Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La ragazza del treno, Paula Hawkins (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 ottobre 2015
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Rachel, sola dopo un matrimonio fallito, fa una vita decisamente grigia, in cui uno dei momenti forse più vari e vivaci è quando prende il treno dai sobborghi di Londra dove vive per recarsi a lavorare o meglio, spesso a cercare nuove opportunità di lavoro. L’umanità che vede dal finestrino la appassiona, soprattutto una coppia decisamente benestante alle cui vicende assiste perché regolarmente vicino alla loro bellissima casa c’è sempre un semaforo che regolarmente ferma il treno. Ma una di quelle tante mattine tutti uguali per Rachel lei vede qualcosa di insolito su quella veranda, scoprendo poco dopo che quella donna perfetta e invidiabile è misteriosamente scomparsa. Un qualcosa che sconvolgerà la sua vita.
Il thriller è un genere sempreverde, in letteratura, cinema, televisione, ma è un genere su cui è sempre più difficile costruire qualcosa di nuovo e innovativo. Stavolta non ci sono poliziotti, agenti federali e simili, ma un’eroina per caso, una protagonista tanto simile ai tanti, troppi vinti della vita reale, una donna che passa in un posto per caso, tutti i giorni, costruendo e immaginandosi una sua realtà, spiando suo malgrado la vita di altri senza pensare che un giorno potrà travolgere la sua.
La ragazza del treno racconta un intreccio thriller con tensione crescente, partendo dalla normalità della vita di tanti (il libro è dedicato ai pendolari di Londra, categoria sociale fondamentale non solo nel Regno Unito) per svelare i misteri nascosti dietro facciate insospettabili, secondo una tradizione di thriller particolarmente amata in questi ultimi anni. Una storia di coinvolgimento in vicende più grandi di se stessi, in un intreccio complesso che solo alla fine si scioglie e in maniera non comunque scontata, che dimostra come mai questo libro non sia immeritatamente uno dei casi letterari dell’anno.
In fondo, Rachel potrebbe essere molti dei suoi lettori e lettrici, in fondo a tanti e tante è venuto da pensare a che vite fanno le persone che vediamo dal o sul treno, in autobus, nella vetrina di un negozio, di passaggio per strada.
Leggendo questo romanzo che diventerà presto un film vengono in mente due pellicole su un tema simile, pur con le dovute differenze: da un lato Le vite degli altri, Oscar 2006, la storia di un agente della Stasi che spia per lavoro gli altri non riuscendo più a vivere la sua esistenza, dall’altro il celeberrimo thriller di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile, in cui un reporter, interpretato da James Stewart, immobilizzato per un incidente, osservava i vicini di casa scoprendo un delitto e altri segreti partendo dalla normalità.
La ragazza del treno parla delle vite di oggi, della curiosità umana, dell’immaginare chissà cosa su chi non si conosce, di segreti, misteri e drammi che ovunque si nascondono, anche dove uno pensa meno.

Paula Hawkins ha lavorato quindici anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. La ragazza del treno è il suo primo thriller. Venduto agli editori di tutto il mondo prima ancora dell’uscita, è stato opzionato da Dreamworks.

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:: Delitto d’onore, Simonetta Delussu (Parallelo 45, 2015) a cura di Micol Borzatta

7 ottobre 2015
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Sardegna. Tertenia in Ogliastra. 1921. Irene Biolchini ormai ha 21 anni e viene addocchiata da Domenichino, un vedovo quarant’enne che si innamora subito di lei. Anche Irene è innamorata di lui, di questo uomo avvenente e con la moto, mezzo che le piace moltissimo per la sua rarità nel paese e di cui ormai riconosceva il rumore.
I genitori di Irene acconsentono al matrimonio quando Domenichino va a dichiararsi, anche se al padre della ragazza lui non piace per niente.
Passano i mesi, Irene è sempre più innamorata e il matrimonio si avvicina, così quando Domenichino le chiede come prova d’amore di dargli un figlio subito lei accetta quasi subito, facendosi convincere dal fatto che lui ormai ha quarant’anni e vuole una certezza di poter avere ancora dei figli, tanto in ogni caso il matrimonio è alle porte.
Purtroppo scoprirà ben presto che fu l’errore più grosso della sua vita. Domenichino infatti sparisce, lasciandola incinta di cinque mesi e disonorando tutta la famiglia, per poi sposarsi poco dopo con Fortunata Delussu.
Irene è distrutta e oltre all’infamia c’è anche il padre che le impone di uccidere Domenichino per lavare via l’onta con il sangue o a morire sarà lei e per mano dell’uomo che le ha dato la vita.
Irene vorrebbe morire, ma sa che così facendo morirebbe anche il bambino che ha in grembo, così per amor suo continua a vivere e si fa coraggio a mettere in atto il piano del padre, chiedendo aiuto al bandito Samuele Stochino, detto la Tigre dell’Ogliastra, per imparare a sparare.
Irene è una bravissima allieva, impara in fretta, e un giorno di ottobre, un giorno nuvoloso e uggioso, incontra Domenichino e gli spara un colpo in testa.
Un romanzo biografico che narra un fatto molto crudo che fece scalpore negli anni venti. Il tema trattato è quello di una pratica ormai abolita per fortuna, ma che un tempo era molto usata, anche se in realtà in senso inverso, ovvero erano le donne che dovevano morire, lavando così con il sangue l’onta del disonore che avevano arrecato alla loro famiglia.
Un romanzo che anche se parte davvero molto lento, dopo il primo terzo diventa inarrestabile, travolgendo il terrore con tutta la forza che Irene ha dovuto trovare dentro di sé per superare la prova più difficile della sua vita per amore di quel bambino che ha in grembo.
Lo stile usato dalla scrittrice è molto semplice e anche dove usa il dialetto rimane comunque comprensibile al lettore. Il ritmo, inizialmente molto lento, si riprende pian piano con forza e determinazione seguendo lo stato d’animo della protagonista.
Le descrizioni che ritroviamo sono minuziose sia a livello fisico, ma ancor di più a livello sentimentale, creando un rapporto empatico con il lettore che vive in prima persona le angosce e le ansie di Irene.
Un romanzo molto bello che insegna a una generazione inconsapevole cos’è stato e cosa volesse dire dover sottostare a regole che potevano determinare la vita e la morte di una persona.
Un ottimo spunto di riflessione che andrebbe letto anche nelle scuole.

