubblica per lo più narrativa e tantissimi scrittori interessanti, innovativi e imprevedibili.
Pare sia proprio il caso di Carlo Sperduti che con la sua raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” ci offre 125 pagine da leggere in quelle giornate proprio no, in cui tutto sembra andare storto, quel maledetto giorno in cui persino il cane del portiere del condominio in cui vivete da trent’anni pare avercela con voi, sì, proprio quella mattina in cui l’unica cosa buona da fare sarebbe rinfilare la testa sotto quattro cuscini e dormire fino al giorno dopo. Ecco che, in emergenze come queste, subentra il libro di Sperduti o Loris D. Crepatu o Dr. Luce Spiratu o Ciro Del Raptus o Normanno Calvadòs.
Insomma, chiamatelo come più vi aggrada, ma aprite il suo libricino ed immergetevi nella lettura. Il vostro umore, sicuramente, ne gioverà. O ne uscirete più arrabbiati di prima e allora avrete tutto il sacrosanto diritto di prendervela prima con la sottoscritta e poi con l’autore, anche se difficilmente potremmo provvedere ai vostri danni morali, vi conviene fidarvi a scatola chiusa del consiglio di questa recensione.
Protagonisti dei racconti le più improbabili anime che potrebbero trovarsi su questa terra: una “Giorgia a caso” con una personalità davvero “a caso”, per esempio. Una cena a quattro “Nonostante Eleonora”, perché proprio quel “nonostante” sta a voi scoprirlo. Il mistero irrisolvibile di un “nano seduto”. La storia di un “turuttuttù nairananài” ossessivo compulsivo ripetuto nella testa di una donna e poi del suo dottore, e tante altre storie.
Un libro da leggere assolutamente per migliorarsi la giornata con sferzante ironia, pastiche letterari e paradossi inaspettati.

Carlo Sperduti, classe 1984, vive e scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91.
Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” nel 2011, “Valentina controvento” nel 2013 e “Ti mettono in una scatola” nel 2014.
“Un terribile intachesimo e altri rattonchi” (dicembre 2013) è il suo primo libro edito da Gorilla Sapiens Edizioni. Sempre per Gorilla Sapiens pubblica “Lo Sturangoscia” (2015), romanzo scritto a quattro mani insieme a Davide Pedrosin.
Uscirà prossimamente il suo “Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario”.
Il suo blog è: http://carlosperduti.wordpress.com

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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