Simonetta Delussu nasce a Tertenia in Ogliastra. Laureata in lettere e filosofia lavora prima in Germania per poi tornare in Sardegna. Nel 1992 ha pubblicato Gabbiani e nel 2011 Stregoneria in Sardegna. Per scrivere questo libro ha raccolto tutte le testimonianze degli anziani del paese che hanno vissuto la vicenda in prima persona.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio Stampa Parallelo45.

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:: Il Divino, Asaf Hanuka, Tomer Hanuka, Boaz Lavie, (Bao publishing 2015) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2015
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Il Divino è una storia a fumetti che ha per protagonisti due giovani mercenari americani – Jason e Mark- finiti nel sud est asiatico a compiere una missione molto particolare. Mark non è molto convinto di seguire Jason, ma la possibilità di avere più soldi per dare un futuro migliore alla moglie e al figlio in arrivo, son gli elementi che lo spingono ad accettare il lavoro. I due colleghi arrivati nella terra della missione segreta piazzeranno l’esplosivo per far saltare una grande montagna e vedranno cambiare per sempre il corso degli eventi, quando l’istinto umano di Mark lo porterà a prestare soccorso ad un ragazzino ferito. Il giovane americano sarà trasportato in una foresta dove una banda di bambini, capitanata da due gemelli dagli strani poterei magici, lo prenderà in ostaggio e sarà disposta a liberarlo solo se lui li aiuterà a disinnescare la bomba. Mark non vorrebbe mandare in fumo la missione, ma quando scopre la dolorosa violazione che quelle terre hanno subito, non esiterà a schierarsi dalla parte dei ragazzini e del mostruoso Divino. La storia creata dagli Hanuka, con la sceneggiatura di Lavie ha preso forma da una fotografia di qualche anno fa, era il 2000, che ritraeva due bambini, fratelli gemelli thailandesi, che con i loro compagni riuscirono a tenere in ostaggio ben ottocento persone.

02Da questa immagine reale, gli autori hanno preso spunto per la creazione di una storia a fumetti, nella quale i ragazzini soldato protagonisti lottano per la tutela e la salvaguardia del loro habitat naturale. Mark, il protagonista, incontrerà questa ciurma di giovani senza genitori, che vivono e sopravvivono nella foresta e l’uomo rimarrà sconvolto e colpito dalla scaltrezza e sicurezza di questi bambini, in realtà già uomini. A rendere avvincente, e anche un po’ inquietante, la lotta tra il bene e il male ne Il Divino, è la presenza di una misteriosa creatura da venerare, da rispettare e i poteri magici che permetto ai due gemelli di agire per portare a termine la loro missione di salvataggio del proprio mondo incontaminato. In questo libro attraverso il fumetto vengono trattati tematiche importanti come il rispetto per l’ambiente e la tutela del prossimo, messe a repentaglio dall’avidità del più forte, che tenta in ogni modo di sopprimere il più debole. Il Divino è una graphic-novel avvincete nella quale l’elemento della magia e della misteriosa figura del Divino si amalgamano alla perfezione alla riflessione riguardante l’esistenza di gruppi di guerrieri bambini costretti a diventare uomini troppo in fretta, e al bisogno di una maggiore tutela del patrimonio naturale. Traduzione Leonardo Favia.

Asaf Hanuka è nato nel 1974 e ha frequentato la scuola di fumetto Émile Cohl di Lione. Con il fratello gemello Tomer, ha creato il fumetto Bipolar, che è valso loro la nomination agli Ignatz Award e agli Eisner Award. Asaf ha contribuito alla realizzazione del film d’animazione candidato agli Oscar Valzer con Bashir. La sua pluri-premiata striscia autobiografica, The Realist, è pubblicata con periodicità settimanale all’interno del mensile Calcalist di Tel Aviv e sul blog dell’autore (http://realistcomics.blogspot.fr), ed è stata edita in Italia con il titolo di K.O. a Tel Aviv.

Tomer Hanuka è un illustratore il cui lavoro spazia dalla realizzazione di copertine per libri, al lavoro con riviste e a collaborazioni col cinema. Ha vinto numerosi premi presso la Society of Illustrators e la Society of Publication Designers e il suo lavoro è stato documentato sulla rivista Print, sulla copertina del New Yorker e su American Illustration. Una raccolta delle sue opere, dal titolo Overkill: The Art of Tomer Hanuka, è stata pubblicata nel 2011.

Boaz Lavie è un autore, regista e game designer di Tel Aviv. Ha scritto per programmi di successo su Israeli TV e ha pubblicato brevi racconti su riviste di letteratura. The Lake, un cortometraggio da lui scritto e diretto, è stato selezionato per il San Francisco International Film Festival, allo Slamdance, al Palm Springs Film Festival e in molti altri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Io non ti conosco, S.J. Watson, (Piemme, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

5 ottobre 2015
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La casa editrice Piemme pubblica con il titolo Io non ti conosco il romanzo di S.J. Watson Second Life, tradotto in italiano da Stefano Travagli.
Il testo ha una mole imponente: 456 pagine, che in genere scoraggiano i lettori di gialli, ansiosi di scoprire quanto prima l’assassino e svelare il mistero. Ma il libro di Watson non è un giallo, nell’accezione classica del termine, è un thriller psicologico contemporaneo che spazia attraverso molteplici argomenti e indaga vari aspetti del vivere moderno, più o meno correlati con l’omicidio la cui indagine sembra rappresentare il filo conduttore del testo. La narrazione intriga fin dalle prime pagine e il ritmo incalzante abbevera la crescente sete di chi legge, il quale giunge alla quattrocentocinquantaseiesima pagina quasi senza accorgersene.
Si riveleranno i trascorsi berlinesi della protagonista il vero leitmotiv dell’opera.
Una giovanissima Julia, dopo aver trascorso dieci anni a fare da madre a sua sorella, decide di seguire il suo ragazzo in un’avventura bohémien nella città rinnovata dalla caduta del muro, occupando una casa per viverci con amici un po’ “diversi”, come li definisce lei stessa. Sarà in quell’occasione che conoscerà lo sballo, le droghe, il divertimento, ma che si avvicinerà anche alla fotografia, la sua passione.

«Ho fatto qualche scatto di prova, e mentre avvicinavo la macchina all’occhio ho sentito che il gesto era ancora intuitivo, istintivo. Quando ho guardato nel mirino, ho capito che preferivo vedere il mondo così. Dentro un’inquadratura.»

Sembra ormai tutto talmente lontano da apparirle irreale nella nuova vita che si è costruita a Londra, grazie a Hugh che l’ha salvata prima e sposata poi. Anche la fotografia intesa come ‘arte’ sta diventando un lontano ricordo. Infatti Julia si limita a ‘divertirsi’ nel fare «lavori in cui servono soprattutto abilità tecniche. Non è come fare ritratti; non è arte, se vogliamo usare questa parola».
Ma l’uccisione di Kate, sua sorella, rimette tutto in discussione e la sua mente si trova del tutto impreparata ad affrontare e soprattutto superare un trauma del genere. Così mentre si illude di indagare sulla morte della sorella in cerca del suo assassino, convinta che la polizia non stia facendo abbastanza, Julia non fa altro che rispolverare la se stessa di tanti anni prima, la ragazza che girava per le strade di Berlino scattando foto alla “evoluzione degli altri” rosa dai sensi di colpa per aver abbandonato la sorella minore ed essere fuggita inseguendo l’amore. Fuggirà anche da Marcus e nel momento peggiore ma non riesce a realizzare, fino alla fine, quale sia stato veramente il suo errore più grave.

« Chiudo gli occhi e penso a Kate, a quando eravamo bambine. Allora le cose erano più semplici, anche se non significa che fossero facili.»

Julia crede che quella parte della sua vita sopravviva ormai solo nella sua mente e attraverso le foto dell’epoca, come ritiene di poter tenere separate le sue due vite attuali: quella con Hugh e Connor e l’altra con Lukas. Esattamente come pensava di riuscire a tenere separate la realtà vera da quella virtuale. Una valvola di sfogo, un’evasione temporanea dalla quotidianità e dal dolore, così Julia cercava di mentire a se stessa per sentirsi meno in colpa nel frequentare siti di incontri online, nel chattare con uno sconosciuto, nell’incontrarlo, nel farci sesso, nell’avere una relazione con lui…

« Chiudo il giornale e svuoto la lavastoviglie. Ho inserito il pilota automatico. Prendo lo straccio, la bottiglia di candeggina e pulisco la cucina. Mi chiedo se anche la generazione di mia madre si sentiva così: il valium nell’armadio del bagno, una bottiglia di gin sotto il lavello; una storia con il lattaio, per il brivido dell’avventura. Tanti progressi e siamo sempre allo stesso punto. Quanto mi vergogno.»

E proprio mentre pensa che non ci possa essere nulla di più terribile del fatto che Hugh e Connor scoprano la verità realizza che anche suo figlio è rimasto vittima dello stesso inganno che ha ‘stregato’ lei. È caduto nello stesso tranello, per mano della stessa persona, per lo stesso motivo.

« Apro gli occhi. Che spari o non spari, qualunque cosa succeda da adesso in poi, è finita.»

Nessuno si rivela quello che dice di essere, nemmeno Hugh, neanche lei stessa. L’autore riprende in parte la teoria pirandelliana delle maschere indossate da tutti e da ognuno per regalare a se stessi e agli altri, ogni volta, un’immagine diversa. «Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.»
Watson compie un’attenta analisi della psiche femminile, andando oltre le apparenze, oltre le parole e rimanda al lettore un’immagine completa della protagonista, delle sue paure, dei suoi tormenti, dei suoi sentimenti, delle passioni. Racconta dettagliatamente lo struggimento di Julia per il tradimento inferto alla sua famiglia, ancor più incisivo se paragonato alla reazione e al comportamento di Hugh, il quale sembra approfittare di un incorso problema di lavoro e dello stato confusionale in cui versa Julia per non affrontare il suo di tradimento. Il finale assolutamente non scontato contribuisce a rendere Io non ti conosco di S.J. Watson un libro interessante che merita di essere letto.

S.J. Watson Inglese, ha avuto un successo planetario con Non ti addormentare (Piemme, 2012), il romanzo d’esordio e bestseller internazionale, tradotto in tutto il mondo. Oggi ritorna con l’attesissimo secondo romanzo, Io non ti conosco, che sta incontrando eguale fortuna. Nato nelle Midlands, vive a Londra.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ufficio stampa Piemme.

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:: L’amica pericolosa, Paula Daly (Longanesi, 2015), a cura di Micol Borzatta

28 settembre 2015

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Inghilterra. Cumbria. Natasha Wainwright, detta Natty, vive felice con il marito, Sean, e le due figlie, Felicity e Alice. Proprietaria con il marito di un albergo ritiene che la sua vita sia perfetta, ma non si accorge che invece il suo rapporto si sta deteriorando a causa delle sue disattenzioni.
Un giorno Natty riceve una chiamata dalla sua migliore amica, Eve Dalladay che conosce dai tempi dell’università, che le chiede se può fermarsi qualche tempo da loro per riprendersi dalla separazione dal marito. Natty ovviamente accetta, le fa piacere avere l’amica a casa proprio ora che Alice è impegnata con gli esami e Felicity a Parigi in gita con la scuola.
Durante la visita di Eve però Natty deve correre a Parigi perché Felicity è stata operata d’urgenza a causa di una peritonite, così deve lasciare Eve da sola con la figlia maggiore e il marito.
Al ritorno dalla Francia con la figlia, Natty scopre che il marito l’ha lasciata per Eve. Natty è sconvolta e agendo di puro istinto, un giorno che trova Eve fuori dal supermercato, le distrugge la macchina andandole addosso ripetutamente con la propria.
Eve approfitta della cosa per mettere in cattiva luce totalmente Natty, dando così il via a una guerra psicologica, guerra che ha in palio la famiglia di Natty.
Un romanzo che nonostante abbia un inizio leggermente lento sa come conquistare il lettore subito dopo poche pagine.
Usando un’alternanza tra narrazione in prima persona, quando si tratta di Natty, e narrazione in terza persona, in tutti gli altri capitoli, la Daly riesce a descrivere nei minimi particolari il dolore provato da Natty, talmente profondamente che il lettore lo percepisce come proprio, anche se non ha mai provato una situazione simile, in questo modo si crea un legame empatico che desta nel lettore la voglia di scoprire qualsiasi cosa riguardante Eve per aiutare Natty a distruggerla. A questo proposito i capitoli narrati in terza persona forniscono molte informazioni e indizi curiosi che creano sempre più domande nel lettore, alle quali potrà rispondere solo alla fine, quando tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto.
Finale a cui non manca il colpo di scena, scritto in modo che pur avendo una fine ben definita viene lasciata in sospeso come se fosse sottointesa, dando così la possibilità al lettore di scegliere un finale alternativo.
Un romanzo coinvolgente, appassionante e travolgente da leggere tutto d’un fiato. Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani.

Paula Daly vive in Cumbria, la contea del Regno Unito, teatro dei fatti del romanzo, che ospita il Lake District National Park. Sposata e madre di tre figli, per un periodo ha vissuto in Francia ed è poi tornata definitivamente in Inghilterra. Il suo romanzo d’esordio, Da quando sei scomparsa, è uscito presso Longanesi nel 2014.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia e Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

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:: Il libro del destino, Grégory Samak (Editrice Nord, 2015), a cura di Micol Borzatta

27 settembre 2015

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La storia si apre su una scena del passato. Siamo nel 1943 e un bambino, perdendo a una partita a scacchi contro un nazista, vede uccidere la sua famiglia e gli viene amputato il dito indice della mano destra.
Salto temporale fino ai giorni nostri.
Elias Ein è un signore di cinquant’anni, ebreo, che decide di lasciare Vienna e trasferirsi a Braunau, dove acquista una vecchia villa.
Subito dopo aver terminato il trasloco, durante un giro ricognitivo della casa, scopre una botola nascosta sotto il letto nella camera azzurra. Spinto dalla curiosità decide di aprirla e vedere cosa nasconde. Una volta sceso non crede ai suoi occhi, davanti a lui ci sono svariati scaffali colmi di libri, tutti rilegati. Elias inizia a guardarli e scopre che contengono i dati biografici di gente del passato, ma non solo.
Elias finisce così il primo sopralluogo. Durante un giro in paese fa conoscenza di Sof, proprietario di un negozio di antiquariato con cui lega subito e inizia a giocare a scacchi alla sera nella sua nuova casa.
Sarà proprio questa amicizia che lo porterà a studiare meglio i volumi e a scoprire che contengono un grande segreto che gli permetterà di cambiare la storia… forse.
Il romanzo è davvero scritto molto bene, con uno stile semplice e avvincente che porta il lettore a dimenticarsi di alcune cose che non vanno, ritrovandosi trasportato nella storia, non solo di Elias, ma anche del resto dell’umanità, rivivendo avvenimenti molto importanti che hanno cambiato il mondo nella realtà.
Come accennato, ci sono alcune cose che non vanno, ma essenzialmente si possono riunire tutte in una: il libro sembra una rivisitazione del libro La biblioteca dei morti di Glenn Cooper, libro a cui il lettore pensa subito anche solo guardando la copertina che effettivamente differisce per pochissimi dettagli.
Molto interessante però il messaggio che Samak inserisce nelle ultime pagine del libro, che portano il lettore a riflettere e a prendere coscienza di quanto le nostre scelte possano incidere anche sulla vita degli altri.
Un romanzo che merita di essere letto perché se pur a primo acchito possa sembrare un plagio, a una lettura approfondita possiamo scoprire quanto sia diverso, profondo e quanto possa insegnarci.

Grégory Samak nasce nel 1972 ed è un dirigente televisivo francese. Si diploma nel 1995 alla Sorbona e nel 1998 diventa capo del personale per la televisione digitale terrestre. Nel 2005 viene nominato Direttore Generale della TN1 e partecipa all’acquisizione di TMC e la sua carriera continua la sua ascesa. Nel 2014, dopo un’auto-publishing, il suo romanzo The secret viene notato da Susanna Leo che decide di pubblicarlo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: 20 frammenti di gioventù vorace, Xialou Gou, (Metropoli d’Asia, 2015) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2015
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20 frammenti di una vita, accompagnati da venti scatti fotografici, scelti dall’autrice, per raccontare la storia di Fenfang. La protagonista di 20 frammenti di gioventù vorace di Xiaolou Gou, edito da Metropoli d’Asia, narra le vicende esistenziali di una diciassettenne in fuga dal villaggio della campagna cinese nel quale è cresciuta, per andare a Pechino e cambiare, in meglio, la propria vita. Il romanzo gioca con fine attenzione sulla radicale trasformazione che travolgerà Fenfang nel momento in cui lei, abituata ai ritmi pacati e placidi della campagna, si ritroverà travolta dalla frenesia cittadina. Nel caotico ventre di Pechino la ragazza farà tanti e diversi di lavoretti, fino a quando ci sarà l’occasione di iniziare a lavorare nel mondo del cinema. Attraverso la storia di Fenfang, la Gou ci mostra quanto, a volte, le aspirazioni delle persone vengano messe in crisi dal confronto diretto con la realtà, nel senso che la protagonista comincerà sì a lavorare al cinema, proprio come voleva, ma le faranno fare la comparsa, affidandole tutte parti secondarie di poco valore. Questo scatenerà in Fenfang un senso di frustrazione, perché il non riuscire ad evolversi e a mostrare le sue qualità, la porteranno a sentirsi un incompetente. Abbattuta per gli insuccessi cinematografici, per il collasso della relazione con Xiaoling prima, e con Ben poi, la giovane deciderà di diventare sceneggiatrice, ma anche in questo caso, trovare un produttore interessato a fare un film del suo scritto si rivelerà un percorso assai accidentato. Fenfang desidera esprimere se stessa e la propria creatività in modo libero, ma sembra non riuscirci, non tanto per qualcosa che la blocca come persona, ma perché la Cina dove vive è un mondo in cambiamento, nel quale l’arrivo della modernità deve fare i conti con i rigidi schemi e paletti imposti dal governo cinese. Le contraddizioni della Cina narrata dalla Gou si notano per esempio nella descrizione della campagna povera e contadina in opposizione ai diversi quartieri di Pechino dove la protagonista va a vivere. Ci sono zone periferiche, nelle quali la povertà domina ovunque, poi si passa e quartieri dove i vicini di casa di Fenfag si immaginano chissà che cosa su di lei, vedendo entrare più volte un uomo nel suo appartamento, o zone metropolitane nelle quali si trovano la gioventù assetata di libertà e tutti i prodotti culturali (libri, film, vestiti e altro) censurati dal governo centrale. Ogni frammento narrato dalla Gou è un pezzo della vita di Fenfang che, tra le difficoltà economiche, lavorative e sentimentali, lotta per emanciparsi e per trovare la giusta strada per il suo domani. Una battaglia compiuta nell’intento preciso di affermare la propria individualità in una società – quella cinese- che tende ad omogeneizzare il tutto. 20 frammenti di gioventù vorace è uscito ora in Italia, ma è il primo libro scritto da Xialou Gou e da lei stessa tradotto in inglese, nel 2008, a dieci anni dalla prima edizione. Arrivati alla fine si ha come la sensazione che in quella Fenfang, gracile, ma così tenace e coraggiosa di esistere come persona unica e indipendente, ci sia molto dell’autrice stessa e di tutti quei ragazzi e ragazze in cerca del proprio domani. Traduzione di Gaia Amaducci.

Xiaolu Guo è nata in un villaggio della Cina meridionale nel 1973, Xiaolu Guo è scrittrice e regista. È autrice di romanzi, poesie e saggi, in cinese e inglese, che sono stati tradotti in diverse lingue. Il suo libro più famoso, Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, ispirato aFrammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, è stato pubblicato in Italia nel 2007 (Rizzoli). Nel 2013 è stata inserita nel “Granta’s Best of Young British Novelists” (con un estratto di La Cina sono io, pubblicato quest’anno dalla Random House), che in passato ha promosso autori del calibro di Martin Amis, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan, Zadie Smith. Come regista e sceneggiatrice ha realizzato vari documentari e film, tra cui Once Upon a Time Proletarian, presentato al festival di Venezia, e She, a Chinese, vincitore del Pardo d’Oro al festival di Locarno nel 2009. Dal 2002 vive a Londra.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ufficio stampa Metropoli d’Asia.

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:: Mio padre in una scatola da scarpe, Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

25 settembre 2015
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Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

Giulio Cavalli, Milano, (1977) scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010) e L’innocenza di Giulio (2012). È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.

Source: ebook inviato MoBa Comunicazione&Immagine, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa di Giulio Cavalli.

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:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
punto di non ritorno

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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

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:: Central Park, Guillaume Musso (Bompiani, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

22 settembre 2015
Musso

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Micol Borzatta

Alice è una poliziotta francese alle prese con delle indagini, svolte privatamente, per trovare un serial killer che due anni prima l’ha quasi uccisa facendole perdere il bambino al settimo mese di gravidanza e, indirettamente, ha causato nello stesso giorno la morte del marito.
Alice ha bisogno di svagarsi e decide di uscire a bere con tre sue amiche, beve davvero molto, ma quello che le capita ha dell’incredibile, la mattina dopo si sveglia su una panchina di Central Park, ammanettata a un uomo, con una pistola, la camicia insanguinata e nessun ricordo.
Inizia così per Alice l’indagine più importante della sua vita, scoprire cosa è successo la notte precedente, ma quello che scopre è shockante e la porterà a tentare nuovamente il suicidio.
Un thriller che in Francia ha venduto oltre un milione di copie. Un romanzo, a mio avviso, molto particolare e pieno di sorprese.
Iniziando la lettura si nota subito un andamento molto lento che diventa quasi piatto nella prima parte dei ricordi di Alice. Andando avanti a leggere si può notare che alcune descrizioni temporali sembrano non tornare, infatti la vicenda dovrebbe svolgersi tutta nell’arco delle 24 ore, ma in alcuni passi sembrano quasi 36 o 48.
Viene da domandarsi cosa ci abbiano trovato di bello i francesi, ma proprio in quel momento si arriva alla fine del romanzo con un colpo di scena che spiazza il lettore che a quel punto rimette in discussione il giudizio e l’impressione avuta fino a quel momento, capendo che lo stile particolare usato da Musso è un perfetto stratagemma per trasmettere la situazione mentale e psicologica della protagonista.
Un romanzo spettacolare che sa come stupire e che alla fine ha un unico difetto circoscritto in un lavoro di editing poco curato che causa la presenza di refusi e alcuni errori grammaticali, ma nonostante questo piccolo neo lo consiglio vivamente se si vuole una lettura che sappia travolgere la mente totalmente.

Elena Romanello

Alice, giovane poliziotta parigina, ricorda la sera precedente, ad una festa sugli Champs Elysées con gli amici, così come Gabriel, musicista jazz statunitense, sa di averla passata a Dublino a suonare in un pub: ma quella mattina loro due, due sconosciuti, si risvegliano ammanettati l’uno all’altra ad una panchina di Central Park, in piena New York, Alice tra l’altro con alcune macchie di sangue sulla camicetta. Superato l’inevitabile smarrimento iniziale, i due iniziano un’odissea in cerca della verità, che sarà quanto di più inquietante e spiazzante che si può pensare, in un microcosmo dove ci sono man mano che si va avanti sempre meno certezze.
Di che genere è un romanzo come questo? Verrebbe da dire un thriller, del thriller ha tutte le caratteristiche, a cominciare dalla ricerca di una verità in un contesto dove sono stati commessi dei crimini, anche se bisogna scoprire che crimini, quando e come. Ma Central Park è anche una storia psicologica, un viaggio nella mente umana, nei drammi della vita, negli imprevisti che capitano senza che uno li cerchi, un romanzo che si presenta con premesse e intreccio per poi stravolgere tutto nelle ultime pagine, e mostrando un’altra realtà, diversa da quella che si pensava fino a quel momento, dove tutto sommato sembrava abbastanza chiaro, con all’interno anche un vecchio caso di un serial killer che era stato uno dei maggiori successi ma anche dei peggiori drammi di Alice nel suo lavoro.
Vengono in mente film più che libri, titoli come Shutter Island di Scorsese o A beautiful mind di Ron Howard, anche se con ovvie differenze, con due personaggi che all’inizio sembrano cristallini e ben definiti ma che poi man mano cambiano, con tanti piccoli indizi che però non è facile individuare sparsi per le pagine del libro, e con quello che si può chiamare colpo di scena finale, non prevedibile se non a posteriori e con un lavoro di indagine a ritroso del lettore.
Come thriller Central park è efficace, con tutti i trucchi del genere, come viaggio nell’animo umano e nella ricerca di un antidoto al dolore è originale e spiazzante, attuale e inquietante, e alla fine il risvolto romantico non disturba poi più di tanto, anche perché pur essendo scontato alla fine fa parte di una trama che di scontato ha ben poco. Il tutto scritto da un autore francese ma che ha fatto suoi i meccanismi di azione tipici dei colleghi statunitensi, con in più però un’attenzione maggiore per la natura umana.

Guillaume Musso nasce ad Antibes nel 1974. Professore di Scienze economiche e sociali al Centro Internazionale di Valbonne e scrittore francese. Nel 2001 pubblica Skidamarink e nel 2004 L’uomo che credeva di non avere più tempo che diventa un best-seller e viene tradotto in più di venti lingue e ottiene un adattamento cinematografico.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ufficio stampa Bompiani e prestito alla biblioteca Archimede di Settimo torinese

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:: Primo, Maurizio Cotrona, (Gallucci HD, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2015
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Può la nascita di un bambino mettere in crisi la stabilità di una famiglia? A quanto emerge dalle pagine di Primo di Maurizio Cotrona, è possibile. I protagonisti di questa fotografia familiare vivono in un futuro prossimo e sono Anna la mamma, Giacomo il papà, Luca il primogenito di 8 anni e Primo, che è nato per secondo, ma ha ereditato il nome del nonno paterno. Quando il piccolo viene portato a casa, per la famiglia Alfieri ci sarà una vera e propria trasformazione delle relazioni tra consanguinei. Un cambiamento che scatenerà un irreparabile e progressivo tracollo della stabilità familiare. Anna, la madre, passerà i mesi successivi al parto nel vano tentativo di riprendersi dalla brutta emorragia che ha messo a repentaglio la sua vita. Giacomo, marito e padre, sarà travolto da un vero e proprio senso di delirio di onnipotenza che lo indurrà ad imporre ai suoi congiunti, soprattutto al figlio maggiore, ferree regole da rispettare. Luca, sarà quindi obbligato a comportarsi come un adulto, ad arringarsi da solo con la scuola e con le sue questioni da bambino, ma soprattutto non dovrà avvicinarsi al fratellino neonato e fare i capricci. Pena: severe punizioni. In questa casa, che per certi aspetti assomiglia più una caserma, arriva la tata straniera Marialaura, la quale, capita la complessità caratteriale di Giacomo, provvederà a violare alcune regole da lui imposte per permettere a Luca e Primo di conoscersi e di scoprirsi fratelli. Il tempo passa, Primo cresce e tra lui e Luca nascono affetto, amicizia solidarietà. Insomma, i due bambini si scambiano l’amore che la madre non riesce dare loro perché debilitata. Riguardo al padre, ad un certo punto l’uomo, troppo stressato dalle responsabilità del lavoro e travolto dalla sua convinzione di poter controllare tutto e tutti, non riuscirà più a voler bene ai figli. Il romanzo di Cotrona, anche se ambientato in un futuro non molto lontano dal nostro (siamo nel 2020), mette in scena delle dinamiche psicologiche che fanno capire al lettore come a volte l’arrivo di una nuova vita riesca a modificare, in questo caso a destabilizzare, l’armonia di una famiglia. Luca è biondo, calmo, attento alla scrittura e ad Astro boy, mentre Primo è un bambino dai ricci neri, grande, forte (sbatte lo sportello del microonde sul viso del padre, con una foga impensabile per un bimbo) e vivace (troppo come dimostreranno i fatti). Per Giacomo i due figli diventeranno pian piano ingestibili e l’uomo, così sicuro di sé, ad un certo punto, senza rendersene conto, perderà il controllo su tutta la sua famiglia e sarà solo un foglietto di Luca a riportare lui e la moglie alla realtà: “Ha perlustrato la casa centimetro per centimetro tre volte, prima di accorgersi del foglio celeste appoggiato sul letto del figlio maggiore. Legge: ‘La notte fa meno paura di te. Per la mamma:noi ti aspettiamo sempre. Primo e Luca’ ”.Primo di Maurizio Cotrona è un romanzo dove si alternano momenti di gioia e di dolore, nel quale la protagonista è l’infanzia con tutte le sue paure e fragilità, con i suoi bisogni di aiuto e di sostegno. Necessità che però, a quanto pare, non sono solo un’esigenza per Luca e Primo, ma anche per i genitori che dovrebbero aiutarli a diventare grandi.

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973 e vive a Roma. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Malafede (Lantana, Premio PugliaLibre 2011). È membro dell’associazione culturale “BombaCarta” e della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”. Il romanzo Primo è stato uno dei vincitori del premio letterario per inediti “Io Scrittore”, assegnato da una community di oltre 3.500 lettori.

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:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 settembre 2015
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Ci sono libri che non possono essere letti a casaccio, “tanto per”, negli intervalli di tempo tra una chiusa per esami universitari imminenti e l’ennesima lavatrice di colorati da fare. Proprio no.

Ci sono libri, sì quei libri che sembrano far parte di una categoria a sé, che hanno un proprio tempo e un proprio habitat. Come se decidesso loro quando essere letti, come, in quali tempi e perché.

Libri bellissimi e che ognuno dovrebbe prendere con sé, nei tempi e nei luoghi giusti, anche se sono così veri e diretti da starci male almeno nelle quarant’otto ore successive. Se non di più.

Secondo questa (infallibile) logica, Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, edito da Giunti, l’ho letto in treno, nelle tre ore che separano Roma da Milano. L’ho finito poco prima dell’arrivo in stazione, a tarda sera, con una nuova amarezza nel cuore, ma con la consapevolezza che quella fosse una lettura necessaria. Ti arricchisce, Adua.

Perché ho voluto introdurla parlando proprio, nel mio piccolo, del tema del viaggio? E, soprattutto, chi è?

“Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia…”.

Adua: una citta, una battaglia vinta, contro il primo colonialismo italiano, una donna che racconta la sua storia all’elefantino dalle grandi orecchie del Bernini in Piazza della Minerva, proprio verso il Pantheon a Roma. Quante cose sente di avere in comune con quell’elefantino di marmo che regge il peso di un piccolo obelisco proprio sotto gli occhi di tutti, in centro.

Eppure alcuni non lo notano nemmeno. Lei sì e lo prende come confidente.

Adua è una Vecchia Lira, arrivata dalla Somalia in Italia negli anni Settanta, quando aveva solo diciassette anni. Come potrete ben immaginare anche solo da questo dato, ha vita di privazioni alle spalle: l’infanzia da nomade, orfana di madre, con un padre, Zoppe, che conoscerà solo in seguito e con cui avrà sempre un rapporto conflittuale; la difficile adolescenza in Somalia, tra sentimenti scarsi e zero dimostrazioni d’affetto, il tutto aggravato dall’umiliante e dolorosa pratica dell’infibulazione, che avrebbe dovuto renderla più pura e che, invece, le ha lacerato il corpo e l’anima; l’arrivo in Italia, adescata da un regista di film erotici, con la promessa di fama e successo.

Voleva essere famosa, Adua. Voleva essere ricordata da tutti. Come la Monroe, solo color cioccolato.

Finirà per sposare un giovane Titanic, come lo chiama lei in una commistione di affetto, pena e disprezzo poi, un migrante richiedente asilo arrivato a Roma dopo lo sbarco a Lampedusa e che, prima di incontrarla e avere un tetto sulla testa, due pasti caldi al giorno e un po’ di affetto materno, bighellonava nei pressi di Termini trangugiando gin scadente. Adua lo salva per lo più per salvare se stessa. Salvarsi da un passato che la soffoca. Da un padre il cui lontano ricordo la soffoca altrettanto, ma che, purtroppo, non ha mai avuto la fortuna di capire.

Si tratta di un romanzo a due voci, ricco di flashback, repentini cambiamenti di registro linguistico e sfasature: c’è la parte di Adua, ambientata in Somalia e poi a Roma, come c’è la parte in cui a parlare è Zoppe, a Roma prima e dopo in Somalia, a fare l’interprete per il nemico, subendo soprusi e umiliazioni.

Ampio spazio è dedicato anche a una sezione denominata “Paternali”, in cui sono raccolte, secondo un personalissimo filo logico, tutte le “ramanzine”, le “sgridate”, le pene e l’amore nascosto dalla rabbia che un padre prova per la figlia lontana, ma che non ha mai (e dico proprio mai) saputo dimostrarglielo in modo amorevole.

Sono complementari, Adua e Zoppe, e nemmeno lo sanno. Complementari e speculari in un racconto che offre una visione diversa ed emotiva della Storia e del tema attualissimo dell’immigrazione. Perché, se negli anni Sessanta e Settanta erano tutti Vecchie Lire, più fortunati sul modo di raggiungere la “Terra Promessa” (che poi non è mai così bella come la si crede), ma non meno sofferenti, oggi sono (e siamo, in generale) tutti dei Titanic, col pensiero e la meta rivolte sempre altrove.

C’è molto studio dietro a questo romanzo. Nella stessa misura in cui vi troviamo del sentimento puro, nudo e crudo più tanta voglia di essere compresi.

Non troverete nulla di così forte e di così attuale in libreria di questi tempi. Da leggere assolutamente.

Igiaba Scego, classe 1974, è nata e vive a Roma. Papà Ali e mamma Kadija sono arrivati in Italia dalla Somalia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre. Igiaba scrive per «Internazionale», «Lo Straniero» e «La Repubblica». Tra le sue pubblicazioni troviamo: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014). Esperta di transculturalità, adora gli elefanti, i gatti, il parmigiano, la cedrata e Caetano Veloso.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’ufficio stampa Giunti.

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